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Teoria dei media e della comunicazione

Introduzione

Come possiamo definire la comunicazione?

Raymond Williams, un grande studioso che nel 1976 pubblicò un volume intitolato “Keywords”, dove definì il termine comunicazione. Affermò che il termine è utilizzato nella modernità con significati diversi:

  • L’atto del comunicare come mettere in comune o trasmettere;
  • Il contenuto che viene messo in comune o trasmesso;
  • I mezzi di comunicazione intesi come “mezzi di trasporto di merci e persone”;
  • I mezzi di comunicazione come infrastrutture e organizzazioni che si occupano di confezionare e di condividere messaggi (=media).

Mettere in comune fra più e trasmettere sono considerati da Williams poli di un campo di forza in mezzo al quale si trova un’ampia gamma di altri significati. Se pensiamo per esempio ad un giornale di carta, ci viene facile pensare alla metafora della trasmissione, che avviene in una sola direzione (= dalla redazione alla tipografia, da qui alla distribuzione fino alle edicole e, infine, al pubblico), e da uno (la testata) a molti (lettori).

L’idea di condivisione è emersa con lo sviluppo del web e ha sostituito progressivamente quella trasmissiva tipica dei media tradizionali.

Le teorie della comunicazione sono cambiate nel tempo non soltanto perché sono mutate le prospettive, i metodi di ricerca, le ipotesi di fondo degli studiosi, ma anche perché è cambiata la comunicazione e i suoi strumenti, le sue infrastrutture e la sua organizzazione.

Basta pensare al panorama che poteva osservare Williams, fatto di media nati prima della seconda guerra mondiale che si stavano evolvendo, ma che in qualche modo restavano gli stessi mantenendo la struttura trasmissiva ad una via. Williams scrive che la comunicazione è trasporto, il mezzo di comunicazione principale era la televisione e la principale forma di guadagno era la pubblicità.

Comunicare: trasmettere e condividere

Cosa vuol dire che comunicare non significa solo trasmettere, ma anche condividere?

Ciò si riferisce soprattutto alla comunicazione interpersonale, quella conversazione che non passa attraverso i media, ma scaturisce negli incontri, nelle occasioni private o pubbliche, ed è prevalentemente orale.

Secondo Williams la comunicazione è interpersonale e fisica ed esistono tre tipi di comunicazione tra le persone: faccia a faccia, lettere/cartoline e telefono.

La comunicazione come attitudine non si esprime visibilmente attraverso forme linguistiche, ma può condizionare atteggiamenti generali, sentimenti e comportamenti; riguarda la riflessione filosofica sull’essere umano.

Viceversa sia la comunicazione come relazione che la comunicazione come attività funzionale necessitano del linguaggio, nella sua multi-modalità per realizzarsi. Le funzioni del linguaggio cambiano se la mia comunicazione è un’azione o una attività, perché nel primo caso ciò che conta è la dimensione relazionale in quanto tale, mentre nel secondo caso diventa fondamentale l’efficacia di ciò che si esprime. Infine nel linguaggio ordinario può accadere che azione e attività si mescolino strettamente.

Sia l’azione che l’attività comunicativa producono continuamente effetti osservabili, che si ripetono con una certa regolarità e che possono essere analizzati scientificamente applicando gli standard della ricerca nel campo delle scienze umane. La comunicazione concerto è azione o attività svolta attraverso il linguaggio che si svolge all’interno di una relazione sociale e che ne favorisce la nascita, il mantenimento, il rafforzamento e anche l’indebolimento o fine.

Teoria matematica delle comunicazioni

La teoria matematica delle comunicazioni venne scritta da Shannon e commentata da Weaver e riguarda il problema tecnico della correttezza del trasferimento di vari tipi di segnali del trasmittente a chi riceve. La riduzione di tutti i problemi della comunicazione a questo livello tecnico è associato a una definizione generale di comunicazione come insieme di procedimenti attraverso i quali un meccanismo entra attivamente in rapporto con un altro meccanismo.

Il modello di Shannon e Weaver (1949):

La fonte dell’informazione seleziona un messaggio desiderato da un insieme di possibili messaggi.

Il messaggio selezionato può consistere in parole scritte o parlate, immagini, musica…

Il trasmettitore cambia questo messaggio nel segnale che è effettivamente spedito sul canale di comunicazione dal trasmettitore al ricevitore.

