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Pluralismi. Riflessioni su corpi, politiche e rappresentazioni

di genere

(Antonia Cava, Domenica Bruni, Milena Meo, Assunta Penna)

INTRODUZIONE

Il genere come lente interpretativa e il valore del posizionamento

L'introduzione si apre con la dichiarazione di un preciso manifesto scientifico ed

epistemologico: il genere non deve essere considerato un argomento settoriale,

specialistico o confinato a una nicchia di studi, ma va assunto come una lente

critica fondamentale per leggere e interpretare l'intera complessità

della realtà contemporanea. Le curatrici rifiutano l'idea di una teoria unica,

monolitica e definitiva, proponendo al suo posto un volume volutamente

polifonico, capace di far dialogare voci, generazioni e approcci disciplinari

cultural studies).

differenti (dalle scienze cognitive ai

La decostruzione del finto neutro e l'interdisciplinarità

Le autrici pongono l'accento su un nodo teorico mutuato dall'epistemologia

femminista: ogni sapere è situato e posizionato. La pretesa di neutralità

della scienza e del discorso pubblico tradizionale è quasi sempre una finzione

ideologica tesa a nascondere specifici rapporti di forza e asimmetrie di potere.

L'introduzione si propone di scardinare questo finto neutro universale

attraverso una cifra marcatamente interdisciplinare, rintracciando le

connessioni invisibili che uniscono le dimensioni della politica, della

comunicazione, della sociologia e delle rappresentazioni mediali.

I tre interrogativi urgenti della riflessione

L'orizzonte analitico del testo si struttura attorno a tre macro-domande che

guidano i diversi saggi del volume: In che modo la società osserva,

1. Lo sguardo sociale sul corpo:

categorizza e normatizza i corpi delle persone, e in quale misura questo

sguardo esterno condiziona, plasma e vincola l'autopercezione dei

soggetti? Quanto il linguaggio

2. L'influenza dei media e del senso comune:

comune, le narrazioni giornalistiche, le rappresentazioni televisive e gli

stereotipi sedimentati influenzano e deformano la costruzione socio-

culturale dei corpi e delle relazioni?

Come prendiamo parte — in modo più o meno

3. Le identità plurali:

consapevole — ai processi quotidiani di costruzione e negoziazione delle

nostre identità all'interno di uno spazio sociale frammentato?

Il passaggio dal corpo al simbolico

Le curatrici spiegano che l'opera si sviluppa lungo una traiettoria fluida che

traghetta costantemente il lettore dal corpo fisico alla sua dimensione

simbolica. Il corpo non è un dato puramente biologico, ma il terreno primario

su cui si inscrivono le politiche pubbliche, le espressioni emotive, le ideazioni

mentali e i traumi collettivi (come l'esperienza della tempesta pandemica).

L'obiettivo ultimo dell'Introduzione, e dell'intero progetto accademico del

volume, è quindi quello di restituire peso, valore e dignità scientifica alla

complessità dei generi, fornendo a chi studia nuove mappe concettuali per

riconoscere e contestare le persistenti disuguaglianze, le violenze linguistiche e

le forme di vittimizzazione secondaria che ancora inquinano il discorso

giudiziario e mediale contemporaneo.

CAPITOLO 1: CORPI DI DONNA E GENERE NELLA

 TEMPESTA POST-COVID

Lo shock biopolitico e la casa come spazio di confinamento

asimmetrico

1. La decostruzione del mito del "Virus Democratico": la cecità delle

istituzioni

Assunta Penna apre la sua trattazione affrontando uno dei costrutti retorici e

narrativi più pervasivi che hanno caratterizzato i primi mesi dell'emergenza

sanitaria da Covid-19: l'idea che il virus fosse una livella democratica, un

evento naturale biologicamente neutrale in grado di colpire indistintamente

qualsiasi essere umano, a prescindere dal ceto, dalla razza o dal genere.

L'autrice compie un'operazione di smascheramento sociologico di questa

narrazione, dimostrando che la biologia non è mai slegata dalla politica.

La tempesta pandemica si è abbattuta su una struttura sociale preesistente

che era già profondamente asimmetrica, agendo come un potente reagente

chimico e un amplificatore biopolitico. Il virus non ha democratizzato la

società; al contrario, ha esasperato, reso visibili e radicalizzato le linee di

frattura e le vulnerabilità strutturali di genere che la retorica neoliberista

occidentale aveva tentato di occultare sotto il mito di un'emancipazione

femminile ormai pienamente compiuta.

