Storia del giornalismo e della comunicazione politica
M-STO/04 (6 Cfu)
M. Forno 23/9/2024 – lezione 1
La storia contemporanea riguarda grosso modo l’Ottocento e il Novecento.
1848: nascita del giornalismo parlamentare in Italia
L’Italia nel 1848 è ancora divisa (unità nel 1861):
- Regno di Sardegna a nord-ovest (Piemonte, Liguria e Sardegna più altri territori, come Nizza e la Savoia) sotto la dinastia Savoia;
- Lombardo Veneto sotto la giurisdizione austriaca;
- Granducato di Toscana (e altri piccoli ducati come quello di Parma) al centro-nord;
- Stato della Chiesa con sovrano il papa al centro;
- Regno delle Due Sicilie sottoposto alla dinastia Borbone a sud.
Il 1848 è un anno segnato da moti rivoluzionari in tutta Europa (soprattutto in Francia, Italia e Austria) mossi dalla richiesta dei nuovi ceti politici per maggiore libertà al grido di “libertà, uguaglianza, fraternità” (a seguito della parentesi Napoleonica: l’ingresso della borghesia nella vita pubblica mette in dubbio il concetto di assolutismo. Rivoluzione Francese: chi governa lo fa per volontà del popolo e non di Dio, tanto che lo stesso Napoleone, diventando imperatore, non tiene fede a quei valori che aveva istituito. Se una volta teneva in sacco l’Europa, la caduta di Napoleone avvia i moti rivoluzionari).
Restaurazione: dopo il terremoto di Napoleone e della Rivoluzione Francese si torna all’antico. Il Congresso di Vienna 1815 riporta sui loro troni i vecchi sovrani che erano stati spodestati (assolutismo). In realtà quel germe rivoluzionario di libertà e novità della nuova prospettiva che si era insinuata rimarrà sotto la cenere: nulla poteva tornare come prima nel sentire delle classi borghesi (le masse popolari e contadine non avevano la percezione di tutto ciò; i grandi cambiamenti della storia raramente sono frutto di un movimento che coinvolge masse enormi di persone: rivoluzioni sono guidate da minoranze).
L’epicentro rivoluzionario è la Francia. L’espressione più tangibile dell’esplodere dei moti all’interno dei Paesi è la concessione delle Costituzioni ispirate ai valori rivoluzionari francesi. Regno di Sardegna, Papa, Arciduca Ferdinando e Leopoldo di Toscana concedono le costituzioni agli Stati italiani. Pertanto, il 1848 è l’anno dello Statuto Albertino concesso dal re di Sardegna e rimarrà, passata la ventata rivoluzionaria (quando i sovrani tornano indietro e ritirano le garanzie liberali che erano state date), la legge costituzionale italiana fino al 1948.
1946 - Referendum istituzionale a suffragio universale: si chiede a tutti i cittadini maggiorenni di scegliere tra monarchia e repubblica ed eleggere un’assemblea costituente che dovrà redigere il nuovo testo che entrerà poi in vigore l’1/1/1948.
Le guerre d’indipendenza
1. Prima guerra d’indipendenza (1848): il Regno di Sardegna sotto Carlo Alberto cerca di annettere la Lombardia estendendo il territorio del regno anche alle province occupate dagli austriaci. Inizialmente tutti i sovrani italiani, pure il Papa, sostengono l’impresa perché sembrava poter delineare una prospettiva del tutto nuova e nazionale in cui tutti remano nella stessa direzione. Tuttavia, è una parentesi breve e nel giro di poco tempo chi aveva inizialmente sostenuto si tira indietro (anche per motivi diplomatici, ad esempio, il Papa non poteva mettersi contro l’Impero austriaco, il cattolico per eccellenza). Sul campo ci va per la prima volta Garibaldi con la truppa volontaria dei Cacciatori delle Alpi finanziate occultamente.
2. Seconda guerra d’indipendenza (1859): è la guerra che porta all’Unità. Regno di Sardegna con aiuto iniziale della Francia (che poi si tira indietro) acquisisce la Lombardia (Austria concede Lombardia alla Francia). In molti Stati italiani si inizia a diffondere un sentimento di patriottismo. Impresa dei Mille (da Marsala Garibaldi risale la penisola con truppe volontarie; in Calabria con la complicità della marina inglese salgono verso nord mentre le truppe piemontesi avanzano verso sud e pezzettino per pezzettino formano l’Italia). Ancora da annettere Veneto, Trentino e Lazio (Garibaldi non entra a Roma perché la Francia non l’avrebbe permesso). 17/2/1861 prima riunione del parlamento. L’Italia è fatta, la capitale è Torino.