Il ricevente è una sorta di trasmettitore inverso, che ritrasforma il segnale trasmesso in un messaggio e lo trasmette a destinazione. Quando parlo a qualcuno il mio cervello è la fonte dell’informazione, il suo la destinazione; la mia voce è il trasmettitore e il suo orecchio e l’ottavo nervo associato è il ricevitore.

Nel processo di trasmissione vengono aggiunte alcune alcune cose che non erano previste dalla fonte dell’informazione. Possono essere distorsioni del suono, nella forma o nell’ombra dell’immagine, o errori nella trasmissione. Tutti questi cambiamenti nei segnali trasmessi sono chiamati rumore.

  • La funzione del trasmettitore è quella di codificare il messaggio;
  • La funzione del ricevitore è quella di decodificare il messaggio.

1. Perché comunichiamo?

I soggetti della comunicazione e i loro scopi

Una qualsiasi comunicazione è caratterizzata da alcuni elementi fissi, che sono presenti in qualunque situazione d’interazione:

  • I partecipanti;
  • I messaggi che si scambiano;
  • I codici che usano (lingua e gesti);
  • Le interfacce, ovvero comunicazione diretta, senza mediazioni o per esempio al telefono il quale costituirebbe l’interfaccia della discussione;
  • Gli scopi;
  • Le norme;
  • I contesti, ovvero di cosa stanno parlando.

Se mancasse anche solo uno di questi elementi tutta la costruzione comunicativa crollerebbe, o non potrebbe nemmeno sorgere. Inoltre, questi elementi, sono strettamente legati fra di loro e funzionano simultaneamente. Da due di questi elementi dipendono tutti gli altri: i partecipanti e i scopi; loro infatti per comprendere che cosa accade nelle diverse situazioni comunicative dobbiamo sempre considerare chi sono i partecipanti e quali scopi si prefiggono.

Partecipanti: i soggetti agenti

I sociologi Talcott Parsons ed Erving Goffman hanno affermato il concetto di attore sociale.

È giusto però partire dall’espressione soggetto agente, termine che comprende diverse implicazioni:

  • Si riferisce a tutti i partecipanti alla relazione comunicativa, indipendentemente dal ruolo particolare che rivestono;
  • Implica che i soggetti interpretino i propri i propri comportamenti e quelli altrui come espressioni di intenzionalità e volontà.

Questo vale anche per gli attori collettivi, come organizzazioni e istituzioni, che perseguono particolari fini ed operano secondo logiche e con effetti che possono andare oltre alle stesse intenzioni dei singoli. Questi attori collettivi parlano ed agiscono sempre attraverso soggetti agenti individuali che ricoprono certi ruoli e interagiscono secondo determinate forme.

Caratteristiche dei soggetti agenti

1. Similitudine e diversità

Gli esseri umani sono allo stesso tempo simili e diversi. Georg Simmel, ha colto a pieno questo duplice carattere della relazione sociale e comunicativa con i due a-priori sociologici: l’alterità e l’ulteriorità.

Non è possibile una piena conoscenza reciproca perché il conoscere perfetto presuppone un’eguaglianza perfetta e allo stesso tempo noi siamo in un rapporto di alterità riconoscibile. In secondo luogo non siamo totalmente definiti dalle relazioni sociali e comunicative in cui siamo coinvolti, non siamo parte di una società ma siamo ancora qualcosa. C’è sempre un essere inoltre dell’individuo perché non tutto dell’individuo è socializzato e socializzabile.

Sono stati individuati degli universali comunicativi, ovvero delle strutture invariati della comunicazione che precedono e attraversano le diverse culture; per esempio le espressioni facciali delle emozioni che sono innate e che tutti gli esseri umani possono comprendere, facendosi quindi capire e intendere anche non condividendo una sola parola.

Comunicare è quindi sempre possibile perché il mondo a cui la comunicazione attinge e si riferisce presenta elementi di similitudine fondamentali che sono universalmente riconosciuti e compresi.

Nonostante questa similitudine però rimane vero che la diversità degli esseri umani fa della comunicazione un evento problematico e improbabile, non solo quando l’interlocutore è diverso e lontano da noi per storia personale e cultura, ma anche quando è simile e vicino a noi.

