I lezione (10 marzo 22)
Della vita di Dante dopo l’esilio non si sa quasi nulla, solo poche informazioni frammentarie. In particolare, ci sono alcuni anni, che coincidono con la stesura della Commedia, di cui non si sa niente. È il suo titolo.
Il Prof dice Commedia e non Divina Commedia perché questo aggettivo “divina” risale al 500, basandosi su una frase detta da Boccaccio, primo biografo di Dante con il Trattatello in laude di Dante, in cui dice che la Commedia è un’opera veramente divina.
Non si sa nemmeno se il titolo sia Commedia, perché non abbiamo l’autografo dell’opera, così come di qualsiasi altra opera di Dante. Abbiamo un’infinità di copie, fatte da altre persone e posteriori a Dante, e in molte di esse il titolo non c’è, in altre è chiamata Commedia. Ma non sappiamo se sia il titolo dato da Dante.
In due canti dell’Inferno Dante chiama l’opera Commedia, ma non è chiaro se intende “Commedia” come titolo o come genere letterario dell’opera.
Alcuni studiosi ritengono che si riferisca al genere letterario dell’opera, altri pensano che sia il titolo solo dell’Inferno, dato che nelle altre due cantiche non viene definita così.
Nel Paradiso, Dante la definisce Poema Sacro, ma più che un titolo sembra il genere letterario.
Dante la definisce Commedia anche nel De Monarchia, suo trattato politico in latino, e nella lettera a Cangrande della Scala, signore di Verona, a cui Dante invia una copia dell’opera, non si sa se gli invia solo una parte o l’opera completa.
Nonostante ciò, non è sicuro che questo sia il titolo effettivo dell’opera. Anche perché nel De Monarchia sembra che il pezzo in cui lui la definisce Commedia sia un’aggiunta posteriore ad opera di qualcun altro. Mentre per quanto riguarda la lettera a Cangrande alcuni ritengono che non sia opera di Dante.
I due canti scelti, appartenenti al Cerchio 7°, quello dei violenti, e 9°, dei traditori, e i personaggi in essi presenti sono accomunati dal fatto che parlando con loro Dante affronta il tema politico, uno dei temi fondamentali della Commedia e in particolare dell’Inferno. Tema a lui caro perché fu esiliato a causa della politica e proprio durante l’esilio scrisse la Commedia, la quale contiene delle profezie sulla sua vita, avvenimenti già accaduti quando lui scrive l’opera.
Il 7° cerchio, in cui vi sono i violenti, è molto complesso, è suddiviso in tre gironi e va dal 13° al 17° canto. In questo cerchio ci sono anche quelli che Dante definisce, poggiandosi alla teologia medievale e a San Tommaso d’Aquino, i contro natura, che sono tutti coloro dediti alla sessualità contro natura, tra cui ci sono gli omosessuali.
Nel 9° cerchio c’è la Giudecca, ultima parte dell’Inferno, in cui ci sono i traditori dei benefattori, i peggiori peccatori di tutti. Tra questi ci sono Giuda, traditore di Cristo e della Chiesa, e Bruto e Cassio, che hanno ucciso Giulio Cesare e traditori dell’Impero. I tre sono collocati nelle tre bocche di Lucifero, conficcato nel ghiaccio al centro della terra.
Sono i peggiori traditori perché per Dante la Chiesa e l’Impero sono due istituzioni fondamentali, che Dio ha dato agli uomini.
La Giudecca prende il nome da Giuda ma Giudecca è anche il nome che avevano i quartieri ebraici in molte città nel Medioevo. (Antisemitismo)
Dante aderisce alla leggenda secondo cui Gerusalemme fu distrutta dall’imperatore Tito per vendicare per volontà di Dio la morte di Cristo voluta dagli ebrei.
La divisione fondamentale dell’Inferno è in due parti: Dante non inventa, si appoggia a delle tradizioni ben precise, ovvero le tradizioni classiche, Eneide in primis, dove c’è una descrizione dell’aldilà perché Enea nel libro 6° esegue un viaggio nell’oltretomba, e la tradizione cristiana, non tanto la Bibbia, dove non si parla di Oltretomba, ma le tradizioni medievali, in cui sono presenti descrizioni di essa.
Poi vi sono spazi di invenzione all’interno dell’Aldilà di Dante, ma sono spazi circoscritti. Come la divisione dei peccati dell’Inferno, si ispira all’Etica di Aristotele, che non era cristiano, ma essa è alla base della morale occidentale, anche del cristianesimo, perché San Tommaso d’Aquino aveva inserito l’Etica di Aristotele alla base dell’etica cristiana.
