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Indice

  1. La comunicazione: relazione e non solo
  2. Cosa accompagna una buona crescita?
  3. I disturbi relazionali
  4. Le sofferenze: quali formative e quali no?
  5. La radice della sofferenza: da dove proviene?
  6. Quali sono le attribuzioni psicologiche?

La comunicazione: relazione e non solo

La comunicazione è il mezzo per relazionare, esprimere i propri pensieri, bisogni, necessità, disagio (tanto più si è piccoli, tanto più si è spontanei nella comunicazione). Il corpo è il canale privilegiato di comunicazione dei bambini, i quali possiedono modi diversi nel comunicare le proprie difficoltà). Per mantenere la sua tranquillità e renderlo felice, il bambino deve avere spazi di aggregazione a sua misura. Tuttavia, tali spazi non sono sempre disponibili e per questo motivo è importante precisare il concetto “comunicazione-relazione”, decifrando i possibili segnali di disagio del bambino (disturbi genetici, insonnia, scarso appetito, disturbo del linguaggio, disattenzione scolastica, aggressività, rabbia intesa come disturbo comportamentale) e per ogni problema di questo tipo è necessario comprenderne la radice, carica di sofferenza emotiva.

Cosa accompagna una buona crescita?

Ad accompagnare la crescita evolutiva dei bambini deve essere presente:
1. Una solida famiglia, con genitori aventi strumenti affettivi, emotivi e pedagogici necessari al proprio figlio.
2. Genitorialità sociale: Il bambino ritrovi delle persone con una capacità di gestire le loro funzioni in maniera idonea (insegnanti, amici, educatori), con le istituzioni che occupino lo spazio giusto al momento giusto.
I genitori
I genitori, con i loro figli, devono possedere canali comunicativi privilegiati, che non includono solamente la comunicazione figlio-genitori, ma anche quella tra i due membri della coppia. Se essi dovessero trovarsi continuamente in disaccordo tra di loro, non riuscirebbero a cogliere eventuali segnali di disagio nel bambino. Perciò, la condivisione del modulo educativo è fondamentale per il corretto equilibrio cognitivo ed emotivo dello stesso.

Le cause di una scorretta comunicazione familiare sono:
1. Scarsa attenzione: essa implica la distrazione genitoriale;
2. Atteggiamento giudicante, con una costante tendenza nel sovrastare l’opinione altrui, facendo emergere la prevalenza di un partner sull’altro. In questo caso il SETTING (presenza accogliente, ambiente e persone favorevoli alla comunicazione) gioca un ruolo chiave fondamentale.
Solo negli ultimi anni si è introdotta un’apertura comunicativa dedicata ai bambini, che non include la sola presenza di organizzazioni mondiali (ONU, UNICEF), ma che deve coinvolgere tutti noi nel nostro piccolo.
In che modo un bambino può manifestare un disagio?

I disturbi relazionali

I bambini sereni, educati e non capricciosi, obbediscono, mangiano adeguatamente, studiano, vivono la loro vita con tranquillità. Contrariamente al bambino avente disturbi relazionali.
Sono molteplici i modi in cui un bambino con un disturbo relazionale può esprimere il suo malessere: disturbo del sonno, tristezza nel separarsi dalla madre prima di andare a scuola, disagio nell’entrare in un ambiente a lui insicuro, rifiuto di obbedire, disturbo di alimentazione con eccesso o riduzione di appetito (molto frequente). La manifestazione del disagio è prevalentemente presente nell’ambiente scolastico: il bambino non studia, non applica le sue competenze e conoscenze, non ha un adeguato materiale scolastico, non fa i compiti a casa. Tutti questi atteggiamenti sono cause di un malessere emotivo e sociale, importanti mezzi di comunicazione non verbali. È il classico esempio di un bambino che si mette le mani sulla fronte, sul volto, sul corpo: un modo di narrare la propria sofferenza.

Le sofferenze: quali formative e quali no?

Esistono sofferenze formative, già citate precedentemente. Giusto per citarne qualcuna: sforzo nel controllo degli sfinteri, sforzo nel lasciare la mamma per andare a scuola. Queste sofferenze sono utili al bambino sia per crescere che per rafforzare il carattere, oltre che per “macinare” tutte le norme comportamentali a lui utili per adattarsi a varie situazioni.
Tuttavia, esistono sofferenze definite stress non normativi, dispensabili al bambino e legate all’alterazione dell’equilibrio familiare, personale, disagi economici, affettivi, perdite, lutti e separazioni. Queste sofferenze non hanno alcuna funzione educativa.
Esistono anche sofferenze assolutamente evitabili: bambini con sofferenze legate ad eventi che avrebbero potuto decisamente non vivere.
Dietro un preciso comportamento di un bambino, è necessario capire se esiste un segnale di sofferenza.
Sofferenze: possibili casi.

