Problema dell'eutanasia, caso Welby
Primo decennio anni 2000: caso pilota -> caso giudiziale, corte civile e penale, legislatore e pubblico. Ha modificato la disciplina giuridica di una fattispecie, il rifiuto alle cure: fattispecie non ancora trattata: porta giudici e legislatori a trattare la fattispecie.
Stato delle cose e perché della fama mediatica
Piergiorgio Welby: 1963, a 18 anni gli diagnosticano una forma di distrofia muscolare, degenerativa. Inevitabilmente conduce alla morte, attaccando le cellule dei muscoli: arti, diaframma, cuore ecc progressivamente: è immobilizzato completamente, e poi muore. Muore per blocco respiratorio o cardiaco. Ancora non esiste una cura.
Welby cerca di vivere la sua vita al meglio.
Nel dicembre 1997 viene colpito da un blocco respiratorio, viene portato in ospedale. Ha sempre detto di voler non essere curato nel momento in cui la malattia fosse stata più grave. C'era un patto tra i coniugi, e la moglie gli aveva promesso che non gli avrebbero praticato alcuna cura. Però non se la sentì di lasciarlo morire e chiamò i soccorsi. Lui venne rianimato, si svegliò due giorni dopo bloccato e incapace di comunicare, tenuto in vita da un respiratore artificiale e alimentato con un sondino. Da quel giorno inizia una battaglia, al diritto di non essere curato, non vuole essere tenuto in vita così.
Chiese ai medici la sospensione delle cure, ma questi risposero che non potevano farlo per due ragioni: ragione di tipo deontologico, il medico non può provocare la morte del malato, principio di beneficienza: qualsiasi attività medica è orientata al bene del malato; principio di non maleficenza: non si può creare male al malato. -> ragione di tipo professionale.
La seconda ragione è di tipo giuridico, perché secondo le norme vigenti, nel caso in cui il medico avesse staccato le macchine avrebbe cagionato un omicidio.
La pretesa morale di Welby è che il malato terminale abbia il diritto di rifiutare le cure: conflitto pratico, tra diritto e morale -> la ragione escludente è la legge, che lo vieta.
Welby decide di trasformare il suo caso in uno pubblico, si iscrive ad un partito e inizia una battaglia pubblica per il rifiuto al diritto, battaglia sostenuta da alcune associazioni, ma il legislatore non interviene. A quel punto, nel 2006 va da un giudice civile, chiedendo la sospensione delle cure: chiede di emanare un'ordinanza di urgenza, art. 700 proc civile, per la sospensione delle cure. Il giudice rigetta l'istanza. Welby fa appello al presidente della repubblica, descrivendo la sua situazione: intollerabile sofferenza, privazione della sua dignità; gli chiede di intervenire, di stimolare il legislatore per porre fine alla sua sofferenza. Ma il presidente non risponde.
Quindi Welby fa un appello pubblico, chiede ad un medico di aiutarlo, di andare nella casa di cura in cui è ricoverato e di sospendere le sue cure. Il dottor Mario Riccio si presenta a Roma, e applica il protocollo medico applicato dove la sospensione delle cure era permesso, Olanda. Welby così muore.
Il PM di Roma sostiene che Riccio ha violato l'art. 579 del Codice penale, poi modificato dalla Corte costituzionale per il caso di DJ Fabo, "chiunque cagiona la morte di un uomo con il consenso di lui, viene punito da 6 a 15 anni". Il dottor Riccio ha commesso questo reato, e viene dunque accusato di omicidio consenziente. Il dottore però viene scagionato da parte di un giudice penale, non viene sanzionato.
Principio di territorialità del diritto penale: le leggi penali sono applicabili solo all'interno del territorio in cui sono valide: tuttavia questo principio ammette eccezioni, che derivano da accordi internazionali tra stati o che riguardano il fatto che a compiere una determinata azione, punibile, sia un cittadino italiano all'estero.
Questione generale
L'eutanasia ammette una valutazione morale e giuridica dipendentemente dai vari casi: nel lessico del biodiritto, l'eutanasia rientra nei problemi di fine-vita, situazioni in cui il malato, nella fase terminale, in forza dell'evoluzione medica, è posto nella condizione di poter scegliere se continuare a vivere o no, se essere curato o meno. Questa scelta dipende da un elemento tecnologico, es. respiratori, sondini ecc, che è fondamentale.
Tre diverse situazioni:
- Eutanasia attiva: il medico interviene attivamente, facendo un'iniezione letale o adottando altri tipi di tecnologia, in modo di cagionare la morte del malato attivamente, in modo tale che il malato muoia per una causa diversa alla malattia di cui soffre.
- Eutanasia passiva: il medico sospende le cure, e il malato muore a causa della malattia, nello stesso modo in cui sarebbe morto se non fosse stato curato: atto omissivo del medico.
- Suicidio assistito: il malato reca a sé stesso la morte, agisce il malato, con l'aiuto del medico, che gli fornisce dei farmaci o un apparato tecnologico che gli permette di suicidarsi.
