“La conoscenza e i suoi nemici - L’età dell’incompetenza e i rischi per la democrazia”
Di Tom Nichols
Introduzione
All’inizio degli anni 90, un piccolo gruppo di negazionisti dell’Aids, tra cui Peter Duesberg, un professore della University of California, si schierò contro la
posizione, quasi unanime all’interno dell’establishment medico, secondo cui il virus di immunodeficienza umano (HIV) era la causa della sindrome di
immunodeficienza acquisita (Aids). La scienza prospera grazie a queste sfide controintuitive, ma nessuna prova sosteneva le convinzioni di Duesberg, che erano
prive di fondamento. Una volta i ricercatori ebbero scoperto l’HIV, medici e operatori sanitari furono in grado di salvare innumerevoli vite attraverso misure mirate a
prevenire la trasmissione. La vicenda di Duesberg sarebbe potuta finire come qualunque altra teoria strana smentita dalla ricerca. La storia della scienza è
disseminata di simili vicoli ciechi. In questo caso, però un’idea screditata riuscì a catturare l’attenzione di un leader nazionale, con risultati letali. Thabo Mbeki,
allora presidente del Sudafrica, sfruttò l’idea che l’Aids non fosse causato da un virus ma da altri fattori, quali malnutrizione e cattive condizioni sanitarie, e rifiutò i
medicinali e altre forme di assistenza che venivano offerte al paese per combattere l’infezione da HIV. Il suo governo poi cedette, ma l’ossessivo atteggiamento
negazionista di Mbeki nei confronti dell’Aids era costato, secondo le stime dei medici della Harvard School of Public Health, oltre trecento mila vite e l’infezione di
circa 35mila bambini positivi all’HIV alla nascita che si sarebbe potuta evitare.
Nel 2014 un sondaggio del washington post ha chiesto agli americani e gli US dovessero intervenire militarmente a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina
avvenuta nello stesso anno. Gli stati uniti e la Russia sono ex avversari della guerra fredda. Solo un americano su 6, meno di un laureato al college su 4, è
stato in gradi di identificare l’Ucraina su una carta geografica. L’Ucraina è la nazione più estesa tra quelle nel territorio EU. Nonostante ciò la popolazione ha
espresso giudizi forti, esprimendo entusiasmo per un intervento militare in Ucraina.
Mai così tante persone hanno avuto accesso a tanta conoscenza e tuttavia hanno esercitato tanta resistenza all’apprendimento di qualsiasi cosa. Negli Stati
Uniti e in altre nazioni sviluppate, persone altrimenti intelligenti denigrano i risultati conseguiti dagli intellettuali e rifiutano i pareri degli esperti. Sempre a un più
crescente numero di profani mancano conoscenze di base, ma questi respingono gli elementi probatori e si rifiutano di apprendere come elaborare
un’argomentazione logica, rischiando di indebolire pratiche e usi che ci permettono di sviluppare nuove conoscenze.
Stiamo assistendo alla fine dell’idea stessa di competenza, un crollo, alimento da internet, di qualsiasi divisione tra professionisti e profani, studenti e
insegnanti, conoscitori informati e fantasiosi speculatori; tra coloro che hanno ottenuto un qualche risultato in un’area e coloro che non ne hanno raggiunto
nessuno. Spesso gli attacchi al sapere consolidato e la conseguente eruzione di cattive informazioni tra i cittadini sono divertenti. Siamo di fronte a qualcosa
che è peggio dell’ignoranza: arroganza infondata, dello sdegno di una cultura sempre più narcisistica che non riesce a sopportare neanche il minimo
accenno di diseguaglianza.
Con “Fine della competenza” non si intende il crollo delle capacità reali degli esperti, la conoscenza di argomenti specifici che distingue alcune persone da
altre in vari settori. Non è solo un rifiuto del sapere esistente, ma un rifiuto della scienza e della razionalità obiettiva, che costituiscono le fondamenta della
civiltà moderna. è segno, come disse il critico d’arte Robert Hughes descrivendo l’America di fine 900: “di una politica ossessionata dalle terapie e piena di
diffidenza per la politica formale”, cronicamente “scettica nei confronti dell’autorità” e “in preda alla superstizione”.