3. Terza guerra d’indipendenza (1866): parziale trasferimento di capitale a Firenze in accordo coi francesi. Sfruttando la guerra austro-prussiana l’Italia si riprende il Veneto (1866). 20/9/1870 Breccia di Porta Pia – le truppe nazionali italiane entrano a Roma (le truppe francesi erano già occupate contro la Prussia nella guerra franco-prussiana, quando il Kaiser Guglielmo II si farà incoronare imperatore di Germania a Parigi). Si apre la questione romana risolta solo cinquant’anni dopo con i Patti Lateranensi (1929).
1860/61: Stato nazionale
Con l’unificazione 22 milioni di persone si trovano ad essere unite sotto lo Stato monarchico dei Savoia e il nuovo tricolore. Estensione dell’ordinamento costituzionale piemontese a tutto il territorio: lo Statuto Albertino è la prima costituzione italiana. Cavour e i moderati fanno l’Italia e la prevalenza moderata guiderà i primi anni del nuovo regno.
18/2/1861 prima seduta del nuovo parlamento nazionale: è l’VIII legislatura (legislatura: quando c’è l’elezione per il nuovo parlamento è una legislatura, la prima fu quella avviata quando lo Statuto Albertino concesse il parlamento; ogni 5 anni c’è il rinnovo del parlamento e quindi inizia una nuova legislatura. Quando nacque il Regno d’Italia si era arrivati all’VIII e il conteggio delle legislature venne adottato in soluzione di continuità con le legislature piemontesi per dimostrare la continuità tra il Regno di Sardegna e il nuovo Stato italiano; inoltre, il primo re d’Italia rimase Vittorio Emmanuele II, re di Sardegna fino ad allora).
Da quel momento anche il terreno dell’informazione e della comunicazione politica assume una particolare importanza: la conquista del consenso dell’opinione pubblica diventa un tema fondamentale per tutte le grandi nazioni europee, soprattutto quelle di nuova costituzione come Italia e Germania.
Problema del consenso
Il problema del consenso si lega all’esistenza di un parlamento: nel momento in cui i cittadini entrano nel gioco politico ed è prevista l’elezione dei rappresentanti del parlamento, è fondamentale poter orientare l’opinione pubblica (ad esempio far digerire all’opinione pubblica quanto avvenuto con l’unità). Essendo l’Italia tradizionalmente e storicamente un Paese diviso in tante comunità, è necessario inventare una nuova tradizione nazionale italiana in cui si potessero identificare tutti i cittadini: miti fondativi.
Un errore dei Savoia è stato di non capire le differenze che c’erano nel nuovo territorio. La tendenza dei primi governanti è infatti quella di reprimere i localismi e campanilismi nel timore che quella costruzione che era avvenuta potesse svanire in poco tempo. Pure Cavour all’inizio non aveva pensato allo stato nazionale Italia, ma si era messo segretamente d’accordo coi francesi per dividere l’Italia in Regno del nord sotto i Savoia, Regno del Centro con a capo il papa e Regno del sud, tutti uniti in una confederazione italiana sotto la guida simbolica del papa. (NB: non c’era nemmeno una lingua nazionale - ad esempio una lingua ufficiale della politica in Piemonte era francese - e bisognava assicurare l’obbedienza dell’ordinamento nelle periferie che venivano da tradizioni molto diverse).
Come fare gli italiani?
Miti fondativi e simboli, primo dei quali il tricolore usato per la prima volta nel 1797 in Padania e ispirato al tricolore francese. Inizialmente il compito di fungere da collante per il nuovo stato fu l’esercito: presenza di soldati sul territorio con una divisa comune (non tutti sono d’accordo ad esempio per il trasferimento dei gradi perché non sempre c’era equiparazione e alcuni generali decisero di rinunciare alla divisa, soprattutto i borbonici). L’esercito è anche il primo grande strumento di alfabetizzazione con le scuole regimentali, ma anche modello più chiaro attraverso cui trasferire al nuovo paese i valori di una società gerarchica, ordinata, ben organizzata, tendenzialmente moderata e conservatrice.