Come detto, la divisione dell’Inferno è in due parti: due tipi fondamentali di colpa, che Dante chiama incontinenza e malizia.
La prima comprende colpe meno gravi, si arriva fino al 5° cerchio, colpe che consistono nel non sapersi frenare nell’uso dei beni materiali. Sono meno gravi perché non c’è volontà di fare del male. Queste colpe sono punite nell’Alto Inferno, in cui sono punite colpe minori.
Il Basso Inferno è quello della malizia, che nell’italiano antico è la volontà deliberata di fare del male, ad altri e a se stessi. Questa volontà si manifesta in due modi: violenza o inganno, secondo la distinzione che c’è in Aristotele e in Cicerone.
L’inganno è di due tipi: inganno verso chi non si fida e inganno verso chi si fida. Il primo tipo è la frode, tra cui c’è Ulisse, che dà consigli ingannevoli per trarne vantaggio, e se ne parla nell’8° cerchio. La frode più grave è verso chi si fida, ovvero persone a cui siamo legati da piccoli particolari. Questi si chiamano traditori perché non ingannano ma tradiscono la fiducia. È nel 9° cerchio, il più profondo, e la loro condanna è essere immersi nel ghiaccio del Cocito, allegoria del cuore freddo del traditore.
Diversamente da noi, per Dante la violenza è meno grave del tradimento. Questo dipende dalla prospettiva con cui si guardano le cose, anche all’epoca di Dante la legge puniva di più l’omicidio ma la prospettiva della Commedia non è una prospettiva giuridica ma teologica, quindi non conta la conseguenza dell’azione ma il modo in cui si è commessa quell’azione. La frode è più grave perché per commettere frode si usa la ragione, ovvero la facoltà più alta che l’uomo possiede per dono di Dio e che la distingue dagli altri esseri viventi e che dobbiamo usare per il bene. Per questo la frode è peggiore. Mentre commettere violenza è in atto deliberato ma non prevede l’uso della ragione ma l’uso della forza. Dante dice che la violenza è scatenata dall’ira e dalla cupidigia, ma non c’è un calcolo razionale che usa la ragione alla rovescia di come dovrebbe essere usata.
II lezione (11 marzo)
XI canto
La struttura dell’Inferno non viene descritta da Dante all’inizio del poema. Egli dà informazioni sulla struttura via via che Dante personaggio prosegue il suo viaggio.
La struttura dell’Inferno gli viene spiegata solo nell’11° canto, fino a questo momento Dante non la conosce, anche se alcune cose gli vengono spiegate oppure le ha intuite da solo.
Il canto 11° è un canto di passaggio tra il cerchio degli eretici e il cerchio dei violenti, qui Virgilio gli spiega la struttura dell’Inferno.
Ciò avviene attraverso uno stratagemma, cioè Dante immagina che stanno per entrare nell’Inferno profondo vero e proprio, poiché gli eretici sono dentro le mura ma ancora non sono scesi nell’Inferno più basso, e mentre stanno entrando sente un odore insopportabile e chiede a Virgilio di fermarsi un attimo per abituarsi, così Virgilio ne approfitta per spiegargli il modo in cui è strutturato l’Inferno, poiché hanno poco tempo a disposizione dato che il viaggio dura una settimana e non possono perdere tempo. Significato allegorico di ciò: il viaggio è breve così come la vita è breve, per questo non bisogna perdere tempo. La Commedia è un viaggio, un cammino che non si ferma mai finché non si arriva alla meta, ovvero Dio. Fino a questo momento non ci si può fermare perché non ci sono punti di arrivo ma solo tappe. Quindi c’è fretta, e se ci sono soste si approfitta per parlare di cose utili.
Perché Dante non chiede prima com’è fatta la struttura dell’Inferno?
Nel 1° canto Dante esce dalla selva, vede un colle su cui prova a salire ma le tre belve gli ostacolano la strada, così torna indietro e trova Virgilio che gli dice che non può salire il colle ma deve fare un giro più lungo, ovvero deve viaggiare in tutto l’Aldilà. A questo punto Dante potrebbe chiedere com’è strutturato l’Inferno. Non lo fa, ma gli chiede solo se ha le forze per fare questo viaggio, se ha l’autorizzazione divina per fare questo viaggio, dato che solo Enea e San Paolo ne hanno avuto il permesso. Lui dice di non essere nessuno dei due e Virgilio lo rassicura.