Nell’età pre moderna, in cui la saggezza popolare colmava inevitabili lacune nella conoscenza umana, attraverso un periodo di rapido sviluppo fortemente
basato sulla specializzazione e la competenza, fino a un mondo post industriale e orientato all’informazione, dove tutti i cittadini si ritengono esperti di
qualsiasi cosa. Ogni affermazione di competenza da parte di un esperto vero, produce rabbia in alcuni segmenti della popolazione americana, pronti a
lamentarsi che simili rivendicazioni non sono altro che fallaci appelli all’autorità, segni di un elitarismo, nonchè tentativo di usare qualifiche per soffocare il
necessario dialogo richiesto da una democrazia reale. Gli americani credono che avere diritti uguali in un sistema politico significhi anche che l’opinione di
ciascuno su qualsiasi argomento debba essere accettata alla pari di quella di chiunque altro. Rivendicazione categorica di uguaglianza che è sempre illogica e
pericolosa.
Questo libro parla di competenza, del rapporto tra esperti e cittadini in una democrazia, del perché questa relazione sta andando in frantumi e di
ciò che tutti noi, cittadini ed esperti, potremmo fare a riguardo.
Gli attacchi al sapere consolidato hanno una lunga discendenza e internet è solo lo strumento più recente nell’ambito di un problema ciclico, che in passato ha
afflitto allo stesso modo la televisione, radio e stampa. In passato c’è stato un minore attrito tra esperti e profani, ma solo perché, i cittadini non erano in grado
di sfidare gli esperti in modo sostanziale. Fino all’inizio del ventesimo secolo la partecipazione alla vita politica, intellettuale e scientifica era molto più
circoscritta e i dibattiti sulla scienza, la filosofia e la politica pubblica erano tutti condotti da una piccola cerchia di maschi istruiti.
Sono negli ultimi 50 anni i cambiamenti sociali hanno infranto le vecchie barriere di razza, classe e sesso, e non solo tra gli americani in generale, ma anche
tra i cittadini non istruiti e l’elitè degli esperti. Uno spazio di dibattito più ampio ha significato più conoscenza, ma anche più attriti sociali. L’educazione
universale, il maggiore potere delle donne e delle minoranze, lo sviluppo di una classe media e l’aumento della mobilità sociale sono tutti fattori che hanno
messo in contatto diretto una minoranza di esperti e la maggioranza dei cittadini, dopo quasi due secoli in cui raramente le due categorie hanno dovuto
interagire tra loro. Ma il risultato è stato il diffondersi tra gli americani di una convinzione irrazionale secondo cui tutti sono intelligenti di chiunque altro. Viviamo
in una società dove l’acquisizione di un sapere anche minimo è il punto di arrivo dell’istruzione, anziché l’inizio.
Capitolo 1 Esperti e cittadini
Punti chiave: 1) Società sempre più ignorante
2) Chi sono gli esperti?
3) Come lavorano gli esperti
“Spiegatori”
Gli spiegatori sono persone mediocri che credono di essere dei pozzi di scienza, convinti di essere più informati degli esperti, di avere conoscenze più ampie
dei professori e maggiore acume rispetto alle masse. Lo spazio pubblico è sempre più dominato da un assortimento di individui poco informati, molti dei quali
autodidatti sprezzanti dell’educazione formale che tendono a minimizzare il valore dell’esperienza. Una società moderna non può funzionare senza una
divisione sociale del lavoro e senza fare affidamento su esperti, professionisti e intellettuali. Nessuno è esperto di tutto, ogni esperto pur possedendo
conoscenze che in parte si sovrappongono, rispetta le capacità professionali di molti altri specialisti e si concentra su ciò che sa fare meglio. La fiducia e la
collaborazione tra esperti portano a un risultato finale migliore di qualsiasi prodotto che avrebbero potuto realizzare da soli. Non possiamo funzionare se non
ammettiamo i limiti del nostro sapere e non ci fidiamo delle competenze altrui. Vogliamo credere di essere in grado di prendere tutte le decisioni e ci
irritiamo se qualcuno ci corregge, ci dice che stiamo sbagliando, caratteristica pericolosa se condivisa da un'intera società.
è una cosa nuova?
