Storia d'impresa
La teoria dell'impresa
1. La figura dell'imprenditore
L'impresa è il motore dello sviluppo economico moderno. Non subisce passivamente le regole del mercato e della tecnologia, ma le trasforma attraverso le sue scelte strategiche.
Il problema è che la teoria economica ha sempre fatto fatica a definire con precisione chi è l'imprenditore e quale ruolo svolge. Secondo William Baumol, questo dipende da due ragioni fondamentali. Prima ragione: l'imprenditore è per sua natura dinamico e in continua evoluzione, quindi non si presta bene agli strumenti matematici tradizionali. Seconda ragione: per lungo tempo gli economisti hanno preferito studiare altre figure — prima il capitalista, poi i grandi manager delle grandi imprese — trascurando l'imprenditore. Solo verso la fine del Novecento, con la rivoluzione digitale e la riscoperta delle piccole imprese, l'interesse per l'imprenditore è tornato al centro del dibattito.
Esistono due grandi tradizioni di pensiero. La tradizione continentale europea è più attenta all'individuo e alla sua creatività. La tradizione anglosassone è più orientata a capire il sistema economico nel suo complesso, spesso a scapito della figura individuale dell'imprenditore.
1.1 La tradizione continentale
Questa tradizione nasce nell'Italia medievale e arriva fino a Schumpeter. Il suo punto di forza è che lascia spazio all'azione del singolo: l'imprenditore non è solo un ingranaggio del sistema, ma un soggetto creativo che fa davvero la differenza.
Richard Cantillon (1680-1734) è il primo a usare il termine 'entrepreneur'. Per lui l'imprenditore è chi sfrutta le differenze tra domanda e offerta, comprando a un prezzo certo e rivendendo a un prezzo incerto: è quindi chi si assume il rischio. A differenza dei salariati e dei proprietari, gli imprenditori rischiano davvero in proprio.
Nicolas Baudeau (1730-1792) aggiunge al rischio l'idea di innovazione: l'imprenditore non si limita a rischiare, ma introduce miglioramenti concreti — nell'agricoltura, nel suo caso — per abbassare i costi e aumentare la produzione. Il concetto di rischio si fonde ora con quello di miglioramento e innovazione.
Melchiorre Gioia (1767-1829) vede l'imprenditore come un intermediario fondamentale tra chi possiede il capitale e chi lavora. È il centro da cui parte il movimento economico e sociale, il canale attraverso cui le ricchezze si diffondono e si distribuiscono.
Jean-Baptiste Say (1767-1832) è il primo a sottolineare il ruolo manageriale dell'imprenditore: non è semplicemente chi fornisce il capitale, ma chi dirige e coordina la produzione. L'imprenditore è l'agente principale della produzione, deve avere giudizio e perseveranza. Say però lo colloca ancora in un contesto statico, di equilibrio. Sarà Schumpeter a dargli finalmente una dimensione dinamica.
1.2 La tradizione anglosassone
In questa tradizione l'interesse è rivolto al funzionamento del sistema economico nel suo complesso, e la figura dell'imprenditore viene spesso messa in secondo piano o addirittura ignorata.
Adam Smith (1723-1790) non distingue tra capitalista e imprenditore, semplicemente perché al suo tempo le fabbriche erano piccole e le due figure coincidevano nella stessa persona. Il proprietario era al tempo stesso imprenditore, manager e capitalista. Non c'era ancora bisogno di distinguerle.
David Ricardo (1772-1823) segue la stessa strada di Smith: vede il processo produttivo come quasi automatico, privo di scelte critiche. Il motore dello sviluppo non è la capacità innovativa dell'imprenditore ma l'accumulazione di capitale da parte del capitalista.
John Stuart Mill (1806-1873) usa per la prima volta il termine francese 'entrepreneur' in inglese, ma lo riduce a un semplice dirigente stipendiato: non ha un ruolo autonomo, è solo un manager ben pagato, al massimo coinvolto nei profitti dal proprietario.
Karl Marx (1818-1883) fa un passo avanti distinguendo tra 'capitalista attivo' — chi gestisce davvero la produzione — e 'proprietario del capitale' — chi si limita a riscuotere l'interesse. Ma alla fine anche per Marx il guadagno dell'imprenditore è solo un 'salario di controllo', un po' più alto di quello di un operaio qualificato. Marx rimane comunque nella tradizione del pensiero classico britannico.
1.3 Marshall, Knight, Schumpeter: la sintesi difficile
Verso la fine dell'Ottocento la distinzione tra le due tradizioni si fa meno netta, emergono nuove teorie e anche la figura dell'imprenditore viene reinterpretata in modo più sofisticato.
Con Walras e Pareto l'imprenditore sparisce del tutto dalla teoria dell'equilibrio generale: non è un fattore produttivo come il lavoro o il capitale, quindi semplicemente non serve nella loro costruzione teorica.
