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Che cos'è il restauro?

Il futuro riserva molto lavoro nel campo del restauro. Il restauro nell’immaginario comune riguarda il mondo dell’arte, come la pittura e la scultura, ma riguarda anche l’architettura. L’architetto restauratore progetta, perché il restauro è progetto di architettura, dove questa è riconosciuta come testimonianza di cui ci si deve prendere cura perché ha valore testimoniale.

Il restauro come progetto di architettura

La differenza tra un progetto da nuovo e un restauro è che nel secondo caso si ha a che fare con un bene riconosciuto, vincolato per esempio dalla soprintendenza o dal ministero, su cui non si può fare qualsiasi cosa e sul quale va esercitata una consapevolezza nei confronti della preesistenza, per poterlo tramandare alle generazioni future. Il compito del restauro è quello di conservare. Conservazione e restauro non sono sinonimi, ma sono consequenziali, in quanto il restauro ha la finalità di conservare.

Questo non significa che non si possa fare un progetto di restauro con un linguaggio contemporaneo: il progetto è conservativo nei confronti della preesistenza ma può essere anche formativo, cioè che fa nascere nuove forme. L’idea del progetto di restauro è una conquista culturale che è passata per secoli di discussioni, dibattiti, documenti, esperienze e fallimenti e ancora oggi non si è tutti d’accordo su come si conservi l’architettura e quale sia la finalità (o meglio l’atteggiamento nei confronti) del restauro.

Esempi di restauro

Un esempio contemporaneo è l’incendio che ha colpito Notre Dame: per i francesi, infatti, conservare significa ricostruire esattamente com’era prima, modalità definita “com’era, dov’era”. Questo atteggiamento coinvolge quelli che sono gli aspetti psicologici del trauma, ossia cancellare le ferite per superare il dolore. La stessa cosa accade per esempio coi terremoti, per esempio si vuole ricostruire Amatrice “com’era, dov’era”.

Infatti, quando si parla di patrimonio si fa riferimento a qualcosa di viscerale dentro di noi, quindi vogliamo dimenticare il dolore. Il dibattito nel restauro è molto acceso, perché c’è chi dice che il “com’era, dov’era” è un atteggiamento da perseguire e c’è chi dice che rifare le cose nello stesso modo sia un tradimento e una falsificazione nei confronti della storia. Per esempio, in pittura non sarebbe accettabile sostituire la Gioconda bruciata con un quadro esattamente identico; infatti, nelle arti liberali la falsificazione è negata da tutti: anche se magari esistono delle copie, nessuno sostituirebbe un originale con una copia, anche se questa fosse distrutta.

In architettura questo concetto vacilla, perché essa è una forma d’arte che è destinata a trasformarsi, infatti è in continua trasformazione a causa del cambiamento nelle esigenze ed è perciò considerata meno autentica di un quadro, che viene realizzato in un determinato momento e non subisce più modifiche, mentre l’architettura si trasforma in maniera più pesante, per esempio, il teatro di Marcello è diventato un palazzo ad un certo punto. Il patrimonio architettonico è frutto di un continuo processo trasformativo e questo aspetto fa sì che l’idea di replicarne solo le forme e non l’autenticità della materia sia più ammissibile, perché restituisce la forma a qualcosa che è caro a tutti.

Il restauro come disciplina

Il fatto che l’architettura sia una forma d’arte sia frutto di continue trasformazioni rende il restauro molto più complesso. Quando si restaura un edificio si deve decidere cosa conservare e cosa no; magari si ha un palinsesto di fasi che si sovrappongono e si potrebbe conservare tutto o magari fare una scelta critica conservativa. I temi progettuali sono tanti e quando si progetta un restauro ci sono tanti problemi da risolvere.

Cesare Brandi era un teorico del restauro e ha scritto il libro Teoria del restauro (in bibliografia), dove spiega che esso è una disciplina unica a livello teoretico, ma che dal punto di vista applicativo ha tanti percorsi, perché ci sono modalità diverse tra il restauro di un’architettura e quello di un dipinto. I principi del restauro sono condivisi da tutti e vengono applicati in maniere diverse, anche a seconda dei contesti: ai francesi, infatti, l’autenticità della materia non interessa molto, mentre per gli italiani sì, anche se pure in Italia ci sono tante esperienze di “com’era, dov’era”.

