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SØREN KIERKEGAARD 1813-1855

Interessante la biografia, una vita abbastanza normale, che è stata decisiva nel condizionare il

suo pensiero, un ruolo decisivo lo ha avuto Michael suo padre, dedito inizialmente alla

pastorizia faceva parte dei Fratelli Moravi, era quasi una setta religiosa di predicatori

ambulanti che giravano nelle parrocchie più sperdute a pronunciare i loro sermoni, discorsi ai

danesi in luoghi di periferia, ed erano discorsi che ruotavano sul senso dell’inferno, sul valore

del dolore, e sulla necessita di un risveglio spirituale. Da giovane si era trasferito a Copenaghen

e lì, dopo essersi occupato di pastorizia, in un ambiente rurale aveva trovato occupazione in

una maglieria, nella fabbrica di uno zio, e poi aveva fatto una sua scalata, aveva messo vicino

un po’ di soldi, si era messo in affari, e aveva intrapreso questa attività commerciale senza

abbandonare l’interesse allo studio. Nel 1794 il padre si era sposato ma solo dopo 2 anni la

moglie era morta senza avergli lasciato eredi, e qualche mese dopo era rimasta incinta la serva

e questo Michael si era sposato con la serva, da questa serva avrà 7 figli, l’ultimo dei 7 sarà

Kierkegaard. Quando nasce il padre aveva 56 anni e la madre 44, per il tempo era una età molto

avanzata per avere bambini, tanto è vero che Soren viene indicato come il figlio della vecchiaia.

E come accadeva in queste situazioni erano chiamati così questi bambini nati tardi che erano

malaticci, venivano chiamati Tarati e non fa eccezioni, era debole. Tutti questi saranno fatti

decisivi sia perché avrà grossi problemi di salute sia perché la situazione sia di salute che

familiare condizionerà la religiosità di Kierkegaard e perché sarà abbastanza complesso il

rapporto che avrà con il padre.

Nel 1830 Kierkegaard si iscrive alla facoltà di teologia e non sarà uno studente modello, ci

metterà 10 anni a laurearsi perché era molto disordinato nel modo di studiare e si faceva

distrarre, la sua fortuna sarà di avere alle spalle un padre che riuscirà a mantenerlo. Nel 1838

pochi mesi prima che il padre stesso morisse avviene un fatto che nei dialoghi chiamato “il

grande terremoto” secondo il quale si pensa che Kierkegaard avesse capito le incoerenze di

un padre che aveva idealizzato, per alcuni storici era venuto a conoscenza del tradimento

paterno, prima che questo morisse, per altri questo terremoto era legato a delle crisi di fede,

che questo padre aveva mostrato, il grande terremoto viene segnato come un anno di svolta e

descrive la rottura decisiva con questa figura paterna. Kierkegaard inizia la sua vita più tardi,

si laurea nel 1840 con una tesi sull’ironia socratica, intraprende una storia con un’aristocratica,

Regina Holsen, figlia di un consigliere di stato, una ragazza molto più giovane di lui e anche

questo fidanzamento sarà molto travagliato perché Kierkegaard era una persona irrequieta e

sempre insicura, mette più volte a repentaglio la sua storia, fino a concluderla malamente e

siccome era figlia aristocratica, non gliela perdona e verrà bersagliato nella piccola

Copenaghen. A nulla servirà il tentativo di farsi perdonare, dopo aver pubblicato molti libri

morirà nel 1855 ormai malato e debole. Una vita abbastanza semplice ma che fa tutt’uno la sua

filosofia, vita di una persona fragile, le sue debolezze vanno dagli insuccessi dello studio, al

rapporto complesso con il padre. Ne parla nelle pagine dei diari.

