SCIENZA POLITICA - RIASSUNTI PER ESAME
Prof. Elisabetta De Giorgi
Vera Povolato
CAPITOLO I – NATURA ED EVOLUZIONE DELLA SCIENZA POLITICA
La “Politica” è l’attività che gli uomini, e più di recente, le donne svolgono per tenere insieme un gruppo, proteggerlo,
organizzarlo e allargalo, per scegliere chi prende le decisioni e come, per distribuire risorse, prestigio, fama e valori.
La “Scienza politica” è lo studio di queste attività con metodo scientifico, vale a dire in modo da formulare
generalizzazioni e teorie e da consentirne la verifica e la falsificazione.
1. LO STUDIO SCIENTIFICO DELLA POLITICA
Delineare e stabilire l’evoluzione della scienza politica è un’operazione difficile e complessa per due ragioni principali:
1) La storia della scienza politica e dei cultori della scienza politica, cioè di coloro che hanno contribuito a renderla
tale, è molto varia e spesso si è incrociata con quella di altre discipline come la filosofia politica, la storia delle
dottrine e del pensiero politico, il diritto costituzionale e più di recente la sociologia, in particolare la sociologia
politica.
2) L’evoluzione della scienza politica ha avuto luogo insieme all’evoluzione dell’oggetto della scienza politica, quindi
attraverso la definizione e ridefinizione di questo oggetto e contemporaneamente alla definizione e ridefinizione
dei metodi e delle tecniche, attraverso le quali questo oggetto poteva essere studiato.
L’oggetto di analisi (che cosa è politica?) e il metodo (che cosa è scienza?) vengono sempre ridefiniti, a mano a
mano che evolve la disciplina, alla ricerca della massima “scientificità”.
La scienza politica, dunque, vanta al tempo stesso radici profonde e origini recente. Le sue riflessioni hanno
accompagnato tutte le fasi di sviluppo dell’esperienza di organizzazione del mondo, dalle città stato greche ai processi di
unificazione sovranazionali, e solo odiernamente esse sono diventate tanto specializzate da potersi differenziare dalle
altre discipline.
Il problema che si pone con maggior chiarezza a chi intende ricostruire l’evoluzione della scienza politica consistite
nell’individuazione di una data precisa, prima della quale la politica venisse studiata con metodi prescientifici e dopo la
quale l’uso del metodo scientifico abbia prevalso: il rischio di una simile operazione è troppo grande perché rischia di
sminuire l’apporti degli studiosi prescientifici e di esaltare le analisi dei nostri contemporanei.
Gli oggetti della scienza politica
Come abbiamo detto, nel corso degli anni l’oggetto e il metodo della scienza politica sono cambiati, anche se non sono
stati cancellati: essi sono sempre suscettibili di variazioni e di approfondimenti.
Per quanto riguarda l’oggetto, il primo oggetto, anche se mai in maniera esclusiva, dell’analisi politica è stato il potere, il
potere inteso nella modalità della sua acquisizione, nel suo uso da parte degli uomini, nella sua concentrazione e
distribuzione, nella sua origine/fonte e nella sua legittimità del suo esercizio.
Lo studio del potere, soprattutto nella sua definizione in senso “politico”, è rimasto centro di ogni analisi politica da
Aristotele a Macchiavelli, da Weber ai politologi contemporanei.
Il potere sembra un fenomeno più persuasivo di altri, più generale e generalizzato, più diffuso ma meglio caratterizzante
dell’attività politica, proprio per essere pervasivo.
Tuttavia, per quanto il potere sia rimasto oggetto importante della scienza politica, è stato con il tempo sostituito dallo
studio dello Stato, come oggetto centrale delle analisi. Questo è avvenuto soprattutto negli ultimi due secoli quando
l’esperienza politica occidentale ha visto nascere gli stati nazione e lo stato ha così sostituito il potere nelle analisi
politiche sia classiche che moderne.
Nelle analisi classiche (da Machiavelli a Hobbes), il problema principale era quello di creare un ordine politico, che si
poteva fare attraverso il controllo del potere all’interno di confini ben definiti dello Stato; nelle analisi più moderne invece
il problema è consistito nella creazione di uno Stato con determinate caratteristiche ( pluralista per Locke, democratico
per Tocqueville, forte per Hegel, capace di assicurare un compromesso fra le classi sociali per Keslen o in grado di
decidere in situazione di emergenza per Schmitt). Sono cosi emerse due tradizioni analitiche: quella anglosassone,
che presta attenzione ai processi sociali più che alle configurazioni sociali, e quella continentale di analisi delle strutture
statuali, cioè di studi istituzionali. Nella prima tradizione il diritto costituzionale non trova posto e prevalgono le
consuetudini, la prassi e la common low, mentre nella seconda è un elemento centrale dei processi politici.
