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Storia delle istituzioni educative

Il positivismo

Il positivismo, una cultura europea, nasce a partire dalla seconda metà dell'800 (periodo della rivoluzione industriale, che porta con sé sia un grande progresso ma anche dei problemi sociali) ed è segnata dall'idea di un progresso illimitato; inoltre si sviluppa la cultura dell'ottimismo, cioè la convinzione di aver trovato accesso alla conoscenza e al controllo della realtà per assicurare all'umanità una vita migliore.

Rispetto all'epoca precedente, connotata dal predominio dell'economia rurale e del credo religioso, questo periodo è guidato dalla razionalità e dalla scienza dalle quali si individuava la modernità.

Il 1800 si caratterizza per una forte convinzione nella virtù della scienza: nella prima metà dell'800 la società è connotata dall'utopia del potere taumaturgico della scienza (per “utopia” si intende un'illusione, e infatti è possibile che una determinata cosa avvenga ma non è certa, e per “taumaturgico” si intende “compiere miracoli”) ed è un elemento che si contraddice su sé stessa perché si mettono insieme sia la razionalità (tipico della scienza) che la irrazionalità (tipico della fede).

Anche la pedagogia non fu estranea a questo grande processo di cambiamento: “positivismo”, “scienza positiva”, “positivista” erano espressioni entrate nel linguaggio intellettuale per iniziativa del sociologo August Comte che, all'interno dell'opera “Cours de philosophie positive”, teorizza la legge dei tre stadi dell'evoluzione della società:

  • Stadio teologico: in questo stadio i fatti sono giustificati dall'azione delle forze naturali.
  • Stadio della metafisica: in questo stadio gli eventi sono spiegati ad opera di idee e forze astratte.
  • Stadio positivo: in questo stadio l'essere umano rinuncia a domandarsi quale sia l'origine e il destino dell'universo per cercare di scoprire le loro leggi effettive attraverso la fattualità.

Con lo sviluppo industriale, sostenuto da importanti scoperte, si era innescato un processo di trasformazione dove le risorse alimentari e i beni di prima necessità aumentarono e la scuola cominciò ad aprirsi anche alle classi più basse che potevano così accedere almeno agli elementi più semplici del sapere.

Però non tutti condivisero la visione razionalistica: per esempio il mondo cattolico vide a lungo nella modernità il prolungamento di quella azione che si proponeva a sradicare la fede cattolica e il marxismo, criticando la società borghese, intendeva dimostrare come essa fosse incapace di risolvere i problemi dell'ingiustizia sociale; Marx infatti sostiene che quanto più cresceva la società borghese tanto maggiore forza e consapevolezza rivoluzionaria avrebbe assunto il proletariato.

Di fronte a queste critiche, i positivisti si opponevano sostenendo che si sarebbero potuti risolvere i potenziali conflitti con lo sviluppo dell'educazione, l'incremento del sapere e anche una presa di coscienza volto a riconoscere le miserie e le difficoltà del popolo.

Con questa corrente vengono messi al centro sia l'educazione che l'istruzione (considerato come strumenti di progresso): in particolare l'educazione era concepita come fatto naturale, ovvero secondo i positivisti la pedagogia doveva affidarsi alle leggi dettate dalla scienza.

Secondo l'analisi positivista l'educazione aveva due principi fondamentali:

  • L'educazione era un fatto naturale.
  • L'educazione non sfuggiva alla legge dell'evoluzione.

Basandosi su questi due principi, si crearono due correnti positiviste:

Evoluzionismo

L'evoluzionismo è una corrente che vede le varie culture umane collocate in differenti stadi evolutivi; in questa corrente furono due i massimi esponenti:

  • Charles Darwin: Darwin non si occupò di educazione ma la sua teoria, inserita nella sua opera “L'origine della specie” (1859), rappresentò una vera svolta perché:
    • Spariva l'immagine dell'uomo incarnata nella teoria fissista che parlava di specie immutabili.
    • Il posto dell'uomo cambiava nella natura in quanto non è più visto come un sovrano ma come prodotto di un complesso gioco di forze naturali.
    • Viene messo in discussione la creazione dell'uomo da parte di Dio sulla base della considerazione di Darwin che l'uomo era un tassello dell'universo.
  • Herbert Spencer: A differenza di Darwin, Spencer diede più consistenza filosofica all'evoluzionismo attraverso una serie di opere, tra cui il “Saggio sull'educazione intellettuale, morale e fisica”.
    • Secondo Spencer l'evoluzione si svolge mediante passaggi da una forma meno coerente ad una più coerente, dall'omogeneo all'eterogeneo e dall'indefinito al finito; questo perché l'evoluzione avviene secondo due direttrici:
      • Differenziazione: secondo questa forza, di progresso, si sostiene che l'evoluzione avviene con la capacità di perfezionare risposte sempre più specifiche.
      • Ereditarietà: secondo questa forza, di conservazione, l'evoluzione avviene con il passaggio di risposte migliori da una generazione a un'altra.

A base di ciò, secondo Spencer l'intelligenza umana si presenterebbe come un elemento ereditario e consolidato durante l'evoluzione attraverso un progressivo accumulo di esperienze. Fu all'interno di questo contesto che Spencer definì la propria concezione di educazione: è un fattore di progresso che evita l'estinzione della specie umana.

Dopo questo, il filosofo si concentrò sull'educazione fisica, morale, intellettuale:

  • Educazione fisica: secondo Spencer l'educazione fisica permette all'uomo di rimanere in salute in quanto era visto come un essere organico sensibile.
  • Educazione morale: secondo Spencer essa non poteva più essere concepita come una sovrapposizione di atteggiamenti definiti da un'autorità esterna ma come una constatazione che quanto più l'uomo si fosse allontanato dalle regole naturali e sociali tanto maggiori potevano essere le conseguenze dannose.
  • Educazione intellettuale: concepita come introduzione al metodo scientifico, Spencer intendeva affermare la netta superiorità della conoscenza personalmente verificata rispetto alla conoscenza affidata alla semplice opinione.

Corrente sociologica

Il massimo esponente di questa corrente è Emile Durkheim, il quale propone di indagare, con lo stesso rigore di Spencer, i modi di agire e di pensare collettivi e il funzionamento delle istituzioni applicando le leggi dell'evoluzione all'analisi sociale.

Anche Durkheim nega che l'educazione sia il risultato di processi esterni all'esperienza dell'uomo, ma nega anche che essa sia un semplice adattamento mentre per lui l'educazione è un fatto sociale perché varia a seconda delle condizioni storiche e delle classi sociali e poggia su una base di norme condivise in una determinata epoca.

Quindi per Durkheim educare significa formare un ideale valido a una determinata società e l'educazione consiste in una socializzazione delle nuove generazioni. L'obiettivo dell'educazione è quello di innalzare l'individuo per conformarlo al modello ideale sociale per prevenire possibili forme di conflitto.

Sulla base di ciò, secondo Durkheim il luogo ideale è la scuola che riveste un ruolo strategico in quanto rappresenta anche un luogo privilegiato per la formazione dell'individuo; infatti, attraverso i suoi programmi, integra l'individuo nella struttura sociale e riproduce il sistema di idee su cui si fonda la società stessa.

Rispetto alla scuola antica, che era funzionale solo al ceto appartenente (ovvero l'alta borghesia), la scuola dell'Ottocento permette a tutti di essere istruiti perché l'obiettivo degli Stati (che in questo periodo diventano Stati nazionali) è quello di rendere la nazione unita sul fronte patriottico e linguistico facendo sentire così bambini dei cittadini.

Un altro obiettivo era quello di formare una società borghese ponendo la scuola come al centro della vita quotidiana.

In Italia, per esempio, viene introdotto l'obbligo scolastico attraverso la legge Casati (1859), la prima nazione in Europa ad applicare questa legge, che obbligava a bambini e bambine di frequentare due anni di scuola primaria e chi non avesse adempiuto a tale legge le famiglie erano perseguiti; il problema è che non c'era nessuna legge che riguardasse questa evasione e quindi le famiglie povere non mandarono i loro figli a scuola a causa sia di eventi atmosferici, in quanto le scuole erano distanti dalle residenze, ma anche per il fatto che i bambini venivano utilizzati per il lavoro e quindi mandare i figli a scuola significava una discontinuità della frequenza.