Il tema del padre parte da Flauber che vede la morte del padre una vera liberazione, a Kafka, è

ripreso da molti scrittori. Kierkegaard è espressione della fragilità negli studi, della sua

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debolezza nel reggere i rapporti, e anche il travaglio nelle relazioni amorose. Kierkegaard non

firma i suoi testi, utilizza sempre degli pseudonimi:

• il suo testo importante “Enten-Heller” (dentro o fuori) dal 1842 è firmato da uno

pseudonimo che è Victor Eremita,

• quando scriverà articoli sul giornale, lo pseudonimo sarà Johannes Climacus.

• L’altra sua opera principale che è “Timore e tremore” verrà firmata con Johannes et

silentio.

• Altro testo “In vino veritas” verrà firmato da Frate taciturnus, e

• “La ripetizione” viene firmato come Costantium Costantinus.

Secondo alcuni era un modo per allontanarsi con quel distacco che solo la finzione letteraria

consente, di allontanarsi dalla vita reale, modo per vivere altre vite, quasi per esorcizzare il

vissuto tormentoso,

1. questi pseudonimi erano una via di fuga perché consentivano di entrare in altri

personaggi, ed è importante perché la finzione letteraria è una sorta di farmaco in

Kierkegaard.

2. L’altra ipotesi è legata al fatto che un po’ per la sua reputazione compromessa dopo la

fine del fidanzamento, Kierkegaard cerca di trovare la forma più semplice di dire quello

che voleva senza essere riconosciuto nella società in cui viveva.

3. È stata avanzata una terza ipotesi secondo la quale è soltanto attraverso lo

pseudonimo, la finzione che si può dire la verità, è come se noi senza spogliarci della

nostra identità siamo condannati ad essere prigionieri e non potessimo dire il vero, lo

pseudonimo diventa una sorta di filtro che ci permette di essere noi stessi, la vita come

un costante trasvestirsi, è un’immagine che userà Kierkegaard.

CONCEZIONE DI MASSA

Era stato oggetto di scherzi e vignette e di satire, soprattutto su un giornale umoristico che

aveva come titolo il Corsaro ed era stato oggetto di derisione, e quindi lui matura un’idea molto

negativa della massa, una idea che lo porta ai margini, la definisce così “un informe ammasso

di gente in cui i singoli sono solo esemplari che non fanno altro che esprimere la specie” a

indicare la tendenza della massa all’ omologazione che non è altro che perdita di

soggettività, si rinuncia a realizzarsi come individui. Oltre alla fuga rappresentata dalla

scrittura, un’altra via di fuga sarà la religione, cos’era la religione per lui? Kierkegaard era stato

educato al rigore della religiosità del padre, intransigenza paterna, lascia la visione paterna

della religione e fa sua una visione del cristianesimo collegandola ai suoi vissuti nel senso che

lui sente di vivere la vita come un martire, le sofferenze che attraversa sono espressione di

martirio, anche le debolezze le vede come un martirio, e la fede è fondamentale ed anche

espressione della fragilità dell’uomo, è una fede travagliata, non è sicura, è frutto di cose

buone ma anche causa di timore. La figura che presenta questo tipo di fede è proprio il

protagonista di “Timore e tremore” che è Abramo a cui viene chiesto di sacrificare Isacco, suo

figlio, e tutto il discorso ruota attorno a questo con una valenza filosofica ed etica

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fondamentale. Viene chiesto di sacrificarlo dal Dio, e lo fa diventando assassino, ma è come

se il timore fosse bilanciato da una fede talmente forte, che l’avrebbe salvato, lui sceglie di

assecondare il comando di Dio, con una fede di dio. La fede di Kierkegaard è una fede

travagliata, è una fede che esige sacrifici, è un Dio che nutre, che dà speranza, è una

contraddizione in termini.

Altro testo importante è “L’esercizio del cristianesimo” del 1850, e anche in questo discorso

come nei “Discorsi edificanti”, Kierkegaard attacca violentemente la chiesa danese, in

particolar modo prima il vescovo Mynster e Montersen, suo professore di teologia. Li attacca

perché sono portatori di un regime staccato dal reale e quasi disumano, oltre che per alcuni

elementi di corruzione interni alla chiesa, muore a 42 anni, gli ultimi mesi era caduto per perdite

di coscienza.