Confronto culturale nel restauro

Attualmente in Italia la pensiamo diversamente dalla Francia, perché c’è un’influenza del cristianesimo e della religione cattolica nel modo di vedere le cose (non è una cosa cosciente, ne siamo intrisi) che i francesi dopo l’illuminismo hanno perso. Il concetto di autenticità riprende per esempio l'idea di reliquia, che è un oggetto autentico.

C’è un atteggiamento consapevole dell’uomo nei confronti delle testimonianze che ci provengono dal passato. Il concetto di tempo è strettamente legato alla cultura occidentale, è un concetto di tempo lineare che viene dal cristianesimo, che vede l’inizio nella creazione e la fine nel giudizio. Significa che ogni azione avvenuta tra la creazione e il giudizio non si ripete e comunque è sottoposta a una valutazione: ciò che è buono, ciò che è cattivo, ciò che è positivo, ciò che è negativo: questo è il modo di interpretare la storia e quindi il tempo per gli occidentali.

La cultura orientale ha un concetto di tempo che è ciclico, una visione panteistica del tempo, della natura, dell’uomo. Tutto torna, tutto si ripete, quindi il concetto di conservazione è molto diverso tra cultura occidentale e cultura orientale. Si sta tentando di definire dei confini di questa disciplina, confini geografici perché si deve assolutamente distinguere la cultura occidentale dalla cultura orientale, che hanno due modi diametralmente opposti di guardare al passato e soprattutto di guardare a ciò che ci proviene dal passato in termini concreti, quindi a come si conservano gli oggetti e le testimonianze che ci provengono dal passato.

Confini cronologici del restauro

Poi ci sono dei confini cronologici, la disciplina del restauro non è sempre esistita, ha una sua genesi, ha avuto una lunga fase storica che in letteratura si chiama di proto-restauro, cioè tutto quell’insieme di atteggiamenti nei confronti delle preesistenze del passato che iniziano a farsi un po’ strada ma che non sono ancora inquadrate dal punto di vista disciplinare. L’uomo si interfaccia con gli oggetti provenienti dal suo passato da sempre, il problema è che fino a un certo punto della storia si interfaccia in maniera molto casuale perché la disciplina, che è appunto quell’insieme di principi metodologici attraverso i quali vengono messe in atto una serie di azioni conservative, non è ancora nata, non è ancora sviluppata: quindi ci sono dei confini cronologici perché se si parla di disciplina in senso stretto si tratta di una storia che non va oltre la fine del ‘700 a ritroso, parte dalla fine del ‘700 e va oltre e ha il suo cuore di discussione, di dibattito e di crescita tra l’800 e il ‘900.

Se invece parliamo di atteggiamenti dell’uomo nei confronti del passato e nei confronti degli oggetti che provengono dal passato si va molto più indietro: l’uomo da sempre ha aggiustato oggetti per farli continuare a vivere e a usarli, ha da sempre trasformato l’architettura per continuare ad utilizzarla. Quindi in realtà a seconda della prospettiva con cui guardiamo il tema del restauro si può andare molto indietro nel tempo. E poi ci sono i confini culturali, nel senso che ci sono tante variabili che hanno contribuito a modificare, a trasformare e a sviluppare la disciplina del restauro come la consideriamo oggi.

Confini geografici nel restauro

Si parte da confini geografici, quindi dove siamo quando parliamo di restauro. Il mondo orientale è parte di una cultura che è molto più legata ai valori intangibili del passato. Quando si parla di questi, di patrimonio intangibile, si parla di quell’insieme di valori, di tradizioni, di culture che non hanno necessariamente un risvolto concreto, non si manifestano in un prodotto concreto ma sono comunque dei valori da conservare.

Esempio di patrimonio intangibile è la tradizione delle processioni religiose, oppure la tradizione dei giochi che ancora oggi facciamo e che vengono da una tradizione antichissima, come il palio di Siena, tutte le manifestazioni storiche che ancora oggi si vivono e che fanno parte del patrimonio intangibile. Si pensi ai dialetti, agli usi e ai costumi intesi come modi di fare certe cose. Tutto questo è patrimonio intangibile. Nel mondo orientale per quanto riguarda il tema dell’architettura in senso stretto ha una fortissima valenza la trasmissione dei valori legati all’architettura.

