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Il culto dei santi - Peter Brown

1. Il santo e la tomba

I morti rappresentano il legame tra cielo e terra.

Il culto dei santi nasce nella tarda antichità e nel millennio successivo diventa parte integrante della cristianità.

Il punto di partenza della religione mediterranea tardoantica era che un'imperfezione avesse sfigurato il volto dell'universo, la morte poteva esserne il superamento. L'anima separata dal corpo imperfetto (ri)ottiene un posto consono alla sua natura nella luce della Via Lattea che sovrasta la Terra, superava il mondo sublunare.

Già Plutarco nel II secolo era impressionato dall'apotheosis (scomparsa del corpo verso il cielo) di Romolo. Per lui era elaborato da mentite primitive, è in contrasto con come lavora l'universo, l'anima poteva raggiungere il cielo ma solo una volta lasciato il corpo.

Gesù e Elia avevano compiuto ciò, i cristiani credevano nella resurrezione dei morti, ma la barriera tra terra e cielo rimaneva stabile.

Alla fine del VI secolo il cristiano Prudenzio capovolge la visione del mondo tradizionale ma le rimangono fedeli: “Ma se il fuoco, memore della sua origine, evita i contagi che l'infiacchiscono, conduce secole membra che l'ospitano e insieme le riporta agli astri”.

Si continuava però a incidere sulle tombe versi che danno per scontata la visione precedente.

Rabbi Pinhas ben Hama propone un paradosso: il luogo di riposo dei santi è qui anche se avrebbero potuto ottenerlo lassù.

I sepolcri dei Santi (patriarchi in Terrasanta) erano luoghi dove si incontravano gli estremi opposti del cielo e della terra.

Verso la fine del VI secolo i sepolcri dei santi messi fuori dalle mura delle città dell'Impero d'Occidente erano centri della vita ecclesiastica della regione, si credeva che il santo fosse presente nella sua tomba in terra, le ricche decorazioni portavano la Via Lattea direttamente nella tomba.

Prima nessuno avrebbe voluto entrare in contatto con le aree dei morti, ora nascevano culti nei cimiteri, si disseppellivano morti e addirittura si toccavano per benedizioni, si iniziò a modificare la città dando importanza alle zone antitetiche alla vita; le reliquie erano nelle città e attorno ad esse si seppellivano i comuni.

Il culto dei martiri è paragonabile a quello degli Eroi, idealizzare i morti era pratica comune, ma l’analogia non regge perché il culto degli Eroi era tenuto separato da quello degli Dei perché contaminati con la morte, i martiri, invece, godevano di un’intimità con Dio poiché morti da uomini. Grazie a tale intimità potevano intercedere per gli uomini, al contrario degli Eroi, per gli antichi non era possibile una connessione tra divino e mortale a causa della morte, qui si riescono a legare.

I pagani non accolsero bene questa nuova concezione, pensavano che l’abbattimento delle barriere avrebbe portato alla dissolvenza degli antichi punti di riferimento nella tenebra come preannunciato dai loro miti. Giuliano l’Apostata era disgustato dall’importanza data alle tombe come chi nei Vangeli teneva lontano dai morti la stregoneria e in quanto imperatore stabilì leggi che diedero ai morti un posto separato, le processioni che mostravano i cadaveri provocavano un vero orrore.

Dalla fine del IV secolo e in tutto il V crebbero costruzioni nei luoghi dei morti come centri di pellegrinaggio etc. (Tebessa), i cristiani col monachesimo tenevano a creare città in luoghi in cui non dovrebbero esserci, ora anche nei cimiteri.

I vescovi lo sfruttarono, la loro residenza, la basilica e cattedrale erano dentro alle mura, ma avevano strette relazioni coi luoghi di culto fuori, fenomeno che permise loro di ottenere il primato nell’Europa altomedievale.

Tomba e altare sono congiunti, si facevano cerimonie presso i morti (ebrei e pagani erano inorriditi), la tomba del santo fu dichiarata proprietà pubblica, accessibile a tutti e centro del culto della comunità.

Nell’Europa Occidentale il potere del vescovo coincideva col santuario che nell’est rimaneva autonomo, mentre per ebrei e musulmani non aveva la stessa importanza.

Le reliquie erano considerate vive, il santo era lì e ciò evocava forti reazioni in chi le vedeva.

Molti, però, ne approfittano per rubare i preziosi oggetti devozionali e decorazioni.