Qual è il punto di partenza della filosofia di Kierkegaard? È visto come l’anticipatore dell’

esistenzialismo, parte da Fichte ed Hegel, però rispetto a loro, coglie sia nel soggetto di Fichte

che nella filosofia dello spirito di Hegel, un pensiero eccessivamente astratto, un pensiero

anche quando si tratta del soggetto legato al principio logico di identità che è troppo lontano

dalla realtà, in qualche modo Kierkegaard fa sua la critica per cui il pensiero di Hegel e quello

di Fichte erano distanti dalla realtà materiale, fa suo questo tipo di concetto, ma critica in modo

originale, a lui non importa che Fichte ed Hegel fossero distanti rispetto alla realtà materiale,

se la realtà materiale si traduce in un soggetto di quello che mangia e in Marx la classe sociale,

non vuole riportare il discorso alla concretezza. A lui interessa un’altra questione, Fichte ed

Hegel sono troppo distanti da lui, il soggetto concreto non è tanto il soggetto fisico, è i suoi

vissuti, le sue esperienze, i suoi sentimenti, un soggetto concreto fatto dalle sue

esperienze di vita, unico e irripetibile, ognuno di noi ha i propri obiettivi, non si può mai

parlare di universale, non si può parlare di una razionalità come Hegel, ma neanche di soggetti

materiali che sono comunque qualcosa di iter-soggettivo. A lui interessa il soggetto nei suoi

vissuti e lo distingue dall’ aut aut, cioè il fatto che ognuno di noi, costantemente ogni giorno

in ogni momento sceglie, e questa scelta che ognuno di fa, dalle più piccole alle più grandi

cose è ciò che ci rende unici, l’aut aut è la cifra dell’uomo, la libertà di scelta, ciò che ci rende

unici e ci rende soggetti.

La critica di Kierkegaard ruota soprattutto attorno a questo Possibilità come

concetto di soggetto concreto che deve essere recuperato, categoria si incastra tra

soggetto unico e irripetibile, ogni soggetto si determina in base essenza ed esistenza

ai propri vissuti e i propri vissuti sono qualcosa di irripetibile,

l’elemento decisivo in Kierkegaard è la libertà di scelta, è la

possibilità che ognuno di noi ha sulle nostre scelte, la scelta secondo Kierkegaard è una scelta

aut aut ma in realtà ogni scelta nasce da una infinita gamma di possibilità e la categoria

della possibilità è proprio una categoria che Kierkegaard introduce e che va a costituire la

cifra dell’essere umano, la possibilità come categoria va, secondo Kierkegaard si va ad

incastrare tra l’essenza e l’esistenza e ciò fa sì che nell’essenza si passa all’esistenza, che ci

sia qualcosa di differente, è la possibilità di ciò che fa passare dal particolare, l’essenza che

ci accomuna tutti è per esempio l‘humanitas, la possibilità di scegliere ci fa esistere in

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modo totalmente diverso gli uni dagli altri, ognuno di noi realizza l’ universale in modo

unico, irripetibile, è la categoria della possibilità che determina l’esistenza. I filosofi greci

si erano basati sull’essenza, avevano cercato di individuare l’essenza dell’uomo, approdando

concetti astratti, una cosa simile aveva ripreso Hegel per quanto cercando di far coesistere,

l’elemento universale con la spiritualità. Altra cosa però rispetto La categoria della

a questo modo di rappresentare l’essenza è ex-sistere, emergere possibilità determina

dallo sfondo, riusciamo a emergere dallo sfondo grazie alla l’esistenza e anche la

possibilità di esistere, è questa categoria della possibilità che nostra libertà

fonda la nostra libertà che si fonda ed emerge con il concetto di

responsabilità, se noi non avessimo la libertà di scegliere tra le opzioni possibili, e se non