2. Lo slittamento dello spazio pubblico e la ridefinizione biopolitica del

potere

L'adozione dello stato di emergenza e i conseguenti decreti governativi di

contenimento hanno imposto una contrazione improvvisa e radicale dello

spazio pubblico e produttivo. Il potere biopolitico dello Stato, per difendere la

salute immunologica della popolazione, ha ridisegnato i confini del movimento,

istituendo il confinamento forzato della cittadinanza.

Penna analizza questo passaggio epocale evidenziando come la contrazione

dello spazio pubblico abbia prodotto una patologica espansione della sfera

privata. Il controllo sociale non si è esercitato solo negli ospedali o attraverso i

dispositivi di tracciamento, ma si è insinuato direttamente nella cellula

fondamentale della società tradizionale: la famiglia nucleare. Questo

slittamento ha spogliato le donne di quegli spazi di emancipazione e di

socializzazione esterna (il luogo di lavoro, le reti amicali, le istituzioni culturali)

che avevano faticosamente conquistato nei decenni precedenti, modificando la

postura stessa del soggetto femminile nei confronti del potere.

3. La casa come "Dispositivo di Reclusione": la regressione

androcentrica

Il nucleo analitico più denso di questo primo filone risiede nella decostruzione

dello spazio domestico. Se l'immaginario massmediatico e istituzionale della

gestione della crisi celebrava la casa come un rifugio sicuro, un nido protettivo

"Io resto a

contro la minaccia esterna (attraverso slogan normalizzanti come

casa"), l'autrice ne svela la reale natura di dispositivo di confinamento

asimmetrico:

Il ritorno al pre-femminismo: Per oltre cinquant'anni, i movimenti

 delle donne e le teorie sociologiche di genere avevano lottato per

scardinare la casa come luogo naturale del destino femminile, svelandola

come lo spazio primario dell'oppressione, dell'invisibilità e dello

sfruttamento patriarcale. Il lockdown ha repentinamente azzerato questa

conquista storica, producendo una violenta regressione

androcentrica.

Il confinamento asimmetrico: All'interno delle mura domestiche, i

 corpi degli uomini e delle donne non hanno vissuto la stessa esperienza

di reclusione. Per il soggetto maschile, la casa è rimasta prevalentemente

uno spazio di riposo, di sospensione o di prosecuzione protetta della

propria attività professionale. Per il soggetto femminile, la casa si è

convertita in un campo di concentramento assistenziale, in cui i vecchi

rapporti di forza patriarcali si sono riaffermati per inerzia culturale e

necessità strutturale, ingabbiando nuovamente la donna nel ruolo

esclusivo di custode della sopravvivenza materiale del nucleo familiare.

Il corpo femminile come scudo sociale

In conclusione, questo approfondimento mostra che il primo filone del Capitolo

Pluralismi.

I istituisce la base macro-sociologica dell'intera ricerca del volume

La gestione della crisi pandemica ha dimostrato che il sistema capitalista e

patriarcale, non appena entra in una fase di shock o di instabilità strutturale,

tende a mettere in sicurezza se stesso sacrificando i corpi e il tempo delle

donne.

Il confinamento domestico non è stato un mero effetto collaterale della

quarantena, ma una precisa, seppur inconscia, strategia di tenuta sociale: lo

Stato ha blindato le donne all'interno delle case affinché l'arretramento e la

privatizzazione dei diritti non generassero un'esplosione di conflittualità

pubblica, trasformando la reclusione domestica nel prezzo invisibile pagato dal

genere femminile per garantire la stabilità immunologica e politica dell'intero

Paese.

La privatizzazione del welfare e la trappola della "doppia

presenza" simultanea

1. La manovra macro-sociologica: il travaso dei costi dello Stato sulla

famiglia

Se il primo filone ha delineato la dimensione spaziale e biopolitica del

confinamento, il secondo si addentra nei meccanismi economici e materiali

della gestione della crisi. Assunta Penna mette a nudo una precisa manovra

macro-sociologica attuata dalle istituzioni: di fronte all'emergenza sanitaria, lo

Stato ha decretato la sospensione e la chiusura simultanea di tutte le

infrastrutture sociali di supporto al quotidiano (scuole di ogni ordine e grado,

asili nido, centri diurni per la disabilità, servizi di assistenza domiciliare per

soggetti non autosufficienti).