Queste tre fattispecie sono regolate in modo diverso negli ordinamenti, ognuna protegge e lede valori diversi.
In Italia, molti criticano l'uso della parola "eutanasia" se passiva, come Stefano Rodotà: l'eutanasia passiva non è eutanasia, ma rifiuto delle cure. Il termine eutanasia dà idea di far morire qualcuno, nel lessico quotidiano ha un valore negativo. Canale non è d'accordo.
L'eutanasia attiva invece, merita di essere chiamata tale, poiché c'è un atto eutanasico.
I tre diversi tipi di eutanasia sono molto diversi tra loro.
Ragioni di tipo morale a favore e contro il riconoscimento del rifiuto alle cure
| Ragioni a favore | Ragioni contro |
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Argomento dell'autonomia: argomento principale nei paesi europei. Ogni argomento morale, corrisponde ad un ragionamento pratico. Principio di autonomia: ogni persona ha il diritto di determinare il corso della propria vita: è composto di due elementi:
La morte è un aspetto della nostra esistenza, ognuno dovrebbe avere il diritto di determinare il corso della propria morte, non spetta ad altri determinare come devo morire. Nel caso del malato terminale, si può determinare il corso della propria morte solo con l'aiuto del medico. Obiezioni: Deve essere permesso al medico di sospendere le cure quando il malato lo richiede. Welby vuole essere autonomo, il problema è di agency: vivere quella vita non è conforme al suo progetto di vita, la sua condizione è la negazione di vivere, lui desidera morire, è funzionale al suo progetto di vita, ma gli serve l'aiuto di un medico. Obbligare il medico all'interruzione delle cure, sarebbe una violazione alla sua autonomia: la richiesta di Welby non è quella di obbligare, ma di permettere a qualcuno di aiutarlo. Secondo Hume il suicidio invece non solo può essere razionale, ma a volte è doveroso: ci sono situazioni per cui il rimanere in vita è irrazionale, perché si danno situazioni in cui rimanere in vita costituisce la negazione della vitalità, della dignità; la vita può essere disumanizzante. Il suicidio così resta l'unico modo per asserire la mia libertà. Obiezioni: Condizione del malato terminale: obiezione all'argomento dell'autonomia; la condizione lo rende incapace di avere i mezzi idonei per raggiungere i propri fini: sono tendenzialmente in uno stato depressivo, oppressivo, hanno una rappresentazione della malattia che si discosta dalla realtà, la sua situazione psicologica gli impedisce di agire razionalmente e liberamente. Alcuni movimenti nei paesi anglosassoni ritengono che la solitudine del malato lo spingano al desiderio di morire: la soluzione è integrarlo nella società, che tende ad emarginarlo. Questa ragione non nega l'autonomia, ma attacca la tesi secondo cui il malato è in grado di prendere decisioni per la sua vita: non hanno capacità di intendere e di volere. Welby vuole morire a causa del dolore e perché ritiene che quella non sia una vita che vale la pena di vivere: tali percezioni sono causate da una visione distorta delle cose, a causa della sua solitudine, poiché è privato delle relazioni sociali. Se ci si prende cura del malato terminale, se lo si fa sentire importante, se lo si rende vitale, partecipe alle relazioni, queste sue percezioni possono venir meno: la condizione del malato impedisce che questo agisca autonomamente e razionalmente. Argomento della irrazionalità del suicidio: chi sostiene questo argomento sostiene che il rifiuto alle cure è suicidio, un modo per superare l'impossibilità causata dalla paralisi. Chi si suicida non si comporta razionalmente, non come un soggetto autonomo, dal momento che togliersi la vita non soddisfa alcun progetto di vita. |
Sacralità della vita: la vita umana è un fatto morale, è di per sé un bene intangibile, indisponibile, inalienabile. Uccidere un essere umano è sempre un male, quindi il medico non può sospendere le cure. Questo è un argomento sostenuto dalla chiesa cattolica romana, che sostiene che Dio ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza: la vita umana partecipa della natura di Dio, è una sua proiezione nel mondo, è il modo in cui Dio partecipa al mondo. La vita che Dio ci ha donato, non ci appartiene, non è cosa nostra: a volte è pregna di sofferenze, ma non ce ne possiamo disfare, dobbiamo seguire il disegno di Dio, che lui ha fatto per noi. Secondo alcuni la sacralità della vita è un concetto che appartiene alla concezione evoluzionistica della vita, dello sviluppo della vita e delle creature nel mondo. Sono accettate eccezioni come l'uccisione in guerra, o la legittima difesa. Ma se sono accettabili queste situazioni, la sacralità della vita non è così totalizzante come crediamo: dovrebbe esserci eccezione anche quando il soggetto crede che la propria vita non sia degna di essere vissuta. Chi sostiene il principio di sacralità della vita, distingue l'uccidere, eutanasia attiva, dal lasciar morire, eutanasia passiva: il caso di lasciar morire c'è quando il medico agisce non con l'intenzione di uccidere la persona, o di