La pedagogia e la storia dell’educazione
La pedagogia è sempre stata considerata derivante dalla filosofia.
Nella fine del Novecento, dal punto di vista della ricerca pedagogica, c’è stato un passaggio:
- Dalla storia della pedagogia (teorie, modelli, dottrine).
- Alla storia dell’educazione (processi, pratiche, istituzioni, costumi, mentalità).
Di conseguenza c'è stato mutamento della metodologia di indagine:
- Da un'indagine teoretica (analisi delle teorie degli studiosi - pedagogisti, filosofi, ecc. - che nel corso della storia si sono approcciati alle tematiche educative con intento prescrittivo).
- A un'indagine storica (analisi delle forme e delle modalità che hanno caratterizzato l'evento educativo nel corso delle varie epoche storiche).
L'indagine storico-educativa, quindi, tiene conto di vari elementi:
- Momenti della vita (infanzia, gioventù, età adulta).
- Dei luoghi e dei contesti della trasmissione educativa.
Parliamo sia del luogo fisico, sia di contesto storico, quindi l'epoca in cui analizziamo il processo. E poi, del contesto specifico (famiglia, scuola, lavoro, extrascolastico).
- Fattori che hanno influenzato i processi educativi, ossia:
- Fattore socio-economico: la struttura economica di una società dice qualcosa sul processo educativo che attiva, soprattutto sulla scuola, sulla tipologia di istruzione che la società può mettere in campo.
- Fattore politico istituzionale: le linee politiche in generale influenzano una direzione dell'approccio pedagogico/scolastico.
- Fattore religioso.
- Fattore culturale: le modalità e le caratteristiche di riproduzione/trasmissione della cultura; (dall'oralità alla scrittura, alla stampa, dalla cultura di élite a quella popolare).
Essendoci stato un forte cambiamento, questo implica che davanti alle fonti storiche c'è un nuovo atteggiamento.
Siamo passati quindi:
- Dalla fonte unica, quella "tradizionale della pedagogia" (un manuale, bibliografie degli intellettuali...).
- Alla pluralità di fonti della nuova storia dell'educazione, che cercano di ampliare quelle domande che ci si pongono quando si osserva un processo educativo, (ad esempio alfabetizzazione delle aree agricole).
In questo modo si va ad indagare la genesi, lo sviluppo, gli effetti, le metodologie tenendo in considerazione sicuramente il pubblico di riferimento e soprattutto chi elabora e chi mette in pratica quel processo.
Quando parliamo di un ampliamento di fonti ci riferiamo a nuove fonti come il patrimonio scolastico materiale, i necrologi, le uniformi, i sussidi didattici, le punizioni.
Le fonti storiche sono delle testimonianze che dal passato ci arrivano.
Il lavoro dello storico è, quindi, quello di formulare delle ipotesi di ricerca, di reperire le fonti, di interpretare criticamente e di elaborare una tesi.
Questo è un po' quello che fa lo storico dell’educazione, quindi lavora con fonti talvolta di ambiti anche diversi, non sempre connotati in ambiti pedagogici.
Il suo lavoro è proprio quello, infatti, di fare emergere la valenza educativa di una fonte.
Tipologie di fonti
Esistono diverse tipologie di fonti:
- Scritte.
- Fonti narrative: testi elaborati con intento pedagogico (manuali), romanzi, novelle, racconti.
- Fonti giuridico-normative: ad esempio, regolamenti e disposizioni organizzative e didattiche di istituti scolastici, educativi e assistenziali.
- Iconografiche (immagini): affreschi, dipinti, illustrazioni dei libri di testo, fotografie (di famiglia, di classe).
- Materiali: legate alle pratiche, alla vita materiale educativa e scolastica: giocattoli, cartelle, arredi scolastici.
- Orali: raccolta di testimonianze orali di insegnanti ed educatori.
Parliamo di testimonianze soggettive, quindi non ci raccontano dati oggettivi.
Esempio: "Memorie di scuola" di Lucia Paciaroni (è una raccolta sui maestri marchigiani).
La storiografia annalistica
Si passa ora a quello che è un approccio storiografico "annalista", cioè quello della Nouvelle Histoire.
A partire dalla fine del 900 è stato un approccio che ci ha consentito di fare quel passaggio dalla teoria alla pratica.
Dobbiamo ovviamente tenere in considerazione come punti di partenza:
- Il valore dell'infanzia, che si lega a quello che Philippe Ariès aveva definito "sentimento dell’infanzia".
