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Letteratura inglese 2022/2023

L'origine del teatro elisabettiano

Il teatro nel corso dei secoli

In epoca classica, si affermò il mondo del teatro, la cui struttura all'aperto si basava su una cavea costruita sfruttando il dorso delle colline e prevedeva un'orchestra in cui recitavano gli attori. Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente e con l'avvento del Cristianesimo, iniziò un periodo di decadenza del teatro classico che durò dal IV al X secolo d.C. e che vide la scomparsa dei centri teatrali più importanti, come Taormina e Fèrento.

Solo a partire dall'XI secolo il teatro rinacque con la Chiesa, rispettando nuove esigenze: l'obiettivo era rappresentare eventi della liturgia per diffondere il Verbo anche tra gli analfabeti. I chierici, in qualità di attori dilettanti, recitavano nell'altare oppure in apposite nicchie all'interno delle cappelle (strutture a edicola), ciascuna delle quali si focalizzava su una precisa scena (ex. prima cappella = flagellazione, seconda cappella = crocifissione). Il pubblico, per poter assistere alle rappresentazioni, doveva dunque muoversi da una cappella all'altra, ma in seguito ci si spostò nelle piazze dove le diverse scene venivano rappresentate progressivamente nelle varie edicole.

Tempo dopo, vennero inventati dei carri trainati da buoi per mettere in scena drammi incentrati sulle moralità con protagonista il cosiddetto ''everyman'', combattuto tra la virtù e il vizio. Gli attori non appartenevano più al mondo ecclesiastico, bensì erano membri delle corporazioni, le quali rappresentavano ognuna delle scene precise. Queste forme drammaturgiche iniziarono poi a essere mostrate nelle piazze del mercato, dove in determinate ore venivano innalzati dei palchi con tende e botti e tre lati su cui si stabiliva il pubblico.

Nel corso del '500, nacquero delle vere e proprie compagnie teatrali con attori professionisti (ex. la Commedia dell'Arte rivolta a un pubblico popolare e che si spostava da un luogo all'altro) e, con l'arrivo di eruditi fuggiti a seguito della caduta di Costantinopoli e rifugiatisi soprattutto a Firenze, avvenne una rinascita in Italia del teatro classico => nel 1585 il classicista Palladio progettò a Vicenza il Teatro Olimpico, creando una cavea, un palcoscenico, un'orchestra e una scenografia raffigurante le Sette Vie di Tebe con scene apposite per la tragedia e la commedia. In questi teatri si rappresentavano drammi antichi oppure ispirati alla tradizione classica.

Teatro olimpico di Palladio

L'avvento del teatro elisabettiano

Nel 1576, in Inghilterra, durante il regno della regina Elisabetta I, l'impresario edile James Burbage, appassionato di teatro, notò il grande successo delle messe in scena rappresentate durante le feste nelle piazze e che erano in grado di mettere a contatto tutte le classi sociali e decise di costruire una struttura apposita. Nacque così il primo teatro inglese, 'The Theatre', che consisteva in una struttura polivalente con un'arena e una serie di palchi per proteggere gli spettatori: la struttura poteva servire sia per le messe in scena drammaturgiche sia per i combattimenti tra animali (quest'ultimi erano una fonte sicura di investimento, a differenza del teatro fisso a pagamento che avrebbe potuto fallire da un momento all'altro).

I palcoscenici erano smontabili, essendo inizialmente sorretti da assi e botti, creando una forma quadrata o rettangolare, e in una delle estremità veniva creata una parete dietro alla quale gli attori si cambiavano. Inoltre gli spettatori pagavano il biglietto per entrare, a differenza degli spettacoli di piazza in cui si faceva l’elemosina.

Ben presto il ''Theatre'' si affermò come teatro a tutti gli effetti, portando alla costruzione di altre strutture, come ''The Curtain'', ''The Rose'' e ''The Globe'', situati soprattutto nella zona di Southwark e nelle ''liberties'', ossia zone di confine che consistevano in una specie di sobborghi promiscui, e alla nascita di importanti compagnie, quali ''The Admiral's Men'' del Rose (con Christopher Marlowe come drammaturgo principale e Philiph Henslowe come investitore, il cui diario rappresenta una significativa testimonianza del teatro elisabettiano) e ''Lord Chamberlain's Men'' nel Globe (con Burbage come investitore, il figlio come attore principale e William Shakespeare come massimo drammaturgo). Queste compagnie si mantenevano da sole, godendo però della protezione di figure illustri in modo da ottenere anche la livrea (la divisa), seppur non stipendiati da essi.