Questa legge era stata applicata per tutti i comuni, in quanto le scuole primarie erano controllate da essi, ma molti non riuscirono ad affrontare le spese perché non erano tutti grandi città e faticarono così ad introdurre l'obbligo.

Con la rivisitazione di alcuni punti della legge Casati, nel 1877 venne emanata la legge Coppino: con questa legge si intervenne miratamente sull'obbligo scolastico in cui vengono inserite delle ammende a chi evade l'obbligo scolastico (il quale venne esteso a tre anni) diventando così ancora più stringente ma, nonostante ciò, le famiglie non mandarono i loro figli a scuola in quanto forza lavoro (in particolare nei campi o nei lavori domestici).

Questa legge venne varata dal governo Depretis, della sinistra storica, che introduce l'allargamento dell'obbligo scolastico ma anche del suffragio (1882) prevedendo che possano votare tutti coloro che hanno adempiuto all'obbligo scolastico: infatti questo è il nuovo elemento discriminante in quanto prima solo le persone con un alto censo potevano votare, e quindi l'istruzione diventa la chiave per accedere alla cittadinanza e di conseguenza la scuola diventa la formazione di futuri cittadini introducendo nuovi valori della nazione.

Con questo esempio si può capire come Durkheim sostenga che la scuola debba essere controllata dallo Stato, in quanto considerato un promotore della socialità a cui spetta il compito di regolatore della disciplina nazionale.

Durkheim assegnava alla scuola un ruolo strategico nella creazione della società borghese la cui stabilità era fatta dipendere dalla capacità di promuovere sia all'educazione che la socializzazione. La frequenza della scuola non fu più reputata un'esperienza opzionale ma requisito associato all'identità del cittadino.

Le ragioni per cui si agevolarono la generalizzazione della scuola elementare, l'incremento della scolarità secondaria e della frequenza universitaria sono date sia dall'estensione dei mercati ed alla modernizzazione degli stili di vita ma anche per il fatto che la scuola fu concepita come uno strumento per creare una società più dinamica; questa promozione entrò spesso in conflitto con la chiesa in quanto questa temeva che un brusco distacco dalle credenze e dalle consuetudini secolari potesse compromettere la stabilità sociale.

Il positivismo in Italia

In Italia la corrente positivista arrivò molto tardi a causa di due motivi:

  • La mancanza dello sviluppo industriale (cosa che era già accaduta In Inghilterra, in Francia e in Germania).
  • La presenza del Romanticismo che comporta alla riduzione dell'uomo a un semplice fenomeno della natura.

Solo a partire dagli anni '60 cominciò una certa circolazione di autori ed opere che indicavano interesse nei confronti della cultura scientifica. In particolare nel 1865 fu tradotta l'“Origine della specie” e nel 1872 anche l'“Origine dell'uomo” di Darwin.

Nella pedagogia italiana il problema educativo fu fortemente condizionato dall'esigenza di assimilare i risultati della scienza e di conseguenza si moltiplicarono i tentativi di trasformare la pedagogia in scienza fino al punto di descrivere il fanciullo come un intreccio di dati.

Esponenti della cultura educativa italiana furono:

Roberto Ardigò (1828-1920)

Ardigò, non pedagogista ma filosofo, affronta il tema della formazione morale in cui alla concezione dell'intelligenza come funzione biologica viene affiancata la coscienza morale e le norme morali che furono viste come reazione degli uomini a ciò che concepiscono come “bene” e “male”.

Secondo Ardigò, per mantenere l'ordine sociale, le generazioni dovevano essere preparate attraverso l'acquisizione delle abitudini morali. Con queste premesse Ardigò fece scaturire due conseguenze che ebbero peso nella cultura scolastica:

  • La necessità di un diretto impegno dello Stato, per assicurare la moltiplicazione delle abitudini morali affinché fossero interiorizzate per l'ordine sociale.
  • L'esclusione di qualsiasi forma di insegnamento religioso.

Saverio Fausto De Dominicis (1845-1930)

La particolarità di De Dominicis è il fatto che fu un affermato autore di libri pedagogici su cui si formarono generazioni di maestri. Al richiamo della cultura psicofisica tedesca, De Dominicis sosteneva che la didattica e la pedagogia dovevano dipendere alle leggi scientifiche e l'insegnamento era tenuto ad organizzarsi sulla base di una serie di requisiti (come la struttura delle materie, l'età evolutiva degli allievi, la sequenza graduata degli esercizi ecc...), da cui nasce la didattica precettistica.