Nemmeno in questo caso è Dante a chiedere la struttura dell’Inferno ma è Virgilio che inizia il discorso. Non chiede nulla perché il rapporto tra Dante e Virgilio è un’allegoria del rapporto che, a parer di Dante, ci deve essere tra maestro e allievo. Quindi può chiedere, infatti a volte Dante chiede delle cose, ma senza esagerare, anzi aspetta che sia Virgilio a iniziare le spiegazioni.
Dante è in soggezione nei confronti di Virgilio, non fa domande continue, aspetta che sia lui a parlare. Poi andando avanti prende più confidenza e fa qualche domanda in più. Tanto meno chiede cose come queste che obbligherebbero Virgilio a un lunghissimo discorso, infatti gran parte del canto 11° è occupato dalla spiegazione.
Perché Virgilio, pagano, guida Dante nell’Aldilà e gli spiega la struttura dell’Inferno? Lui cosa ne sa?
Per rispondere a ciò bisogna tener conto della funzione retorica di Virgilio, ovvero la ragione umana. Non la ragione pura e semplice, perché in tal caso Dante avrebbe potuto scegliere un filosofo vero e proprio, come Aristotele, che incontra nel Limbo e definisce “il maestro di coloro che sanno”.
La scelta di Virgilio dipende dal fatto che Dante fa rappresentare a Virgilio la ragione consapevole dei suoi limiti, che sa che senza l’illuminazione della grazia divina non può spingersi entro certi limiti nella conoscenza e nel cammino verso la salvezza. Infatti, Virgilio, insieme a Dante, quando arriva verso la fine del Purgatorio se ne va perché la ragione senza la fede non può entrare dove la fede è richiesta. Quindi viene sostituito da Beatrice.
Per questo è una guida adatta a condurre Dante in quella parte dell’aldilà limitata, Inferno e Purgatorio, perché questi due regni rappresentano la vita dell’uomo sulla Terra.
Dante dice nel De Monarchia che Dio ha predisposto due tipi di felicità per l’uomo: la prima si può conseguire sulla Terra, durante la vita, la seconda si può conseguire dopo la morte, ed è di tipo divina.
Queste due felicità richiedono due guide: per quanto riguarda la felicità terrena sono gli insegnamenti dei filosofi, per quanto riguarda la felicità divina sono gli insegnamenti spirituali, che vengono dalla Bibbia e della Chiesa.
E Virgilio rappresenta gli insegnamenti dei filosofi.
Questi due percorsi sono affidati a due istituzioni diverse: l’Impero, che agisce secondo gli insegnamenti filosofici e costituisce una società giusta, e la Chiesa, che impartisce gli insegnamenti spirituali grazie ai quali l’uomo, dopo la morte, consegue la beatitudine. Essa è la vera meta del cristiano, quindi non ci si può limitare agli insegnamenti filosofici.
Inferno e Purgatorio, anche fisicamente, sono sulla Terra. Questo perché l’Inferno è un pozzo sotterraneo, mentre il Purgatorio è una grande montagna. Essendo sulla Terra, Virgilio va bene perché bastano gli insegnamenti filosofici. Quando poi esce dalla Terra, entrando nel Paradiso, allora Virgilio non può entrare perché quello che lui sa non basta.
Essendo l’Inferno un regno terreno Virgilio ne può parlare. Chiaramente ci sono cose che lui non può spiegare bene e lui lo sa e dice a Dante di rivolgersi a colei che prenderà il suo posto, Beatrice.
Nello spiegare l’Inferno lui si basa su Aristotele e la sua Etica, che distingue le colpe secondo parametri che il Cristianesimo aveva fatto suoi. D’altra parte il principio su cui si basa l’Inferno è la giustizia, ossia della colpa a cui segue una pena.
Versi 16-21
“Figliol mio, iniziò a dire “ci sono tre cerchi dentro questi sassi [del precipizio infernale]” che scendono di grado in grado, e che sono uguali a quelli che lasci alle tue spalle [= a quelli che hai visto fino a ora].
Tutti questi cerchietti che rimangono sono pieni di spiriti maledetti [cioè dannati, maledetti da Dio]; ma affinché poi la vista ti sia sufficiente [= ti sia sufficiente ciò che vedrai senza farmi domande], comprendi ora come e perché questi spiriti maledetti sono riuniti/ammassati dentro i tre cerchietti.