Tra i casi più frequenti di sofferenza, possiamo distinguere:
1. Maltrattamento: esso può essere sia fisico (bambino con petecchie, lividi, graffi) che psicologico (non lascia segni sul corpo, ma delle cicatrici direttamente nell’animo, nella mente e nel cuore, difficilmente riconoscibili).
2. Patologia delle cure: i bambini non vengono curati adeguatamente. Una causa può essere l’incuria da parte dei genitori che, per carenze economiche, non riescono a curare l’igiene, l’attenzione, alimentazione, vestiario). Tuttavia, alcuni bambini sono costretti a vivere con la discuria (destinati a svolgere le azioni quotidiane da soli) e i bambini vittime di percurie (i cui genitori riversano la loro ansia sul figlio, trasformando quest’ultimo nell’oggetto unico ed esclusivo delle loro cure e manifestando un’esagerata ossessione riguardo la cura e il benessere familiare).
3. Abuso sessuale: bambini abusati, sia in famiglia (il più difficile da scoprire) che in ambiente extrafamiliare (illusori perché “protettivi”).
4. Testimonianze di violenza sessuale: bambini che non vengono abusati direttamente. Essi frequentemente vivono in ambienti promiscui, in contesti nei quali assistono ad abusi perpetuati su figure a loro conoscenti. Essi presentano una fragilità emotiva esprimibile in vari modi (disattenzione, mancata comunicazione, disturbo del sonno, ecc).
Tale classificazione è artificiosa: non esiste nessun abuso fisico che non abbia degli effetti psicologici sul bambino. Viceversa, non esiste abuso psicologico che non si accompagni ad una violenza fisica.
Soltanto negli anni ’60 vennero descritte le prime forme di maltrattamento dei bambini, successivamente cause di alterazioni comportamentali (descritte precedentemente).

La radice della sofferenza: da dove proviene?

Essa può essere origine di comportamenti assunti da entrambi i genitori, oppure a uno di loro, parenti o estranei. La gran parte delle sofferenze sono rappresentate dall’ambiente domestico, mentre generalmente solo una piccola parte è manifestata in ambiente extrafamiliare.
Quali sono gli indicatori di rischio delle sofferenze?
Gli indicatori di rischio sono rappresentati da elementi di carattere sociale, relazionale e patologico.
1. Carattere sociale: bambini emarginati, poveri, emigrati. Essi vivono in famiglie (spesso monoparentali) con difficoltà economiche e lavorative, in cui ciascun membro della famiglia vive a ridosso dell’altro. Gli ambienti in cui vivono questi bambini sono generalmente promiscui e ristretti.
2. Carattere relazionale: Genitori aventi problemi psichici, con disabilità intellettiva o dipendenza da alcool e droghe. Essi non accudiscono il bambino che hanno messo al mondo, perciò sono scarsamente attenti alla sofferenza che il loro figlio può provare.
3. Carattere patologico: bambini particolarmente a rischio, che possono sviluppare disturbi di valenza comunicazionale perché nati con una malattia cronica, con handicap fisico-psichico o con difficoltà globali. Essi sono più facilmente marginalizzati, e per tale motivo manifestano le loro sofferenze comunicando il disagio con modalità diverse.
Gli eventi di vita
Gli eventi di vita possono sicuramente conseguire sofferenze. Tra questi ricordiamo:
1. Eventi avversi: separazione genitoriale, difficoltà scolastiche, trasferimenti da una città all’altra perciò cambiamenti scolastici, ambientali, relazionali, declinazioni sociali. Il modo in cui un bambino percepisce una sofferenza è correlato alla natura dell’evento che lo abbia colpito, e quando egli vive tale momento critico, la sua sofferenza aumenta.
2. Diverse fasi evolutive: dalla fanciullezza all’adolescenza, momento critico importantissimo. Sia in infanzia che in adolescenza sono presenti caratteristiche peculiari: nessuno potrà mai descrivere il profilo del bambino maltrattato perché quando un ambiente adulto trascura la sua sofferenza, il bambino risponde in maniera personale.
3. Eventi comunicativi: un bambino nasconde la sofferenza per protezione, sentendosi in colpa per ciò che ha subito. Egli effettua un tentativo di “normalizzazione” dell’evento patito. (“…forse ho colpa io, tutti i genitori picchiano i figli…”): un bambino è così un “assolutore”: egli ha bisogno di sentirsi protetto e di proteggere l’idillio familiare.

“Ogni bambino nasce con un progetto di felicità, e quando non riesce a realizzare tale progetto, è colpa di tutti”
Aggressivita’ (dal latino “adgredior”: andare verso, avvicinarsi”)
L’aggressività non è un indice di comportamento negativo, bensì rappresenta quella buona parte di energia sufficiente per crescere e superare le difficoltà del momento, andando oltre senza fermarsi al primo ostacolo. Essa diventa patologica quando è disfunzionale, eccessiva e immotivata e solo in questi casi va inquadrata dalla neuropsichiatria infantile. Un bambino aggressivo non riesce a rispettare le regole, vuole prevaricare gli altri, vuole picchiare, dare calci, urlare, facendo cose che non deve fare. Ma perché lo fa? Chi e cosa ha scatenato questa sua aggressività malfunzionante? Perché lo ha fatto?
Inoltre, alcuni bambini hanno atteggiamenti per i quali non si riconoscono disturbi comportamentali particolari, ma non contengono la loro emotività, dando libero sfogo alle proprie pulsioni. Queste azioni devono essere modulate con la crescita.

Quali sono le attribuzioni psicologiche?

A tutti questi comportamenti disfunzionali, si tende a dare delle “etichette comportamentali”, attribuendo al bambino pigrizia, svogliataggine, aggressività: è importante chiedersi il motivo del suo comportamento. Le sue difficoltà possono essere risolte da un piano di trattamento di natura psico-educativa, che riesca a mettere in moto una serie di funzioni che sembrano essere ferme o addirittura spente.

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