avessimo la categoria della nostra soggettività noi non potremmo parlare di responsabilità,

siamo responsabili delle nostre scelte perché abbiamo la libertà costante di scegliere. Il

rovescio della medaglia è che, se questa possibilità che è la nostra libertà di scelta che risulta

decisiva, è anche il motivo per cui noi siamo costantemente angosciati, è il motivo da cui

deriva la nostra perenne angoscia. Questo è un Ma così siamo responsabili

qualcosa di abbastanza particolare, il nostro essere delle nostre scelte e questo

liberi ci fa da un lato come soggetti provare il crea una costante angoscia

massimo senso di onnipotenza, siamo gli unici ad

essere liberi, abbiamo quasi una sorta di ubriacatura di ogni potenza di fronte all’idea della

nostra libertà, ma la stessa onnipotenza è portatrice della massima angoscia perché si

sceglie una sola opzione e questa consapevolezza ci angoscia, ci fa vivere una sorta di

paradossale sensazione in cui la massima libertà diventa anche la nostra frustrazione, il

nostro stesso limite, la causa della nostra sofferenza, il motivo della nostra instabilità e

sicurezza, l’aut aut che descrive questa categoria della possibilità, è contemporaneamente

questi 2 elementi

Forza e fragilità, imprigionati nelle nostre scelte, noi siamo le nostre scelte, grazie a queste

diventiamo individui storici, soggetti che si determinano nel tempo, dove la nostra storia

sono i vissuti e sono le decisioni che abbiamo preso e di cui siamo responsabili nel bene

e nel male. Il discorso si concretizza in 3 o 4 momenti che sono 3 alternative che Kierkegaard

propone e sono 3 stadi o 3 alternative sono:

1. Lo statico estetico

2. Lo stadio etico

3. Lo stadio religioso

Sono 3 paradigmi di vita differenti, Kierkegaard parla anche di stadi, lo stadio etico e religioso

perché noi possiamo passare anche all’interno della nostra vita da una fase all’altra,

l’andamento di questa crescita non è come la dialettica hegeliana che si ripete, per spiegarci

questi modelli di vita differente, parla di stili di vita e li analizza come separati. Lavoro della tesi

di dottorato. “Sul concetto di ironia in riferimento costante a Socrate” 1841, parte da un

discorso che è una sorta di confronto, di atti di somiglianza tra Cristo e Socrate. Giasper

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scriverà un libro che si intitola: “Socrate, Buddha, Confucio e Gesù”. Kierkegaard si ferma tra

Cristo e Socrate dove utilizza come fonti sia Platone che Senofonte e recupera la figura di

Socrate soprattutto per l’elemento dell’ironia ma come lo collega questo discorso dell’ironia

all’ aut aut ecc.? Secondo Kierkegaard, l’ironia è in qualche modo, ha la funzione dell’ antitesi

in Hegel,

• l’ironia è ciò che consente di contrapporre una verità, a un pregiudizio, a una

convinzione il suo opposto mettendo quella verità in dubbio, dissacrandola,

togliendole quell’aura di verità che costituisce il rovesciamento,

• ed è ciò che consente di rovesciare qualsiasi affermazione recuperando la libertà di

giudizio, quello che sostiene è che l’ironia si accompagna sempre al dubbio,

• il riso si accompagna alla capacità di togliere sacralità a dei concetti dati per certi

assunti in modo dogmatico, non messi in discussione, e in questa chiave

• l’ironia è importante perché consente al soggetto di stare a cavallo di un confine, con

un piede all’interno della società in cui vivo e accetto le opinioni comuni, ascolto

l’opinione di massa e con l’altro piede, mi pongo al di fuori dello stesso confine, vado

oltre, metto in discussione le certezze della mia socialità, apro nuove strade,

• mi consente di essere ambivalente di essere presente e assente, e Kierkegaard

probabilmente vede proprio nell’ironia la possibilità di rigettare l’omologazione della

società di massa e questo atteggiamento è anche auto ironico e ci consente di aprirci al

dubbio e alla scelta libera delle opzioni, anche se è uno scritto giovanile, ha un ruolo

importante l’ironia.

