Sociologia generale: Max Weber
Primo a fare uno sforzo importante, epocale, di definizione delle categorie concettuali della sociologia.
Se non osservo comportamenti non osservo niente di sociale, vedo individui che si comportano in un certo modo. Quando un comportamento è rilevante per la sociologia? A quel fare c’è un senso soggettivo, quando ho motivo o intenzione per fare o tralasciare qualcosa, saper dare una risposta. Chi può dare queste risposte è il soggetto, che per Max è la coscienza dell’individuo, perché essa elabora il senso, si dà per scontato che qualcuno abbia una coscienza. Inoltre perché quando si congiunge all’azione la forma di un’intenzione, intendiamo per senso soggettivo un senso intenzionale. È soggettivo perché è prodotto dal soggetto e assume forma della motivazione.
Non è sufficiente, perché l’azione non è ancora sociale. Diventa azione sociale quando co-orienta al comportamento di altri, tener conto del comportamento dell’altro. Quando avviene questo? Non prima o dopo aver congiunto, ma contemporaneamente. Mentre do un senso soggettivo, mi oriento al comportamento dell’altro.
Esempio: quando metto la freccia guidando l’auto.
Ciò permette a Max di definire un’unità elementare di tutti i concetti sociali: alla base di tutti c’è qualcosa, in questo caso l’unità è l’azione sociale.
Nell’indicare l’aspetto sociale fa un’altra osservazione.
Non è sufficiente orientarsi al comportamento delle cose, ma bisogna farlo verso altri soggetti agenti, sconosciuti per me in quel momento e nonostante ciò questa condizione il mio agire. Rinuncio al sorpasso nell’esempio dell’automobile: rinunciare al sorpasso è un’azione sociale.
Ci accorgiamo che ciò che Max dice è che l’aspetto sociale dell’agire non è solo caratterizzato dal tener conto del comportamento di un altro: qui si tratta di orientarsi all’orientamento degli altri nei confronti del mio comportamento, ci aspettiamo che l’altro abbia aspettative nei nostri confronti. La specificità del sociale dell’agire è proprio tale reciprocità.
Un altro concetto è quello di relazione sociale: la si ha quando più soggetti si comportano tenendo conto l’uno del comportamento dell’altro e adattando il proprio comportamento in base a quello degli altri. Senso soggettivo e comportamento dell’altro diventano quindi reciproci (= circolari, riflessivi).
Esempio: quando c’è un compleanno, si fanno dei regali al festeggiato, perché il festeggiato se li aspetta (c’è un’aspettativa).
Questo è un concetto di Max che è passato abbastanza inosservato, in realtà è importante perché c’è questa circolarità/riflessività. → “Che differenza c’è tra azione sociale e differenza sociale?” La risposta è questa.
La sociologia è una scienza (allora non era un’ovvietà, c’era diatriba tra scienze della natura, che spiegano gli eventi storici in modo causale, e scienze umane, che li interpreta). Che deve comprendere l’azione sociale interpretandola, ma deve anche spiegarla in modo causale nel → suo decorso e nelle sue conseguenze unisce i due metodi.
Cosa vuol dire comprendere interpretando e spiegare in modo causale? Il primo vuol dire che devo interpretare il senso di quell’azione, ma per sapere se l’interpretazione è giusta devo arrivare all’evidenza, cioè un’evidenza che può essere razionale (coprirsi perché fa freddo) oppure un’evidenza empatica, cioè comprendere mettendomi nei panni dell’altro (eh insomma…). Come si comprende? In modo attuale oppure in modo esplicativo.
In modo attuale vuol dire semplicemente quello che l’altro sta dicendo/facendo; in modo esplicativo significa quando il comprendere serve a spiegare.
E quando si comprende un’azione spiegandola? Si comprende l’azione a partire dai motivi che spingono la persona ad agire in quel modo.
→ La conclusione è che la causa è il motivo e il motivo è la causa, allora si fondono i due metodi, Max ha provato a metterli assieme, ovvero trovando nel motivo la causa dell’agire.
Azione collettiva: non è sociale, ma non è sociale, è collettiva perché si comportano nello stesso modo contemporaneamente, ma non lo fanno perché tengono conto del → comportamento dell’altro, lo fanno e basta, non stanno a guardare quello che fanno gli altri in una piazza, inizia a piovere e le persone aprono l’ombrello.
