STORIA ECONOMICA
CHE COS’E’ LA STORIA ECONOMICA?
La storia economica è una disciplina specialistica che studia gli avvenimenti economici del passato
e del presente in uno o più paesi.
Si è sviluppata come campo autonomo tra gli anni Trenta e Settanta del Novecento, rispondendo
alle stesse domande dell’economia — cosa produrre, come produrre, come distribuire — ma con un
approccio diverso.
Questo diverso metodo di indagine ha portato la storia economica a definirsi come disciplina
autonoma, spesso in rapporto conflittuale con l’economia, più concentrata su modelli e
previsioni.
Oggi esistono due principali orientamenti:
una storia economica tradizionale, attenta alle fonti e alla loro rappresentatività;
• un’economia storica, più interessata alle comparazioni e alle generalizzazioni.
•
STORIA ECONOMICA ED ECONOMIA - DIFFERENZE:
Lo storico economico ha un approccio diacronico, cioè osserva i fenomeni nel tempo, mentre
l’economista e il sociologo hanno un approccio sincronico, analizzando i fenomeni mentre
accadono.
Lo storico descrive e interpreta (spiegazione): vuole comprendere il passato nella sua
• complessità.
L’economista costruisce modelli e leggi con valore predittivo (dato X succederà Y)
→
• (previsione).
Il metodo dello storico:
Lo storico agisce come un detective del passato: raccoglie indizi e cerca risposte.
Il suo lavoro si articola in varie fasi:
1. Individuazione e raccolta delle fonti
2. Analisi critica attraverso:
◦ Decifrazione
◦ Interpretazione del contenuto
◦ Verifica dell’autenticità
◦ Valutazione dell’attendibilità 1 of 174
Tipologie di fonti:
False con contenuto falso (es. la Donazione di Costantino)
• Genuine ma con contenuto falso (es. dichiarazioni dei redditi)
• Genuine e veritiere (le più affidabili)
•
Le fonti quantitative, fondamentali nella storia economica, richiedono particolare cautela: vanno
confrontate tra loro per individuare errori o distorsioni (come nel caso di contrabbando o
emigrazione clandestina). LO SVILUPPO ECONOMICO
IL SUCCESSO ECONOMICO DEI PAESI:
Solo pochi paesi nel mondo hanno raggiunto un livello di sviluppo elevato e duraturo.
Si considerano “pienamente sviluppati” quelli con un PIL pro capite a parità di potere d’acquisto
(PPA) pari ad almeno due terzi di quello degli Stati Uniti.
Dalla fine dell’Ottocento al 2024, il numero di questi paesi è passato da 8 a 18, quasi tutti
appartenenti all’Europa occidentale o sue proiezioni extraeuropee (USA, Canada, Australia,
Nuova Zelanda).
Le economie emergenti, come i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica che assommano
oltre 3,3 miliardi di abitanti) , nonostante tassi di crescita elevati, restano ancora lontane dai livelli
dei paesi sviluppati.
Ad esempio nel 2024:
Cina: 31,5% del PIL pro capite USA
• Russia: 55%
• Brasile: 26%
• India: 13%
•
Disuguaglianze globali:
Negli ultimi decenni il divario tra paesi ricchi e poveri si è ampliato.
Nel 1960 il PIL pro capite USA era 38 volte quello del paese più povero; nel 2024 oltre 90 volte.
Questo perché nei paesi più poveri la crescita economica è stata neutralizzata dalla forte crescita
demografica.
Esempio: nel 2024 il PIL pro capite di Singapore era 159 volte quello del Burundi.
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Il caso della Cina:
Negli ultimi trent’anni, la Cina ha registrato la crescita economica più spettacolare.
Nel 2024:
PIL PPA: 38.189 miliardi di dollari, primo al mondo;
• PIL nominale: 18.740 miliardi, quasi al livello degli Stati Uniti.
•
Cina e USA insieme rappresentano il 43% del PIL mondiale.
LA CITTA’ COME CHIAVE DI LETTURA:
Nel corso dei secoli, il centro del primato economico mondiale si è spostato più volte:
Dalla Cina medievale all’Europa mediterranea (XIII-XIV secolo);
• Poi al Nord Europa (XVII-XVIII secolo);
• In seguito al Nord America (XIX-XX secolo);
• Infine di nuovo verso l’Asia orientale, con Giappone e Cina.
•
Questo “pendolo della storia” mostra che nessun primato è eterno e che i centri urbani sono stati
il motore della crescita economica in ogni epoca.
L’AMBIENTE COME FATTORE DETERMINANTE:
La storia ambientale (Environmental History) studia le interazioni tra uomo e ambiente.