Caratteristiche principali del teatro elisabettiano

  • Assenza di un confine tra attori e pubblico per favorire l'interazione, no sipario;
  • Pubblico misto e pochi attori per ciascuna compagnia;
  • Pochi costumi ed elementi scenografici (ex. balcone e sottopalco);
  • Assenza di una divisione in atti e scene (aggiunti in seguito per comodità del lettore eseguendo le regole del classicismo) dovuta a una scrittura frettolosa e soprattutto rottura delle regole aristoteliche (ex. presenza di un coro che commenta e spiega l'antefatto, unica azione di 24 ore nello stesso luogo, personaggi di alto lignaggio e forma in versi per la tragedia e personaggi di ceto medio-basso e forma in prosa per la commedia). Se per Aristotele il dramma (mimetico), a differenza dell'epica (narrazione diegetica), doveva svolgersi in un solo giorno, in un unico posto e in un'unica azione a causa della presenza di attori in carne e ossa che recitavano in modo verosimile uno spettacolo di poche ore, invece gli elisabettiani sostenevano che anche assistendo a una rappresentazione in presa diretta era possibile immaginare e immedesimarsi nei personaggi;
  • Fusione commedia-tragedia e fantasia-storia;
  • Tecnica del doubling (lo stesso attore poteva interpretare parti diverse);
  • Giovani attori per i ruoli femminili (solo dalla seconda metà del '600 le donne poterono recitare);
  • Uso di un linguaggio in versi ma non in rima per i personaggi eruditi e in prosa per quelli di basso rango;
  • Uso del pentametro giambico (formato da 5 coppie di sillabe, di cui la prima non accentata), già utilizzato da Chaucer nei ''Canterbury Tales'' e da Shakespeare nei suoi sonetti. Tuttavia, se in queste due situazioni era rimato, invece nel teatro elisabettiano la rima venne eliminata per conferire maggiore realismo al dramma. => blank verse. Il pentametro giambico non rimato venne inventato dal conte di Surrey per tradurre l'Eneide di Virgilio, essendo quest'ultima non rimata né nella forma originale né nelle traduzioni cinquecentesche. Nel blank verse i versi hanno un totale di 10 sillabe e tra una coppia e l'altra vi è sempre una pausa.

Molte opere elisabettiane sono andate perdute, ma possiamo conoscere i loro titoli grazie al cosiddetto ''Registro degli stampatori'', voluto dalle compagnie per registrare le entrate e le uscite. Prima della pubblicazione, si era soliti aspettare la fine delle rappresentazioni per poi pubblicare i drammi in due formati: in quarto (più economico) e in folio (ex. ''Amleto'' di Shakespeare fu pubblicato dapprima in due edizioni in quarto e poi solo nel 1623, dopo la morte dell'autore, apparve per la prima volta in folio).

Contesto storico

Dopo la caduta di Costantinopoli, molti intellettuali di formazione platonica fuggirono principalmente verso Firenze, portando con sé opere greche e latine e fondando un nuovo approccio alla cultura: Studia Humanitas. Si affermò così il periodo dell'Umanesimo, caratterizzato dalla riscoperta dei testi classici, dalla nascita della disciplina filologica e dalla diffusione di una nuova visione dell'uomo e del mondo. Tra i maggiori umanisti, possiamo ricordare Marsilio Ficino, il quale trovò il Corpus Hermeticum, una raccolta di scritti attribuita ad Ermete Trismegisto e considerata per molto tempo un'opera risalente all'Antico Egitto (solo in seguito si scoprì essere stata realizzata tra il II-III secolo d.C.). In essa, vi era un'idea di sincretismo, basata sulla compresenza tra elementi platonici e cristiani e dunque si riteneva che Cristo e Platone seguissero la stessa linea di pensiero.

Ficino scrisse ''Teologia Platonica'', in cui affermava che un tempo ci fosse un mondo ideale eterno e ordinato (corrispondente all'anima) che in seguito si sarebbe diviso in più parti presenti nel mondo fenomenico e inserite in corpi appesantiti destinati al decadimento. Questa idea sarebbe simile a quella cristiana, secondo cui sarebbe esistito un Paradiso terrestre, poi scomparso a causa di un peccato commesso dai nostri antenati che lo avrebbe portato a diventare un insieme di entità fenomeniche. Tuttavia, queste entità sarebbero ancora dotate di una parvenza spirituale legata alla perfezione iniziale e per questo dopo la morte essa si ricongiungerebbe al mondo delle Idee.

