Capitolo I: Materia della linguistica
La glottodidattica, disciplina che studia come s’insegnano e apprendono le lingue, sottolinea quattro abilità verbali: il parlare, lo scrivere, l'ascoltare le parole dette da altri e il leggere le parole scritte.
Uso delle parole
Uso produttivo delle parole: (il dire e lo scrivere)
Uso ricettivo delle parole: (l'ascoltare e il leggere)
Pensiero operativo: che si sviluppa mentre facciamo cose complesse, ma abituali e rapide.
Pensiero verbale: cioè attraverso la produzione interiore di parole e frasi.
Endofasia ed esofasia
Endofasia: discorso interiore (dal greco endo- dentro; -fasia parlare). Forme importanti di endofasia sono la lettura muta e la recitazione muta di preghiere.
Esofasia: discorso esterno (dal greco eso-fuori; -fasia parlare). Usi produttivi e ricettivi.
Oggetto di studio della linguistica è l’insieme degli usi endofasici e degli usi esofasici (produttivi e ricettivi, scritti e parlati) delle parole. Materia di studio della linguistica è l’attività verbale degli esseri umani.
L’uso parlato delle parole risale a centinaia di migliaia di anni fa; l’uso scritto delle parole a cinquemila anni fa; dunque la scrittura è un’attività secondaria rispetto agli usi parlati.
Capitolo II: Obiettivo della linguistica: le lingue
Parlando siamo immersi nell’infinita e continua variabilità del tempo e del cosmo. Il linguista osserva che perfino le forme stereotipate (buon giorno o come va?) non possono essere ripetute o ricevute due volte nello stesso modo. Cambiano i tempi, i luoghi e i modi della produzione e ricezione, cambiano i toni e volumi nostri e altrui, la luminosità e risonanza dell’ambiente ricettivo, cambiamo noi, gli altri e le cose, le esperienze accumulate e quindi le intenzioni che accompagnano il nostro dire, ascoltare e leggere.
Siamo dunque immersi nelle continue diversità, le quali non fanno però del tutto da ostacolo alla comprensione. Ognuno è capace, in un certo ambiente e raggio, di scavalcare le differenze degli usi linguistici individuali e, in quel raggio, di intendere/rsi con gli altri. Questi individui costituiscono una comunità linguistica. La possibilità di un frequente intendere e intendersi è la mutua comprensione o intercomprensione. L’intercomprensione è il collante che tiene insieme ciascuna comunità.
La comunità linguistica non sempre coincide con un’entità politica definita. Per esempio, in Italia troviamo 13 comunità di lingua diversa dall’Italiano e dai dialetti italiani (francofoni in Val d’Aosta, tedescofoni in Alto Adige, Sud Tirolo, ladini, sloveni) riconosciute dai trattati internazionali. La Svizzera è una confederazione costitutivamente quadrilingue (francese, italiano, tedesco, ladino o romancio).
Vi sono comunità linguistiche che superano i confini degli stati, come l’inglese, lingua nativa in sei diversi paesi. Una lingua è un repertorio di parole e costrutti proprio di una particolare comunità linguistica. Ai suoi componenti (parlanti o locutori) essa consente in larga misura l’intercomprensione.
Alcune lingue coesistono in una stessa comunità con lingue di maggior prestigio: (il veneziano o il siciliano coesistono con l’italiano). Le lingue non egemoni sono i dialetti.
Alcune parole o altri elementi, naturalmente, possono trovarsi in e tra lingue diverse, e sono dette isoglosse (dal greco –iso “eguale” e –glossa “lingua, parola”).
Nel mondo le lingue in uso sono circa 6000. A queste si aggiungono una diecina di lingue dei segni.
Capitolo III: La linguistica di fronte alle lingue: un po’ di storia e geografia
La grammatica generale guardava soprattutto al latino. Ma già dal 400/500 si erano create o erano giunte a maturità nuove condizioni linguistiche oggettive. In Europa, dal 200/300 si affermarono i volgari, cioè le lingue del popolo, distinte dal latino, lingua nell’impero romano. Il latino era rimasta la lingua delle classi colte, anche dopo la caduta dell’impero romano d’occidente (476 d.c.), così come il greco nella sua variante bizantina era stata la lingua religiosa e colta dell’Europa orientale.
I volgari sviluppatesi dopo il Mille erano numerosi e si organizzavano in entità autonome, in stati. Volgari neolatini o romanzi: direttamente derivanti dal latino. (portoghese, spagnolo e dialetti spagnoli, altri dialetti affini al francese, il toscano che dal 500 fu detto italiano, i dialetti italoromanzi settentrionali galloitalici/veneti, i dialetti italoromanzi centromeridionali). Tutte sono lingue romanze.
Altri volgari sono i germanici: il tedesco, l’inglese, il norvegese, lo svedese. L’affermazione dei volgari andò di pari passo con il delinearsi delle maggiori nazionalità europee e con la formazione dei primi stati nazionali. Da lingue del volgo, alcuni volgari si affermarono, a spese del latino, in vaste aree a cominciare dalla scrittura fino alle norme giuridiche e nella trattistica, dove il latino resistette fino al 700.