Si è affermata dagli anni ’70, in continuità con la tradizione delle Annales francesi (Febvre, Bloch,
Braudel).
Si concentra su due grandi temi:
Come l’ambiente ha influenzato l’uomo nel tempo;
1. Come l’uomo ha modificato l’ambiente per i propri fini.
2.
L’obiettivo non è descrivere la “natura”, ma comprendere l’interazione reciproca tra ambiente e
società umana.
Per decine di millenni, l’uomo è stato cacciatore-raccoglitore, vivendo in piccoli gruppi nomadi
senza impatti significativi sull’ambiente.
Solo con la rivoluzione agricola (ca. 8500 a.C.) l’umanità ha iniziato a trasformare gli
ecosistemi. 3 of 174
PRIMA RIVOLUZIONE ECONOMICA: L’AGRICOLTURA
IL RUOLO DELL’AMBIENTE SECONDO JARED DIAMOND:
Secondo Jared Diamond, l’ambiente ha avuto un ruolo cruciale nel determinare le differenze di
sviluppo tra le aree del mondo.
Dopo l’ultima glaciazione, solo alcune regioni (Mezzaluna fertile, Cina, alcune zone americane)
avevano piante e animali adatti alla domesticazione.
In Eurasia erano disponibili 33 piante e 9 animali domesticabili, contro 17 piante e un solo
animale nelle Americhe e in Africa.
Questa iniziale disuguaglianza (“a chi tutto e a chi niente”) ha posto le basi delle future differenze
economiche.
Clima e geografia:
Il clima ha avuto un ruolo determinante:
Le regioni temperate offrivano suoli fertili e stagioni favorevoli;
• Le tropicali erano svantaggiate da malattie, scarsa fertilità e precipitazioni irregolari.
•
L’Eurasia, orientata lungo i paralleli, ha favorito la diffusione di piante, animali e innovazioni;
Africa e Americhe, orientate lungo i meridiani, hanno incontrato maggiori ostacoli.
Catastrofi, clima e sviluppo
Le catastrofi naturali (terremoti, eruzioni, alluvioni, uragani, carestie, epidemie) hanno avuto
impatti economici enormi e distribuiti in modo diseguale.
Storicamente:
I terremoti più devastanti si sono concentrati in Asia;
• Le alluvioni più gravi (come quelle del Fiume Giallo) hanno causato milioni di morti;
• Le carestie e le epidemie hanno spesso colpito le regioni orientali e tropicali, mentre
• l’Occidente ne ha sofferto meno.
Questo ha dato all’Europa e al Nord America un vantaggio ambientale e climatico di lunga
durata.
PERCHE’ L’AGRICOLTURA E’ DECISIVA:
L’invenzione dell’agricoltura ha trasformato radicalmente la storia umana:
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Aumento della popolazione
1. Un ettaro coltivato può nutrire fino a 100 volte più persone rispetto alla caccia e raccolta.
Da 5–10 milioni di abitanti nel 10.000 a.C., si passa a circa 200 milioni all’epoca di Cristo.
Nascita delle città
2. Circa 5500 anni fa nascono i primi centri urbani (come Ur, con oltre 20.000 abitanti).
Qui si sviluppano:
la sedentarietà;
◦ la stratificazione sociale;
◦ la divisione del lavoro;
◦ l’organizzazione politica e la gestione delle risorse.
◦
L’uomo comincia così a modificare l’ambiente su larga scala, avviando un percorso che porterà —
millenni dopo — alla rivoluzione industriale e all’antropocene.
POPOLAZIONE E POPOLAMENTO
Il movimento naturale della popolazione dipende da due variabili fondamentali: la natalità e la
mortalità.
• Natalità indica il numero dei nati ogni mille abitanti ed è strettamente legata al tasso di
fecondità, che esprime il numero di figli per donna in età fertile. La natalità rappresenta quindi la
capacità di una popolazione di rinnovarsi attraverso le nascite.
• Mortalità indica il numero dei morti ogni mille abitanti. Si distingue tra mortalità ordinaria, che
si registra in anni “normali”, e mortalità catastrofica, presente in anni caratterizzati da eventi
destabilizzanti come guerre, epidemie o carestie.
Nelle società tradizionali rivestiva grande importanza anche il tasso di nuzialità, che misura il
numero di matrimoni ogni mille abitanti e condiziona indirettamente la natalità.
La dinamica della popolazione descrive l’effettivo andamento della popolazione in un dato
territorio. Essa è determinata dal risultato del movimento naturale (positivo se i nati superano i
morti, negativo in caso contrario) a cui si aggiunge o si sottrae il saldo migratorio. La popolazione
può quindi crescere anche se il movimento naturale è negativo, come accade in Italia da decenni.