Secondo i neoplatonici, anche nelle cose più infime esisterebbe una particella di essenza divina e, per questo motivo, l'uomo, grazie alla sua mente, sarebbe in grado di indagare su quello che sta aldilà del disordine, del mondo fenomenico => uomo al centro del mondo e dotato del libero arbitrio (ex. in base a questa ideologia, Michelangelo avrebbe tirato fuori dal marmo pesante l'idea che si celava dietro al ''Davide''). Perciò iniziò a crollare l'idea medievale di una gerarchia dall'alto verso il basso.

Un altro importante umanista, Pico della Mirandola, scrisse ''Orazione sulla dignità dell'uomo'', secondo cui Dio avrebbe creato prima le essenze spirituali, poi il mondo fenomenico con un posto ben preciso e infine l'uomo che sarebbe persino più felice degli angeli e degli astri, in quanto in grado di comprendere sia il mondo ideale che fenomenico e, in base a ciò, capace di diventare bestia (vita nel peccato) o essenza spirituale (vita morale) a suo piacimento. Nel primo caso, diventerebbe un'essenza materiale completa e appesantita, mentre nella seconda opzione si farebbe simile a Dio. Dunque la sua dignità dipende da sé stesso, essendo libero.

Christopher Marlowe

Riguardo la sua vita, esistono poche documentazioni. Si ipotizza fosse nato nel 1564 a Canterbury, figlio di un ciabattino, laureandosi a Cambridge grazie all'intervento della regina, nonostante l'opposizione del rettore a causa di un viaggio a Reims (luogo in cui si recavano i cattolici esuli dall'Inghilterra ormai divenuta a maggioranza anglicana). La regina lo difese affermando che Marlowe sarebbe andato a Reims per svolgere un incarico sotto la Corona inglese, per questo motivo si pensa fosse una spia e che la sua morte prematura, avvenuta nel 1593, non fosse causata da una semplice lite da osteria. Marlowe fu il primo a usare il blank verse a teatro e, oltre a scrivere drammi, si dedicò anche alla traduzione di opere latine e alla composizione di poesie ed un epillio (ossia un poema epico di natura amorosa). Tra i suoi principali drammi, menzioniamo ''Tamburlaine The Great'', ''Doctor Faustus'', ''Edward II'' e ''The Massacre in Paris''.

''Tamburlaine The Great'' e ''Doctor Faustus'' sembrano apparentemente l'uno il contrario dell'altro. Nel primo il protagonista Tamburlaine diventa emblema del Rinascimento, uomo di successo all'interno di un'opera che, più che una tragedia, appare come un dramma eroico, mentre nel secondo il personaggio principale è Faustus, il cui desiderio è quello di diventare un semidio al punto da vendere la propria anima al Diavolo per ottenere il potere, la ricchezza e la conoscenza infinita, risultando però nel corso del dramma un personaggio quasi comico.

Tamerlano il Grande

Il dramma di Marlowe prende spunto da un personaggio realmente esistito, un certo Timur E Lang (Timur lo zoppo), proveniente dalla Mongolia e divenuto noto nel '400 poiché da pastore riuscì a creare in breve tempo un potente impero, conquistando la Persia e rischiando di spingersi fino all'Occidente. Le vicende del personaggio storico erano viste come una parabola: uomo che aspira a qualcosa più grande di lui fino a essere punito => tragedia della tracotanza. Inoltre, la sua figura fu paragonata a quella di Attila, di cui il ''flagello di Dio'' del Vecchio Testamento si serviva per punire i fedeli ingrati.

Nel libro vi sono altri elementi biblici, come il richiamo all'Assedio di Babilonia: il giorno prima della guerra, Tamerlano si chiude in una tenda bianca (simbolo della possibilità per tutti di arrendersi), il giorno dopo in una tenda rossa (simbolo che solo i soldati sarebbero stati uccisi, risparmiando donne, bambini e anziani) e il terzo giorno in una tenda nera (simbolo del massacro totale, tanto da arrivare a uccidere persino delle vergini mandate dai nemici per cercare di dissuaderlo).

Questi temi furono ripresi da Marlowe ma modificati per presentare un'idea moderna, legata all'ottica dell'Umanesimo-Rinascimento di fine '500. L'opera, che essenzialmente consiste in un dramma ripetitivo dall'inizio alla fine con un personaggio monolitico ed emblematico, è suddivisa in due libri, di cui il secondo fu composto per replicare il successo del primo.

