Televisione e media digitali
Prof: Luca Barra
Oramai c’è differenza tra televisore intesa come dispositivo, e televisione
inteso come ogni clip trasmessa per il mezzo televisivo (anche clip di natura
televisiva su TikTok, YouTube…): oggi la televisione è trasmessa al più dai
media digitali, anche non indirizzati direttamente al televisore, la televisione è
ormai un macrogruppo di tipologie di video con varie estensioni.
La televisione è ora definibile un mezzo di comunicazione basato sul video
(programmi televisivi comprendono anche serie TV; programmi inseriti in TV
satellitare, a pagamento o piattaforme; i film originali direttamente in video
piattaforma, corrispettivi dei vecchi film TV o film direct-to-video inteso come
VHS o DVD; fino alla serialità semiprofessionale distribuita sulle piattaforme
online, compresi i podcast e la content creation professionale di natura
paratelevisiva; ma anche i canali di broadcast piratati online).
La televisione, ricorrendo a pratiche elaborate nel corso degli anni a partire dai
’50, è molto più stratificata negli ambiti mediali.
“Televisione” è una parola polisemica, perché può indicare:
- La televisione come istituzione (brand, marchi, canali, piattaforme, reti
statali, reti private…: per quanto riguarda l’Italia inizia dall’unico canale
RAI, poi col secondo e di seguito gli altri canali RAI, ancora dopo le reti
private come i canali Mediaset, in seguito con la televisione satellitare,
poi i brand di broadcast a pagamento come SKY, e ancora dopo la
proliferazione delle piattaforme…);
- La televisione come dispositivo (a partire dal TV a tubo catodico con le
sue evoluzioni fino agli schermi ultrapiatti, o ancora gli smartphone…);
- La televisione come immaginario con i suoi programmi, i suoi personaggi,
le sue estetiche, i suoi generi, le sue tecniche, le sue “storie”, e i suoi
spettatori…
Il 3 gennaio 1954 comincia in Italia la storia della televisione, con una vedette,
Fulvia Colombo, in uno studio RAI che dà il benvenuto e annuncia le
trasmissioni dal mattino alla sera di quella giornata.
Di seguito i vari metodi per studiare la storia della televisione e dei media
digitali:
Storia…
- Approccio diacronico vs. sincronico
- Fatti, avvenimenti personaggi…, e tendenze di lungo periodo
- Cambiamenti/innovazioni ed elementi di continuità
…di televisione e media digitali
Lo studio della “Storia” richiede in sé un approccio diacronico (nel lungo
periodo) ma si deve usare anche un approccio sincronico (fasi, periodi del
passato che hanno in comune una precisa fenomenologia).
Al contempo si deve ricordare precisi fatti, avvenimenti, personaggi con le date
e i nomi, ma studiare anche le tendenze di lungo periodo che ovviamente
comprendono fenomeni che iniziano in un determinato tempo e che continuano
ad oggi.
Altro approccio comprende lo studio dei cambiamenti evidenti, le rivoluzioni,
ma anche lo studio degli eventi che continuano nel tempo appropriandosi della
natura delle innovazioni (spesso si guarda alla Storia con una visione
“sostitutiva” data dalle innovazioni e i cambiamenti, ma la Storia è in realtà da
osservare in questo senso come additiva, un continuum che comprende e
assume tali innovazioni).
La storia della televisione, con le sue stratificazioni insite, è anche da leggere in
relazione alla storia più generale dei media, ma anche con la Storia
contemporanea (politica, costumi, cambiamenti sociali/politici). Si ha da
considerare tutto ciò in una continua dialettica di vari livelli storiografici.
Nel corso si tratterà prevalentemente della storia della televisione
prevalentemente italiana:
- la storia della televisione è soprattutto da leggere in un sistema di
comunità nazionale (immaginari condivisi, politica e società nazionali,
lingue…)
- la televisione è partecipa della comunità immaginata (“imagine
community”, concetto coniato dal politologo Benedict Anderson, che
racchiude la popolazione con una cultura condivisa: stesse conoscenze
scolastiche, stesse nozioni di appartenenza al proprio Paese, stessa
partecipazione al sistema e al dibattito politico)
- la televisione ha divismo, immaginari, contesti “nazional-popolari”
(cultura che “parla” idealmente a tutti i membri appartenenti allo stesso
territorio nazionale, secondo la definizione di Antonio Gramsci)
La televisione è nazionale.