Li chiama cerchietti perché essendo l’Inferno a forma di cono rovesciato, più si va in basso, più il diametro dei cerchi si riduce.
Tutto il discorso di Virgilio è diviso in gruppi di due terzine. In queste prime due terzine ha introdotto l’argomento, restano tre cerchi, poi spiega che tipi di colpe sono punite in questi cerchi.
Versi 22-27
Lo scopo di ogni malizia, che si procura sempre l’odio da parte di Dio, è l’ingiuria, e ogni fine/scopo di questo tipo rattrista gli altri o tramite la forza o tramite l’inganno.
Ma poiché la frode è un peccato specifico dell’uomo, allora per questo più dispiace a Dio; e perciò i fraudolenti stanno sotto, i violenti, e un maggiore dolore li assale.
Virgilio spiega che in questi tre cerchi sono puniti la malizia, intesa come un danno materiale, una violenza, dicendo che essa si esplica con la forza o con l’inganno, e perché uno è più grave dell’altro. Questo è ciò che diceva Aristotele e poi è stato ripreso da Cicerone, che ne parla nel De Officiis e che Dante traduce parola per parola.
Versi 28-33
Il primo cerchio è tutto occupato dai violenti; ma poiché si può fare violenza a tre persone diverse, questo cerchio è diviso in tre gironi.
Si può fare violenza o a Dio, o a se stessi, o al prossimo, dico o in loro o nelle loro cose, come adesso udirai da me con un chiaro ragionamento.
Versi 34-45
Nel prossimo si commettono morte violenta, ferite dolorose e nei suoi beni si danno distruzioni, incendi e dannose ruberie;
per cui gli omicidi e ciascuno che ferisce violentemente, i distruttori e il ladroni, tutti costoro il secondo girone li tormenta dividendoli in varie schiere.
Si può avere mano violenta contro se stessi o contro i propri beni; e perciò il secondo girone conviene che si penta senza utilità/invano chiunque priva se stesso del vostro mondo [i suicidi], perde i soldi al gioco e fonde la sua facoltà/ricchezza, e piange dove dovrebbe essere felice.
Contro il corpo si commette la morte o le ferite, mentre contro i beni la distruzione, l’incendio, il furto.
Il verso 45 è ambiguo perché non si capisce bene se Dante si riferisce solo a chi sperpera i suoi soldi oppure anche a chi si suicida. Questa ambiguità è connaturata nella poesia perché Dante non può spiegare tutto parola per parola, non c’è tempo né spazio.
Comunque è probabile che si riferisca solo a chi perde i denari perché chi si suicida non piange, dato che è morto.
Note linguistiche
V. 24 Contrista: ovvero rattristare. In italiano vuol dire rendere tristi, mentre nell’italiano di Dante vuol dire nuocere materialmente.
V. 26: Però significa “per ciò”.
V. 31: Pone vuol dire “può”. Viene aggiunta una sillaba perché nella lingua fiorentina non si accettano i monosillabi tronchi ma si trasformano in parole piane, aggiungendo una sillaba.
V. 36: Tollette: viene dal latino “prendere”. Quindi indica il derubato.
V. 37: Omicide è un sostantivo plurale maschile. Indica gli omicidi, coloro che uccidono.
V. 37: Mal fiere ovvero chi ferisce violentemente.
V. 40: alcuni parafrasano Omo con “uomo” ma è sbagliato perché nella lingua antica omo è, in alcuni casi, una particella pronominale con valore riflessivo, corrispondente al nostro si. Quindi si parafrasa con “si può avere”.
V. 40: Violenta ha la dieresi sulla i, essa indica che la i fa sillaba da sola, perciò violenta ha quattro sillabe.
V. 42: Convien nell’italiano antico indica un’azione necessaria o inevitabile.
V. 43: qualunque priva sé del vostro mondo è una perifrasi.
Versi 46-51
Si può far forza verso Dio, per esempio negandolo col cuore o bestemmiandola, e si può far forza contro la divinità, disprezzando la natura e la sua bontà, bontà di Dio; e perciò il girone più stretto suggella il suo marchio su Sodoma e Caorsa, e coloro che parlano disprezzando Dio con il cuore [i bestemmiatori].
Disprezzando la natura e la bontà di Dio allude a due tipi di violenza: la bestemmia e la violenza contro la natura, perché essa è considerata creazione diretta di Dio. Essa è la sessualità contro natura.
Nel terzo girone è punita la violenza contro Dio, che qui è l’arte, bontà di
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