fare del male, ma minimizza gli effetti negativi dell'atto medico e gli svantaggi dell'atto medico sono proporzionali ai suoi vantaggi. Es. Tizio ha un cancro terminale, e il medico si trova davanti ad una scelta: curarlo e prolungare il più possibile la vita del paziente, ma questo soffrirà; oppure il medico può sospendere le cure, non attivando tutte le procedure mediche e limitarsi alle cure palliative e sedare il dolore del malato, che vivrà meno a lungo ma con una qualità maggiore. Nel momento in cui il medico cessa di curare, lo sta uccidendo? No. Riccio ha ucciso Welby, secondo chi sostiene questa tesi: ha agito con l'intenzione di uccidere. Accanimento terapeutico: atteggiamento del medico che adotta cure non giustificate dai vantaggi che tali cure offrono al malato, le cure sono sproporzionate alla situazione medica del malato. Il lasciar morire va preferito all'accanimento terapeutico. |
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Argomento dell'immoralità della sofferenza: argomento principale nei paesi anglosassoni. Parte da un principio morale: nessuno deve patire sofferenze inutili. Una sofferenza è inutile quando non è funzionale alla guarigione del malato: la malattia non ammette guarigione. Se il medico non può eliminare la sofferenza del malato, egli ha il dovere di sospendere le cure. Continuando a curarlo, perpetua le sofferenze del malato; in questo caso il medico è un aguzzino, dal momento che questa sofferenza sia funzionale alla guarigione, è una forma di tortura. Obiezioni: Il dolore è quasi sempre eliminabile o riducibile, medicina del dolore: se la sofferenza del malato si riduce, l'argomento della sofferenza non è più valido. Argomento della moralità della sofferenza: la sofferenza è un aspetto della vita, non sempre è un male, a volte è un bene. La sofferenza è un tipo di esperienza che accresce la consapevolezza di noi stessi, dei nostri limiti, che alimenta forme di solidarietà, mi fa diventare una persona migliore nei confronti di me stesso e degli altri. |
Argomento del pendio scivoloso: ragionamento che ritiene la sospensione delle cure pericolosa per l'intera società.
Welby chiedeva la sospensione delle cure da anni, ha sempre rivendicato quel diritto. Ma se permetto a Welby di esercitare quel diritto, andrà a finire che i medici abuseranno di questo potere e lo utilizzeranno anche nei confronti dei soggetti più deboli, diventando eliminazione sistematica di vite che ritengono non degne di essere vissute, eugenetica. Ma possono essere posti vincoli normativi, come il consenso ecc, in modo da evitare che la situazione si sviluppi in modo negativo. Una possibile situazione negativa non può essere motivo di contrazione dei diritti. |
Rodotà: consenso informato -> modalità di scelta consapevole.
Ragioni giuridiche del caso Welby
2006 parte il percorso giuridico dell'eutanasia attraverso delle decisioni giurisdizionali: il legislatore interviene per quanto riguarda l'eutanasia nel 2017, con la legge 219, in modo da colmare una lacuna presente nel periodo del caso Welby, quando la fattispecie non era disciplinata.
| Ragioni giuridiche pro | Ragioni giuridiche contro |
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Principi costituzionali impliciti: la costituzione non ne parla esplicitamente, ma i giudici hanno costruito un principio inespresso, partendo da materiali costituzionali.
L'art. 2 protegge i diritti inviolabili generali dell'uomo, tra cui il principio di libertà. L'art. 3, II comma, la repubblica deve rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana. L'art. 13 afferma che la libertà personale è inviolabile.
L'art. 32, II comma, tratta la disciplina dei trattamenti sanitari obbligatori: nessuno può subire un trattamento sanitario obbligatorio se questo non è previsto dalla legge. I trattamenti devono avvenire nel rispetto della persona umana. Il principio inespresso ricavato è stato quello del rifiuto delle cure: non si può essere curati contro la propria volontà, anche se questo porta alla morte. |
Questo è un principio inviolabile: la vita umana è un interesse collettivo, non è un bene disponibile dal soggetto. Questo è disposto da altre norme ordinarie:
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Due giudici si esprimono sul conflitto normativo
| Giudice civile | Giudice penale |
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Il giudice rigettò la richiesta di Welby di sospendere le cure. Motivazione della sentenza:
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Dopo che il dr. Riccio ha applicato l'eutanasia a Welby, il PM di Roma accusa Riccio di omicidio del consenziente. Norme-filtro: questioni decise in sede processuale sono solo quelle essenziali, si va a processo se le prove sono rilevanti. La fase preprocessuale più importante è quando interviene il GUP, il giudice dell'udienza preliminare, che decide se ci sono elementi sufficienti per andare a processo. Il GUP di Roma ritiene che non ci siano gli elementi per procedere: sentenza di non luogo a procedere. |