Approccio weberiano
È stato molto criticato (oggi quasi nessuno è weberiano). Max ha due grandi intuizioni:
- L’importanza del senso, le connessioni di senso tra azioni sociali è il primo a mettere ciò in primo piano. Il senso per lui è una produzione della coscienza, quindi è soggettivo.
- Co-orientamento al comportamento degli altri, un’aspettativa di aspettative, circolarità del tener conto del comportamento degli altri: grande intuizione perché si comprendono le strutture sociali.
Quali sono le criticità?
- La soggettività del senso.
- L’inaccessibilità della coscienza.
- L’approccio weberiano in generale, visto che crolla.
Quando parliamo di “senso” che è congiunto a un fare o a un tralasciare, cosa significa? Attribuire a me stesso o a un altro un motivo, è un’attribuzione di motivi e intenzioni. Può essere attribuzione di intenzioni a se stessi, autoattribuzione, o all’altro, eteroattribuzione.
Cos’è un motivo? Cos’è un’intenzione? Per noi sono stati psichici. Ma se guardiamo ciò che succede davvero in un gruppo sociale, non possiamo dire di conoscere gli stati psichici, altrimenti non avremmo bisogno di attribuire.
L’intenzione allora fa proprio questo: compensa all’inaccessibilità della coscienza dell’altro. Per il sociologo allora non sono stati psichici, ma attribuzioni di senso.
Come fai ad attribuire? I motivi e le intenzioni sono aggregati/abbreviazioni dotate di senso che ci → servono a spiegare qualcosa che è troppo complesso: se X mi risponde in maniera sgarbata, forse è arrabbiato con me (abbreviazione di senso).
Dove troviamo le abbreviazioni di senso che ci orientano nella realtà? Chi attribuisce un’intenzione usa schemi di senso che tira fuori da sé: ciascuno di noi ha una sorta di lista di massime di comportamento con le quali attribuire motivi e intenzioni che spieghino perché una certa azione ha avuto luogo.
Sono generalizzazioni per spiegare fatti concreti.
Tutto quel che costituisce l’approccio weberiano è il risultato di un problema di fondo non risolvibile: la coscienza è inaccessibile (soprattutto quella dell’altro)! Quando si entra nell’ambito del senso soggettivo e delle attribuzioni abbiamo il problema della complessità, tant’è vero che per saltarci fuori abbiamo bisogno di tempo e il tempo ci fa rivedere/ripensare alle attribuzioni che abbiamo dato a certi comportamenti.
Se diamo un senso al nostro stesso agire, dobbiamo ridurre la complessità e ricorriamo a queste massime di comportamento che sono generalizzazioni già pronte date dalla società.
Non accedi empaticamente attraverso la coscienza di un altro? Come compenso allora a questa inaccessibilità alla coscienza dell’altro? L’azione si lascia osservare, l’azione ha sempre risultati concreti. Comportarsi in un certo modo segnala qualcosa, lascia delle tracce, c’è qualcosa di visibile che capto come segnale.
È vero che la coscienza è inaccessibile, ma l’azione è osservabile concretamente. L’inaccessibilità della coscienza si lascia compensare usando i risultati del comportamento come segnali: è impossibile non segnalare.
→ Weber voleva arrivare all’evidenza, ma se non riesci a interpretare non riesci a spiegare → crolla quindi la sua teoria, non si può neanche pretendere allora che la spiegazione causale sia valida.
La vera ambizione weberiana era arrivare al senso soggettivo, un senso come forma di prodotto/emanazione della coscienza individuale che dovrebbe essere accessibile agli altri, cosa che non è possibile dimostrare.
Talcott Parsons
Weber non convincerà il giovane dottorando americano Parsons (siamo negli anni ’30), che vuole creare una teoria sociologica unificante, ma in modo diverso.
Talcott Parsons: Parsons va in Europa, studia tedesco, capisce che Weber ha fatto la differenza, scrive la sua tesi di dottorato “La struttura dell’azione sociale”: verrebbe da dire che è weberiano dal titolo, invece la sua tesi tratta il tutto in modo completamente non weberiano.
Nelle prime e nelle ultime pagine vedremo come ha inteso l’azione sociale.