Una volta consolidatesi le formazioni statuali, gli studiosi continentali decisero di rivolgere la loro attenzione alle modalità
di formazione, di ricambio, di sostituzione delle classi dirigente. In questo modo iniziò un filone d’analisi che vedeva
come oggetto dell’analisi politica le elities. Questo filone fu molto fecondo nel contesto italiano: si ricordino le analisi
classiche famose di Mosca, Pareto e Michels.
I metodi della scienza politica
Nel frattempo, gli studiosi della politica si erano ripetutamente posti anche il problema del metodo, vale a dire delle
modalità con le quali raccogliere informazioni, vagliarle e filtrarle per combinarle in generalizzazioni e spiegazioni. Cosi
anche il metodo ha una usa evoluzione.
A lungo la fonte di ogni dato e di ogni spiegazione era stata la storia politica, variamente interpretata e utilizzata.
Con Machiavelli il metodo subisce un primo cambiamento: egli infatti inizia a far riferimento non solo alla storia politica,
ma anche all’osservazione del presente e di ciò che accade in esso al fine di descrive il più oggettivamente possibile
“la realtà effettuale”. Si passa dunque da una semplice osservazione della storia politica ad una osservazione della realtà
fattuale.
Da allora, molti studiosi seguiranno Machiavelli nell’utilizzare il metodo dell’osservazione (analisi della democrazia
americana di Tocqueville), ma non per questo la storia perderà il suo ruolo in quanto font privilegiata di materiale sul
quale fondare generalizzazioni e teorie.
Un ulteriore cambiamento nel metodo si ha tra il XIX e il XX secolo, quando nel mondo mitteleuropeo avviene una vera e
propria rivoluzione scientifica (Einstein, Freud, Circolo di Vienna), che influenzerà anche la scienza politica e le scienze
sociali. Con essa infatti, si manifesta l’ambizione di imitare le scienze naturali, di replicarne le tecniche d’indagine, di
produrre spiegazioni e generalizzazioni fondate sul principio di causa-effetto, aventi forza di legge, proprio come nelle
scienze naturali. Si passa dal metodo dell’osservazione ad un metodo basato su tecniche di indagine.
Nel prosequio di questa fase, la scienza politica come disciplina autonoma non riesce ad affermarsi stabilmente e rischia
addirittura la scomparsa a causa di due fattori importanti:
- … a causa del fascismo e del nazismo che schiacceranno ogni riflessione politica e faranno retrocede di
decenni tutte le scienze sociali
- … a causa della spinta verso una unificazione di tutte le scienze sociali intorno ad un metodo condiviso.
Tuttavia, l’autonomia tanto ricercata dalla scienza politica verrà ridata da altri sviluppi
- grazie al manifestarsi dell’autonomia del politico in esperienze lontane ma importanti (come il New Deal, il
nazismo e lo stalinismo), tutte bisognose di un’analisi politologica.
- grazie al diffondersi di analisi di antropologia politica su società definibile come senza Stato ma nient’affatto
senza politica.
In seguito a questi sviluppo diventa pressante la necessità di ridefinire il soggetto della scienza politica, che non
poteva essere né semplicemente il potere né lo Stato, e di ridefinire che cosa fosse politica e scienza : ciò avvenne
grazie David Easton.
David Easton: ridefinizione di politica e il sistema politico
Con David Easton giunge a compimento un lungo discorso su che cos’è la politica e su che cosa è scienza e con esso
viene evidenziato il nuovo oggetto della scienza politica, il sistema politico.
Secondo Easton, la politica non può essere espressa unicamente come potere sia perché è comunque necessario
differenziare le varie forme di potere e sia perché la politica non può essere ricercata né esaurita nell’analisi dello Stato.
Per quanto riguarda il potere, da un lato il potere come oggetto di studio della scienza politica conduce ad un ambito
troppo vasto, quando non è specificamente politico; dall’altro riguarda un ambito troppo limitati poiché la politica non
consistente solo in conflitti risolti dal ricorso al potere ma anche in forme di collaborazione, di consenso ecc.