Ad esempio, come si costruiscono le cose, il sapere artigiano che permette agli artigiani di oggi di costruire ancora i templi come venivano costruiti nell’età antica. Nel caso del mondo occidentale proprio in virtù di quella cultura del cristianesimo che si porta dietro, ma ancora prima anche tutto il mondo romano e del diritto romano, siamo invece molto interessati a mantenere e conservare l’autenticità della materia. Si vuole conservare quella pietra, quell’edificio con quel materiale, perché è quello che è stato tramandato dal passato e se si rifacesse identico non sarebbe comunque lo stesso.

“Proprio a Ise Jingu nell’area dove sorge un tempio vi sono due luoghi che vengono occupati alternativamente: mentre il tempio è ancora robusto, nel sito adiacente ne viene costruito uno identico per poi procedere alla demolizione della prima costruzione, una volta compiuto il rituale del “sengu” con cui il corpo del Dio viene trasferito in un nuovo tempio. In tal modo, sebbene Ise Jingu sia rinato ogni venti anni per più di un millennio (nel 2017 si è conclusa la 64esima riedificazione del tempio), un antico modo di concepire l’architettura è giunto fino a noi. Ciò che si è tramandato attraverso questi templi non è la fisica sostanza di un edificio (non è l’autenticità della materia) ma uno stile in sé e una tradizione spirituale (cioè un patrimonio intangibile).”

Il restauro nella cultura orientale

Se il pensiero occidentale ha il suo perno nella coscienza individuale, quello giapponese nutre una visione panteistica della natura e una fede in divinità che possono risiedere in ogni luogo dell’universo. Per questo i giapponesi ritengono che anche all’interno di una forma architettonica giaceva nascosto, nonostante le trasformazioni intervenute, qualche cosa di invisibile ereditato dal passato. Inoltre i giapponesi fin dai tempi antichi, sono inclini a riconoscere i tratti dell’eternità in ciò che svanisce e perisce e avvertono contraddittoriamente che l’eterno è percepibile solo in ciò che ha un’esistenza che trascorre rapidamente.

In sostanza quello che viene detto è che nella cultura orientale (non si consideri però che tutto il tema del restauro nella cultura orientale si risolva con il rifacimento) ciò che importa non è tramandare la materia ma tramandare la sostanza, quindi tramandare quell’insieme di patrimonio immateriale, cioè il fatto di sapere costruire il tempio in quel modo, il fatto di saper fabbricare gli elementi lignei in quel modo, il fatto di utilizzare le componenti costruttive in quel modo, che è esattamente il modo in cui veniva costruito 1000 anni fa, e facendolo ogni 20 anni c’è la possibilità cronologica e temporale di trasmettere oralmente questo sapere, direttamente da un artigiano a un altro, da una generazione ad un’altra.

Confini cronologici del restauro

Quindi c’è un tema legato a ciò che noi vogliamo conservare del passato, che è generalmente l’autenticità della materia, ma ci sono tante declinazioni di operare in questo senso (es. Flash di Notre Dame, che va nel senso opposto: qui si vuole costruire al di là della materia una forma). Quindi in realtà ci sono delle declinazioni molto diverse, nonostante si è molto dibattuto per secoli di queste cose, però in sostanza, a grandi linee, ciò che distingue la cultura occidentale da quella orientale è l’attenzione verso la materia piuttosto che verso la sostanza, quindi beni materiali rispetto ai beni immateriali, patrimonio architettonico invece che patrimonio immateriale.

Poi veniamo ai confini cronologici: da sempre l’uomo è abituato a riparare, allora se per restauro si intende un qualsiasi tipo di intervento su oggetti che vengono dal passato stiamo parlando di un qualcosa che è sempre esistito da quando esiste l’uomo; se si parla invece di un atteggiamento consapevole e maturo nei confronti della preesistenza, finalizzato a conservare attraverso l’applicazione di principi metodologici e disciplinari, allora si parla di qualcosa che è molto più recente.