Aristide Gabelli (1830-1891)

Gabelli è diverso rispetto ad Ardigò e De Dominicis perché faceva parte di quella parte del positivismo italiano favorevole a un impiego più empirico della razionalità sperimentale, sostenendo che anziché assumere la scienza come garanzia di certezze essa doveva essere interpretata come un procedimento conoscitivo basato sull'osservazione critica.

In particolare Gabelli, considerato come “uomo di scuola” (in quanto era un insegnante, un provveditore di studi e un funzionario ministeriale), concentrò lo sforzo per sottrarre la cultura del positivismo scolastico e pedagogico agli irrigidimenti scientifici. Il positivismo di Gabelli nasce dal contatto con Carlo Cattaneo, che lo orientò verso un positivismo aperto alle situazioni mutevoli della realtà; infatti il suo positivismo fu più un metodo che dottrina, in quanto era volto a promuovere “la rigenerazione del popolo”, e secondo Gabelli la centralità della scienza non è una fede bensì un metodo perché per lui si deve esaltare il metodo che sta alla base della scienza.

Nel 1880 Gabelli scrive l'opera “Il metodo di insegnamento nelle scuole elementari italiane” (recepita poi dai programmi della scuola elementare del 1888 che segnano generazioni di insegnanti per circa 40 anni), che aiuta a formare moltissimi maestri e rende centrale il pensiero di Gabelli fino alla riforma della scuola attuata da Gentile.

In quest'opera, secondo Gabelli, la scuola elementare deve portare il bambino a utilizzare “lo strumento testa”, ovvero la scuola doveva essere in gradi di formare delle persone capaci di avere un proprio criterio di giudizio e di analisi. Secondo Gabelli solo tramite questo metodo si arriva a riformare il carattere degli italiani, che è tradizionalmente propensa alla dialettica ma poco attenta alla conoscenza sperimentale, perché attraverso la conoscenza sperimentale la scuola può essere uno strumento fondamentale per rendere l'Italia una potenza economica e industriale.

Con questo fine non si intendeva creare dei piccoli geni ma delle persone normali che possano ragionare con la loro testa (una concezione democratica alla base di cui tutti debbano avere una stessa occasione) evitando di lasciare il popolo nell'ignoranza e che si diffondano idee spiegate in modo errato; da ciò l'istruzione viene considerata come l'unica difesa che educa la popolazione alle norme sociali.

Gabelli insiste molto sul fatto che bisogna ragionare con la propria testa perché quando un giorno il bambino sarà adulto (per “adulto” si intende “fuori dalla scuola”), dovrà essere in grado di farsi idee da solo attraverso libri e giornali che non saranno più pericolosi perché ormai è in grado di pensare. Dietro a queste sue idee è presente una forte critica nei confronti della vecchia scuola mnemonica in cui le aule erano composte da più di 50 bambini (difficilmente gestibile dai maestri) in cui il primo interesse è quello di mantenere la disciplina, i quali venivano istruiti contemporaneamente (basato sulla convinzione di dare a tutti un'istruzione uguale) grazie alla lavagna nera.

La scuola criticata da Gabelli era quella che applicava il metodo normale, un metodo che si basava sulla scomposizione in piccole parti, che consente agli Stati di mandare a scuola il maggior numero possibile di scolari ma con dei limiti:

  • Insegnamento passivo.
  • Insegnamento mnemonico.
  • Estrema lentezza.

A fronte di ciò Gabelli sostiene che:

  • Questa scuola non faceva lavorare il bambino, in quanto era passivo e mnemonico.
  • Si basava sull'illusione che il bambino debba apprendere tutto.
  • Il metodo più corretto è partire da quello che il bambino sa già (partire dalle conoscenze valorizzate attraverso i sensi); questo è possibile attraverso l'uso dei tabelloni (in cui venivano associate le parole con delle immagini per illustrare al bambino ciò che non conosce direttamente).
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/02 Storia della pedagogia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Simone-Murdaca di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle istituzioni educative e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Ghizzoni Francesca.
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