Storia economica e sociale dell'età moderna
Una forma più moderna di storia intende la storia politica, che riguarda gli stati. Successivamente si è cominciato ad ampliare il panorama, cominciando a pensare che la storia potesse essere non solo la storia politica, e dai primi decenni del XX secolo si venne a sviluppare la storia economica e sociale.
Concetti di storia economica
Per storia economica si intende l’agire economico degli uomini nel tempo, quindi essa prende in considerazione sia sul piano pratico che teorico il modo in cui gli individui, le organizzazioni, le società del passato gestirono i processi relativi allo sfruttamento delle risorse naturali, alle produzioni e poi la distribuzione di beni e servizi. Perciò, possiamo dire che i concetti principali della storia economica e sociale sono quelli di: commercio, distribuzione e consumo di beni o servizi.
Vediamo, quindi, che l’agire economico configura una lettura della storia diversa da quella politica. In questo caso si va, per esempio, a guardare le fonti contabili (es. libri contabili) e le epistole (molto famose quelle di Messer Datini).
Impatto della popolazione sull'agire economico
L’agire economico, tra l’altro, è influenzato anche dalla popolazione, poiché gli andamenti di questa influenzano a loro volta gli andamenti economici. In questo contesto sono importanti da citare le gerarchie sociali, in cui possiamo distinguere le società di tipo ascrittivo (in cui non vi è mobilità sociale, si nasce e si muore con un unico status sociale) dalle società più mobili, ossia quelle società in cui funzionano gli ‘ascensori sociali’ (ossia in cui si può migliorare/peggiorare la propria condizione sociale).
Mutamento e permanenza delle strutture economiche
Quando parliamo di storia dobbiamo considerare che tutte le realtà che la costituiscono devono essere articolate cronologicamente, e quindi parlando della storia economica bisogna tener conto di mutamento e permanenza delle strutture economiche. Alcuni mutamenti particolari avvenuti nella storia sono:
- La nascita delle societas > compagnie utili a sostenere viaggi e spese economiche;
- La nascita delle banche;
- La creazione delle assicurazioni per ovviare all’aleatorietà dei viaggi in nave (ciò si vide a Venezia dopo l’affermarsi della pratica del nolo marittimo);
- L’invenzione delle lettere di cambio (per evitare i rischi del trasporto del denaro contante) > il credito è una fase fondamentale, poiché senza credito non vi sono investimenti, per quanto riguarda l’economia moderna; ma secondo la mentalità economica medievale, la parte di restituzione (che è un interesse) ‘nascosto’ nella lettera di cambio è bollato come usura, e quindi proibito.
Crescita economica vs sviluppo economico
Molto importante è sottolineare la differenza che vi è tra crescita economica e sviluppo economico:
- Crescita economica > l’aumento (quantitativo) del volume dei beni e dei servizi prodotti. I tre principali fattori produttivi sono: terra (intesa non solo come terra da coltivare, ma anche come materie prime), lavoro e capitale. Essa è reversibile, di fatti senza salti di qualità la crescita economica può regredire (come nel caso dello sviluppo del capitalismo mercantile, fase in cui, già prima dell’ondata di peste del XIV secolo, si conosce un rallentamento dovuto al fatto che la crescita non era basata su mutamenti qualitativi, ma sulla messa a coltura di terreni marginali, chiamati così poiché erano destinati a non produrre i frutti sperati a lungo termine). Prevalentemente si misura la crescita economica con il PIL (Prodotto Interno Lordo), che è l’insieme delle quantità prodotte in un anno in uno Stato. Un’altra misura che si utilizza è quella di dividere il PIL per abitante (PIL pro capite), per capire bene come questo sia distribuito;
- Sviluppo economico > la crescita qualitativa accompagnata dal mutamento delle strutture (es. non metto più terra a coltura, ma trasformo i metodi di coltura, per cui quelle stesse terre mi renderanno di più). Esso non è reversibile, o lo è ma solo in caso di cataclisma. Ergo: lo sviluppo economico implica cambi di carattere qualitativo nelle modalità di produzione e distribuzione rispetto alle quali tornare indietro non è un’opzione contemplata.
Progresso e sviluppo economico
Per valutare se allo sviluppo economico corrisponda un progresso, c’è da farsi alcune domande, come per esempio come si distribuisce il reddito, come viene trattato l’ambiente o come viene rispettata la persona.