Alfred Marshall gli ridà invece un ruolo preciso: l'imprenditore è l'organizzatore della produzione, retribuito con una quota dei profitti. L'organizzazione diventa quasi un quarto fattore produttivo, accanto a terra, lavoro e capitale. Marshall è interessato soprattutto alle piccole e medie imprese, dove il confine tra lavoratore e imprenditore è più fluido e dove è più facile salire dalla condizione di operaio a quella di imprenditore.
Karl Menger getta le basi per la scuola austriaca: solo il comportamento dei singoli individui — consumatori o imprenditori — può essere oggetto di analisi scientifica. I grandi aggregati macroeconomici come il reddito nazionale non hanno solidità analitica.
Mentre Weber analizza l'idealtipo dell'impresa capitalistica razionale, Sombart tenta di rappresentare l'imprenditore capitalista come il motore dell'economia, fondendo lo 'spirito d'intrapresa' faustiano con il più disciplinato 'spirito borghese'.
Joseph Schumpeter è la figura più influente di tutta questa tradizione, al punto che ancora oggi si parla di 'imprenditore schumpeteriano' come sinonimo di imprenditore tout court. Per lui l'imprenditore-innovatore è l'anima del capitalismo, il primo motore dello sviluppo economico.
Schumpeter rompe con la teoria ortodossa e si interessa al funzionamento dinamico del sistema. Il capitalismo non è un sistema armonioso: è fatto di squilibri, crisi, esplosioni violente. Questi squilibri — i cicli economici — sono causati proprio dagli imprenditori innovatori, che introducono nuovi prodotti, nuovi processi produttivi, nuove forme organizzative. Trasformano le invenzioni in innovazioni, facendo da ponte tra scienza e mercato. Il profitto che ne ricavano è temporaneo — presto la concorrenza imiterà l'innovazione — ma è sufficiente a motivare il rischio.
Le innovazioni tendono a concentrarsi in 'grappoli' (cluster) in settori specifici, e questo spiega la natura ciclica dello sviluppo capitalista. Schumpeter identifica tre grandi onde di innovazione (le cosiddette onde di Kondratieff, di circa 50 anni ciascuna): la prima legata al tessile e alla metallurgia (1786-1842), la seconda alle ferrovie (1843-1897), la terza all'elettricità, alla chimica e all'automobile.
Il pensiero di Schumpeter ha due fasi. Nella prima fase europea è ottimista: l'imprenditore individuale è il protagonista. Nella seconda fase americana cambia prospettiva: nelle grandi imprese del capitalismo maturo il protagonista non è più l'imprenditore individuale, ma il management. L'innovazione diventa un processo organizzato e interno all'impresa, quello che oggi chiamiamo ricerca e sviluppo. Questo 'secondo Schumpeter' influenzerà profondamente Galbraith e Chandler.
Frank Knight sposta l'attenzione dal rischio — che è misurabile e copribile con un'assicurazione — all'incertezza, che invece non è quantificabile perché riguarda situazioni completamente nuove e sconosciute. Di fronte all'incertezza, la funzione dell'imprenditore è quella di prendere decisioni e assumersi la responsabilità del controllo: il profitto è la sua ricompensa per questo compito.
1.4 Dalla scuola neo-austriaca alla entrepreneurial history
La scuola neo-austriaca (von Mises, von Hayek) difende il mercato come sistema superiore perché incentiva gli imprenditori a superare i limiti produttivi esistenti. La chiave è la conoscenza: chi ha più informazioni degli altri non si comporta da price-taker ma cerca di manipolare il mercato a suo vantaggio. Il profitto nasce proprio da questa superiorità informativa. Se un agente ha conoscenze maggiori degli altri, acquista i fattori di produzione a prezzi vantaggiosi e rivende i prodotti a prezzi che gli garantiscono un guadagno: questa differenza è il suo profitto.
Israel Kirzner è il più importante esponente americano della scuola austriaca. Per lui l'imprenditore è un intermediario che collega informazioni sparse nel mercato: il suo dinamismo nasce dall'esistenza di informazioni incomplete o distorte. Diversamente da Schumpeter — che vede l'imprenditore come una forza che destabilizza il mercato — Kirzner lo vede come una forza che lo riporta tendenzialmente verso l'equilibrio.
Mark Casson mette al centro della sua teoria la capacità di giudizio: l'imprenditore è chi si specializza nel prendere decisioni critiche sulla coordinazione delle risorse scarse. Il suo vantaggio sta nell'avere accesso a informazioni migliori o nel saperle usare meglio degli altri. La sua ricompensa è una 'rendita dell'abilità', temporanea come quella schumpeteriana. Casson sostiene anche che spesso è più realistico assumere le imprese come date e spiegare la formazione dei mercati come conseguenza dell'attività imprenditoriale.
2. Una concezione dinamica dell'impresa
La teoria economica tradizionale tratta l'impresa come una 'scatola nera': riceve input, produce output, massimizza il profitto in mercati di concorrenza perfetta. Non c'è spazio per le specificità, le strategie o la storia di ciascuna impresa. Anche