Il dibattito oggi è più difficile perché amplificato da internet, raccoglie notizie non verificate e idee improbabili e le diffonde. Il punto è che le persone non sono
più ottuse o meno disposte ad ascoltare gli esperti rispetto a 100 anni fa, è solo ora che abbiamo la possibilità di sentirle tutte. Inoltre un certo grado di
conflitto tra chi conosce alcuni argomenti e chi ne conosce altri è inevitabile. Quando le conquiste dell’umanità sono diventate campo di studio di
professionisti, era naturale che i disaccordi aumentassero e si acuissero. Man mano che la distanza tra gli esperti e il resto della cittadinanza aumentava,
sono cresciuti i divari sociali e la differenza reciproca. Tutte le società, a prescindere il livello di avanzamento, hanno un sottofondo di risentimento
contro le élite istruite e un persistente attaccamento culturale nei confronti della saggezza popolare, delle leggende metropolitane e di altre
reazioni umane, irrazionali ma normali, di fronte alla complessità e alla confusione della vita moderna. Le democrazie sono sempre state
particolarmente propense a sfidare i saperi consolidati, è ciò che le rende democratiche. Esse hanno sempre subito il fascino del cambiamento e del
progresso anche nel mondo antico. Tucidide, descrisse gli ateniesi democratici del 5 secolo a.C. come un popolo inquieto e innovatore, secoli più avanti San
Paolo riteneva che gli ateniesi “non avevano passatempo più gradito che parlare o ascoltare le ultime novità”. In una cultura democratica questa messa in
discussione dell’ortodossia è celebrata e protetta.
Negli Stati uniti, la visione è incentrata sulle libertà individuali, venerano questa resistenza all’autorità intellettuale anche più di altre democrazie. Il filosofo
francese, Alexis de Tocqueville, nel 1835 osservò che i cittadini non apprezzavano gli esperti o la loro scienza, la diffidenza nei confronti dell’autorità
intellettuale era radicata, teorizzò Tocqueville, nella natura stessa della democrazia americana. Quando “i cittadini, divenuti quasi eguali, si guardano tutti da
vicino,” scriveva “sono costantemente riportati verso la propria ragione come alla fonte più visibile e più prossima della verità. Allora non soltanto è distrutta la
fiducia in un uomo, ma il gusto di credere a un uomo sulla parola”.
Gli esperti si lamentano della mancanza di rispetto da parte delle società in cui vivono fin da quando Socrate fu costretto a bere la sua cicuta. In un’epoca più
moderna, il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset decretava nel 1930 la “ribellione delle masse” e l’infondata arroganza intellettuale che la caratterizzava.
Attribuiva l’ascesa di un pubblico sempre più potente ma sempre più ignorante a molti fattori, tra cui ricchezza materiale, la prosperità e le scoperte
scientifiche. L’attaccamento americano all’autonomia intellettuale descritto da Tocqueville è sopravvissuto per quasi un secolo prima di cadere, colpito da una
serie di assalti interni ed esterni. La tecnologia, l’istruzione secondaria universale, la proliferazione di competenze specialistiche e l’ascesa degli Stati Uniti,
come potenza globale alla metà del ventesimo secolo sono tutti fattori che hanno indebolito l’idea, o il mito, che l’americano medio fosse adeguatamente
attrezzato per affrontare le sfide della vita quotidiana o per gestire l’andamento di un grande paese.
Il politologo Richard Hofstadter, politologo, scrisse che “la complessità della vita moderna ha ridotto continuamente le funzioni che il cittadino comune, con
l’intuito e con l’intelligenza, può risolvere da sé". Nell’originario sogno populistico americano,l’“onnicompetenza” dell’uomo comune era fondamentale e
assolutamente necessaria. Si pensava che senza bisogno di una grande preparazione egli potesse esercitare qualsiasi professione e dirigere il governo. Oggi
l’uomo comune sa che non potrebbe fare neppure colazione se non ci fossero le valute, più o meno misteriose per lui, che gli esperti hanno messo a sua
disposizione; e quando si siede per fare colazione e dà un’occhiata al giornale del mattino, si trova sotto gli occhi tutta una sfilza di questioni vitali e intricate, e
se è sincero con sé stesso, riconosce di non avere nella maggioranza dei casi la competenza per giudicare. Lui sosteneva, nel 1963, che la complessità
produceva sentimenti di impotenza e di rabbia in una cittadinanza che, sempre di più, sapeva di essere merce delle elite più intelligenti.
Il professore di legge, Ilya Somin, ha descritto con chiarezza quanto poco fosse cambiata la situazione. Somin ha scritto nel 2015 che le dimensioni e la
complessità del governo hanno reso più difficile per gli elettori con conoscenze limitate tenere sotto controllo e valutare le molteplici attività del governo. Il
risultato è un sistema politico in cui spesso i cittadini non possono esercitare la loro sovranità in modo responsabile ed efficace. Un elemento più inquietante è
che gli americani, nei decenni intercorsi, abbiano fatto poco per colmare il divario tra la propria conoscenza e il livello di informazione necessario per partecipare
a una democrazia avanzata. Il basso livello di conoscenza politica nell’elettorato americano è ancora una delle scoperte più consolidate.