Prologo primo libro = Marlowe attacca il teatro dell'epoca (''poeti pagati da pagliacci''), esprimendo la volontà di raccontare qualcosa di diverso. Viene annunciata la fine tragica di Tamerlano, il quale si presterebbe bene alla tragedia della tracotanza, essendo un pastore sciita che riesce a elevarsi fino a diventare re per poi morire. In realtà, però, il primo libro non si conclude con la sua morte, ma al momento del suo massimo successo.

Prologo secondo libro = l'autore spiega il motivo che lo ha spinto a scrivere una seconda parte, attraverso la quale ci accorgiamo che il primo libro consiste in un vero e proprio dramma eroico (non storico perché Tamerlano viene proiettato in un contesto ideologico di fine '500) e che alla fine il Fato non punisce il protagonista, in quanto morirà semplicemente per cause naturali come altri (a differenza per esempio del ''Riccardo III'' di Shakespeare, in cui il sovrano, visto come una figura demoniaca, viene sconfitto dall'angelo buono, ossia dal suo successore).

Già dai primi versi emerge l'idea platonica del mondo in quanto si sostiene che la nostra anima sia in grado di comprendere l'architettura del mondo. Il dramma si apre con i personaggi di Micète, re di Persia, e del fratello Cosroe, desideroso di spodestarlo. Infatti, Cosroe ritiene che la causa della decadenza del regno sia dovuta all'inadeguatezza di Micète, nato mentre governavano Cinzia (Luna) e Saturno senza né Giove (Sole) né Mercurio.

Secondo la filosofia astrologica medievale la Luna e Saturno avrebbero mandato solo influssi negativi a coloro nati sotto tali segni e dediti ad attività materiali, come la politica (Marte come astro ideale). Lo stesso Marsilio Ficino si rese conto di essere nato sotto l'influsso di Saturno, arrivando a sostenere che i nati sotto questo segno sarebbero stati ottimi intellettuali (Saturno come astro ideale). Riguardo a ciò, George Chapman, nel poema ''The Shadow of Night'', analizzò questa doppia condizione di Saturno: negativa per coloro che agiscono alla luce del giorno (i politici) e positiva per coloro che operano di notte (i pensatori, gli intellettuali, che tra l'altro vivrebbero nella malinconia).

Per questo Cosroe cerca di assoldare Tamerlano per sconfiggere il fratello e diventare il nuovo re. Questo personaggio, prima di entrare in scena, viene descritto da Menafonte, al servizio di Cosroe, come un uomo che ''porta sulla fronte figure di fama e di miracoli'', proporzionato, alto come ''la sua divina ambizione'', dalle spalle ''talmente larghe da sopportare il peso del mondo'', dalla testa ''come una perla che vale più del mondo'', dagli occhi penetranti, dalla pelle bianca e dai capelli ricci e biondi come Achille => già attraverso questa descrizione ci rendiamo conto della grandezza di Tamerlano e dunque questa azione serve a stimolare l'immaginazione del pubblico.

Di fronte a questa descrizione, Cosroe, essendo emblema dell'uomo medievale, reagisce sostenendo che questa meraviglia derivi dalle stelle (''porta sulla fronte del suo oroscopo i segni della fama''), ma allo stesso tempo si lascia scappare il fatto che sia Padrone del Destino e Re degli uomini (elementi prolettici che introducono idee nuove e rappresentate proprio da Tamerlano).

Per contrastare la minaccia fraterna, Micète manda contro i due nemici un esercito guidato da Theridanes, il quale tuttavia rimarrà affascinato dal carisma di Tamerlano al punto da entrare al suo servizio. Il grande guerriero, alla fine del II atto del I libro, riesce a sconfiggere Micète per poi ribellarsi allo stesso Cosroe, diventando infine re di Persia.

Nel corso delle varie vicende, Tamerlano affronterà tre sfide principali: le monarchie, i numi e le divinità. Nella prima parte, si definisce come il flagello della sua divinità (IV atto IV scena), la quale è sia trascendente che immanente e piena di furia vendicativa e a cui chiede di osservare le sue azioni. Marlowe, attraverso il suo personaggio, vuole criticare le religioni secolari (qui spostate sul piano islamico in quanto non poteva attaccare pubblicamente anche il Cristianesimo), sostenendo l'esistenza di Dio che si presenterebbe in varie manifestazioni terrene, creando superstizione. Tamerlano è un riformatore

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/10 Letteratura inglese

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Daniela.Ricino di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura inglese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi della Tuscia o del prof Viviani Valerio.
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