In ogni luogo raggiunto dal cristianesimo erano presenti santuari e reliquie.

Nella Storia naturale della religione, Hume dichiara l’impossibilità dell’esistenza di un vero monoteismo, poiché nel passato era difficile raggiungere la consapevolezza di un essere supremo che governasse tutto l’universo, il popolo poi era ignorante e rozzo e non riusciva a pensare in termini astratti e le sue paure lo spingevano a personalizzare le azioni che sfuggivano al loro controllo, arrivando alla formazione di un politeismo. L’uomo tende a elevarsi dall’idolatria al teismo ma ricade dal teismo nell'idolatria, a seconda dello sviluppo delle varie epoche.

Milman attribuisce a questo culto i caratteri dei barbari e dice che la religione è stata abbassata per il popolo invece di alzarlo.

I mutamenti del cristianesimo sarebbero quindi dovuti a serie di cedimenti delle élite alle credenze del volgo, le élite erano inoltre state erose nel II secolo lasciando spazio a superstizioni e le conversioni di massa dopo Costantino spinsero i vertici della Chiesa ad accettare diverse pratiche pagane.

Questo modello “a due piani” mostra però diverse debolezze, si presume che la religione del volgo potesse imporre cambiamenti a quella dell'élite senza però cambiare essa stessa. Il cristianesimo era complesso e la maggior parte non aveva le abilità per comprenderlo, ma condividevano pratiche religiose della comunità e il rapporto col soprannaturale che ne derivava. La religione popolare era percepita come incapacità di comprensione di quella originaria, come una continuazione del paganesimo, ma è una credenza odierna, una nostalgia romantica.

Malgrado i grandi cambiamenti storici, la popolazione è considerata statica, ma il culto dei santi era percepito già allora come una rottura con le credenze precedenti, bisogna analizzare i cambiamenti sociali che hanno influito su questo processo.

2. Un luogo elegante e privato

Le pratiche e i riti funebri erano, nell’area mediterranea, praticati da ogni religione perché considerati parti dell’essere umani. La famiglia era molto importante in questo processo, ma il suo atteggiamento poteva creare tensione con la comunità. Alcuni credevano che i morti, in quanto tali, non dovessero avere posto tra i vivi, mentre altri difendevano la loro posizione di rilievo tra i viventi che i familiari conservavano.

Ad Atene vigeva il massimo rigore nelle celebrazioni funebri, mentre a Roma erano incoraggiate per esaltare l’orgoglio della famiglia. Nel mondo islamico i morti venivano o sepolti allo stesso modo per dimostrare di essere tutti uguali sotto a Dio, o sopravvivevano le pratiche in luoghi come la Città dei Morti del Cairo. In Inghilterra le tombe dei nobili erano gotiche e decorate, mentre in America erano semplici e spoglie.

Secondo Agostino d’Ippona pratiche come festeggiare nei pressi delle tombe erano retaggi pagani. Nel De cura gerenda pro mortis Agostino rispondeva alle domande sulla questione della sepoltura vicino alle tombe dei morti.

I leader cristiani tentarono di fermare le pratiche precristiane importate dalle conversioni di massa dei pagani ma le pratiche del volgo esercitavano una grande pressione, specialmente quelle legate alla presenza dell’anima nel sepolcro, perfino Agostino si era adeguato.

Questo darebbe punti alla teoria dei due piani, per cui l'élite considerava la superstizione come sbagliata e tipicamente del volgo (a cui appartenevano tutte le donne).

Però molti di colore che praticavano questi riti non erano ex-pagani e il giudizio di Agostino sarebbe affrettato, inoltre non ci sono prove storiche delle rapide conversioni di massa in epoca tardoantica, si aveva a che fare con comunità stabili e ripiegate su loro stesse.

Il modello a due piani sarebbe quindi stato inventato per spiegare la nascita di culti popolari all’interno della Chiesa.

All’epoca la pratica religiosa aveva luogo nella e per la famiglia.

L’amministrazione della comunità cristiana dava, inoltre, l’immagine di una comunità ideale, la Chiesa costituiva un gruppo di parentela artificiale in cui ci si aspettava che i doveri all’interno della famiglia naturale fossero rivolti alla comunità, specialmente nell'ambito della cura dei morti. La cura era rivolta solo ai membri della comunità e le ricorrenze delle morte spronavano a ricordare i loro eroi.