La popolazione mondiale nel lunghissimo periodo:
Per secoli, la popolazione mondiale è cresciuta molto lentamente. Il caso europeo mostra alcune
tendenze significative: tra il 1000 e il 1350 si osserva una forte crescita demografica; tra il 1347 e il
1352, la peste nera provoca un crollo demografico; fino all’inizio del Settecento la popolazione
cresce lentamente e resta relativamente stabile; a partire dalla metà del Settecento, si verifica una
crescita senza precedenti. 5 of 174
Anche in Cina, uno dei paesi più popolati, si osserva una crescita simile, sostenuta dalla
straordinaria produttività del riso. La concentrazione della popolazione è influenzata dalle risaie,
che garantiscono una disponibilità alimentare costante.
In generale, fino alla fine del XVIII secolo, la crescita demografica rimane modesta sia in Occidente
(0,16% annuo tra 1000 e 1500, 0,18% tra 1500 e 1700, 0,47% tra 1700 e 1850) sia in Cina (0,11%
tra 1000 e 1500, 0,15% tra 1500 e 1700, 0,73% tra 1700 e 1850). La causa principale di questa
crescita stentata sono le frequenti crisi demografiche: senza queste, la crescita sarebbe stata
intorno all’1% annuo, ma ciò avrebbe compromesso l’equilibrio tra popolazione e risorse.
COMPONENTI DEL MOVIMENTO NATURALE:
La natalità era elevata, tra 37‰ e 45‰, con tassi di fecondità di 5-7 figli per donna. La mortalità
ordinaria era già di per sé alta, tra il 35‰ e il 40‰, soprattutto a causa dell’elevata mortalità
infantile (20-30%). In anni normali, la mortalità ordinaria era inferiore alla natalità, consentendo
una crescita demografica lenta.
A frenare la crescita demografica erano soprattutto le mortalità catastrofiche, causate dai
cosiddetti tre cavalieri dell’apocalisse: guerre, carestie, pestilenze.
Carestie: in età preindustriale i raccolti insufficienti erano frequenti a causa della bassa
• produttività agricola, delle difficoltà di trasporto e della vulnerabilità climatica. Le carestie
indebolivano la popolazione, rendendola più suscettibile alle malattie.
Pestilenze: la peste è stata la principale causa di mortalità catastrofica tra il 1300 e il 1800.
• La peste nera, tra il 1331 e il 1353, uccise circa il 65% della popolazione cinese, arrivando in
Europa nel 1347 e decimando tra il 35% e il 60% della popolazione in cinque anni. La peste
coinvolgeva bacillo, pulce, topo e uomo, ed era arginata solo attraverso quarantene e
isolamento. Malattie endemiche come vaiolo, morbillo e tifo contribuivano all’elevata
mortalità infantile.
Guerre: anche se gli eserciti erano piccoli e le armi poco distruttive, la guerra aumentava la
• mortalità indirettamente, attraverso la confisca di beni alimentari e la diffusione di malattie
dagli eserciti alla popolazione civile.
Il tasso di nuzialità regolava le nascite nelle società preindustriali, poiché fare figli al di fuori del
matrimonio non era socialmente accettato. In Europa occidentale si osservava una bassa nuzialità
(molti celibi e alta età al matrimonio), mentre in Europa orientale e in Cina la nuzialità era più
elevata, con un’età inferiore al matrimonio e meno celibi.
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Effetti della situazione demografica preindustriale:
La speranza di vita alla nascita era molto bassa.
• Prevalevano le classi di età giovane.
• La popolazione non cresceva in modo costante.
• La maggioranza della popolazione viveva in contesti rurali (80-90%).
•
Occidente e Cina, per secoli, hanno rappresentato le aree a maggiore densità e carico di
popolazione, mantenendo valori superiori alla media mondiale per millenni.
LA TEORIA DI MALTHUS:
Thomas Robert Malthus, vissuto tra il 1766 e il 1834, sviluppò la teoria secondo cui la crescita della
popolazione riduceva il reddito disponibile. In una società agricola, al crescere della popolazione,
diminuiva la disponibilità di terra e i rendimenti del lavoro, causando stagnazione della
popolazione.
Malthus considerava la natalità massima quando il reddito era elevato, e pensava che freni
preventivi (decisioni volontarie per ridurre la natalità) e freni repressivi (carestie, malattie, morti
premature) fossero i principali meccanismi di controllo della popolazione. Tuttavia, Malthus
sottovalutava il progresso agricolo (come evidenziato da Ester Boserup) e non considerava la
specializzazione, il commercio e le scelte familiari ottimizzanti.
TRANSIZIONE DEMOGRAFICA:
Tra il XIX secolo e la Prima guerra mondiale, molti paesi europei sperimentano un processo di
transizione demografica, con un aumento della popolazione dovuto alla riduzione della mortalità
e non all’incremento delle nascite.
