sviluppo dei trasporti e delle comunicazioni,la moltiplicazione dei punti vendita,la nascita di attività
legate ai servizi bancari e assicurativi. Lo sviluppo del terziario,quindi, è un completamento del
settore secondario(industria). Il commercio,i trasporti,il turismo fanno parte del settore” terziario
tradizionale”. Negli ultimi decenni,si parla di settore terziario “avanzato” (o quaternario),che
riunisce il complesso dei servizi caratterizzati da un'elevata professionalità e specializzazione: la
ricerca scientifica e tecnologica,il marketing,la pubblicità,la fornitura di supporti informatici.
Questo settore terziario avanzato rivolge i suoi servizi non tanto alle persone quanto alle
imprese,cercando di promuovere attività necessarie per la crescita dell'impresa stessa. Per fare
un'esempio,un call-center,struttura di servizi che gestisce per conto di determinate aziende le
chiamate telefoniche in entrata e in uscita.
TRA IL MERCATO E WELFARE: “IL TERZO SETTORE”
Il terzo settore designa l
'insieme di soggetti sociali che svolgono attività finalizzate alla promozione
del benessere collettivo ,quali: cooperative sociali,associazioni di volontariato e fondazioni. Si tratta
di soggetti/enti privati con un fine non lucrativo: gli utili che realizzano vanno reinvestiti
nell'organizzazione stessa . Per questo motivo,i soggetti del terzo settore vengono denominati
“organizzazioni no profit” o “imprese sociali”.
Con l'esplosione del terzo settore si assiste alla crisi o al ridimensionamento del Welfare State.
Questo fenomeno è motivato sia da una crisi economica internazionale,che ha costretto gli Stati a
ridurre la spesa pubblica,sia dall'insoddisfazione dei cittadini nei confronti del servizio
pubblico,giudicato spesso come inadeguato alle richieste delle persone. Inoltre,anche le imprese si
sono rivelate incapaci di far fronte alle esigenze che sono spesso incompatibili con l'obiettivo(il
profitto). All'interno delle associazioni del terzo settore troviamo l'espressione di valori come la
solidarietà,l'impegno sociale e il perseguimento di scopi altruistici.
IL MERCATO DEL LAVORO
Designa l'insieme delle contrattazioni che hanno per oggetto la domanda e l'offerta di lavoro,in
qualunque settore economico. In generale, l'economia politica classica considera il mercato come
un sistema regolato dalla legge della domanda e dell'offerta,enunciata da Jean baptiste Say.
Secondo tale legge,il prezzo di una merce varia in proporzione al variare della domanda ,fino al
raggiungimento di un punto critico in cui si inverte l'andamento. Ovvero: se molte sono le persone
ad acquistare un certo prodotto,e poche quelle che lo vendono,il suo prezzo tenderà a salire,tanto
da indurre nuove imprese ad avviarne la produzione. Ciò porterà a un momento in cui l'offerta di
quel bene sarà nuovamente in equilibrio con la sua domanda,il che farà invertire la tendenza al
rialzo dei prezzi. Viceversa, se sono poche le persone ad acquistare un certo prodotto,e tante che lo
vendono,il suo prezzo scenderà fino a quando anche la sua produzione inizierà a diminuire,e questo
porterà all'offerta a tornare gradualmente in equilibrio con la domanda,consentendo un rialzo dei
prezzi.
La sua legge si basa sulla capacità di autoregolazione del mercato,suggerendo l'idea che la via
migliore per uscire da una fase di crisi è quella di lasciare i prezzi liberi di fluttuare fino a
raggiungere un punto di equilibrio sia per chi vende sia per chi compra. Dal resto,la nostra
esperienza da consumatori ci dimostra che in periodi in cui la domanda è in calo,i centri di
distribuzione attuano strategie promozionali di abbassamento dei prezzi,e viceversa,quando la
domanda è sostenuta,le offerte speciali e i ribassi cessano. Tale legge vale anche per il mercato di
lavoro?