Il legame stretto che c’era tra monarchia sabauda, aristocrazia tradizionale ed esercito fu sancito soprattutto dall’elevata presenza di militari (generali) nel senato (c’erano due camere e il senato era a nomina regia): nel 1848 su 58 senatori nominati 23 erano alti ufficiali dell’esercito. Nel 1864 267 su 443 complessivi erano militari.
L’istruzione superiore era ancora estremamente limitata e sbilanciata verso la cultura classica e umanistica, anche con la riforma Gentile la classe dirigente italiana era costruita intorno a prospettive umanistiche.
Notabilato: corpo sociale che di fatto detiene il potere politico ed è costituito da una percentuale minoritaria di cittadini perché i sistemi elettorali all’epoca erano ancora censitari, c’erano dei minimi di tasse per votare quindi per farlo bisognava avere un reddito alto, alfabetizzati, maschi, maggiorenni, che erano la minoranza. Questo si riverbera anche sul mondo dell’informazione. A metà 800 l’informazione era solo stampa: prima degli anni 20 non c’era nulla che non fosse stampa. I giornali italiani erano pubblicazioni cartacee molto autoreferenziali scritte con toni tipici delle arringhe politiche e fatti per interessare una ristretta cerchia di persone e non fatti per veicolare informazioni, storicamente stampa di opinione e servivano alla ristretta élite di potere per riuscire ad entrare in contatto con soggetti spesso appartenenti alla stessa sfera, chi pubblicava i giornali era un notabile o un gruppo di notabili di una città che pubblicava giornali che veniva letto da una ristretta cerchia di “amici” che lo votavano alle elezioni (spesso servivano solo poche centinaia di voti per farsi eleggere perché era così ristretto il corpo elettivo), a volte c’erano gli intellettuali borghesi di provincia che pubblicavano solo per farsi vedere.
24/9/2024 – lezione 2
Cosa deve essere inteso come organo di stampa nella seconda metà dell’Ottocento?
Stretta connessione tra attività giornalistica e militanza politica
Anche i giornali che si definivano indipendenti o di informazione in realtà erano ascrivibili a qualche gruppo politico, semplicemente in maniera meno palese, e spesso la militanza politica si confonde con quella giornalistica. È chiaramente una stampa orientata dal punto di vista politico. Spesso chi scriveva sui giornali erano i rappresentanti della stessa élite politica.
Sempre più forte condizionamento della censura
1848 - Statuto albertino e legge sulla stampa concedevano libertà di stampa: formalmente aboliva la censura ma di fatto un’attività di censura più o meno chiara si sviluppa sempre. Normalmente tutte le legislazioni liberali dicono la stampa è libera ma la legge ne previene gli abusi. Il concetto di abuso della libertà di stampa è un concetto molto variabile; è una formula che dà ampia libertà d’azione ai governanti che possono di volta in volta sfruttarla a seconda delle loro necessità. Pure in un contesto in cui formalmente non dovrebbe esistere la censura, di fatto in qualche maniera opera.
Mancanza di risorse
Terzo aspetto che caratterizza la stampa postunitaria è la scarsità di risorse. L’informazione vera e propria la fanno i corrispondenti e gli inviati, la rete di corrispondenti che normalmente alimenta un’informazione efficiente non c’è: chi scriveva sui giornali non erano sempre i giornalisti ma più che altro i notabili, uomini politici, qualche intellettuale di provincia: poco denaro da investire sulla qualità dell’informazione. Motivo per cui in seguito in Italia nasceranno le agenzie di stampa.
Frammentazione territoriale
C’era poi un’estrema frammentazione nel mercato editoriale: i giornali si vendevano quasi esclusivamente nei territori in cui venivano pubblicati e quasi nessun giornale usciva dalla ristretta cerchia locale, provinciale o regionale al massimo. Bisognerà aspettare l’inizio del Novecento per vedere l’apparire per la prima volta qualche quotidiano che avesse un ripiego anche nazionale (es. Corriere della sera).
Arretratezza tecnica
Altro aspetto legato ai precedenti è l’arretratezza tecnica. I giornali si facevano in relativa povertà con mezzi tecnici non al passo con l’evoluzione tecnologica. La distribuzione era allo stesso modo molto difficile sia per com’era il livello dei trasporti, sia perché l’Italia è un Paese geograficamente e morfologicamente complicato: scarse tirature.