Le ragioni del calo della mortalità sono molteplici:
Miglioramenti agricoli, nuovi territori e nuove colture; aumento della varietà alimentare e
1. dei trasporti.
Maggiore igiene urbana grazie a fognature e acquedotti.
2. Cambiamento del quadro epidemiologico: sparizione della peste e minor impatto di altre
3. malattie.
Progressi medici come la vaccinazione contro il vaiolo.
4. Cambiamenti militari: minori guerre, maggiore igiene negli eserciti.
5.
Con l’aumento del reddito, le famiglie non aumentarono il numero di figli come prevedeva Malthus,
ma si concentrarono sulla qualità dei figli e sull’aumento del costo opportunità della procreazione.
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Nuovi equilibri nella popolazione mondiale:
A partire dal XVIII secolo, la crescita della popolazione è sostenuta sia dall’industrializzazione in
Occidente sia dal recupero demografico della Cina sotto la dinastia Qing, con la popolazione cinese
che passa da 138 a 381 milioni tra il 1700 e il 1820, contribuendo in maniera decisiva alla crescita
mondiale.
Nel XIX secolo, la crescita europea e dei “Western Offshoots” (come gli Stati Uniti) riduce il peso
relativo della Cina, mentre il XX secolo vede un’esplosione demografica globale, con la popolazione
mondiale che quasi quadruplica da 1,563 miliardi nel 1900 a 6,076 miliardi nel 2000. La crescita
africana è particolarmente spettacolare, con la popolazione che aumenta di quasi otto volte tra il
1900 e il 2000.
LA POPOLAZIONE OGGI:
Negli ultimi decenni, i paesi del Nord del mondo hanno assistito a un profondo cambiamento
demografico, caratterizzato da un calo marcato della natalità e da un progressivo invecchiamento
della popolazione. Il primo fenomeno osservabile è stato il crollo della mortalità, in particolare
quella infantile, che in Italia passò dal 66,6‰ del 1951 a soli 2,6‰ nel 2023, a fronte di una
mortalità complessiva di 11,3‰.
Sono cambiate anche le principali cause di morte: nel 1931 dominavano le malattie infettive e
parassitarie, mentre oggi prevalgono le patologie del sistema circolatorio (384 morti ogni 100.000
abitanti, in calo) seguite dai tumori (296). Il 2020, segnato dalla pandemia di Covid-19, registrò un
picco di 746.146 decessi, seguito da 709.035 nel 2021, 713.499 nel 2022, 670.600 nel 2023 e
651.000 nel 2024. Questi valori rimangono comunque superiori alla media 2015-2019 di 645.619
decessi, a causa dell’invecchiamento della popolazione.
Parallelamente, il calo della natalità è stato ancora più marcato e ha avuto inizio già negli anni
Ottanta. Oggi, in Italia, il tasso di natalità è inferiore al 7‰, con un impatto evidente sul numero
dei nati vivi: dai più di un milione del 1964 (culmine del baby boom) si è passati a 576.000 nel
2008, 420.000 nel 2019, 404.000 nel 2020, 392.598 nel 2022, 376.000 nel 2023 e 370.000 nel
2024, il numero più basso dal 1861.
Questo declino riflette il drastico calo del numero medio di figli per donna, fenomeno non esclusivo
dell’Italia: tra il 2001 e il 2020, il tasso di fecondità nell’Unione Europea non superò mai 1,6 figli
per donna, attestandosi nel 2023 a 1,38, con variazioni significative tra i paesi (Italia 1,18; Spagna
1,16; Francia 1,66; Bulgaria 1,81). Anche nei cosiddetti “Western Offshoots”, nel 2023, il tasso era
basso: Stati Uniti 1,62; Nuova Zelanda 1,56; Australia 1,50; Canada 1,26. L’età media delle donne
italiane al primo figlio era di quasi 32 anni (31,6) contro la media UE di 29,7.
Le culle vuote si accompagnano a un aumento della speranza di vita, dovuto al miglioramento
dell’alimentazione, delle condizioni di vita e delle conoscenze mediche applicate alla prevenzione e
cura. Tra il 1950 e il 2000, nei paesi sviluppati la speranza di vita alla nascita passò da 66,6 a 74,9
anni, mentre a livello mondiale aumentò di quasi vent’anni, da 46,5 a 65 anni.
La Cina rappresenta un caso peculiare: nel 1960, la speranza di vita era di soli 43,7 anni, contro i
69,7 degli Stati Uniti; nel 2021, la Cina superava gli USA, con 77,1 anni contro 76,1, non solo per
l’impa
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