Il mercato del lavoro si presenta come un mercato sui generis. Tuttavia, non si può parlare di
vendita e acquisto di forza-lavoro come se fosse un prodotto,ma quando un individuo cede la
propria forza-lavoro si limita a sottoscrivere un impegno che dovrà onorare. Malthus e Ricardo,due
economisti classici,elaborarono la “legge bronzea dei salari”: legge in base alla quale la possibilità
di rialzo dei salari è frenata da una possibilità pressochè illimitata di reperire nuova manodopera.
Mentre l'acquisto di un prodotto da parte del consumatore può essere influenzato dal suo prezzo,il
reclutamento della forza-lavoro è indipendente dal costo di quest'ultima. ES.: Se ci piace un abito
che costa troppo,a malincuore,possiamo anche non acquistarlo,mentre se il prezzo diventa più
accessibile,possiamo valutare l'ipotesi di comprarlo,anche se non ne abbiamo bisogno. Ma,con la
merce-lavoro la cosa è diversa: Un'impresa assume nuovi lavoratori non per “consumo”
privato,ma perchè,prevedendo di incrementare la vendita dei suoi prodotti,intende aumentarne la
produzione,e viceversa non assume,o licenzia,quando le vendite calano e non si intravedono
possibilità di miglioramento. In questi casi,uno “sconto” sul prezzo del lavoro serve a ben poco:
cioè,se ci sono molti operai disposti a lavorare in cambio di salari più bassi,non vuol dire che le
assunzioni aumenteranno,perchè l'operaio pagato poco o tanto,avrà comunque prodotto una merce
destinata ad essere invenduta e ad aggravare le perdite in bilancio.
La valutazione quantitativa del mercato del lavoro
La complessità e la variabilità del mercato del lavoro ci impongono l'uso di criteri quantitativi,cioè
di “indicatori”,che permettono di rilevare come si distribuisce il lavoro all'interno di una società.
Primo indicatore è rappresentato dalla popolazione in età lavorativa: popolazione di età compresa
tra la minima e la massima prevista per far parte del mondo del lavoro(in italia un minimo di 16 e
un massimo di 70 anni).
Per popolazione attiva,si intende quella parte della popolazione in età lavorativa che effettivamente
lavora o cerca lavoro. Si tratta di un numero inferiore rispetto a quello della popolazione in età
lavorativa,poichè esclude gli studenti,i pensionati,le casalinghe,in generale quanti non lavorano,nè
sono in cerca di lavoro. All'interno della popolazione attiva,possiamo trovare l'insieme degli
occupati,cioè delle persone che in un determinato periodo,sono effettivamente in possesso di lavoro.
I dati ottenuti possono essere messi a confronto dando vita ad altri indicatori:
Tasso di attività: rapporto percentuale tra la popolazione attiva e quella in età lavorativa.
• Tasso di occupazione: rapporto tra il numero degli effettivi occupati e la popolazione in età
• lavorativa.
Tasso di disoccupazione: rapporto tra il numero di disoccupati e il complesso della
• popolazione attiva. Il fenomeno della disoccupazione
Con tale termine,si intende la condizione degli individui,che pur essendo idonei a svolgere
un'attività lavorativa e desiderosi di lavorare,non trovano un'occupazione. Assume una
connotazione negativa non solo nel caso italiano. Infatti,in inglese “unemployed” significa “colui
che non lavora”. Queste oscillazioni di significato sono dovute da 2 fattori:
la disoccupazione come problema sociale è un fenomeno moderno
• la disoccupazione assume interpretazioni molto diverse
•
tipi di disoccupazione:
Disoccupazione frazionale: serve per indicare l'esistenza di persone in cerca di
• un'occupazione,o in altri termini la costante esistenza di uno “scarto”,anche minimo,tra la
popolazione attiva e numero degli occupati. Si può presumere che in periodi di crescita
economica,ci sia qualcuno che almeno per un breve periodo sia alla ricerca di un lavoro.
Disoccupazione strutturale: designa la mancanza di occupazione conseguente allo squilibrio
• tra domanda e offerta di lavoro. Se in un certo contesto economico le aziende richiedono
lavoratori provvisti di competenze,si escludono quelli che ne sono prive,viceversa,se
diminuisce la domanda di lavoro per un certo tipo di professionalità,molti lavoratori
qualificati possono rimanere senza lavoro.