Quello che è certo è che se si parla di una testimonianza del passato in sé, cioè se l’interesse è quello di conservare una testimonianza del passato in quanto tale allora parliamo di un qualcosa di estremamente moderno che si sviluppa a cavallo tra ‘700 e ‘800 e poi ha la sua piena maturità nel corso del ‘900; perché succedono delle cose importanti: l’illuminismo, la rivoluzione francese, una nuova consapevolezza di quello che è il patrimonio culturale, che non è più solo patrimonio economico ma diventa qualcosa di più che semplicemente un insieme di oggetti che può essere venduto per avere denaro, inizia a diventare qualcosa che non può magari neanche essere spostato da un certo punto in poi.

Il mercato dell’arte fino almeno all’inizio dell’800 era un mercato completamente libero, un mercato dove chiunque fosse proprietario di un’opera d’arte, che fosse un capitello del tempio di Esculapio fino ad una tela del maestro del Rinascimento poteva liberamente venderlo a chiunque e mandarlo in una qualsiasi parte del mondo. Si formano così le grandi collezioni prima degli spogli napoleonici, perché liberamente il commercio delle opere d’arte è possibile a tutti i livelli.

C’è un momento in cui ci si rende conto che le opere non possono lasciare il contesto in cui sono state concepite, perché quel contesto fa parte del valore dell’opera stessa: c’è quindi un’evoluzione anche in termini culturali nel senso di maturare un atteggiamento verso le testimonianze del passato che le conserva di per sé, per il fatto solo di esistere, di essere quelle e non altre. Nella letteratura, nella storia del restauro, non tutti sono d’accordo su quando nasce il restauro; come tutte le discipline storiche (cioè non scientifiche) non esistono delle misure quantitative che ci consentono di avere un approccio scientifico al problema, è un approccio critico come in tutte le discipline storiche, e quindi ognuno ha un’opinione in merito, una visione del problema che può essere diversa da quella dagli altri.

Opinioni sull'origine del restauro

  • Eugène Emmanuel Viollet-Le-Duc, restauratore ottocentesco che verrà approfondito quando si parlerà della Francia nell’800, nel 1865 scrive: “La parola restauro e la cosa (nel senso dell’attività) sono moderne (cioè intende dire che sono di oggi) […] e infatti nessuna civiltà, nessun popolo, nei tempi passati, ha mai preteso di fare dei restauri come li intendiamo oggi.”
  • William Morris, un esponente della scuola inglese, più o meno coetaneo di Viollet-Le-Duc, nel 1877 scrive: “Il mondo civile del XIX secolo non ha uno stile proprio, ad eccezione di una vasta conoscenza degli stili degli altri secoli. Da questa carenza sorse nell’animo degli uomini la strana idea di restauro dei monumenti.”
  • Camillo Boito, uno dei principali esponenti italiani del restauro filologico, nel 1893 scrive: “L’arte del restaurare è […] recente […] e non poteva ritrovare i suoi metodi se non in una società la quale, mancando di qualsivoglia stile nelle arti del bello, fosse capace di intenderli e all’occasione di amarli tutti. Questa condizione di cose si verificò dopo il primo impero napoleonico, ai primordi del moderno romanticismo.”
  • Renato Bonelli, uno dei principali del restauro critico italiano del dopoguerra, nel 1963 scrive: “Il restauro architettonico è concezione tipicamente moderna, che muove da un nuovo modo e diverso di considerare i monumenti del passato e di intervenire su di essi.”
  • Cesare Brandi, 1963: “Il restauro è un aspetto fondamentale della cultura e degli studi storico-artistici. Praticamente esso è sempre esistito, sul piano delle esperienze empiriche e della tecnica dell’artigiano e dell’artista (cioè se per restauro si intende aggiustare, rinnovare, mettere in funzione un oggetto che si è degradato, un edificio che si è degradato; allora il restauro è una disciplina che è sempre esistita empiricamente, nel senso non supportata da una struttura metodologica definita, ma di fatto è sempre esistita). Nei tempi moderni, con lo sviluppo della critica e della tecnica, il restauro ha acquistato un’assai più definita consapevolezza dei propri scopi e dei propri mezzi.”
  • Guglielmo De Angelis d’Ossat, che nel 1978 scrive: “Nel millenario percorso storico dell’architettura non si può considerare il restauro come un prodotto, anzi un sottoprodotto culturale tipico della civiltà moderna (cioè non si può dire che sia solo moderno). Il fenomeno deve invece e...
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Ingegneria civile e Architettura ICAR/19 Restauro

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Maggssss di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Restauro e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Ferrara o del prof Maltoni Andrea.
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