Parliamo di sentimento, cioè collegato ad una sensibilità con la quale si percepiscono le caratteristiche dell'infanzia. In questo senso non è legato ad un dato oggettivo, ma si riconoscono le caratteristiche e si valorizzano.
- Il valore dell'educazione, che deriva dall'analisi sociale: riconoscere chi sono io in primis, chi ho davanti, la metodologia, gli effetti dell'azione educativa.
La storiografia annalistica ci propone quindi, oltre ad un focus sulla storia sociale, anche una nuova metodologia di indagine e di interpretazione critica, e di conseguenza anche un ampliamento delle fonti.
Punto di partenza è, quindi, il valore che noi diamo a questo momento della vita, cioè l'infanzia, e a questo processo educativo.
Perché storiografia annalistica?
Deriva da una rivista del 1929 (momento di grande tensione: piena ascesa dei totalitarismi europei), intitolata "Annales d'histoire économique et sociale" (di storia economica e sociale = parlava, quindi, non di storia generale, ma analizzava i contesti specifici della storia economica e sociale), fondata da Marc Bloch e Lucien Febvre.
Nel corso della storia il nome della rivista ha subito diverse variazioni, dal 1994 ad oggi si è chiamata/si chiama "Annales Histoire, science sociales".
Dopo la morte di Bloch, il suo posto viene preso da Fernand Braudel (storico).
Quindi la scuola storiografica delle Annales (cioè il gruppo degli intellettuali e studiosi, storici che dibatte attorno a questa rivista) si proponeva di comunicare in maniera strettamente connessa con le scienze sociali e attraverso la loro ricostruzione, ricostruisce una storia globale, ossia non una semplice narrazione di eventi storici ma un'indagine approfondita di processi culturali, sociali, politici, educativi.
La storiografia delle Annales modifica, quindi, il campo epistemologico della storia perché comprende, oltre le conoscenze, i contenuti espliciti, ma anche una metodologia critica, interpretativa particolare e tutta una serie di fonti che prima non venivano considerate.
Questo vuol dire che si analizza l'evento ma anche l'atteggiamento, la mentalità, la memoria, il pensiero collettivo che si costruisce attorno o che deriva da quel processo.
In questo senso è una metodologia più introspettiva; è una storia che potremmo definire "dell'ecosistema umano", cioè una storia dove si indagano i contesti, gli atteggiamenti e la realtà = una storia totale, ossia ciò che sono i fatti e ciò che concretamente si realizza.
Philippe Ariès
Philippe Ariès (Blois, 1914 - Tolosa, 1984).
- Direttore di studi l'École des Haute Études en Sciences Sociales (EHESS) fondata da Lucien Febvre nel 1947.
- Utilizza l'approccio storiografico della Nouvelle Histoire.
Lui analizza il concetto di sentimento dell'infanzia e sentimento della famiglia.
Nel Medioevo non esisteva questo sentimento perché quando il bambino non aveva più bisogno di assistenza passava direttamente al mondo adulto.
Philippe Ariès quando parla di questo sentimento dell'infanzia si ricollega all'arte, alle rappresentazioni che facevano dell'infanzia.
La sua osservazione particolare è quella per cui finalmente nel Medioevo i bambini venivano rappresentati come degli adulti in miniatura e questo può essere applicato anche al mondo educativo, scolastico e letterario.
Il sentimento dell'infanzia è la coscienza delle caratteristiche dell'infanzia.
Per capire realmente quali sono le caratteristiche/i bisogni dell'infanzia il mondo degli adulti deve cominciare a cambiare il meccanismo per il quale tutto viene imposto dall'alto.
La "scoperta dell'infanzia" ha consentito di incrementare lo studio, la valorizzazione, il sostegno e la tutela dell'infanzia stessa; il successivo sviluppo del "sentimento dell'infanzia", le ha permesso di divenire il centro dell'azione educativa e pedagogica e, quindi, hanno creato le condizioni per cui i percorsi possono essere costruiti sull'infanzia e non sul mondo adulto.
Sicuramente però ci deve essere sempre un processo che va da un'intuizione teorica all'attuale poi concretizzazione.
Il sentimento dell'infanzia ovviamente si sviluppa e si diffonde di pari passo al sentimento della famiglia.
La famiglia è il luogo primario di formazione affettiva e sociale dell'individuo, quindi l'attenzione deve essere rivolta alla relazione tra i coniugi e a quella tra genitore e figlio.