L’approccio parsonsiano si contraddistingue per essere più astratto rispetto a quello weberiano.
La generalizzazione empirica è una proposizione che descrive una relazione uniforme, osservata empiricamente, tra due o più variabili.
Il sociologo osserva dei fenomeni e cerca di ridurli a delle variabili, vedendo se esiste una relazione uniforme, non sono sul piano sociale, ma anche sul piano temporale; per poter osservare questa relazione deve avere un riferimento alla realtà.
La parola dato (statistico) ci serve per riferirci alla realtà, ridotta ad una quantità numerica.
Le generalizzazioni empiriche non rappresentano ancora una teoria sociologica; sono solo materiale grezzo, con cui può lavorare il sociologo, che rappresenta la base di partenza per arrivare ad un riferimento della realtà, che può essere quantificata ed è plausibile.
La statistica e tutte le generalizzazioni empiriche rappresentano una realtà di secondo ordine.
Questo materiale grezzo permette di arrivare ad una teoria sociologica.
La teoria sociologica non è una generalizzazione empirica e la generalizzazione empirica non basta per avere una teoria sociologica.
Il sociologo, per passare dalle generalizzazioni empiriche alla teoria sociologica, deve passare a delle astrazioni, di ordine superiore, concettualizzare, a partire dalle generalizzazioni empiriche, e mettere questi concetti in un rapporto logico, tra di loro, per creare un corpo di concetti.
Un sistema di concetti è omogeneo, rappresentando una unità teorica.
Parsons aveva un ideale di riferimento, per verificare la validità del sistema teorico (con valore predittivo), ovvero la scienza moderna (ridurre la teoria sociologica ad un sistema teorico che possa diventare una sorta di teoria sociologica classica per mettere tutti d'accordo).
I sociologi americani volevano provare a ragionare su alcuni concetti:
- La coesione sociale, ovvero la densità dei contatti sociali (network di contatti);
- L’ansia, ovvero lo stato di paura e di tensione (licenziamento, sfratto, lutto);
- Lo sgrafio, ovvero quando si trova un sollievo psicologico ad uno stato d’ansia.
Le comunità protestanti sono meno coese, socialmente, delle comunità cattoliche.
La coesione sociale offre supporto per superare lo stato d'ansia e trovare sollievo.
“Il suicidio non è mai solo una tentazione, che nasce nel profondo della coscienza dell'individuo, ma ha, alla sua base, un contesto socio-culturale che può favorire o frenare”. (Émile Durkheim).
Si arriva ad una, possibile, teoria sociologica del suicidio, partendo da astrazioni di ordine superiore che hanno un fondamento nella generalizzazione empirica.
Parsons afferma che “i fatti empirici sono delle finzioni”, ovvero che “non c'è mai un fatto empirico che non sia formulato entro un determinato contesto di riferimento che, non si trova nella realtà reale, ma nella testa dell'osservatore”.
Almeno tre tipi diversi di concetti:
- Lo schema descrittivo di riferimento, chiarisce qual è lo schema che ci serve per descrivere la realtà alla quale facciamo riferimento; non è mai una vera riproduzione della realtà reale. Secondo Kant, è uno schema (x e y) che serve a ordinare, in modo selettivo, i fatti;
- L’unità elementare, si riducono i fenomeni più complessi a qualcosa che non è ulteriormente scomponibile: biologo le molecole, fisico gli atomi, sociologo le azioni sociali. → Non si può scomporre sul piano reale, ma si può sul piano analitico (concettuale);
- Gli attributi generali, dei fenomeni concreti, che vado a osservare dentro ad uno schema;
Il realismo analitico è un approccio che tende a partire da generalizzazioni empiriche, definendo fatti empirici; è ben consapevole che, ogni osservazione empirica, ha un contesto di riferimento concettuale ed è bene che noi la definiamo, in modo chiaro e preciso, fin dal principio.
Talcott Parsons, con Max Weber, condivide l'idea che tutti i fenomeni sociali siano riconducibili a un'azione sociale, o atto unitario, che non è scomponibile.
Ogni atto si può investigare, nelle sue componenti analitiche, presupponendo che noi già stiamo facendo ricorso a un contesto, che è di tipo concettuale e descrittivo.