Disoccupazione stagionale: calo di produzione che si verifica in certi periodi dell'anno es.
• l'inverno per il settore edilizio.
Disoccupazione ciclica: si ha in periodi di crisi economica,quando il calo della domanda di
• beni e servizi fa diminuire la produzione,provocando effetti negativi sull'occupazione.
Interpretazioni della disoccupazione
COME COLPA INDIVIDUALE:
Esisterebbe solamente la disoccupazione frizionale,anche nel caso in cui il fenomeno assumesse
proporzioni maggiori e più durature,ciò sarebbe dovuto alla cattiva volontà degli individui,che non
cercano lavoro in maniera adeguata o che non sono disposti ad accettare gli impieghi proposti.
Questa concezione ha contribuito a diffondere nell'opinione pubblica un vero e proprio
pregiudizio,secondo il quale chi non trova un impiego è responsabile della propria
condizione,perchè pigro o eccessivamente pretenzioso.
COME PROBLEMA SOCIALE:
Secondo Garraty,si deve alle società contemporanee la “scoperta” della disoccupazione,in quanto
tali ad aver contribuito a creare e ad aver riconosciuto i problemi specifici inerenti alla domdanda e
all'offerta di lavoro.
A livello teorico,una svolta decisiva l'abbiamo con la teoria di Kynes,il quale sosteneva che la
radice della disoccupazione sia da ricercare al di fuori del mercato del lavoro. Essa è legata a quella
che Kynes chiama domanda aggregata,richiesta di beni e servizi chiesti dalla collettivtà. Quando
questa è debole,perchè è bassa la percentuale di reddito che le persone decidono di dedicare ai
consumi e agli investimenti,il volume complessivo dell'occupazione diminuisce.
Per incrementare la domanda aggregata,keynes ritiene che sia necessario l'intervento dello stato,che
aumentando la spesa pubblica favorisce l'occupazione. La sua teoria prende spunto dal welfare state
;in questo modo inaugurò un processo di responsabilizzazione del potere politico,che nel corso dei
secoli ha subito varie forme. Nel corso del xx secolo per far fronte alla disoccupazione si passò
dall'assunzione diretta di nuovo personale alle dipendenze dello stato,all'erogazione di sussidi in
favore dei lavoratori temporaneamente disoccupati(sussidi di disoccupazione) e all'integrazione del
reddito per i lavoratori temporaneamente sospesi dall'attività produttiva (cassa integrazione).
IL LAVORO FLESSIBILE
La flessibilità è una caratteristica di un mercato del lavoro in cui il lavoratore si ritrova a cambiare
più volte mansioni nel corso della propria vita lavorativa. Alcuni studiosi distinguono tra flessibilità
del lavoro(possibilità di modificare l'attività del lavoratore per adattarla alle congiunture della
produzione) e flessibilità dell'occupazione(messa in discussione dai tradizionali aspetti giuridici e
statuari del rapporto di lavoro,che privano al lavoratore di garanzie di sicurezza dell'impiego).
Dal posto fisso a quello mobile
Fino al 1980 il mercato del lavoro è stato caratterizzato da un elevato grado di stabilità. Ciò vale a
dire che un lavoratore era assunto a tempo indeterminato da un'azienda. A garantire questa stabilità
lavorativa contribuiva anche la legislazione sociale degli vari paesi,impegnata a tutelare con
apposite norme la sicurezza del posto di lavoro contro la possibilità di licenziamenti e mobilità.
Questa situazione ha cominciato a modificarsi a fine del secolo scorso,quando l'espansione dei
mercati nazionali ha reso più evidente la competitività tra le aziende,costrette a smerciare i loro
prodotti a costi minori e di conseguenza poco propense ad assumere nuovo personale. In questo
mutato contesto, il sistema di garanzie sociali a tutela del lavoratore è stato percepito da parte delle
imprese come un vero e proprio limite,che bloccando il flusso del lavoro in uscita,al tempo stesso
rendeva problematico il lavoro in entrata ,riducendo di fatto la possibilità di assorbimento della
manodopera disponibile.
Una possibile via per far fronte alla nuova congiuntura dei mercati è stata intravista dalla