Le tombe di famiglia e dei martiri creavano conflitto tra le tendenze centripete della comunità ideale e quelle centrifughe, la pietà familiare poteva portare a una privatizzazione del culto, fu proprio la questione tra privato e pubblico a portare alla luce i problemi della superstizione del IV/V secolo.

Con il culto dei santi si creavano aree privilegiate all’interno della comunità cristiana a cui non tutti potevano accedere, vi era preoccupazione per le comunità locali rispetto al culto di Gerusalemme e per le feste dei martiri che potevano distogliere dalla Pasqua, si tratterebbe non più di un conflitto tra classi sociali ma tra sistemi rivali di patronato, tra cristiani benestanti e vescovi.

Il culto dei santi ha però radici più profonde dei clerici e laici del tardo IV secolo, sentimenti di tale devozione risalgono al tardo giudaismo. Non era però chiaro a chi dovesse spettare nella comunità il monopolio di tali credenze, i patroni influenti all’inizio del IV secolo potevano ottenere i corpi dei martiri senza opposizioni.

Una nobildonna del 295, Pompeiana, riuscì ad appropriarsi del corpo del martire Massimiliano e l’aveva messo vicino alla tomba di San Cipriano e alla propria. Nel 304, Asclepia posizionò la propria tomba in un edificio sopra a quella del martire Anastasio.

Per un laico influente la tomba rimaneva un luogo privato ed elegante e spesso riusciva a farsi seppellire con un santo, sottraendo il suo sepolcro alla comunità riservandolo alla sua famiglia in una sorta di privatizzazione del santo.

Lucilla, nobildonna spagnola residente a Cartagine controllava l’elezione del suo protetto a vescovo di Cartagine, inoltre possedeva un osso di un martire che baciava prima di prendere l’Eucarestia, creando un rapporto tra la dimensione privata e pubblica del culto. Fu rimproverata per questo dal diacono e non lo perdonò.

La distribuzione del potere era stabilita dalla possibilità di entrare in possesso con il corpo di un martire.

Si sollevò la questione del rapporto tra la cura comunitaria e quella privata delle anime dei morti. Flora collocò il figlio più vicino degli altri a San Felice, impegnandosi a conseguire un privilegio che solo la Chiesa poteva accordare, che tutti i credenti un giorno potessero godere della vicinanza dei santi.

Agostino accettava la pratica della depositio ad sanctos ma cambiava il modo in cui prima d’ora consideravano San Felice. Uguale fu la sua reazione alla pratica di festeggiare presso la tomba di famiglia, la privatizzazione, inoltre era per lui un pericolo più grave della superstizione. Festeggiamenti del genere potevano essere disgreganti per la comunità in cui la classe alta era divisa equamente in cattolici e donatisti, era preoccupato per le tendenze centrifughe in una comunità facile a sfaldarsi. Era quindi pronto ad accettare qualche forma di festeggiamento purché non fosse esclusiva o competitiva o non fosse occasione per una famiglia di sfoggiare il gran numero di patrocinati.

A Roma la chiesa cristiana riuscì ad acquisire preminenza sull'onda lenta di un patronato laico benestante, l’epoca tra IV e V secolo fu la grande epoca dell’evergetismo cristiano, un momento non turbato da accenni di superstizione. Il senatore Pamachio diede una festa per i poveri nell’anniversario della morte della moglie nella basilica di San Pietro Paolino se ne rallegrò. Pratiche del genere mostrano un ambiente diverso da quello di Agostino in cui i vescovi avevano il massimo trionfo diplomatico nell’epoca tardoantica. I papi riuscirono ad armonizzare il proprio sistema di patronato con quello del loro influente laicato nonostante i grandi cimiteri che potevano sfuggire al loro controllo e pur dipendendo da un laicato i cui membri prominenti erano abituati a mantenere il prestigio delle proprie famiglie con prodigalità.

Damaso, patrono delle catacombe, era orgoglioso del soprannome datogli dai suoi nemici “sollecitatore delle orecchie delle matrone”, il culto cristiano dei santi a Roma non si sarebbe sviluppato così in fretta senza gli sforzi dei diaconi che conversavano nelle case dei ricchi laici.

I mutamenti nel culto dei santi rispecchiano quelli della leadership all’interno della comunità cristiana.