Quindi non è una novità. Ma è davvero un problema?
Gli specialisti di ambiti particolari sono inclini a pensare che tutti gli altri dovrebbero nutrire lo stesso interesse per il loro settore. La maggior parte degli esperti
di affari internazionali avrebbe difficoltà a superare un test basato su mappe di territori al di fuori della propria area di specializzazione. Nessuno può
padroneggiare qualsiasi tipo di informazione. Se i cittadini comuni potessero assorbire ogni tipo di nozione non avremmo bisogno di esperti. La fine della
competenza è un problema diverso al dato storico dei bassi livelli di informazione tra i profani. La questione non è l’indifferenza di fronte ai saperi consolidati, è
l’emergere di un’ostilità assoluta nei confronti di tali saperi. Questo è un fenomeno nuovo nella cultura americana, si tratta di un processo di aggressiva
sostituzione delle opinioni degli esperti o dei saperi consolidati con la convinzione che, qualsiasi sia la materia, tutte le opinioni siano valide. Cambiamento nel
dibattito pubblico nuovo e pericoloso. Il professor Somin e altri osservano che l’ignoranza della popolazione non è peggiore rispetto a un secolo fa, questo in sé
dovrebbe causare panico. La fine della competenza rischia di ribaltare il sapere acquisito nel corso di anni per opera di persone che credono di
saperne di più di quanto sia effettivamente vero. è una minaccia per il benessere materiale e civico dei cittadini di una democrazia. Sarebbe facile
limitare la diffidenza nei confronti del sapere costituito attribuendola allo stereotipo del cafone ignorante che rifiuta il sapere. Ma invece le campagne contro il
sapere sono guidate da persone da cui sarebbe lecito aspettarsi di meglio.
Nel caso dei vaccini, la scarsa partecipazione ai programmi di vaccinazione infantile non è un problema che riguarda le madri di province poco scolarizzate,
quelle madri accettano di vaccinare i loro figli, perchè è un requisito obbligatorio delle scuole pubbliche. I genitori più propensi a opporre resistenza ai vaccini, si
è scoperto, si trovano tra gli istruiti residenti delle ricche aree periferiche di San Francisco, nella contea di Marin. Pur non essendo medici, queste madri e questi
padri sono abbastanza istruiti da credere di possedere una formazione di base sufficiente a sfidare la scienza medica consolidata. Quindi, per un paradosso
controintuitivo, i genitori istruiti stanno effettivamente prendendo decisioni peggiori rispetto a quelli di gran lunga meno istruiti, e stanno mettendo a rischio i figli
di tutti.
L’ignoranza, anzi, fa tendenza e alcuni americani ora sfoggiano il loro rifiuto dei pareri degli esperti come un segno distintivo di sofisticazione culturale.
Prendiamo in esame, per esempio, il movimento del latte crudo, una moda tra i gourmand che rivendicano il diritto di ingerire latticini non trattati. Nel 2012 il
New Yorker aveva segnalato questa tendenza, osservando che “il latte crudo risveglia l’edonismo degli amanti del cibo in modo speciale”: Lo chef Patterson
usava il latte crudo non pastorizzato per creme e gelato, ma se da un alto la pastorizzazione può influire sul gusto del latte, di contro distrugge anche agenti
patogeni letali per gli esseri umani. I suoi sostenitori ritengono non solo che i prodotti lattiero-caseari non trattati abbiano un buon gusto, ma anche che siano più
sani e migliori per gli esseri umani. Dopotutto, se le verdure crude ci fanno più bene, perché non consumare tutto crudo? Perché non mangiare come la natura
ha voluto e tornare a un’epoca più pura e più semplice? Forse era un’epoca più semplice, ma era anche un’epoca in cui la gente moriva abitualmente a causa
di malattie di origine alimentare. Subito i medici dei Centri per il Controllo delle Malattie (Centers for Disease Control – CDC) hanno cercato di intervenire,
senza alcun risultato. Nel 2012 i CDC hanno pubblicato un rapporto in cui si evidenziava che i latticini non pastorizzati presentano una probabilità di causare
malattie alimentari 150 volte maggiore rispetto ai prodotti pastorizzati. Un esperto della Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali (Food and Drug Administration –
FDA), senza mezzi termini, ha definito il consumo di latte crudo l’equivalente alimentare della roulette russa.
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