Le componenti analitiche dell'atto unitario sono:
- Un attore, ovvero il soggetto (la mente capace di fare distinzioni), il corpo, di colui che agisce, è già parte dell'azione;
- Il fine;
- Lo scopo;
- La situazione può essere, a sua volta, suddivisa in:
- Condizioni, qualcosa con cui l'attore si deve confrontare, ma che non può controllare;
- Mezzi, ciò che l'attore può controllare;
- L’orientamento normativo, tutte le volte che osserviamo un atto unitario, si orienta a delle norme, che si trovano nella cultura di riferimento, nel sistema culturale.
Un atto unitario, ad esempio, è quello dell'ospitalità che accade in una determinata situazione, ha un fine, ma, soprattutto, si orienta a delle norme che si trovano nella cultura.
L'atto unitario è l'accadere di un sistema d'azione, che presuppone delle componenti analitiche.
La struttura logica tiene assieme le componenti analitiche dell'atto unitario; accade come un sistema d'azione; bisogna vedere quali sono le sue componenti analitiche; hanno un determinato rapporto logico tra di loro; è la struttura dell'azione sociale.
Lo scopo è fare una distinzione, riferita al futuro, sebbene sia fatta nel presente.
L'azione è sempre un processo temporale; il tempo è intrinseco all'azione.
Parsons è un soggettivista perché ha, alla base di tutto, il soggetto, l'attore? No.
L'attore è una variabile, tra le tante; come il tempo e lo spazio in una funzione, che serve a calcolare la velocità di un oggetto.
L'agente non è il soggetto dell'azione, ma il sistema dell'azione è il soggetto dell'agente.
Se prendo l'atto unitario e lo osservo, con un sistema d'azione, devo trovare il valore delle variabili generali; l'attore è una componente analitica.
L'attore, si è coscienza che deve discriminare, ma non è la fonte da cui si emana l'azione sociale.
Niklas Luhmann afferma “se uno legge bene Parsons” capisce che non è un soggettivista.
Parsons è “non weberiano” perché l'azione sociale è concepita come un sistema d'azione, le cui variabili sono, per lo più, sociali; mentre, per Weber, tutto nasce e tutto finisce con il soggetto e capire come due soggetti, che agiscono in modo sociale, possano interagire tra di loro.
Niklas Luhmann
Nacque, a Luneburgo, l'8 dicembre 1927 e morì, a Oerlinghausen, il 6 novembre 1998.
A metà degli anni Sessanta si era affacciata una nuova teoria sociologica che, poco alla volta e con tanta fatica, ha preso le distanze dal concetto di “azione sociale” e ha provato a sviluppare una teoria della società che approfittasse dei contributi che vengono dalla teoria dei sistemi.
I sistemi sociali si collocano per essere sistemi che riproducono soltanto comunicazione.
La vera biforcazione è: Chi considera, fondamento della società, l'azione? Chi considera, l'elemento fondamentale della società, la comunicazione?
Tutto comincia, da un punto di vista teorico, da Max Weber nel 1921.
L'azione sociale è una emanazione dei soggetti.
Cibernetica (deriva dal greco ciberneta: chi governa la nave): è stata inventata da Norbert Wiener, ed è la scienza che mi dice come devo comportami per eliminare le deviazioni per arrivare allo scopo (es: devo partire dalla riva di un fiume e devo arrivare sulla riva opposta nel molo sistema: rapporto che si stabilisce tra l'oggetto che ha un suo comportamento (barca) e dall'ambiente circostante, quest'ultimo produce perturbazioni che possono influenzare i comportamenti della barca, portandola a cambiare la rotta. Io ciberneta devo usare il timone per riportare la nave sulla rotta giusta. Il comportamento della nave mi offre un’informazione con cui il sistema alimenta se stesso (timoniere → questo guarda dove va la nave per capire se la rotta è giusta o no → è il feedback).
Entrambe hanno un ruolo centrale nello sviluppo della teoria dei sistemi sociali.
Feedback nei sistemi sociali
Dove troviamo i feedback nei sistemi sociali?
L'esempio più immediato è l'interazione. Quando si interagisce faccia a faccia c'è un meccanismo di feedback fondamentale che tutti noi conosciamo, e che ci aiuta ad avere u
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