Storia del pensiero politico
Utilizzare "pensiero" al posto di "dottrine" dà l'idea di qualcosa di più ampio. La storia del pensiero politico è la storia della vicenda che riguarda l'obbligo politico, ovvero un patto con il quale un gruppo di uomini decide di obbedire a un determinato potere.
Perché bisogna obbedire?
Il potere politico non è interno all'uomo, bensì esterno.
Perché bisogna disobbedire?
E se devo farlo, in nome di che cosa disobbedisco? Il problema maggiore è: in nome di che cosa debbo obbedire? Questa domanda è stata pensata, approfondita, sviscerata nel mondo greco. Se non ci si pone tale domanda, non si pensa politicamente.
Pensiero politico: quello del vivere insieme
La polis è la comunità. Bisogna interrogarsi in modo sistematico. Il vivere insieme è condizionato dal momento storico. Kant parla di pensiero politico circostanziato (con menzione di tutte le circostanze, specificatamente): bisogna fare riferimento all'epoca storica. La vita della comunità è sempre circostanziata e storicizzabile. L'indagine richiede una ricostruzione del contesto storico, quello istituzionale e quello linguistico.
Il pensiero politico ha sempre a che fare con la storia e la comunicazione del pensiero, con il fatto di esprimere. Platone, infatti, esprime il suo pensiero attraverso dialoghi, i suoi scritti sono dialoghi, cioè scambi, dibattiti. Vi sono termini che hanno una finalità precisa, e alcuni ritornano periodicamente con un altro significato, come libertà, democrazia e popolo. Ogni espressione è come un contenitore e i significati costituiscono contenuti diversi.
Diritto naturale
La storia del pensiero politico 1. La sua caratteristica è quella di contrapporsi ad un altro diritto, che è positivo. In Hegel, diritto di natura e diritto positivo confliggono. Ciò è dato dal fatto che esso viene prima ed è più importante del diritto positivo, il quale è elaborato razionalmente. Il diritto di natura non è scritto ed esiste per varie ragioni. Esso pretende di dettare le norme del diritto positivo. Il diritto di natura prescrive, cioè indica un dovere nei confronti del diritto positivo.
- Primo significato di diritto di natura: è il rapporto con la divinità, si tratta di far valere il diritto della divinità. Problema della legittimità es. Antigone disobbedisce al tiranno Creonte, che rappresenta il diritto positivo, poiché esiste una legge più alta.
- Secondo significato: il diritto naturale è connaturato all'uomo nella sua corporeità o nelle sue capacità ed è il diritto dei più forti (economicamente, militarmente, socialmente). Tale tesi è sostenuta dal giovane ateniese Callicle, contrapposta a quella di Socrate nel dialogo platonico Gorgia. L'eguaglianza secondo Callicle non ha senso.
- Terzo significato: il diritto di natura è universalmente valido, anche indipendentemente dall'appartenere ad un popolo, etnos o dal fatto di essere greco (i greci sostenevano la superiorità dell'Ellade). Questa è l'elaborazione degli Stoici, secondo i quali il logos abita nel cuore di ogni uomo. Alessandro Magno è convinto dell'unità del diritto naturale universalmente valido, tutti sono esseri umani. Dopo, il contesto politico e istituzionale cambia e avviene il tramonto delle poleis.
- Quarto significato: diritto di natura nel Cristianesimo, visto come pensiero politico. Gli scritti di Cicerone vengono approfonditi e reinterpretati dai padri della Chiesa. Il vescovo Lattanzio è il Cicerone cristiano. Cambia la matrice delle divinità: il Dio dei cristiani (radice nel mondo ebraico) fa sì che tutti gli uomini siano uguali. Problema: rapporto tra l'umanità e Dio. Sant'Agostino fornisce una possibile risposta: Dio pone nel cuore degli uomini la legge di natura (seme della divinità in ogni uomo, che è l'incarnazione di Dio), di fronte alla quale gli uomini devono piegarsi. Il principio è la grazia. Portare in sé il seme ha a che fare con la grazia, la quale non può essere padroneggiata dall'uomo, poiché egli è intriso di peccato e di male. La grazia è un dono di Dio e opera in modo insondabile. Dio è il protagonista assoluto del rapporto.