Si pensi questo anche rispetto, anche se in maniera meno evidente, ai media
digitali: ad esempio le piattaforme streaming adattano ad ogni Paese i suoi
contenuti, già a partire dal livello della lingua (doppiaggio, sottotitolazione).
Al contempo la storia della televisione e dei media digitali sono anche da
considerare in constante dialogo con la televisione e media in senso globale:
- modelli, idee, contenuti, programmi, piattaforme che circolano per il
mondo
- per quanto riguarda l’Italia c’è una connessione costante con gli Stati
Uniti
- scambi tra le televisioni europee, transeuropee, mondiali (si pensi ai
programmi in eurovisione, come l’Eurovision Song Contest)
Ci sono anche vari livelli disciplinari nella storia della televisione e dei media
digitali:
- livello della storia tecnologica-tecnica-ingegneristica (televisione e media
digitali come strumenti di produzione/trasmissione/ricezione: televisori,
antenne, telecamere…)
- livello della storia politica e istituzionale (televisione e media digitali da
leggere come propaganda del potere politico, censure,
regolamentazioni…)
- livello della storia economica (televisione e media digitali come industrie
e come mercati, con le sue pubblicità, metodi di vendita anche degli
stessi dispositivi e canali broadcast, ovviamente la televisione è un
sistema di corporazioni)
- livello della storia produttiva e distributiva (televisione e media digitali
come professionisti e pratiche, ritmi e modalità, costruzioni dei
programmi, palinsesti…)
- livello della storia dei generi, testi e linguaggi (televisione e media digitali
come forme estetiche e simboliche)
- livello della storia sociale (televisione e media digitali come dialogo col
pubblico, e anche come questo utilizza la ricezione)
- livello della storia “culturale” (televisione e media digitali come
immaginario collettivo e condiviso, un insieme di riferimenti da poter
condividere, una cultura come ciò che viene messo all’attenzione di un
vasto gruppo di persone, dalla cronaca all’intrattenimento…)
Ogni “Storia” comprende tutti questi livelli, e nel corso si cercherà di darne una
lettura sistemica, che comprenda tutti questi sistemi appunto.
Ci sono tre possibili momenti (età) della storia televisiva nel suo percorso
(proposta dallo studioso John Ellis):
- Età della scarsità (Age of scarsity): scarsità di risorse e di offerta (pochi
canali; in Europa si ha solo un servizio pubblico e di controllo statale, vero
monopolio)
- Età della disponibilità (Age of availability): ampliamento dell’offerta
(canali, tempi, possibilità), espansione dei palinsesti, varietà dei
contenuti (la commercializzazione della televisione europea)
- Età dell’abbondanza (Age of plenty): centinaia di canali (convergenza tra
cavo, satellite, digitale…), personalizzazione del consumo,
moltiplicazione dell’offerta; si direbbe oggi quasi età della
“sovrabbondanza”
L’espressione “nuovi media” non ha senso, in quanto i media digitali arrivano al
vasto pubblico dopo una storia già scandita abbondantemente:
- Internet (originariamente Arpanet) nasce nel 1966
- Il Word Wide Web e i browser risalgono al 1990
- Google (1997), Facebook (2004), YouTube (2005)
E dopotutto anche i “vecchi media” sono originariamente stati “nuovi media”:
già qui si comprende il nonsenso del termine.
Si deve usare il termine media digitali al posto di quello che solitamente è
chiamato erroneamente “nuovi media”.
I media digitali non sono un campo separato dal:
- Resto degli altri mezzi di comunicazione (tra l’altro ormai tutti i media si
sono digitalizzati)
- Resto della vita dell’utente/spettatore/individuo (inizialmente, prima di
“nuovi media”, si usava l’espressione ancora più grottesca di “virtuale”,
come se fosse effettivamente un mondo separato) teleo:
“Televisione” è una parola macedonia di etimologia greca e latina (gr. a
video:
distanza, lat. vedo): “visione a distanza”
La televisione è un medium “senza inventori”, per dire che ha una miriade di
inventori, perché la televisione si sviluppa in diversi modi e diverse nazioni, e in
un periodo molto lungo. Ha una paternità plurale, molteplice e con età diverse.
Nel 1884 (quindi prima dell’invenzione del cinema propriamente detto e della
radio) viene costruita una “televisione” in forma prototipica, il disco di Nipkow
(dall’inventore Paul Nipkow) che riprende un oggetto e tramite una serie di
specchi e lenti consente di mostrarlo in movimento a 10 metri di distanza.