A Milano, la scoperta delle reliquie dei santi Protasio e Gervasio nel 385 fu un evento eccitante ma non era la prima volta che furono trovate lì, le aree cristiane avevano già molte memoriae di martiri, ma nuove furono la prontezza e abilità con cui il vescovo Ambrogio si appropriò delle reliquie. In soli 2 giorni le spostò dal luogo del ritrovamento alla basilica che si era fatto costruire e le mise sull’altare dove avrebbe messo il suo cadavere. In questo modo sarebbero diventate accessibili alla comunità, il loro ritrovamento era utile per tutti.

L’obiettivo di Ambrogio era la resurrectio martyrum, le tombe collegate alla liturgia eucaristica dovevano assumere una maggiore importanza, allo stesso tempo poneva un freno alle festività perché troppo simili a quelle pagane.

Molti laici misero le loro tombe nelle vicinanze di quella del vescovo, una di loro fu Manlia Dedalia, sorella del prefetto del pretorio d’Italia.

Ambrogio non introdusse novità, simili procedure furono svolte anche altrove, a Tabessa il vescovo Alessandro aveva fatto sì che gli uomini giusti del passato godessero di una bella sede.

Adesso iniziarono a diffondersi le storie di miracoli e guarigioni legate ai sepolcri dei martiri, prima erano ritenute affari privati. Il martire divenne patronus, il corrispettivo invisibile e celeste del patronato esercitato dal vescovo tangibilmente.

Le letitiae, festeggiamenti che Agostino e Ambrogio si preoccupavano di tenere lontano dal sacrario del martire, sembravano conservare tratti dell’intimità diretta propria di un gruppo ideale di parentela a causa dell’ostentazione e energie disgregatrici che accompagnavano le pratiche funebri familiari.

Nell’arte cristiana primitiva il pasto del defunto è presentato come una faccenda privata a cui nessuno presenzia (tranne il caso di Giunio Basso, prefetto urbano di Roma), ora i vescovi presentavano le festività dei martiri non più come letitiae familiari ma come banchetti pubblici offerti da patroni invisibili ai loro clienti terreni.

Il vescovo Paolino di Nola sapeva che le bevute in occasione della festa di San Felice erano un’occasione di gioia nella vita triste dei contadini degli Abruzzi, così gliele consentiva.

Divenne una consuetudine derivata dalla sicurezza del vescovo come patrono visibile legato a quello celeste.

Questo cambiamento era dovuto al cambiamento della provenienza dei vescovi che adesso erano abituati a comportarsi come signori.

Lo stile di Ambrogio nell’appropriazione di reliquie divenne presto un modello per tutto l'occidente latino.

La chiesa stava accumulando grandi ricchezze: in una società in cui veniva passata da generazioni la ricchezza che la chiesa accumulò in un secolo era enorme grazie alle donazioni. Esenti dalle tassazioni, avevano ogni mezzo per ottenere il predominio sociale ma nessun modo per metterlo in mostra in modo accettabile, ottenevano così tanto denaro in occidente da dover inventare nuovi modi per spenderlo. Decisero quindi di spenderlo nel potenziamento del cerimoniale in connessione con i nuovi punti focali del culto, le tombe dei martiri che permetteva di evitare problemi legati all’attività edilizia all’interno delle mura della città. La ricchezza episcopale era usata qui perché non privata, era inoltre volta a onorare un patronus che esercitava la sua potenza senza violenza e che quindi poteva essere adorato senza costrizioni e di cui il vescovo era il vicario. La ricchezza poteva essere ostentata senza invidia e il patrocinium era esercitato senza obblighi. Nel tardo IV secolo il culto dei santi ottenne quindi una grande rilevanza per questo.

Le comunità avevano inoltre bisogno di un culto del genere, ora che i cristiani rappresentavano la maggior parte della città, la Chiesa doveva fornire la propria definizione di comunità urbana e fare rituali che esplicitassero tale definizione.

La comunità comprendeva, cosa nuova, anche i poveri e le donne e il culto dei santi consentì di associare sotto il patronato del vescovo queste categorie creando una base di forme di solidarietà della città tardoantica.

Le tombe erano fuori dal mondo dei vivi, i credenti entravano in uno stato sub-liminale, in società sviluppate il pellegrinaggio verso questi luoghi era molto affascinante, tutti si riunivano per le processioni.

I santuari collocati nelle strade tra la città e la campagna erano un punto di incontro anche tra cittadini e estranei, abitanti dei villaggi che davano prod

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/01 Storia medievale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gigingi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Parma o del prof D'arcangelo Potito.
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