Secondo San Tommaso d'Aquino (XIII sec.) è convinto anche che l'uomo, attraverso la sua ragione, possa costruire un ponte tra la terra e il cielo. Mentre per Sant'Agostino era unilaterale, secondo San Tommaso l'uomo e Dio si incontrano a metà strada. Si ha una rivalutazione della ragione umana. Il diritto di natura è il riflesso della ragione di Dio, che esige la presenza e l'opera di un terzo protagonista, ovvero la Chiesa istituzionale (lat. ecclēsia «riunione dei fedeli», strutturati in una gerarchia). Il cattolicesimo è erede di Tommaso d'Aquino.
Tale modalità fu messa in discussione per la prima volta durante la Rivoluzione protestante. Lutero faceva parte dell'ordine agostiniano e sosteneva il primato della grazia, che è la luce interiore; e il sacerdozio universale, in base al quale tutti i credenti sono sacerdoti e non c'è bisogno di una Chiesa istituzionale. Ancor prima di Lutero, Guglielmo da Occam (frate francescano della corrente degli spirituali, che predica il ritorno ad una povertà assoluta), sostiene che Dio definisce direttamente che cosa ci sia nella ragione dell'uomo, senza bisogno di mediazione.
Ugo Grozio, il quale pubblica "De iure belli ac pacis" (Il diritto della guerra e della pace) nel 1625, ritiene che l'uomo possiede una propria ragione. Il diritto di natura esiste indipendentemente dal rapporto con Dio. Vi è un'uguaglianza universale a prescindere da ogni rapporto con Dio, un universalismo non più riconducibile a Dio.
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L'Illuminismo riprende questa idea. L'uomo può essere una divinità. Vi è un universalismo ateo, si rifiuta l'idea di Dio. La Ragione ha il primato. Le prime carte fondamentali dei diritti, nascono in virtù dell'idea di Ugo Grozio. Nel 1776, con la Rivoluzione Americana, si hanno i primi frutti politici. Nella Dichiarazione del 1787, vi sono dei diritti innati definiti per la prima volta in chiave soggettiva, individuale. L'uomo ha dei diritti naturali da rivendicare: il diritto alla vita, il diritto alla libertà, il diritto alla felicità. (Thomas Jefferson)
Nel 1789, con la Rivoluzione Francese, con la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino, i diritti vennero attribuiti agli individui in quanto tali. La dialettica perenne tra diritto di natura e diritto positivo è un conflitto volutamente insanabile. Legittimazione dell'obbligo politico. I diritti innati, naturali sono stati concettualizzati e hanno avuto una rilevanza politica nella seconda metà del XVIII secolo. Si tratta di un bagaglio di diritti che i singoli individui si portano dietro, anche a prescindere dal contesto religioso, politico, sociale. Che cosa si fa per garantirli (legittimamente)?
Legittimazione dell'obbligo politico. Non esiste prima della fine del XVIII secolo. Vi è un iter di trasformazioni del diritto di natura. È un percorso che va da Ugo Grozio e termina con la dichiarazione dei diritti universali. Il giusnaturalismo moderno è un aspetto fondante. Compare l'idea di individuo. Fil rouge: il riconoscimento della centralità dell'individuo. L'uomo diventa artefice delle sue fortune: Homo faber fortunae suae. Egli è al centro dell'universo e porta a ripensare una serie di espressioni.
Stato di natura
Ha un'origine molto antica. In Esiodo troviamo il mito di un'età dell'oro, come pure nella Genesi. In quest'ultima si tratta di un periodo assolutamente felice, in cui non c'è bisogno di coazione né di coercizione, perché il castigo compare dopo il peccato. Il potere politico non è necessario. Tale idea è oscura, perpetuata dalle tradizioni orali. Il mito dell'età dell'oro è quindi ancora più antico.
Per Hobbes lo stato di natura è una condizione di guerra permanente. Per Locke, invece, esso è un periodo di pace potenziale. Per entrambi è una condizione storica, è quanto dovrebbe essere avvenuto durante la storia dell'umanità. Nel pensiero di Rousseau e di Kant, invece, esso è un'astrazione. Come si esce dallo stato di natura, visto come guerra continua/pace precaria? Attraverso un patto o contratto, che gli individui stipulano tra di loro.