Questa mossa ha prodotto un immediato e automatico travaso dei costi e

delle funzioni del welfare pubblico all'interno della sfera domestica. Lo

Stato si è sollevato dalle proprie responsabilità assistenziali, delegando

interamente la sussistenza biologica della popolazione alla famiglia nucleare.

Questo carico immenso, quantitativamente insostenibile e invisibile all'esterno,

è ricaduto in modo asimmetrico e quasi esclusivo sulle spalle delle donne,

riattivando lo stereotipo patriarcale che le vede come ammortizzatori sociali

naturali e gratuiti del sistema.

2. La decostruzione del mito del lavoro agile: l'inganno dello "Smart

Working"

Il saggio dedica una critica serrata e radicale alla narrazione politica e

mediatica dominante che, durante i mesi della tempesta pandemica, ha

smart working

celebrato lo (il lavoro da casa) come una straordinaria e

provvidenziale opportunità di modernizzazione e, soprattutto, di conciliazione

tra tempi di vita e tempi di lavoro per le donne. La ricerca della Penna

ribalta totalmente questo assunto, svelandone la natura di inganno biopolitico.

Lo smart working non ha liberato tempo, ma ha cancellato i confini della

giornata lavorativa. Nelle società solide, l'emancipazione femminile si era

edificata anche sulla netta separazione geografica e simbolica tra il luogo

pubblico dell'impiego professionalizzante (in cui la donna agisce come soggetto

economico autonomo) e il luogo privato della casa (tradizionalmente legato ai

compiti di riproduzione). Abitando lo smart working coatto, questa linea di

demarcazione è andata completamente distrutta, trasformando la casa in una

succursale della fabbrica o dell'ufficio neoliberista, senza per questo azzerare le

pretese assistenziali del nucleo familiare.

3. La trappola della "Doppia Presenza" simultanea e l'ansia da

prestazione

La sovrapposizione patologica dei ruoli all'interno dello stesso spazio fisico e

del medesimo segmento temporale ha costretto il soggetto femminile a

sperimentare la condizione logorante della doppia presenza simultanea. A

differenza della classica "doppia giornata" (in cui la donna prima lavora

all'esterno e poi, rientrata a casa, si dedica alle faccende domestiche), la

pandemia ha fuso queste due dimensioni in un eterno presente sincronico:

La frammentazione dell'attenzione: Le donne si sono trovate a dover

 rispondere alle scadenze professionali o alle e-mail aziendali nello stesso

esatto momento in cui dovevano monitorare la didattica a distanza (DAD)

dei figli, preparare i pasti, igienizzare gli ambienti e gestire lo stress

emotivo dell'isolamento coatto.

L'internalizzazione del fallimento: Questa pressione performativa

 totalizzante ha generato una severa vulnerabilità emotiva e una diffusa

ansia da prestazione. Non potendo materialmente scindersi per

soddisfare standard così elevati e contrastanti, le donne hanno finito per

interiorizzare il disagio, vivendo l'impossibilità della conciliazione non

come una distorsione strutturale del sistema macroeconomico, ma come

un fallimento e una carenza strettamente personali, sia sul piano

professionale sia su quello materno.

L'arretramento occupazionale e la perdita di autonomia finanziaria

In conclusione, l'approfondimento di questo secondo filone mostra come la

privatizzazione del welfare e l'inganno dello smart working abbiano prodotto un

impatto materiale devastante sulle traiettorie biografiche femminili,

traducendosi in un drastico arretramento occupazionale.

Schiacciate dal sovraccarico della cura e dall'impossibilità di reggere la doppia

presenza simultanea, moltissime donne sono state costrette a compiere scelte

fortemente penalizzanti: rassegnare le dimissioni, richiedere prolungati periodi

di aspettativa non retribuita, ridurre l'orario di lavoro o rinunciare a scatti di

carriera e promozioni. Questo processo ha inferto un colpo durissimo

all'autonomia finanziaria delle donne, ricacciandole forzatamente in una

condizione di dipendenza economica nei confronti del partner o della famiglia

d'origine. Il sistema patriarcale e capitalista ha così utilizzato la tempesta post-

Covid per ristabilire la divisione sessuale del lavoro più rigida e tradizionale,

dimostrando che l'efficienza della produzione capitalistica post-moderna

continua a poggiare sullo sfruttamento invisibile del corpo e del tempo delle

donne.