Il capitalismo
Molto importante, parlando dello sviluppo economico, è l’affermazione del capitalismo. Esso può essere interpretato nella maniera marxiana, ossia inteso come forma di produzione in cui il capitale è l’elemento base dell’organizzazione economica (che prende il posto della terra). Secondo Marx, il capitalismo è quindi inteso come i rapporti di produzione tra chi detiene la proprietà dei mezzi di produzione e chi fornisce il proprio lavoro (non totalmente remunerato).
Vi sono altri modi di intendere il capitalismo, per esempio, secondo Werner Sombart, esso è la sintesi tra lo spirito di avventura/iniziativa e lo spirito borghese del calcolo e della razionalità. Secondo Weber, esso è, invece, la soddisfazione industriale dei bisogni attraverso la ricerca del profitto.
Molto importante, parlando in questo contesto è il concetto di struttura. Per Marx le strutture sono i rapporti di produzione. Mentre per Braudel le strutture non sono altro che fenomeni di lunga durata, che a volte appaiono quasi immobili (es. le rotte mercantili, che cambiano lentamente e durante periodi molto lunghi).
Il sistema demografico europeo
Il sistema demografico dell’Ancien Régime fu caratterizzato da un alto tasso di natalità (= la percentuale di nati ogni 1000 abitanti), pari al 45 per mille, e di pari passo vi era un alto tasso di mortalità (= la percentuale di morti ogni 1000 abitanti), pari a 35 per mille. All’interno del tasso di mortalità, una parte di questa percentuale era costituita dai nuovi nati (si parla perciò di mortalità infantile). Possiamo dire, dunque, che su 1000 neonati, ¼ moriva entro il primo anno e solo la metà riusciva a sopravvivere fino ai 10 anni di vita, e questo avveniva a causa dei sistemi di nutrizione che facevano sì che madre e neonato andassero incontro a problemi, dovuti spesso anche dalle condizioni igieniche (quindi l’esposizione a fattori patogeni). Considerati i tassi di alta mortalità, le aspettative di vita alla nascita andavano dai 25 ai 30 anni.
In tempi in cui vi erano guerra, carestia o malattie tendeva ad innalzarsi il tasso di mortalità per uno o più anni e ci si trovava in presenza di crisi di mortalità (= fenomeno che si manifesta quando il tasso di mortalità cresce in maniera sproporzionata) che potevano raggiungere tassi molto alti (200-400 per mille). Per citare un esempio, nella Napoli del Seicento, considerata una delle città più popolose del secolo in Europa, a causa dell’ondata di peste del 1656, si stimò un tasso di mortalità del 500 per mille. Lo stesso anno a Genova si registrarono tassi di mortalità simili, pur essendo essa una città meno popolata rispetto a Napoli.
Contributo di Thomas Malthus
Parlando del tasso di alta natalità è molto importante citare Thomas Malthus, pastore protestante vissuto durante il Settecento, che parlò del rapporto tra popolazione e risorse. Egli espresse l’opinione secondo la quale il rapporto tra popolazione e risorse alimentari è un rapporto che in meglio periodo tende ad essere svantaggioso per la popolazione, poiché secondo lui la popolazione cresce a ritmi geometrici, mentre le risorse crescono a ritmi aritmetici; si crea, quindi, un divario (o un punto di crisi) tra risorse che non seguono la crescita della popolazione e la popolazione stessa, e questo ‘gap’, secondo Malthus, si può colmare con una necessaria caduta della popolazione.
Lo studioso, si rivolse ad interpretare le esperienze del passato, soprattutto la difficile situazione prodottasi nel Seicento, in cui vi erano state in alcune regioni Europee nell’area mediterranea dei cali demografici. Mentre, il secolo in cui scrive è un periodo nel quale la crescita della popolazione non subisce arresti. Quindi, la visione malthusiana è utile come interpretazione storica, ma non è utile/veritiera per le visioni future dal Settecento in avanti. Molto importante è dire che i dati sulla popolazione durante questo secolo sono dati ricavati su approssimazione, di fatti si parla in questi casi di stima ‘a forchetta’, ossia una stima che oscilla tra un valore minimo ad un valore massimo. I demografi storici, inoltre, lavoravano utilizzando i registri parrocchiali, soprattutto dopo il concilio tridentino, che obbligava i parroci a registrare gli stati delle anime; quindi, non sono rilevamenti demografici, ma hanno utilità dal punto di vista demografico poiché forniscono dati relativi alla natalità, alla mortalità e al tasso di nuzialità.
