Concetti Chiave
- L'Italia avvia un'espansione coloniale nel 1911, motivata dalla necessità di nuovi territori per gestire la tensione demografica e l'accrescimento economico.
- Le crisi internazionali del 1911, tra cui il conflitto franco-tedesco e la crisi dell'Impero Turco, creano un contesto favorevole per l'invasione della Libia.
- La conquista della Libia è vista come un'opportunità per stimolare l'industria pesante e soddisfare le richieste delle masse contadine per la terra.
- La riforma elettorale di Giolitti, avviata in parte per distogliere l'attenzione dalla guerra in Libia, porta a un aumento significativo del numero di elettori, ma suscita timori di un'alleanza con il movimento socialista.
- Le dimissioni di Giolitti segnano un passaggio a un governo conservatore che teme il radicalismo di sinistra, preferendo mantenere la stabilità politica piuttosto che affrontare le tensioni interne.
L'Italia e l'espansione coloniale?
Nel 1911 succede che finalmente l’Italia decide di diventare una potenza imperialistica, cioè decide di allargare i propri domini coloniali. L’Italia aveva bisogno di nuovi territori su cui scaricare la tensione demografica dovuta all’incremento delle nascite, all’incremento della forza lavoro e alla crescita economica.
Crisi internazionali e opportunità
Inoltre c’è una situazione internazionale favorevole in quanto nel 1911 ci sono due momenti di crisi:
- Conflitto tra la Francia e la Germania: gli incrociatori tedeschi bloccano le navi francesi nel porto di Agadir in Tunisia;
- Crisi irreversibile dell’Impero Turco: permette alla Grecia di emanciparsi e all’Italia di dichiarare guerra alla Libia, sotto l’Impero Turco.
Conquista della Libia
L’Italia parte alla conquista della Libia attraverso le due operazioni militari dello stretto del Bosforo e dei Dardanelli; i turchi non sono in grado di difendersi, quindi con il Trattato di Losanna ci prendiamo la Libia, Rodi e le isole del Dodecaneso.
L’impresa libica è un’impresa che nasce per incoraggiare l’industria pesante (armi, siderurgia…); nasce soprattutto per accontentare il desiderio della masse contadine di avere il proprio pezzo di terra.
Giolitti e la riforma elettorale
La guerra in Libia è anche un pretesto per Giolitti di scaricare sull’esterno le tensioni che cominciavano ad interessare il movimento liberale come la nuova riforma elettorale che consente il coinvolgimento delle masse nella vita politica. Si passa da 3.7 milioni a più di 8 milioni di elettori; la maggior parte degli elettori sono però rivolti a sinistra, verso il movimento socialista e questo Giolitti lo teme. Parte del rischio è disinnescato dal sistema elettorale dei collegi uninominali (eletto per circoscrizione) che favoriscono il clientelismo.
A complicare la situazione c’era poi anche lo scongelamento dei cattolici, nel senso che il non-expedit era ancora valido, però in alcuni casi il nuovo papa Benedetto XIV lo aveva attenuato. All’interno del movimento cattolico si crearono delle vere e proprie spaccature che portarono all’insurrezione popolare per opera di Romolo Murri, un artigiano che verrà poi sconfessato dalla Chiesa.
Patto Gentiloni e politica cattolica
Nel 1913 dopo la riforma elettorale di Giolitti, il Patto Gentiloni fissa una sorta di alleanza elettorale unicamente nei collegi in cui il candidato socialista rischiava di prevalere sul candidato liberale; dunque i cattolici venivano in soccorso del candidato liberale. I liberali si impegnavano, quindi, a non applicare nessuna politica sgradita alle gerarchie ecclesiastiche (finanziare le scuole cattolico-confessionali, non approvare leggi che penalizzassero la famiglia o favorissero il divorzio, garantire l’ufficialità dell’insegnamento della religione cattolica...).
Dimissioni di Giolitti e conseguenze
La politica della decantazione portò Giolitti a dimettersi per non essere influenzato e condizionato dai liberali cattolici; quindi cede il potere a Salandra, questo fu però un grave errore perché di lì’ a poco si sprofondò nel conflitto mondiale.
Ci ritroviamo, quindi con un governo conservatore che preferì “stabilizzare” la situazione piuttosto che tendere a sinistra. La svolta a sinistra era molto temuta perché significava far esplodere la tensione nel partito liberale, perché si ritiene che l’Italia non sia pronta per una svolta socialista, perché le autorità ecclesiastiche e l’ossatura dell’elettorato (imprenditori, proprietari terrieri…) non vedrebbero di buon occhio una tale inclinazione. L’altra ragione per la quale Giolitti teme una svolta a sinistra è perché a sinistra sono sempre state presenti le correnti “massimaliste” (rivoluzionari e social-rivoluzionari) come quelle di Bissolati e Bonomi.
Domande da interrogazione
- Quali furono le motivazioni che spinsero l'Italia a intraprendere un'espansione coloniale nel 1911?
- Quali crisi internazionali favorirono la conquista della Libia da parte dell'Italia?
- In che modo la guerra in Libia influenzò la riforma elettorale di Giolitti?
- Che cos'è il Patto Gentiloni e quale ruolo ha avuto nella politica italiana del tempo?
- Quali furono le conseguenze delle dimissioni di Giolitti nel contesto politico italiano?
L'Italia decise di diventare una potenza imperialistica nel 1911 per scaricare la tensione demografica e soddisfare le esigenze di nuovi territori, dovute all'incremento delle nascite e della forza lavoro, oltre alla crescita economica.
La conquista della Libia fu facilitata da un conflitto tra Francia e Germania e dalla crisi irreversibile dell'Impero Turco, che rese possibile la dichiarazione di guerra da parte dell'Italia.
La guerra in Libia servì a Giolitti per distogliere l'attenzione dalle tensioni interne e giustificare la riforma elettorale, che aumentò il numero degli elettori da 3.7 milioni a oltre 8 milioni, favorendo il coinvolgimento delle masse nella vita politica.
Il Patto Gentiloni, del 1913, stabilì un'alleanza elettorale tra cattolici e liberali per contrastare i candidati socialisti, con i liberali che si impegnavano a non adottare politiche contrarie alle gerarchie ecclesiastiche.
Le dimissioni di Giolitti portarono a un governo conservatore sotto Salandra, che preferì stabilizzare la situazione piuttosto che spostarsi a sinistra, temendo che una tale svolta potesse far esplodere le tensioni nel partito liberale.