Dobbiamo considerare qui l'evoluzione di due dimensioni, Philippe Ariès si concentra su quella della vita privata.
Va ricordata l'importanza della coerenza educativa, cioè è fondamentale che i genitori ricordino che essere coppia/essere genitori è diverso. Nel momento in cui la coppia viene meno quindi il ruolo di genitore non deve decadere mai.
Capitolo 1: l'educazione nell'Ottocento
Nel ventesimo secolo, ci sono stati grandi cambiamenti nell'educazione, come la lotta contro l'analfabetismo e la diffusione di scuole più accessibili, oltre a un rinnovamento dei metodi pedagogici. Tuttavia, queste trasformazioni hanno radici nel secolo precedente.
L'800 è un secolo in cui la modernità comincia a muovere i primi passi.
- Si afferma una nuova classe sociale: la borghesia (ceto medio), coloro che cominciano a prendere in mano l'economia dei paesi.
Grazie a questa ascesa, in Italia si afferma la cultura self-helpista, che sicuramente assicurò un graduale cambiamento della mentalità: ciascun individuo può costruirsi il suo futuro, indipendentemente dalla propria condizione di nascita, sulla base della sua volontà, grazie all'impegno, all'autodisciplina, alla dedizione al lavoro, alla fermezza di carattere.
Questa corrente deriva da Samuel Smiles che pubblicò nel contesto inglese il manifesto della corrente: "Self-help".
Questo testo spiega come nella società inglese, più industrializzata rispetto alla nostra, il processo di sviluppo tecnologico aveva creato una nuova classe che attraverso l'impegno e il lavoro era riuscita a cambiare la propria condizione.
In Italia la prima traduzione del testo di Smiles è stata fatta da Gustavo Strafforello e viene tradotto "Chi si aiuta, Dio l'aiuta". Viene chiamato lavorismo.
L'impostazione, però, è completamente differente perché la differenza sta anche nella condizione sociale di partenza e nel contesto nel quale si diffondono.
Infatti nella religione cattolica c'è una lettura diversa rispetto a quella protestante, per la quale più soffri in questa terra, più ti acquisti un posto "sicuro" nel regno dei cieli.
Michele Lessona fa un'altra traduzione; ma continua a mancare questa fiducia totale nei confronti della possibilità di cambiare le proprie condizioni di vita.
In Italia, quindi, in un certo senso non ci arriviamo al self-helpismo, anche se sicuramente si fonda sul lavoro, sull'importanza della propria autodeterminazione, non siamo al pari del punto di vista anglosassone.
- Si affermano all'interno della società altri filoni: c'è sicuramente in cambio un atteggiamento di mentalità, più positivo anche nei confronti della mobilità sociale. Da qui il valore del progresso.
- Diffusione di una sensibilità filantropica (filantropi = persone che hanno una liquidità economica che decidono di mettere a disposizione per persone meno fortunate).
I filantropi di questo periodo sono sicuramente i nuovi borghesi, i quali fanno "beneficenza" come simbolo di affermazione sociale = "sono talmente ricco da potermi permettere di aiutare gli altri".
(beneficenza privata).
Questa filantropia va spesso a collegarsi, in questo periodo, all'ambito educativo e scolastico, quindi comincia ad esserci una certa attenzione all'educazione.
Siamo in questo momento, in un periodo di grande progresso, innovazione scientifica/intellettuale. Inizia, quindi, a volerci una formazione per i lavoratori, ossia per lavorare serve un processo di professionalizzazione.
- Il cuore della vita sociale si sposta: non è più la zona rurale ma la città e tutto il contesto urbano poiché è qui che sorgono le manifatture, le industrie, le zone di lavoro.
In questo periodo si passa da Stato a Nazione.
Per far sì che questo processo di nazionalizzazione del nostro paese si completi sicuramente abbiamo bisogno di:
- Una lingua comune.
- Dei principi comuni.
- Dei valori comuni.
- Soprattutto una memoria comune: serve conoscere la storia patria, chi ha fatto la storia e cosa è successo nel corso di essa.
Per poter quindi procedere verso quella che è una società più moderna abbiamo soprattutto bisogno di un popolo attivo, non ignorante.
Quindi la lotta all'analfabetismo diventa uno strumento per il cosiddetto "dirozzamento delle plebi" (civilizzazione delle classi popolari).
