Indice

  1. Libertà di pensiero, di coscienza e di religione
  2. La libertà di espressione nei social
  3. La libertà di espressione in Italia
  4. La libertà di espressione nell’antichità

Libertà di pensiero, di coscienza e di religione

Libertà di pensiero: consiste nel diritto di esprimere le proprie idee e di divulgarle.
Libertà di coscienza: consiste nel diritto di coltivare e a sviluppare il proprio modo di pensare, non condizionato e non soggiogato dalla volontà di chi detiene il potere.
Libertà di religione: consiste nel diritto di professare liberamente la propria fede religiosa e praticarne il culto oppure non professarne alcuna.

Nell’articolo 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, viene detto che: "Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione…” e nell’articolo 19 invece viene detto che: "Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione…”.
Nonostante queste leggi, diversi paesi oggigiorno non garantiscono, parzialmente o totalmente, questi diritti ai propri cittadini. Tra i Paesi più repressivi ci sono il Pakistan, l’Arabia Saudita, l’Afghanistan e l’Iran. Ad esempio, la legge prevista da quest’ultimo vieta qualsiasi critica all’Islam o deviazione dagli standard islamici vigenti. Un caso recente è l’omicidio di Mahsa Amini, ragazza iraniana di 22 anni che è stata arrestata, detenuta e torturata dalla ‘polizia morale’ per non aver indossato correttamente l’hijab. In seguito alla sua morte, insieme a quella di tanti altri ragazzi, sono poi scoppiate diverse proteste, condivise attraverso i social.

“Le nostre vite cominciano a finire il giorno
in cui stiamo zitti di fronte alle cose che contano.”
(Martin Luther King, Jr.)

Il motivo per cui questi regimi dittatoriali non concedono la libertà di espressione è semplice: parlare, vuol dire anche criticare, denunciare o opporsi; questi atteggiamenti devono essere assolutamente repressi altrimenti questi regimi perdono il loro potere.

La libertà di espressione nei social

La libertà di espressione è un principio affermato da quasi tutte le costituzioni. Resta però il problema dei limiti della libertà di espressione. Soprattutto ai tempi di internet.
È lecito scrivere la propria opinione sui social, ma insultare o minacciare di morte capi politici (per esempio), fa passare direttamene gli utenti dalla parte del torto, anche se magari la loro idea di base è corretta e condivisa da molte altre persone; il problema è come queste persone si esprimono.

“L’insulto o l’aggressività costruiscono non
una società più sincera ma una società peggiore.”

Anche le istituzioni stanno prendendo consapevolezza del fenomeno, ora che il web è diventato una piazza virtuale dove si discute, a volte in maniera accanita, su questioni politiche. Di certo è un diritto avere una propria vita sul web, che è oggetto di forti censure e limitazioni nei regimi non democratici. Ma questo diritto non può comportare il via libera all’insulto e alla diffamazione. Si deve riflettere sul peso che possono avere certe espressioni o semplici commenti che giudichiamo estemporanei. Infatti, il rispetto per l’altro non può mai essere dimenticato, altrimenti si finisce per sostituire un’ingiustizia con un’altra.

“La tua libertà finisce quando inizia la mia.”

Ecco, forse ciò che non è per nulla facile è proprio la gestione di spazi online: il tempo da dedicare alla verifica dei commenti e alla censura di contenuti che incitano alla violenza, all’odio razziale o religioso, aumenta di giorno in giorno. Sembra proprio che il positivo fenomeno di voler dire la propria si debba per forza accompagnare al fenomeno negativo di condirlo spesso con insulti e falsità. Il compito è sempre più impegnativo e porterà, se non cambieranno gli atteggiamenti, alla chiusura di sempre maggiori spazi divenuti ormai ingestibili. Per la libertà di espressione non sarà un giorno glorioso.

La libertà di espressione in Italia

Il diritto alla libertà di pensiero e di parola è tutelato anche dalla Costituzione Italiana. L’articolo 21 stabilisce infatti che tutti, cittadini e stranieri, «hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure».

La libertà di espressione nell’antichità

Nelle poleis greche la libertà di pensiero e la libertà di parola erano indicate dal termine parresìa. In Grecia poter dire ciò che si pensava era un diritto dell’uomo libero e cioè del cittadino. Questo diritto non era quindi previsto per gli stranieri né tanto meno per gli schiavi.
La parresìa era ciò che distingueva la polis dagli altri regimi; era un diritto ma anche una specie di dovere che tutelava la natura democratica della polis stessa. Tutti i cittadini avevano la libertà di dire quello che pensavano, anche perché se c’era parresìa c’era democrazia; se c’era democrazia allora c’era la libertà di discussione e di critica delle cose mal funzionanti all’interno della città. Era cioè una garanzia che proteggeva il sistema da degenerazioni tiranniche e dispotiche.
Dei limiti però dovevano pur esserci, poiché l’uso sconsiderato del diritto di parola poteva danneggiare lo stesso sistema democratico che l’aveva prodotto. In questi casi chi era accusato veniva ridotto al silenzio oppure esiliato. Un caso famoso fu quello del filosofo Socrate, che con schietta parresìa animava ad Atene i dibattiti su verità e giustizia. Fu accusato di non riconoscere come dèi quelli tradizionali della città, di introdurre divinità nuove, di corrompere i giovani con il suo insegnamento. Questo, dopo essere stato accusato, si suicidò bevendo un veleno mentre era ancora in carcere; infatti, lui preferì morire invece di rimanere in silenzio e non condividere la sua opinione. Una morte legata ad un ideale molto simile a quello di Mahsa Amini, la ragazza iraniana, uccisa dalla ‘polizia morale’.

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