Contenuto del patto
Hobbes
È un patto irreversibile, insieme di soggezione e di società. Lo Stato è un Leviatano.
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Locke
Collabora alla stesura delle carte dei diritti. Vi è continuità tra lo stato di natura e la sottoscrizione del patto. Nello Stato di natura vi sono tre diritti naturali: diritto alla vita, diritto alla libertà e diritto alla proprietà. Il diritto alla proprietà include gli altri due, se non la si possiede, non ci si può difendere. Lo Stato chiede di collaborare e chi ha la proprietà contribuisce maggiormente a tenerlo in piedi, quindi può opporsi. Questo diritto nasce nella società britannica, che vede sorgere il ceto mercantile, composto da molti homo faber. Vi è un tessuto di imprenditoria diffusa. "No taxation without representation". È una visione dello Stato di tipo contrattuale.
Società civile
Come conseguenza del patto, nasce la società civile, che coincide con lo Stato. Subisce delle mutazioni. In Hegel, la società civile (il mondo dell'economia, dei bisogni, del mercato) è il momento all'interno della triade che precede lo Stato. Per Marx la società civile è quella borghese e non combacia con lo Stato. Per i giusnaturalisti classici, società civile e stato si identificano. Questi si oppongono all'Assolutismo (essere legibus solutus: sciolto dalle leggi). I re di Francia erano sciolti dalla legge positiva, cioè quella fatta dall'uomo, dotato di vis coactiva (forza coercitiva). Il sovrano assoluto si distingue però dal tiranno, poiché rispetta tutte le altre leggi, ovvero la legge divina, la legge di natura, la legge salica (quella che regola l'ereditarietà), la legge di inalienabilità del territorio. Egli non è un tiranno perché rispetta tutti questi vincoli, se non lo facesse sarebbe delegittimato, verrebbe meno l'obbligo di obbedienza. I cardinali insieme al Papa gli danno del tiranno. Cardinali molto importanti furono, in Francia, Richelieu e Mazzarino.
Sovranità
Jean Bodin, il quale scrive "I sei libri dello Stato" (Les six livres de la république) nel 1576, giustifica lo stato assoluto ed è il primo a definire la sovranità. Che cos'è lo Stato e qual è la differenza fra Stato e governo? Come si capisce chi è il sovrano? Il sovrano è colui (oppure l'organismo) che fa la legge positiva. Vi sono almeno tre tipi di stato: lo Stato monarchico, che è il governo del singolo; lo Stato aristocratico, che è il governo dei pochi; lo Stato democratico, che è il governo dei molti.
Forma dello Stato in base alla concentrazione della sovranità. Il Governo è un organo che esercita la sovranità, ma non fa la legge, esso amministra lo Stato. Ci potrebbe essere uno Stato monarchico governato democraticamente e altre combinazioni. Nell'antichità si sovrappongono i concetti di forma di Stato e forma di governo. Bodin è il primo a separarli.
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Rousseau riprende la distinzione e parla di democrazia diretta, in cui tutti i cittadini dovrebbero fare le leggi riuniti in un'assemblea. Affinché ciò avvenga, bisogna pensare ad una federazione (non ad uno stato enorme) in cui tante assemblee permettano di avere una democrazia diretta. Foedus: patto. "Se ci fosse un popolo di dei, si governerebbe democraticamente. Un governo così perfetto non è adatto agli uomini.”
L'organo più importante è quello che fa le leggi. Se chi amministra legifera o legifera troppo, lo Stato rischia di degenerare in qualche altra forma, viene privato della sua caratteristica essenziale. Es. Napoleone: il Parlamento ratifica ciò che vuole lui. Per Locke vi sono tre poteri: legislativo, esecutivo, federativo: si occupa degli affari esteri, è un foreign office ante litteram. Egli non parla del potere giudiziario per una ragione. La differenza tra uno Stato federale e una Confederazione è che nel primo vi è una forte cessione della sovranità, mentre nel secondo questa è minore. Già Rousseau parla di Stato Federale, il discorso viene poi ripreso alla pubblicazione dei Federalist Papers (Alexander Hamilton, James Madison e John Jay).
Il dibattito tra Federalisti e Antifederalisti americani
Federazioni sociali o economiche?