In contemporanea escono altri testi sull’ironia:

- 1855 esce un saggio interessante di Baudelaire, è sul riso, teme il riso, all’interno di

questo saggio esprime questa convinzione, il saggio non ride se non tremando, cosa

intende dire? Il riso, secondo lui, causa inquietudine e quasi un elemento satanico,

deforma anche il volto, e deriva da una sorta di tracotanza che noi narcisisti abbiamo

che il riso mette a repentaglio. Il senso di superiorità è messo a repentaglio dal riso e

quelli più superbi, sono proprio i dittatori, che, come pazzi, sono convinti della loro

superiorità e temono il riso, temono di essere derisi. Il saggio, pertanto, quando ride e

trema, perché il riso a partire dal ridere su sé stessi è sempre la riscoperta della

propria fragilità e vanità, del proprio essere passeggeri. Il saggio ride tremando perché,

quando ride, ride di sé stesso, e di sé stesso riscopre il lato grottesco, che è dato dal

prendersi sul serio quando si è degli esseri fragilissimi e passeggeri.

- 1900 esce un saggio il riso di Bergson, fa tutt’altro discorso rispetto a Baudelaire, cerca

di capire che cosa ci fa ridere, e dice che uno degli aspetti che ci fanno ridere è

l’elemento meccanico che si contrappone all’elasticità della vita, intende che una delle

cose che maggiormente ci fa ridere sono gesti automatici che fanno emergere in noi

l’uomo macchina trasmettendoci una rigidità nei comportamenti che configge con

quello che è la vita e che è disordinata, l’esempio che lui fa è quello dei mimi, lo usa per

spiegare, movimenti meccanici che contrastano con il concetto di vitalità. Dietro questo

meccanismo ci sono altri lati più celati, il mimo nella sua rigidità e meccanicità ci

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suscita una profonda pietà e per ridere bisogna essere c