La gestione biopolitica della natalità e l'incertezza come

contraccettivo sociale

La percezione del rischio: Mettere al mondo un figlio all'interno di un

 sistema che ha dimostrato di poter smantellare dall'oggi al domani i

servizi pubblici e il welfare (come analizzato nel secondo filone) viene

percepito come un azzardo insostenibile per la stabilità finanziaria e

psicologica del sé.

Il corpo resistente: L'incertezza agisce come un vero e proprio

 contraccettivo sociale. Il corpo e la mente della donna reagiscono alla

precarietà bloccando il desiderio riproduttivo; la rinuncia alla maternità si

configura quindi come una postura di auto-difesa biografica di fronte a

uno Stato che non garantisce le condizioni minime di sicurezza

esistenziale. una

3. La cecità dello Stato e il fallimento delle politiche nataliste

tantum

Milena Meo dedica una critica serrata ed argomentata alle risposte normative e

assistenziali introdotte dai governi per contrastare la denatalità. Le politiche

pubbliche tradizionali hanno storicamente affrontato il problema demografico

una tantum

attraverso l'erogazione di bonus temporanei, incentivi monetari o

appelli retorici alla responsabilità patriottica della riproduzione.

L'autrice svela il vizio d'origine di questo approccio, denunciando la totale

cecità istituzionale rispetto alla sostenibilità biografica dei corpi delle

donne:

L'inganno della parcellizzazione: Un bonus bebè o un sussidio

 economico temporaneo non modificano i rapporti strutturali di forza. Non

creano stabilità contrattuale, non riducono il divario salariale di genere

(gender pay gap) e non offrono garanzie sul lungo periodo.

La riduzione a dato quantitativo: Trattare la natalità come un mero

 numero da correggere nei registri anagrafici significa considerare i corpi

delle donne come macchine riproduttive neutrali, ignorando la

complessità della "doppia presenza" e il carico asimmetrico del lavoro di

cura che grava interamente sul genere femminile.

Le politiche assistenzialiste falliscono perché non comprendono che una donna

sceglie la maternità solo all'interno di un'architettura sociale che consideri la

cura un valore universale e collettivo, e non un destino biologico privato e

penalizzante.

La rivendicazione della sovranità riproduttiva

In conclusione, questo approfondimento mostra come il crollo delle nascite nel

post-Covid sia la spia sociologica più evidente di un patto sociale infranto tra lo

Stato e le donne. In assenza di un welfare strutturale — basato su asili nido

universali, congedi di paternità obbligatori e paritari, contratti stabili e tutele

reali contro il licenziamento delle madri —, le donne contemporanee esercitano

agency

la propria attraverso il rifiuto. Pluralismi,

La denatalità, letta attraverso le lenti di smette di essere un indice

di declino culturale e si rivela per ciò che è realmente: una forma silenziosa,

corporea e radicale di resistenza politica e di rivendicazione della

sovranità sul proprio tempo e sul proprio destino, un netto rifiuto di farsi

espropriare il corpo da un sistema economico predatore che esige la

riproduzione della forza lavoro senza farsi carico del valore umano della vita e

della cura.

CAPITOLO 2. CORPI E NARRAZIONI: DAL TIMORE

 ALL'ESTERIORIZZAZIONE DEL SÉ

La transizione biopolitica: dal corpo-tabù alla visibilità

totale

1. Il background storico-sociale: il corpo femminile come territorio di

conquista patriarcale

Per comprendere la radicalità della transizione contemporanea, Giuseppina

Cersosimo compie un affondo preliminare sulle modalità con cui le società

tradizionali hanno storicamente strutturato lo statuto ontologico del corpo

femminile. Nell'ordine simbolico e materiale del patriarcato, il corpo delle

donne non è mai appartenuto alle donne stesse: esso è stato configurato come

un territorio di conquista, di disciplinamento e di transazione

economica o parentale.

L'autrice evidenzia come l'apparato normativo della società tradizionale abbia

operato una sistematica scissione tra la mente (eretta a prerogativa della

razionalità maschile universale) e il corpo (identificato come il luogo

dell'irrazionalità, della natura e della biologia, interamente delegato alla figura

femminile). Questa riduzione del soggetto donna alla sua pura datità biologica

ha giustificato per secoli

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Pegasus.21 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Studi di genere e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Milena Meo.

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