Concetti Chiave
- La lebbra, malattia antichissima, si diffuse in Europa e nel mondo tra il VII e l'VIII secolo, con picchi di diffusione nel XII secolo dovuti a traffici e incursioni.
- I sintomi della lebbra comprendevano macchie sulla pelle, perdita di sopracciglia, noduli e una caratteristica tumefazione del naso, che portavano anche a una perdita di sensibilità.
- Coloro che curavano i lebbrosi erano venerati, mentre gli ammalati subivano stigma sociale e ripugnanza, trattati come emarginati e costretti a vivere in isolamento.
- Taddeo Alderotti prescriveva una dieta specifica per i lebbrosi, includendo carne di selvaggina e infusi di erbe, sottolineando l'importanza di una vita igienica.
- Nel XV secolo, riforme ospedaliere obbligarono i lebbrosi a vivere in lebbrosari, dove venivano privati dei loro beni e diritti, simboleggiando un distacco dalla comunità.
La diffusione della lebbra
Una delle malattie che nel Medioevo sterminò gran parte della popolazione europea e mondiale fu la lebbra.
La lebbra è una malattia antichissima di cui i papiri egiziani parlavano già. Questa malattia si diffuse molto anche in India e Cina. In Italia si diffuse in materia preoccupante tra il VII e l’ VIII secolo.
Tra le diverse cause della sua diffusione, troviamo le campagne militari romane, il prelievo delle masse di schiavi dall’Oriente e successivamente movimenti migratori dei popoli germanici. Nella prima metà del XII secolo, la lebbra raggiunse le punte più alte della diffusione in Europa: l’incremento dei traffici con l’Oriente, le incursioni saracene, i pellegrinaggi e le crociate costituiscono gli elementi che contribuirono all’estensione della malattia.
Sintomi e classificazione della lebbra
La malattia aveva molti sintomi: innanzitutto, comparivano sulla pelle piccole macchie, pustole e sporgenze, soprattutto sul viso ed intorno al naso, che si espandevano su tutto il corpo. In seguito, si presentavano delle colorazioni cutanee, la perdita delle sopracciglia, noduli alle orecchie, sul cuoio capelluto e sugli arti; gli occhi sporgevano e l’ammalato aveva uno sguardo spiritato. La lebbra accentuava la tumefazione del naso e la perdita della sensibilità nella zona della tibia e dei piedi.
La Scuola salernitana distingueva quattro tipi di lebbra: l’allopicia, la cui casa risiedeva nel sangue, la leonina, di origine biliare, l’elefantia, causata dalla bile nera e la tyruia, derivante da un eccesso di flegma.
Percezione sociale del lebbroso
I valori e le immagini legate al personaggio del lebbroso sono vissuti per secoli. Infatti, verso di lui, si esercitò una ripugnanza tale che coinvolgeva non solo la sua immagine fisica, ma anche quella morale.
Coloro che si avvicinavano al lebbroso e che curavano le sue piaghe, entravano nella leggenda.
I testi medici del tempo descrivevano il temperamento degli ammalati come irascibili ed in preda alla malinconia.
Dieta e cure per i lebbrosi
Un medico fiorentino, Taddeo Alderotti, prescrisse una dieta per i malati di lebbra. Egli suggeriva di nutrirsi con del pane bianco fresco di giornata, con carne di pollo, di pernice, di fagiano, di starna oppure di capriolo.. Era severamente proibito il pesce, mentre era raccomandata la carne di serpente montano, macerata nel vino. La dieta doveva essere affiancata anche da una vita igienica, di tranquillità e di riposo. Venivano consigliati anche gli infusi di timo, di aneto, di fiori di borragine, di elleboro e di altre erbe. Inoltre veniva prescritto di spalmare sulle macchie della pelle dell’unguento citrino e fare frequenti bagni di erbe odorifere.
Isolamento e riforme ospedaliere
Non appena al paziente era diagnosticata questa malattia, esso veniva allontanato dalla comunità e costretto a vivere con altri lebbrosi in lebbrosari che sorgevano fuori città. In Toscana, tutte le città principali ne avevano uno o due che. Tra i più importanti, nella città di Firenze, ricordiamo il Convento d’Ognissanti e quello di San Gallo (chiamato “Il Campoluccio”); altre comunità di lebbrosi, verso Bologna, si trovavano a Soranzo e a Trespiano. Nell’area geografica che oggi corrisponde alla Provincia di Lucca, per altro non molto estesa, ce n’erano addirittura cinque.