L’altro dunque rimane diverso da noi, per cui la comunicazione è sempre una traduzione di ciò che l’altro mi comunica all’interno del mio mondo di conoscenze ed esperienze.

  • Un soggetto della comunicazione è tale perché è allo stesso tempo simile e diverso rispetto agli altri soggetti con cui comunica.
  • Per Simmel i soggetti agenti sono:
  • Simili per le caratteristiche antropologiche (universali comunicativi);
  • Diversi a causa della differente interiorità di ciascuno (e anche dei differenti paradigmi culturali di riferimento);
  • La comunicazione come evento improbabile.

2. Intenzionalità

La seconda caratteristica dei soggetti agenti è quella che non si limitano a reagire a “forze” e impulsi interni o a cause o stimoli esterni, ma agiscono intenzionalmente sulla base di interpretazioni, motivazioni e scopi. Si possono definire tre tipi di intenzionalità come tratto della comunicazione umana.

L’intenzionalità come apertura al mondo e agli altri o come attitudine comunicativa che dipende dalla concretezza del nostro essere situati, cioè dall’essere immersi in un mondo già dato e organizzato secondo una precisa rete di significati e rimandi. Comprendiamo le azioni e le intenzioni dell’altro perché viviamo in un comune “mondo della vita”, in cui ci troviamo inseriti dall’origine e che precede ogni nostra riflessione o analisi.

L’intenzionalità come attitudine di pensiero si radica nella nostra appartenenza a questo mondo comune di significati, che detta le condizioni e i limiti della comprensione delle intenzioni e delle azioni comunicative degli altri abitanti al nostro stesso mondo.

L’intenzionalità come capacità di agire riflessivamente, ovvero di instituire un rapporto consapevole con il proprio e altrui gesto/atto comunicativo.

Ci possono essere gradi diversi di questa consapevolezza. Ci sono azioni comunicative che implicano un’intenzionalità pienamente cosciente come nel caso di comunicazioni strategiche, persuasive o ironiche, ma anche atti semi-coscienti ripetitivi e stereotipati come i saluti e gli scambi comunicativi più abitudinari e infine manifestazioni sintomatiche e involontarie come arrossire in situazioni imbarazzanti o trasalire per un forte improvviso rumore.

Nell’uomo molti gesti possono essere inconsapevoli e automatici, infatti la comunicazione umana si basa principalmente su gesti e gesti, che contengono un’intenzione cosciente, un significato attribuito loro dal soggetto e che deve essere interpretato dall’interlocutore.

Di questi gesti vanno considerati due aspetti:

  • Ciascuno di noi può guardare a se stesso come se fosse un altro, possiamo infatti parlare a noi stessi, darci dei consigli, consolarci… possiamo quindi quasi sdoppiarci per osservarci e giudicare il nostro comportamento.
  • Possiamo rivolgerci verso l’interlocutore e tener conto di lui nella comunicazione, possiamo quindi de-centrarci, uscire da noi stessi, assumendo lo sguardo e la prospettiva dell’altro, i suoi atteggiamenti e le sue aspettative nei nostri confronti.

L’intenzionalità cooperativa, del noi, condivisa, collettiva. È ciò che serve per impegnarsi in quelle forme unicamente umane di attività cooperativa cui è implicato un soggetto plurale, un “noi”. Questa intenzionalità è comune pratica ed essenziale per le nostre esistenze.

Sulla base di queste teorie dell’intenzionalità comunicativa possiamo affermare che ci sono specificità umane nella comunicazione che distinguono gli esseri umani da altri tipi di organismi o macchine capaci di interagire con l’ambiente. L’interazione non è sufficiente a costruire la comunicazione.

Un soggetto della comunicazione è tale perché il suo agire comunicativo è intenzionale e relazionale.

3. Agire individuale e agire di ruolo

Quando le persone comunicano fra di loro agiscono come soggetti individuali con le loro caratteristiche psicologiche e di personalità.

Goffman afferma che quando l’individuo partecipa all’azione sociale, dobbiamo renderci conto del fatto che non agisce come una persona totale, ma in termini di una specifica funzione o veste o di un particolare status sociale. In molte situazioni ognuno di noi agisce come un membro di una categoria sociale, assume il ruolo che la particolare struttura della relazione in cui si trova gli impone.