Andamenti demografici del 1300 e 1500
Il primo abbassamento demografico si ha nel 1300 (quindi prima della peste) poiché la crescita della popolazione, che si verificò durante la fase del capitalismo mercantile, aveva toccato il suo limite non essendo accompagnata da cambiamenti qualitativi nella produzione; per recuperare i livelli precedenti di popolazione a seguito di ciò e della pandemia ci volle l’inizio del 1500, e per un secolo si ebbe una crescita significativa della popolazione seguita da un’ulteriore fase di arresto nel corso del 1600 in alcune aree dell’Europa.
Teoria di Malthus
Facendo un passo indietro, dunque, nella teoria di Malthus si evince che il rapporto tra risorse e popolazione doveva essere regolato e vi erano due modi per farlo: o vi era una regolazione cosciente (per cui coscientemente la popolazione limitava la sua potenzialità di crescita, proprio per non incorrere in crisi alimentari), o vi erano dei fattori che, al di là della volontà della popolazione, agivano per ridurla. Quindi, si parla di freni repressivi (quando erano regolazioni non volontarie) e freni preventivi (quando erano regolazioni volontarie).
Freni preventivi
Per Malthus, i freni preventivi erano:
- Nubilato > la fertilità era legata ad un’età circoscritta tra i 15 ai 45 anni, è importante dire ciò poiché il tasso di fertilità era legato al tasso di nuzialità. I demografi storici appurarono che il tasso di nascite illegittime (fuori dal matrimonio) era molto basso (2-5 per mille). Le donne, inoltre, si sposavano in media tra i 24 e i 26 anni, riducendo di una decina di anni il loro potenziale riproduttivo. Quindi, innalzare l’età del matrimonio era un modo per ridurre la capacità di procreazione in date popolazioni, e l’innalzamento fu messo in atto per aspettare che si fossero avute le risorse sufficienti per metter su una famiglia senza correre rischi. Il tasso di procreazione Europea oscillava tra i 3 e i 5 figli. Si calcola, inoltre, che tra il 10-20% delle donne non si sposavano, per molti fattori quale, per esempio, l’entrata nei conventi;
- Età al matrimonio > ritardare l’età matrimonio significa diminuire la potenzialità riproduttiva. Sono da tenere in conto, inoltre, gli intervalli intergenesici, ossia i periodi in cui la donna non è fertile dopo il parto, che ovviamente influiscono anche sulla potenzialità riproduttiva.
- Fattori biologici > Un altro fattore incisivo era la stagionalità delle nascite: si cercava di far nascere i bambini in alcuni periodi dell’anno in cui vi era maggiore abbondanza delle riserve alimentari (es. dopo la raccolta del grano). Incideva anche la stagionalità dei lavori, che portavano all’allontanamento dei mariti, che andavano a fare la semina o la raccolta per guadagnarsi il salario. Un’altra causa di non fertilità è il periodo dell’allattamento. Vi erano poi l’amenorrea post-parto (=incapacità di avere il regolare ciclo dopo il parto), l’amenorrea da sottonutrizione (frequente nei periodi di carestia) e gli effetti delle malattie infettive (peste, tifo, ecc…), che non curate adeguatamente andavano ad influire sulla fertilità.
- Fattori culturali > ad incidere erano anche divieti religiosi (es. Quaresima, periodo nel quale bisognava astenersi dalle pratiche mirate alla procreazione);
- Aborto, infanticidio, abbandono di neonati.
Freni repressivi
Invece, i freni repressivi sono:
- Le crisi di mortalità > fino al 50 per mille si parla di “piccole crisi” di mortalità (causate magari da malattie stagionali come l’influenza). Sopra il 400 per mille si hanno le “grandi crisi” di mortalità. I fattori che inducono alle crisi di mortalità sono: la guerra, le carestie e le epidemie, che sono perciò incidenti sulla crescita demografica. È importante citare Carlo Cipolla, grande storico ed economista, che mise in relazione questi tre fattori: le guerre causavano il passaggio dei mercenari, che requisivano i beni alimentari, distruggevano i raccolti e portavano le malattie. È bene specificare, inoltre, che quando parliamo di carestia non parliamo di mancanza di cibo, ma di cibo che diventa più caro, e conseguenzialmente una parte della popolazione si ciba di meno o peggio (qualitativamente).