Nel XV secolo, ci fu una riforma ospedaliera per i lebbrosi. Bisognava che fossero allontanati ed isolati in uno spazio segregato per evitare il contagio con gli altri abitanti. L’internamento vero e proprio in un lebbrosario prevedeva un cerimoniale con il quale si intendeva simboleggiare il distacco dell’individuo dalla comunità; consisteva nella celebrazione di una messa che contemplava l’ufficio dei defunti, venivano poi bruciati gli oggetti ed i vestiti del lebbroso e tutti i suoi beni venivano confiscati. Il lebbroso, quindi, non aveva il diritto di possedere più nulla e non aveva nemmeno il diritto di vivere. Il coniuge e i figli venivano separati dall’ammalato, anche se, in alcuni caso, il coniuge poteva seguire il lebbroso nel lebbrosario; i figli che nascevano da genitori lebbrosi erano guardati con sospetto, battezzati in sacrestia, anziché nel fonte battesimale e comunque anch’essi isolati.
Lazzaretti e altre malattie
A Venezia, nacque più tardi il primo lazzaretto. Il personale di assistenza che si trovava nel vecchio lazzaretto di Venezia, proveniva dal lebbrosari della laguna e ciò costituisce un elemento di continuità fra la lebbra che infestava l’Europa nel Medioevo e la peste che, invece, si diffuse nel basso Medioevo.
Anche la tubercolosi era una malattia frequente in quel periodo. I batteri di questa malattia sono gli stessi della lebbra e sui diffondevano soprattutto a causa di ulcere. Invece fra la lebbra e la peste non c’è continuità; infatti, con il termine “pestis” si indicavano tutte le malattie più gravi e con il termine “lepra” si intendevano tutte le malattie della pelle.
Paura e stigma sociale
La lebbra non induceva paura della morte come la peste. Essa induceva soprattutto ripugnanza o compassione. Si ripudiava il lebbroso perché era accusato di seminare il contagio e, a volte, era perfino bruciato vivo, nella convinzione che esso appartenesse alla “famiglia del diavolo”.
I divieti imposti al lebbroso erano numerosi: non poteva entrare in chiesa, nei mulini, nelle taverne o al mercato senza essere annunciato con il suono agghiacciante di una campanella. Il lebbrosi dovevano vestirsi di grigio o di nero, con vistosi contrassegni: un cappello a larghe falde con un nastro bianco o una coccarda. Nonostante queste precauzioni che rendevano percepito il suo passaggio anche da lontano, il lebbroso aveva il divieto assoluto di passare lungo vie strette, di intrattenersi con donne, di toccare i bambini e di bere alla fonte.
Domande da interrogazione
- Quali furono le principali cause della diffusione della lebbra nel Medioevo?
- Quali erano i sintomi principali della lebbra?
- Come veniva percepito socialmente il lebbroso nel Medioevo?
- Quali erano le cure e la dieta consigliate per i lebbrosi?
- Quali misure di isolamento venivano adottate per i lebbrosi?
La lebbra si diffuse a causa di campagne militari romane, prelievo di schiavi dall’Oriente e movimenti migratori dei popoli germanici, raggiungendo il picco di diffusione in Europa nel XII secolo grazie a traffici con l’Oriente e crociate.
I sintomi includevano macchie e pustole sulla pelle, perdita di sensibilità, tumefazione del naso e colorazioni cutanee, con una progressiva perdita di sopracciglia e noduli su varie parti del corpo.
Il lebbroso era oggetto di ripugnanza e stigma, con una percezione negativa che coinvolgeva sia l'aspetto fisico che morale, e chi si avvicinava a lui veniva spesso considerato leggendario.
Taddeo Alderotti prescrisse una dieta a base di carne di pollo e infusi di erbe, evitando il pesce, e raccomandava una vita igienica e riposante, con unguenti per le macchie cutanee.
I lebbrosi venivano isolati in lebbrosari, con un cerimoniale di distacco dalla comunità, e subivano divieti severi, come l'impossibilità di possedere beni e di interagire con la società.