Prezzo elevato
Oltre a essere poveri di informazioni e a interessare una stretta cerchia di persone, i giornali erano anche molto cari. Negli anni 70 dell’Ottocento in media un quotidiano costava dai 5 ai 10 centesimi e un lavoratore medio non poteva permetterselo.
Analfabetismo
Giornali piccoli, provinciali o al massimo regionali, con alti prezzi di vendita, tendenzialmente noiosi che si limitavano a rinnovare segreti già noti a chi li comprava anziché fornire informazioni: basse tirature.
(I giornalisti sono professionisti dell’informazione, hanno un albo professionale che dovrebbe garantire la loro professionalità, ma ogni giornalista adatta la sua linea alla linea editoriale del giornale: c’è proprio una tipologia di giornalista che esprime a tutto tondo queste caratteristiche. Mussolini dirà che prima che arrivasse il fascismo i giornalisti servivano un capo, ora servono il loro stato. Non c’è da scandalizzarsi se il giornalista è allineato al regime, si vende sempre a qualcuno o a qualcosa. L’albo dei giornalisti viene introdotto da Mussolini, è frutto di una legge VEDI di Mussolini. Albo: elenca tutti gli addetti a una professione che possono essere ritenuti tali sulla base del percorso che fanno e la valutazione di una commissione. Quindi dice che quella persona ha tutti i titoli per farlo perché ha svolto un percorso accademico e perché una commissione nazionale lo ha valutato e lo ha ritenuto professionalmente e deontologicamente all’altezza di poter svolgere quel lavoro. Quindi è un ente che certifica la preparazione del professionista e pertanto è una garanzia. È un titolo che dà lustro a una categoria: i giornalisti non avevano mai avuto un albo professionale ma lo volevano perché certificava la loro professionalità. Certificava che, quando il giornalista fa informazione lo fa in maniera libera, indipendente, guardando solo al bene del consumatore. Il problema era anche quello della formazione professionale: il giornalista lo poteva fare chiunque, con qualsiasi preparazione.
Articolazione del mercato
Aree in cui la stampa era relativamente diffusa e aree in cui era scarsamente diffusa sia come numero di testate sia come numero di tirature. 1870 - Firenze 101 periodici, 93 Milano, 27 Napoli.
La situazione inizia a cambiare sul finire del secolo: miglioramento generale delle condizioni economiche del paese soprattutto in alcune aree (triangolo industriale MI, TO, GE); ampliamento del suffragio (allargare la cerchia di chi partecipa alle elezioni vuol dire aumentare l’interesse per il mondo della politica e dell’informazione); progressivo miglioramento del tasso di alfabetismo del paese (le politiche dei governi liberali andranno nella direzione di ridurre l’analfabetismo: Legge Coppino (1877) introduce l’istruzione elementare obbligatoria ma trasferisce tutta la responsabilità della predisposizione scolastica ai comuni e non allo stato: i comuni più ricchi avranno più risorse da investire nella scuola, ampliamento disparità tra aree più ricche e aree più povere (dovrà arrivare Giolitti perché il finanziamento della scuola statale venga trasferito allo stato garantendo più uguaglianza); ingresso (soprattutto negli ultimi decenni dell’Ottocento e con ritmi crescenti nei primi decenni del Novecento) dei gruppi industriali nella proprietà dei giornali (ingresso grande industria nella proprietà dei maggiori giornali segna un salto di qualità dal punto di vista dell’informazione e del livello tecnico dei giornali), è uno snodo fondamentale: la grande industria entra nelle proprietà dei giornali non per beneficenza ma perché può avere dei vantaggi tattici dall’acquisizione degli organi di stampa.
NB. La stampa rimane l’unico mezzo di informazione e propaganda in mano a chi la possedeva (la grande industria se ne interessa perché così ha modo di poter influenzare l’opinione pubblica ((un’opinione pubblica che sta cambiando)): modernizzazione tecnica, i primi grandi direttori iniziano ad assumere un ruolo centrale di grande influenza all’interno del paese. Es. Luigi Albertini del Corriere della sera diventa un opinion leader e uomo potentissimo: direttore Corriere della sera all’inizio del ‘900 conta molto di più di un ministro perché attraverso l’organo di stampa con elevata tiratura si poteva orientare l’opinione pubblica, che è un obiettivo dei grandi governanti e dei grandi dittatori a inizio Novecento. È un interesse che va di pari passo con l’interesse per la pubblicità: due dimensioni che vanno assi
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