Cresceva intanto la complessità sociale ed economica dell’Europa, creando il bisogno di una più diffusa alfabetizzazione, che doveva avvenire in volgare non in latino. D’altra parte la Riforma protestante, per motivi di carattere religioso, chiese ai fedeli la lettura diretta dei testi sacri del Cristianesimo, che dovevano quindi essere tradotti in volgare. (nei paesi toccati direttamente dalla Riforma l’istruzione elementare fu obbligatoria e gratuita fin dal 500. In Italia bisognà aspettare la legge Casati del 1859). L’istruzione elementare fu impartita in volgare e non più in latino.
All’inizio del 500 un monaco italiano, Calepio, pubblicò il Calepino, un dizionario plurilingue, in cui alla parola latina si affiancavano i vocaboli equivalenti in lingue volgari. Nacquero poi, nel 1612, tra Firenze e Venezia, il vocabolario degli accademici della Crusca.
Capitolo IV: Come è fatta una lingua: la fonologia segmentale, i fonemi
Parole e frasi sono entità a due facce:
- Significante, che regola le possibili realizzazioni foniche
- Significato, che regola i possibili usi della parola o frase per riferirsi a cose esterne da esse
Le enunciazioni o parole: sono le concrete realizzazioni individuali di una parola o frase;
Le espressioni: sono le realizzazioni del significante sia fatte con la voce e percepite con l’udito, quindi fonico-uditive, sia fatte con la scrittura e percepite con la vista, quindi grafico-visive.
Sensi: i particolari usi e realizzazioni di un significato e, tra queste, gli usi referenziali delle parole, cioè quelli per cui una parola o frase si riferiscono ad una situazione o cosa di fatto, che diciamo referente.
Il significante è analizzabile decomponendosi a due livelli: segmentale e soprasegmentale.
Il livello segmentale è analizzabile in segmenti. Nel parlato questi sono rappresentati da suoni, nelle scritture alfabetiche, da lettere. I segmenti sono detti fonemi. Un fonema è la classe o la famiglia di suoni cui appartiene il suono che udiamo. Nella realizzazione dei suoni che rappresentano i fonemi di un significante opera la coarticolazione. La sostituzione di un fono all’altro, detta commutazione, non dà luogo ad un diverso significante.
Non troviamo in italiano una coppia minima, cioè una coppia di parole uguali in tutto il resto e differenti perché in una c’è una a breve e in un’altra un a lunga. Per esempio, due foni a e a, che in italiano sono varianti di uno stesso fonema /a/, appartengono invece a due distinti fonemi /a/ e /a/ in latino, friuliano, inglese e tedesco. In queste lingue la commutazione di un suono vocalico breve con uno lungo dà o può dare luogo a parole diverse.
Ma in una stessa lingua si può avere l’azzeramento, la neutralizzazione, della distinzione tra due fonemi in certe posizioni: per esempio l’italiano standard distingue /e/ (io pésco) da /e/ (il pèsco) in sillaba tonica, ma in altre posizioni la distinzione si neutralizza.
La commutabilità: due entità linguistiche rappresentano realizzazioni di una stessa classe se in una data lingua la loro commutazione non è possibile o non porta mai a diversi significati. I fonemi sono classi o famiglie delle minime unità segmentali commutabili. Ogni fono ha una fase d’impostazione o catastasi, una di tenuta e una di risoluzione o metastasi. Ciascuna fase ha una sua durata nel tempo e si proietta in un segmento interno al segmento complessivo del fono.
Per esercitare la loro funzione di differenziazione di significanti i fonemi devono avere a loro volta caratteristiche che li differenziano. Non tutte le caratteristiche differenzianti i foni hanno rilevanza al fine di distinguere due fonemi. Tratti fonologicamente rilevanti o distintivi o pertinenti quelli che in una data lingua svolgono la funzione di differenziare una famiglia di foni, un fonema da altri.
Il concetto di rilevanza o pertinenza o distintività collegato a quello della commutabilità con effetti sul significato, è centrale in tutta l’analisi linguistica. I tratti dei fonemi sono studiati dalla fonetica, distinta dalla fonologia. I fonemi sono di numero limitato. Lo scarto tra combinazioni possibili (circa 700) e i fonemi di una lingua danno il grado di ridondanza dei sistemi fonematici, rispetto alla combinabilità naturale dei tratti articolatori. Si stima che, facendo una media generale del numero di fonemi esistenti in ciascuna delle varie lingue, il numero medio di fonemi sia circa 31. (l’italiano ha un numero medio di fonemi).
Ridondanza fonologica: ciò è data sia dalla completa diversità di fonemi presenti (/‘mari/ è diversa da /’tubo/) sia dal diverso disporsi degli stessi fonemi (/‘rima/ /’mari/ /’mira/).
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Riassunto esame Linguistica Applicata, professor Russo, libro consigliato "Linguistica elementare"
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Corso elementare di linguistica generale
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Riassunto esame Linguistica, prof. Thornton, libro consigliato Linguistica elementare, De Mauro
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