Per combattere l'ignoranza quindi, se si dirozzavano le plebi, si riusciva a creare un popolo, che doveva essere istruito ma soprattutto educato ai nuovi valori borghesi, civili, politici per poter diventare parte attiva della nazione.
Per fare questo però non bastava operare sulle famiglie, ma si comincia a lavorare sulle nuove generazioni che, in un certo senso, a ritroso, operano sulle famiglie.
La scuola diventa quindi sicuramente uno strumento di formazione anche delle generazioni già esistenti.
L'istruzione primaria cominciò ad affermarsi come un'esigenza, fino a giungere nel secondo Ottocento all'obbligatorietà dell'istruzione, compresa quella femminile.
Bisogna, però, tenere conto delle radici, le quali derivano dal periodo illuminista.
Nel 700 in Francia e in Inghilterra (società che erano già moderne) il tema dell'educazione nei confronti della classe popolare comincia a essere un tema discusso.
Si crearono due correnti di pensiero:
- Chi sostiene l'educazione popolare: la ritiene una possibilità di consolidamento sociale ma anche di produzione del paese (es: Maria Teresa d'Austria, Adam Smith).
- Chi era contrario: ha paura di questa mobilità sociale che poteva portare ad una destabilizzazione dell’ordine sociale. (es: Rousseau, Voltaire).
Tra fine 700 e inizio 800 l'educazione iniziò ad essere considerata in prospettiva sociale, perché sostanzialmente se i «poveri» venivano «abbandonati» a loro stessi potevano costituire una minaccia per l'equilibrio sociale.
Si schierarono a favore dell'educazione popolare:
- I politici.
- I medici (la medicina comincia a darci qualche informazione in più anche sullo sviluppo biologico e psicologico del bimbo).
- I filantropi.
- I pedagogisti.
- Gli educatori (erano i genitori, il parroco, la suora).
- I borghesi (operai formati).
- Gli ecclesiastici (la chiesa cominciò a muoversi nel missionario, nell'assistenziale).
Al centro di tutto ciò c'è l’esigenza di valorizzare l’infanzia.
La prima messa a punto sulla natura dell'educazione popolare avviene con Johann Heinrich Pestalozzi (1746-1827, contesto svizzero).
È uno di quegli intellettuali favorevoli all'educazione popolare, la vedeva come un elemento che poteva diminuire il disordine sociale.
L'educazione per Pestalozzi, diventa uno strumento di elevazione, cioè ci allontana dalla condizione dell'ignoranza.
Chiaramente non si può eliminare la disuguaglianza sociale ma sicuramente è importante che ognuno si impegni, in particolare:
- L'aristocrazia e la borghesia devono farsi carico dei più poveri.
- Il popolo deve formare la forza lavoro, proprio grazie agli strumenti messi a disposizione dai borghesi. In questo modo acquisisce un ruolo attivo.
Pestalozzi poi sostiene e propone un metodo educativo universale, ossia valido per ogni classe sociale, per tutti. Lui dice che dobbiamo partire dall'immediato, dalle situazioni più vicine, familiari, spontanee; Pestalozzi infatti fa molta attenzione al rapporto madre-figlio perché il rapporto nella scuola maestro-alunno sia simile.
In questo senso la pedagogia di Pestalozzi è contraria alle punizioni, ad un utilizzo molto tecnico del processo di apprendimento.
Parla della centralità dell'intuizione, cioè ci si deve affidare a ciò che si percepisce tramite i sensi: per i bambini questo è molto importante.
Compito dell'educatore era di strutturare gli oggetti dell'intuizione in modo che l'alunno passasse gradualmente dalle prime confuse percezioni alle nozioni chiare e distinte.
Pestalozzi osserva la situazione familiare, il rapporto educativo che si crea tra i genitori (in particolare la madre) e il bambino.
Proprio in questo contesto riconosce una metodologia, valorizzando per la prima volta il ruolo femminile.
Lui sottolinea poi che:
- L'esercizio è importante per potenziare le proprie capacità. A tal punto fa una similitudine: la fede e l'amore sono rafforzate dalla loro pratica; allo stesso modo le proprie competenze vengono potenziate solo con l'esercizio e la pratica.
- L'educatore deve essere colui che fa attenzione a favorire lo sviluppo delle capacità fisiche, intellettuali e morali del discente.
Questo è importante perché vuol dire che stiamo osservando i bambini come la risultante di queste qualità.
- L'importanza del "contare", "misurare" e del "parlare" che in ter
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