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Sintesi

Filosofie a confronto


Interessante la biografia, una vita abbastanza normale, che è stata decisiva nel condizionare il suo pensiero, un ruolo decisivo lo ha avuto Michael suo padre, dedito inizialmente alla pastorizia faceva parte dei Fratelli Moravi, era quasi una setta religiosa di predicatori ambulanti che giravano nelle parrocchie più sperdute a pronunciare i loro sermoni, discorsi ai danesi in luoghi di periferia, ed erano discorsi che ruotavano sul senso dell’inferno, sul valore del dolore, e sulla necessita di un risveglio spirituale. Da giovane si era trasferito a Copenaghen e lì, dopo essersi occupato di pastorizia, in un ambiente rurale aveva trovato occupazione in una maglieria, nella fabbrica di uno zio, e poi aveva fatto una sua scalata, aveva messo vicino un po’ di soldi, si era messo in affari, e aveva intrapreso questa attività commerciale senza abbandonare l’interesse allo studio. Nel 1794 il padre si era sposato ma solo dopo 2 anni la moglie era morta senza avergli lasciato eredi, e qualche mese dopo era rimasta incinta la serva e questo Michael si era sposato con la serva, da questa serva avrà 7 figli, l’ultimo dei 7 sarà Kierkegaard. Quando nasce il padre aveva 56 anni e la madre 44, per il tempo era una età molto avanzata per avere bambini, tanto è vero che Soren viene indicato come il figlio della vecchiaia. E come accadeva in queste situazioni erano chiamati così questi bambini nati tardi che erano malaticci, venivano chiamati Tarati e non fa eccezioni, era debole. Tutti questi saranno fatti decisivi sia perché avrà grossi problemi di salute sia perché la situazione sia di salute che familiare condizionerà la religiosità di Kierkegaard e perché sarà abbastanza complesso il rapporto che avrà con il padre.
Nel 1830 Kierkegaard si iscrive alla facoltà di teologia e non sarà uno studente modello, ci metterà 10 anni a laurearsi perché era molto disordinato nel modo di studiare e si faceva distrarre, la sua fortuna sarà di avere alle spalle un padre che riuscirà a mantenerlo. Nel 1838 pochi mesi prima che il padre stesso morisse avviene un fatto che nei dialoghi chiamato “il grande terremoto” secondo il quale si pensa che Kierkegaard avesse capito le incoerenze di un padre che aveva idealizzato, per alcuni storici era venuto a conoscenza del tradimento paterno, prima che questo morisse, per altri questo terremoto era legato a delle crisi di fede, che questo padre aveva mostrato, il grande terremoto viene segnato come un anno di svolta e descrive la rottura decisiva con questa figura paterna. Kierkegaard inizia la sua vita più tardi, si laurea nel 1840 con una tesi sull’ironia socratica, intraprende una storia con un’aristocratica, Regina Holsen, figlia di un consigliere di stato, una ragazza molto più giovane di lui e anche questo fidanzamento sarà molto travagliato perché Kierkegaard era una persona irrequieta e sempre insicura, mette più volte a repentaglio la sua storia, fino a concluderla malamente e siccome era figlia aristocratica, non gliela perdona e verrà bersagliato nella piccola Copenaghen. A nulla servirà il tentativo di farsi perdonare, dopo aver pubblicato molti libri morirà nel 1855 ormai malato e debole. Una vita abbastanza semplice ma che fa tutt’uno la sua filosofia, vita di una persona fragile, le sue debolezze vanno dagli insuccessi dello studio, al rapporto complesso con il padre. Ne parla nelle pagine dei diari.
Il tema del padre parte da Flauber che vede la morte del padre una vera liberazione, a Kafka, è ripreso da molti scrittori. Kierkegaard è espressione della fragilità negli studi, della sua debolezza nel reggere i rapporti, e anche il travaglio nelle relazioni amorose. Kierkegaard non firma i suoi testi, utilizza sempre degli pseudonimi:
• il suo testo importante “Enten-Heller” (dentro o fuori) dal 1842 è firmato da uno pseudonimo che è Victor Eremita,
• quando scriverà articoli sul giornale, lo pseudonimo sarà Johannes Climacus.
• L’altra sua opera principale che è “Timore e tremore” verrà firmata con Johannes et silentio.
• Altro testo “In vino veritas” verrà firmato da Frate taciturnus, e
• “La ripetizione” viene firmato come Costantium Costantinus.
Secondo alcuni era un modo per allontanarsi con quel distacco che solo la finzione letteraria consente, di allontanarsi dalla vita reale, modo per vivere altre vite, quasi per esorcizzare il vissuto tormentoso.
1. Questi pseudonimi erano una via di fuga perché consentivano di entrare in altri personaggi, ed è importante perché la finzione letteraria è una sorta di farmaco in Kierkegaard.
2. L’altra ipotesi è legata al fatto che un po’ per la sua reputazione compromessa dopo la fine del fidanzamento, Kierkegaard cerca di trovare la forma più semplice di dire quello che voleva senza essere riconosciuto nella società in cui viveva.
3. È stata avanzata una terza ipotesi secondo la quale è soltanto attraverso lo pseudonimo, la finzione che si può dire la verità, è come se noi senza spogliarci della nostra identità siamo condannati ad essere prigionieri e non potessimo dire il vero, lo pseudonimo diventa una sorta di filtro che ci permette di essere noi stessi, la vita come un costante trasvestirsi, è un’immagine che userà Kierkegaard.