Lo stesso soggetto agisce in maniera diversa a seconda del contesto in cui si trova, assumendo dei “ruoli”, che servono a fissare e a rendere più chiare le aspettative reciproche dei diversi soggetti e limitano l’imprevedibilità del comportamento dell’altro, fraintendimenti e perdite di tempo.

Questo avviene soprattutto in strutture e contesti sociali in cui i compiti e le relazioni sono stabiliti formalmente in termini di gerarchie e di mansioni.

In questo caso la comunicazione assume il carattere di una comunicazione tra ruoli e si attua attraverso ordini di servizio, procedure burocratiche, flussi comunicativi più o meno formalizzati… comunicazione come attività funzionale.

Aldilà della definizione normativa del ruolo (= ciò che ci si aspetta da chi svolge quel ruolo) e dell’agire tipico di ruolo (= quello che fa la maggior parte delle persone che assume un ruolo) esiste uno spazio di interpretazione del ruolo, ovvero un proprio modo di agire comunicativamente.

4. Soggetti individuali e soggetti collettivi

La forma più immediata in cui i soggetti della comunicazione si presentano, è quella di un soggetto individuale fatto in un certo modo.

I soggetti possono essere anche collettivi, ovvero gruppi, organizzazioni o istituzioni; pur essendo composti da una pluralità di soggetti individuali legati da determinate relazioni, agiscono comunicativamente come un’unica entità.

Le aziende, le università, i partiti e gli stati possiamo considerarli come soggetti collettivi, in quanto il messaggio che essi producono è unico, sebbene sia frutto del lavoro concentrato di altre persone. Possono comunicare attraverso un esponente, un portavoce, un rappresentante oppure attraverso dei testi scritti, audiovisivi, digitali.

5. La questione dell’emittente e del ricevente: due polarità sempre attive

I partecipanti alla relazione comunicativa possono svolgere due tipi diversi di azioni o attività comunicative: l’emittente parla e il ricevente ascolta.

Parlare: elaborare messaggi in qualunque codice su qualunque canale, mediatico o no.

Ascoltare: ricevere e riconoscere i messaggi inviati da altri, siano gesti, parole scritte o dette, suoni, immagini fisse o audiovisive.

L’emittente viene anche definito mittente, parlante, enunciatore, fonte, sorgente della comunicazione e il ricevente viene definito ascoltatore, destinatario, enunciatario o pubblico.

Ciò che li distingue è il tipo specifico di azione che essi svolgono in un preciso momento dello scambio comunicativo. Non si tratta di ruoli separati ma di due polarità sempre attive.

Ognuno di noi è sempre emittente e ricevente, anche se occupa di volta in volta una sola delle due posizioni.

L’idea che l’emittente fosse il polo attivo e il ricevente quello passivo della relazione comunicativa, costituisce la metafora del condotto ed è profondamente sbagliata.

Sia l’atto di emissione che quello di ricezione possono assumere forme differenziate. Per esempio l’emittente può agire come animatore, autore o mandante:

  • Animatore: è chi materialmente comunica e si rivolge all’interlocutore (per Goffman la “macchina parlante”);
  • Autore: è chi ha ideato e scaturito il messaggio e ha deciso di conferirgli una determinata forma (per Goffman “stratega”);
  • Mandante: è il soggetto nel nome del quale si parla e che assume la responsabilità di ciò che viene detto.

Queste tre dimensioni dell’atto di emissione (= dimensioni della soggettività) possono essere concentrate nello stesso soggetto o divise tra più soggetti.

Anche il ruolo del ricevente può essere scomposto, dato che presenta una complessa differenziazione di posizioni partecipative, possiamo distinguere tra:

  • Partecipante ratificato o designato e ricevente occasionale o accidentale. Il partecipante ratificato gode di uno status privilegiato nella comunicazione e ne costituisce il vero e proprio destinatario; nel linguaggio del marketing rappresenta il “target primario” ovvero il particolare segmento di pubblico a cui il messaggio è destinato. Il ricevente occasionale è invece colui che si trova nel campo d’azione dell’emittente ed è raggiunto in qualche modo dal messaggio, ma l’emittente non si rivolge direttamente a lui.
  • Ricevente diretto e ricevente indiretto. Il
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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ginevrareverberi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie della comunicazione e dei media e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Colombo Fausto.
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