Dopo le crisi di mortalità, i demografi hanno constatato che vi è la ricostituzione delle unità riproduttive (chi rimaneva vedovo/a si risposava) e questo portava a picchi di natalità. Rilevante è dire che la velocità del recupero è indice della gravità della crisi: tanto più lungo è il recupero, tanto più forte sarà stata la crisi di mortalità portata dall’epidemia. C’è da dire, però, che ovviamente in contesti socio-economici più sviluppati, le dinamiche di recupero sono più veloci rispetto a contesti socio-economici meno sviluppati. Dopo le crisi di mortalità vi è un aumento di matrimoni, il ciò porta alla ricostruzione di unità riproduttive, che ovviamente portano alle nascite.
Le ragioni delle grandi crisi di mortalità sono:
- Il regime alimentare > esso è messo in corrispondenza alle crisi di sussistenza. Sotto quest’ottica la sottoalimentazione porta ad una maggiore vulnerabilità alla malattia;
- Le malattie/epidemie (malaria, tifo, sifilide, ecc…) > dopo il 1347/1350 non si parla più di pandemia ma di epidemie locali, la differenza tra queste due è che la pandemia riguarda spazi molto ampi, almeno continentali, mentre l’epidemia è circoscritta ad una regione più o meno vasta.
Le epidemie andavano ad impattare soprattutto le città, ma dal Seicento esse ebbero un impatto anche sulle campagne, questo punto è molto importante poiché le campagne sono la riserva di popolamento delle città, e soprattutto esse lavorano per le città, quindi l’impatto fu più duro. A seguito delle crisi di mortalità del Settecento (che colpirono soprattutto le realtà mediterranee non avendo impatti altrettanto forti in altre parti del nord Europa), si ha una crescita della popolazione senza freni. I motivi di questa crescita non sono dati dall’aumento della fertilità, quindi da un maggiore tasso di natalità (di fatti secondo i dati a nostra disposizione, i tassi di natalità in questo periodo si abbassano per svariati fattori quali per esempio le conseguenze dovute all’industrializzazione nell’Ottocento), ma si ha una diminuzione della mortalità (anche intesa come mortalità infantile), dovuto anche al fatto che non si hanno grandi crisi di mortalità.
Fattori di crescita demografica del XVIII secolo
Quindi, per riassumere, potremmo dire che la crescita demografica del XVIII secolo è dovuta a:
- Un fattore esogeno > vi fu una minore incidenza delle malattie infettive;
- Eserciti più disciplinati > cominciarono ad esserci battaglie più mirate (scontri campali), l’esercito divenne regolare e diminuirono i mercenari;
- Alimentazione > cominciò ad esserci una migliore organizzazione nella distribuzione alimentare;
- Migliore organizzazione medica.
I numeri di accrescimento annuo sono pari a:
- Dal 1000 al 1300 > 2,6 per mille l’anno;
- Dal 1200 al 1348 > 8,5 per mille l’anno;
- Dal 1500 al 1750 > 2 per mille (limitato all’1,7 per mille) l’anno;
- Dal 1700 al 1850 > 5-15 per mille l’anno.
La novità del XVIII secolo, dunque, è il mantenimento del potenziale di crescita.
Cinquecento: la fine del primato italiano come economia guida
Molto importante è il concetto di economia guida, ossia l’economia che durante un dato periodo riesce a prevalere sulle altre economie poiché riesce ad utilizzare i fattori (terra, lavoro e capitale) della produzione in maniera più efficiente, riuscendo a produrre beni che hanno migliori qualità e costi minori. L’economia guida non rimane fissa nel tempo, di fatti vediamo che:
- Tra il XII e il XVI secolo > essa è caratterizzata dall’economia dell’Italia centro-settentrionale e delle Fiandre;
- Tra il 1600 e il 1700 > essa è simboleggiata dall’economia dei Paesi Bassi settentrionali;
- Tra il 1750 e il 1870 > essa è simboleggiata dall’economia dell’Inghilterra.
Nel 1650 c’è già una prima inclinatura, che vediamo con il primo dei “Navigation Acts”, ossia una legge che restringeva la possibilità di commerciare con i porti inglesi.
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