Concezione di massa


Era stato oggetto di scherzi e vignette e di satire, soprattutto su un giornale umoristico che aveva come titolo il Corsaro ed era stato oggetto di derisione, e quindi lui matura un’idea molto negativa della massa, una idea che lo porta ai margini, la definisce così “un informe ammasso di gente in cui i singoli sono solo esemplari che non fanno altro che esprimere la specie” a indicare la tendenza della massa all’ omologazione che non è altro che perdita di soggettività, si rinuncia a realizzarsi come individui. Oltre alla fuga rappresentata dalla scrittura, un’altra via di fuga sarà la religione, cos’era la religione per lui? Kierkegaard era stato educato al rigore della religiosità del padre, intransigenza paterna, lascia la visione paterna della religione e fa sua una visione del cristianesimo collegandola ai suoi vissuti nel senso che lui sente di vivere la vita come un martire, le sofferenze che attraversa sono espressione di martirio, anche le debolezze le vede come un martirio, e la fede è fondamentale ed anche espressione della fragilità dell’uomo, è una fede travagliata, non è sicura, è frutto di cose buone ma anche causa di timore. La figura che presenta questo tipo di fede è proprio il protagonista di “Timore e tremore” che è Abramo a cui viene chiesto di sacrificare Isacco, suo figlio, e tutto il discorso ruota attorno a questo con una valenza filosofica ed etica fondamentale. Viene chiesto di sacrificarlo dal Dio, e lo fa diventando assassino, ma è come se il timore fosse bilanciato da una fede talmente forte, che l’avrebbe salvato, lui sceglie di assecondare il comando di Dio, con una fede di dio. La fede di Kierkegaard è una fede travagliata, è una fede che esige sacrifici, è un Dio che nutre, che dà speranza, è una contraddizione in termini. Altro testo importante è “L’esercizio del cristianesimo” del 1850, e anche in questo discorso come nei “Discorsi edificanti”, Kierkegaard attacca violentemente la chiesa danese, in particolar modo prima il vescovo Mynster e Montersen, suo professore di teologia. Li attacca perché sono portatori di un regime staccato dal reale e quasi disumano, oltre che per alcuni elementi di corruzione interni alla chiesa, muore a 42 anni, gli ultimi mesi era caduto per perdite di coscienza.

Qual è il punto di partenza della filosofia di Kierkegaard?


È visto come l’anticipatore dell’ esistenzialismo, parte da Fichte ed Hegel, però rispetto a loro, coglie sia nel soggetto di Fichte che nella filosofia dello spirito di Hegel, un pensiero eccessivamente astratto, un pensiero anche quando si tratta del soggetto legato al principio logico di identità che è troppo lontano dalla realtà, in qualche modo Kierkegaard fa sua la critica per cui il pensiero di Hegel e quello di Fichte erano distanti dalla realtà materiale, fa suo questo tipo di concetto, ma critica in modo originale, a lui non importa che Fichte ed Hegel fossero distanti rispetto alla realtà materiale, se la realtà materiale si traduce in un soggetto di quello che mangia e in Marx la classe sociale, non vuole riportare il discorso alla concretezza. A lui interessa un’altra questione, Fichte ed Hegel sono troppo distanti da lui, il soggetto concreto non è tanto il soggetto fisico, è i suoi vissuti, le sue esperienze, i suoi sentimenti, un soggetto concreto fatto dalle sue esperienze di vita, unico e irripetibile, ognuno di noi ha i propri obiettivi, non si può mai parlare di universale, non si può parlare di una razionalità come Hegel, ma neanche di soggetti materiali che sono comunque qualcosa di iter-soggettivo. A lui interessa il soggetto nei suoi vissuti e lo distingue dall’ aut aut, cioè il fatto che ognuno di noi, costantemente ogni giorno in ogni momento sceglie, e questa scelta che ognuno di fa, dalle più piccole alle più grandi cose è ciò che ci rende unici, l’aut aut è la cifra dell’uomo, la libertà di scelta, ciò che ci rende unici e ci rende soggetti.
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