Il Federalismo di Proudhon (punto di riferimento per l'anarchia, si scontra con Marx) è un mutualismo a livello sociale ed economico.
Idea di libertà all'interno di una comunità politica
Come si vive in una collettività? Quest'idea si restringe nei suoi significati. La libertà politica si declina come diversità e rivendicazione della diversità, come possibilità di essere diversi e di pensare diversamente. Possiamo essere diversi a seconda dell'oggetto (es. il colore della pelle, il credo religioso) a cui ci riferiamo. Due concetti base del pensiero politico contemporaneo sono la diversità e l'uguaglianza.
Da quando l'individuo è artefice della propria sorte, l'uguaglianza è sinonimo di diversità. Nell'Ancien Régime l'individuo come tale non sceglie mai, non ha possibilità di esprimere una volizione. Il re non si può sottrarre, nelle gerarchie ecclesiastiche si sale grazie alla vocazione, ossia la chiamata, nemmeno la nobiltà può scegliere. È una società basata sulle differenze, in cui gli individui non possono scegliere, tutti devono cooperare e le differenze sono indiscutibili.
Nello stato moderno compare la possibilità di scegliere. In seguito nasce l'Illuminismo. Con la Rivoluzione Francese vi è una forte rivendicazione del principio di eguaglianza collegata alla centralità dell'uomo. Il "terzo stato" pretende di diventare il cuore della nazione. Ad una testa corrisponde un voto.
Architettura dello spazio politico
Durante l'Ancien Régime vi è una piramide, dopo la Rivoluzione una linea orizzontale: tutti sono formalmente eguali. Assieme a queste rivendicazioni nasce una destra, una sinistra e un centro. La Rivoluzione Francese costituisce un laboratorio politico straordinario.
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La prima volta in cui si sente il dovere di unire diversità e eguaglianza. La prima tappa è l'eguaglianza formale o giuridica (chiesta nei movimenti per i diritti civili): l'eguaglianza di fronte alla legge. La tappa successiva è l'eguaglianza politica, che culmina nel suffragio universale. Quella dopo è definita sostanziale, dei diritti sociali (es. diritto all'istruzione, alla salute, economici, ecc.).
Quando nascono la democrazia (sia forma di Stato che di governo) e la politica? Anche prima delle poleis greche, e non coincidono necessariamente come tempi. Il termine Stato era già circolante e vi erano già comunità organizzate politicamente. La novità della polis consiste nel fatto che per la prima volta vi è una elaborazione teorica sulla politica (sui suoi limiti, problemi, ecc.).
Nel V secolo nasce la riflessione sulla politica, si inizia a pensare politicamente. Nasce una scuola dell'Ellade, di politica. Ciò costituisce un primato. I greci si considerano superiori perché pensano politicamente, gli altri obbediscono ma non attuano alcun processo riflessivo. La polis è un'organizzazione politica particolare, tenuta insieme da un determinato tipo di obbligazione politica.
Atene è la città dove si comincia per prima a pensare politicamente. La città è dominata da una forma di oligarchia, ossia il governo dei pochi. Questi pochi sono delle famiglie aristocratiche, ricche grazie al possesso delle terre (sono latifondisti), bene ereditato. Si crea così la stirpe nobiliare. I loro nomi sono molto importanti, sono nomi di tribù. Si tratta di una discendenza di sangue. Vi sono però molti dissidi interni, a causa dei tentativi di ognuno di accaparrare più terre. Vi è, insomma, molto particolarismo. Tali dissidi territoriali favoriscono la nascita della Democrazia, soluzione proposta dall'aristocratico Clistene. La sua riforma si realizza dal 508 al 507 a.C.
Vi è una riorganizzazione dal punto di vista istituzionale. Per fare sì che ci siano più periodi di pace, una maggiore stabilità politica è molto importante il commercio. Il ceto mercantile assume maggiore importanza rispetto al ceto dei proprietari terrieri. I primi hanno una mentalità più aperta, grazie ai continui scambi. Clistene cerca di spezzare il potere delle oligarchie, diventato una zavorra per il ceto mercantile, e attua una grande riforma. Mette insieme le tribù dei tre territori (litorale, città, entroterra) in circoscrizioni amministrative chiamate demo. È un processo politico istituzionale in base al quale l'assemblea di tutti i cittadini, chiamata ecclesia.
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