Per quanto riguarda lo Stato, esso rappresenta una forma storica di organizzazione politica che è apparsa di recente e
può scomparire: vi è stata politica prima della nascita di uno stato, vi sarà anche dopo quando esso sarà sostituito da
altre forme organizzative, e vi è politica anche a livelli inferiori e superiori a quelli dello Stato.
Da questo ragionamento deriva la sua definizione di politica, che è “attività di assegnazione imperativa di valori per
una società, liberata del tutto dei rapporti con lo stato”. Questo significa che non vi è appunto necessaria e obbligata
coincidenza fra l’attività politica e una determinata forma organizzativa: vi è politica anche nelle società stato, vi è politica
ovunque si assegni dei valori (organizza. sindacali, nell’ambito del parlamento ecc.)
Luogo privilegiato della politica diventa per Easton il sistema politico, un sistema di interazioni, astratte dalla totalità dei
comportamenti sociali, attraverso le quali i valori vengono assegnati in modo imperativo per una società.
La scienza politica diventa così per Easton non più lo studio della politica ma del sistema politico, che diventa il nuovo
oggetto dunque della disciplina. La scienza politica diviene dunque lo studio delle modalità, complesse e
mutevoli, con le quali i diversi sistemi politici procedono all’assegnazione imperativa dei valori.
Sistema politico e le sue componenti
Easton afferma che ogni sistema politico è formato da tre componenti:
a) la comunità politica è quell’entità composta da tutti coloro che sono esposti alle procedure alle norme, alle regole
e alle istituzioni del sistema politico, ossia al regime. È composta dunque tutti i sudditi.
La comunità è l’elemento del sistema che cambia più raramente in sostanza, soltanto nei casi di secessioni e di
annessioni: ex. 1991 divorzio di velluto tra la Slovacchia e la repubblica Ceca, che posto fine alla comunità politica
detta Cecoslovacchia.
b) il regime, strettamente legato alla comunità politica, è l’insieme delle procedure, delle regole, delle norme e delle
istituzioni del sistema. Un regime può avere componenti democratiche, autoritarie, totalitarie.
Principalmente è composta da tre fattori:
1- Principi: norma, regole, procedure, valori.
2- Istituzione: strutture di rappresentanza come parlamento, governo.
3- Rendimento: attività effettuata nell’ambito e nei limiti dei principi.
I cambiamenti di regime solo relativamente più rari rispetto ai cambiamenti delle e nelle comunità, ma tutt’altro che
inesistenti.
c) le autorità sono i detentori del potere politico, coloro i quali detengono il potere politico e sono autorizzati dalle
regole, dalle procedure e dalle istituzioni a produrre “ assegnazioni imperative di valori”.
Alle autorità viene riconosciuta la facoltà e il diritto di decidere in che modo le risorse prodotte da quella società e
ambite dai suoi componenti (cariche, lavoro, ricompense monetarie e di prestigio ecc.), e in base a quali
considerazioni, verranno assegnate alle persone, ai gruppi, e alle varie associazioni.
Fondamentale è il termine imperativo, che significa che le autorità sono in grado di ottenere il rispetto delle loro
decisioni e che saranno in grado di far valere queste decisioni anche di fronte alla resistenza e l’opposizione di
gruppi, partiti politici o associazione, procedendo a comminare loro sanzioni.
Come funziona il sistema politico
Il sistema politico si basa su un modello per funzionare che vede l’ingresso di imputs, che sono le domande e sostegni
(come i voti) dei cittadini della comunità, nel sistema politico. Questi imputs vengono poi tradotti in Outputs, cioè
decisioni e azioni/risposte, cioè implementazione di quelle decisioni quindi azioni. Decisioni e azioni hanno sempre delle
conseguenze e possono aver effetti nuovi sulle domande: infatti, esse attraverso un processo retroattivo creano dei
feedback che tornano a generare imputs.
Dopo Easton c’è uno sviluppo di tutte queste teorie, ritrovabili nel Capitolo I, ma quella di Easton è la prima
grande definizione di sistema politico. 6. L’UTILITA’ DELLA SCIENZA POLITICA
È una domanda oggetto di grande dibattito, il quale non ha una soluzione perché si basa su opinioni diverse che sono
ineludibili e non sono modificabili.
Alcuni ritengono che la Scienza politica abbia il compito di spiegare in modo teoricamente convincente i fenomeni politici;
altri pensano che il suo obiettivo principale sia quello di prescrivere delle soluzioni, di consigli dopo averle studiate quali
solo le soluzioni istituzionale, procedurale e organizzative per ottenere una buona politica.