Nel 1925 John Logie Baird inventa un televisore meccanico, e viene definito il
genitore da parte dei britannici.
Lo stesso anno Vladimir Zvorykin inventa un apparecchio simile, padre della
televisione da parte dei russi.
Nel 1927 Philo Farnsworth inventa una televisione elettronica, e viene
considerato il padre della televisione da parte degli statunitensi (il Prof.
Farnsworth di “Futurama” è un omaggio a questo inventore).
Negli anni Venti e Trenta del Novecento si applicano massivamente le prime
vere sperimentazioni in Gran Bretagna, Stati Uniti e Germania (esempio è
l’esperimento voluto espressamente da Hitler nel provare a trasmettere le
Olimpiadi di Monaco del ’36)
Anche in Italia si ha una “falsa partenza” voluta da Mussolini: esperimenti di
immagini a distanza dal 1929; dimostrazioni pubbliche nel 1933 e installazioni
di trasmettitori televisivi nel 1939.
Con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale i vari esperimenti si fermano per
ovviare i finanziamenti ai reparti militari.
Nel 1895 Guglielmo Marconi, a Sasso Marconi (all’epoca, Sasso Bolognese),
compie il primo esperimento riuscito di trasmissione via radio, chiamata
“telegrafo senza fili”: una comunicazione tra due punti, bidirezionale, senza
l’obbligo dei cavi progettati originariamente da Samuel Morse ma via etere.
Marconi si direbbe aver inventato anche internet, in quanto il suo “telegrafo
senza fili” non ricorda assolutamente la moderna radio: consentiva
trasmissione solamente di codice Morse (per lo stesso principio funziona
internet).
La radio com’è intesa oggi è un modello comunicativo progettato negli anni
Venti negli Stati Uniti: dalla radiotelegrafia marconiana alla “radio music box”,
dal codice Morse in via bidirezionale alla trasmissione musicale a più persone.
Nasce così il modello definito di broadcasting:
- “Semina larga”, una diffusione da uno a molti (broadcasting sarebbe
traducibile come “diffusione”: metafora di un unico contadino che lancia
semi in vari punti)
- Emissione monodirezionale, senza canale di ritorno
- Trasmissione simultanea, sincronica (in diretta)
- Trasmissione indifferenziata: chiunque possiede un ricevitore (radio, e poi
televisivo) riceve la trasmissione
La televisione ricorre così in fretta al modello di broadcasting, e quindi
partendo dalle tecnologie radiofoniche.
Pure la televisione diventa di maggior potenza espressiva rispetto alla radio,
per il broadcasting di suoni ma anche di immagini.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, in Italia causa la sua frammentazione
postbellica e postregime la corsa verso la radio rimane praticamente ferma
rispetto ad altri Paesi (in primis gli Stati Uniti, che già alla fine degli anni ’40
trasmettevano programmi televisivi).
In Italia la televisione è solo immaginata, si ha un’attenzione da parte dei
giornali ma anche da pubblicazioni di manuali di settore, che la mostravano
però principalmente come un’innovazione tecnica (nei volumi si mostravano le
varie componenti tecniche-ingegneristiche).
Comunque per la popolazione aveva uno sguardo meravigliato a questo mezzo
tecnico, visto come un’avanguardia che arriverà più o meno in fretta dai Paesi
più avanzati.
Si presentava al pubblico italiano come una tecnologia che avrebbe
rivoluzionato molteplici attività e discipline: medicina, scuola, musei, sport,
spettacoli…
(Sono aspetti che all’avvento di ogni media si riscontrano come presentazione
quasi utopica nella sua rivoluzione: prima con internet, ora con l’AI).
La EIAR (Ente Italiano Audizio Radiofoniche, che dal ’45 divenne la RAI)
ricominciò però con cautela esperimenti televisivi, con anche dimostrazioni
principalmente a Milano e Roma nel 1947.
Il 1949 è l’anno cruciale dell’epoca della sperimentazione italiana, in quanto la
RAI iniziò a procedere con maggiore intensità (anche con un timore di rimanere
indietro rispetto a USA e UK).