In ogni caso, possiamo dire che la scienza politica ha due finalità condivise da tutti:
1- La scienza politica dovrebbe offrire ai cittadini e ai decisori una visione dei fenomeni politici , delle loro
cause e dei loro potenziali effetti, de-ideologizzata ed empiricamente fondata.
2- Educare alla democrazia , «svelando» come davvero funziona la politica, facendone emergere vizi e
problemi, ma anche qualità,
In definitiva, la scienza politica aiuta la democrazia a correggere i propri errori e a migliorarsi, per quanto possibile,
attraverso la conoscenza.
CAPITOLO II – I METODI DI ANALISI 1. CONSIDERAZIONI PRELIMINARI
Gli obiettivi della ricerca politologica
Gli obiettivi della ricerca politica sono:
- descrivere i fenomeni politici cosi come avvengono;
- e interpretarli;
- al fine di arrivare ad elaborare delle proposizioni generalizzate che dicano delle spiegazioni, ed
eventualmente delle revisioni e delle prescrizioni.
Partendo dal presupposto che la politica non è una scienza vera e propria (essa è piuttosto l’arte, l’abilità, l’attività diretta
a creare le condizioni del possibile) la scienza della politica, avendo aspetti che possono essere analizzati con metodi
scientifici, è lo studio della politica con metodi che sono utilizzati nelle altre scienze sociali e, con alcune importanti
differenze, anche nelle altre scienze fisico-naturali.
Tuttavia, studiare i comportamenti degli uomini nelle associazioni e nei sistemi politici è molto più complicato e ricco di
rischi analitici che studiare per esempio la struttura delle interazioni negli atomi: l’interazione tra atomi segue sempre
dinamiche e percorsi predeterminati, regolari e ricorrenti mentre gli uomini apprendono spesso dai loro comportamenti e
hanno la possibilità di cambiarli. Questi comportamenti possono essere studiati e spiegati, ma soltanto grazie a nuove e
migliori teorie, oppure con ridefinizioni delle vecchie teorie.
Le difficoltà della scienza apolitica dovute all’oggetto derivano dal fatto che le proposizioni generalizzate non
avranno mai validità universale, ma saranno limitate nel tempo e nello spazio.
Ciò detto, se la scienza politica vuole produrre sapere vero, convincente, applicabile, una buona dose di rigore
metodologico appare non solo raccomandabile ma indispensabile.
Come procede la conoscenza scientifica?
- Durkheim diceva che esistono fatti sociali da scoprire tramite l’osservazione;
- Popper dirà che la scienza progredisce per formulazione di teorie e loro falsificazione.
Quindi si passa piano piano dall’induttivismo ingenuo, cioè dalla conoscenza come accumulazione di osservazioni al
primato della deduzione, ossia alla produzione di teorie e di verifiche delle stesse, anche arrivando alla loro
falsificazione.
Quindi, il metodo scientifico si basa su un percorso preciso:
1. Osservazione del fenomeno
2. Formulazione della domanda (domanda di ricerca)
3. Formulazione di un’ipotesi
4. Condurre degli esperimenti
5. Registrare e analizzare i dati
6. Trarre una conclusione, che possono provare le ipotesi oppure negarle.
All’interno di questo percorso ci sono diversi metodi di analisi che si possono applicare in scienza politica. Infatti, la
molteplicità e la complessità dei fenomeni politici richiedono una pluralità di metodi per analizzarli: alcuni metodi servono
specificatamente per studiare alcuni fenomeni e sarebbero inappropriati per lo studio di altri fenomeni
Questi metodi si distinguono tra loro in 4 variabili principali:
1) L’oggetto dell’analisi
2) Il numero di casi
3) Il numero di variabili
4) L’applicabilità dei risultati e la loro possibile generalizzazione
2. LA PLURALITÀ DEI METODI ANALITICI.
I metodi Lijphartiani
Il primo studioso a classificare i metodi analisi per quanto riguarda la scienza politica fu il politologo olandese, poi
trasferitosi in America, Arend Lijphart nel 1971 e la sua distinzione fu a lungo accettata e riprodotta dalla quasi
totalità degli studiosi.
Secondo Lijphart, per fare ricerca e teorizzazione in scienza politica sarebbero disponibili esclusivamente tre tipi di
metodi:
1) il m
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