La nascita effettiva si ebbe in quell’anno a Torino, quando la RAI fece i
cosiddetti “esperimenti in soffitta” (per dire che lo facevano in sordina):
- Sperimentazioni tecniche: telecamere e trasmettitori (questi ultimi posti
nei colli di Torino)
- Sperimentazioni avvennero anche da un punto di vista linguistico: si
doveva pensare anche ai contenuti che si sarebbero dovuti produrre per
le trasmissioni. Sergio Pugliese, intellettuale e drammaturgo, fu la figura
chiave di questo settore, a cui viene dato gran spazio dalla RAI per
provare a progettare i contenuti in quanto era stato negli USA alla NBC,
avendo perciò visto sul campo come funzionava la televisione.
Dal 10 al 19 settembre ci fu per la prima volta in Italia l’Esposizione
internazionale di Televisione, aumentando per l’occasione gli esperimenti
televisivi per dimostrare la capacità del Paese alle altre nazioni:
- Visite agli studi e trasmissioni nelle vetrine di Torino e Milano (in differita
da Torino)
- Una settimana di intense trasmissioni sperimentali, quasi un’“alchimia”
di programmi
All’esposizione si recò anche il Presidente della Repubblica, Luigi Einauidi.
Nei primi anni ’50 la tv diventò una prospettiva davvero concreta anche in
Italia. Si doveva perciò trovare uno standard (delle macchine di ripresa, di
quelle di trasmissione, di quelle ricettive).
Si scelse nel 1952 che la televisione sarebbe dovuta appartenere al monopolio
di Stato, in convenzione con la RAI.
Nel 1951, tra l’altro, vennero per la prima volta in Italia trasmessi dei drammi
televisivi in diretta televisiva, ancora in maniera sperimentale: era difficile per
gli attori, che non dovevano recitatore né come a teatro (c’erano primi piani,
inquadrature da varie angolazioni), ma neanche come al cinema (la diretta non
permetteva nuove prove); ma era difficile anche per i tecnici, che dovevano
capire come muovere macchine da presa, microfoni, impostare luci…
Il primo teledramma (ripreso quindi in studio televisivo) è “Dopo cena”, con la
regia di Mario Landi.
Sergio Pugliese disse che la tv doveva essere una “radio con le immagini” e al
contempo “un teatro familiare” (un teatro a disposizione di tutti): una
combinazione tra radio e teatro, portava nelle case trasmissioni e spettacolo.
Un’altra importante figura (insieme al creatore di programmi Sergio Pugliese) in
questi anni fu Vittorio Veltroni, un giornalista che divenne il primo direttore del
telegiornale italiano: nel 1952 venne trasmesso il primo telegiornale.
Nel 1953 avvenne una vera e propria preparazione al lancio ufficiale:
- Si iniziarono a creare delle “settimane tipo” di programmazione
- Venne definito il canone: come per la radio si doveva pagare una tassa
- Si iniziarono a installare nel territorio italiano vari trasmettitori
- Si fecero concorsi per nuovi volti e nuove voci
- Si diffusero le pubblicità degli apparecchi televisivi e dei possibili
programmi (su tutti il settimanale “Radiocorriere”)
Il 1954 fu l’“anno della televisione italiana”: nell’ultimo numero del ’53 su
“Radiocorriere” compare in copertina una foto con due (prossime) annunciatrici
che abbracciano un televisore con scritto “buon anno”; nel primo numero del
’54 in copertina c’è la foto di un teleoperatore con scritto “pronti? via!”.
Il 3 gennaio 1954 si lancia ufficialmente la televisione, con la presentazione
sopraddetta da parte di Fulvia Colombo (tra le due annunciatrici in copertina
all’ultimo numero del ’53 di “Radiocorriere”): i toni che usa sono austeri,
precisi, neutrali, vestita persino da festa elegante. Inoltre i vari programmi sono
culturali: un programma d’arte, un film d’autore (di Mario Soldati), un
teledramma…
Questo perché la “prima televisione” era evidentemente indirizzata a un
pubblico colto, altoborghese o aristocratico, soprattutto dei grandi centri
urbani.
Il video di Fulvia Colombo che gira tutt’ora è in realtà un falso, o meglio dire un
rifacimento diretto per un documentario RAI del ’64 di Ugo Zatterin (in due
parti “TV: dieci anni prima” e “TV: dieci anni dopo”), realizzato per celebrare il
decennio della televisione.
Fulvia Colombo venne chiamata per ripetere la stessa annunciazione (il falso si
capisce anche dal fatto che nel video rimasto c’è una carrellata indietro che
mostra anche lo studio e le macchine da
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