© cs Storia economica globale – Robert C. Allen
La grande divergenza – capitolo 1
La storia economica è tra le prime scienze sociali e ha per oggetto la natura e le cause della ricchezza delle nazioni. Gli economisti cercano le cause in una teoria atemporale dello sviluppo economico, mentre gli storici dell’economia le identificano in un processo dinamico di cambiamento.
La domanda base di questo tipo di disciplina è “perché certi paesi sono ricchi e altri poveri?”. I dati sui redditi di epoche precedenti non sono sempre affidabili, ma si suppone che nel 1500 le differenze di prosperità fra i vari paesi fossero limitate; l’attuale divisione fra ricchi e poveri ha origine nell’epoca a cavallo tra la fine del XV secolo e l’inizio del XVII. Possiamo dividere il tempo da qui in poi in tre periodi:
- 1. 1500-1800: si tratta dell’era mercantilista, inizia con i viaggi di Colombo e da Gama, che furono all’origine di un’economia globale integrata, e si conclude con la rivoluzione industriale. Inoltre, le Americhe furono colonizzate e iniziarono a esportare argento, zucchero e tabacco e molti africani furono ridotti in schiavitù e portati qui per produrre queste merci. Anche l’Asia esportava in Europa spezie, tessuti e porcellane. I principali paesi europei cercavano di espandere i propri mercati colonizzando territori ed escludendo, attraverso dazi e guerre, gli altri paesi dal commercio. L’industria manifatturiera europea crebbe a spese delle colonie.
- 2. XIX secolo: periodo del catching-up, in cui cambia tutta la situazione precedente. Quando Napoleone fu sconfitto a Waterloo (1815), l’Inghilterra aveva raggiunto la supremazia nell’industria ed era molto abile a marginare gli altri paesi dai mercati. L’Europa e gli Stati Uniti si misero come obiettivo lo sviluppo economico e lo perseguirono con quattro politiche economiche standard:
- Cercare un mercato nazionale unificato attraverso l’eliminazione dei dazi interni e la costruzione di una rete di trasporti (infrastrutturale) per abbattere i costi di trasporto per il commercio e lo scambio all’interno di una stessa entità politica: a metà dell’‘800 la Germania divenne un’unione economica e poi una nazione;
- Erigere una barriera doganale per proteggere le proprie industrie dalla concorrenza inglese (minor costo e anche maggiore qualità dei manufatti inglesi);
- Promuovere il ruolo delle banche al fine di stabilizzare la moneta e finanziare gli investimenti industriali;
- Istituire il sistema dell’istruzione di massa per incrementare la qualità della forza lavoro (più alti livelli di capitale umano per imitare e produrre/superare).
Queste politiche ebbero successo in Europa, specialmente in Germania, e nel Nordamerica, che insieme all’Inghilterra formano l’attuale club delle nazioni ricche. Alcuni paesi latinoamericani adottarono queste politiche in modo incompleto e senza successo. La concorrenza inglese deindustrializzò gran parte dell’Asia e dopo l’abolizione degli schiavi dell’Inghilterra, l’Africa iniziò a esportare olio di palma, minerali e cacao.
- 3. XX secolo: big push. In questo secolo le politiche si dimostrano poco efficaci nei paesi che non si erano ancora sviluppati. La tecnologia viene inventata nei paesi ricchi, i quali sviluppano processi che impiegano una quantità sempre maggiore di capitale per © cs aumentare la produttività della loro manodopera, sempre più costosa. Nei paesi a bassi livelli salariali le nuove tecnologie non sono efficienti in termini di costi, ma sono ciò di cui hanno bisogno per recuperare terreno rispetto all’Occidente. La maggior parte dei paesi ha adottato tecnologie moderne, ma non abbastanza rapidamente da raggiungere i paesi ricchi. I paesi hanno colmato il divario rispetto all’Occidente nel XX secolo grazie a un big push, che ha puntato sulla pianificazione e sul coordinamento degli investimenti per compiere un grande passo in avanti.
Tra il 1500 e il 1800 gli attuali paesi ricchi hanno formato un ristretto gruppo il cui vantaggio si misura in termini di Pil (prodotto interno lordo) pro capite. Nel 1820 l’Europa era il continente più ricco e il paese più prospero era l’Olanda. I Paesi Bassi avevano compiuto il grande balzo nel XVII secolo e il principale problema che si poneva alla politica degli altri paesi era di abbattere la divergenza rispetto a questo paese. Gli inglesi ci stavano riuscendo e infatti nel 1820 l’Inghilterra era la seconda economia più ricca del mondo. Il resto del mondo era di molto distanziato e l’Africa era il continente più povero.
Dal 1820 ad oggi, le differenze di reddito si sono accentuate e i paesi che erano più ricchi prima sono cresciuti più rapidamente rispetto a quelli poveri: qui si crea l’equazione della divergenza tra i vari paesi (relazione positiva tra tasso di crescita e PIL p.c. – grafico 1 e 3): i paesi con redditi più elevati nel 1820 registrano tassi di crescita del reddito più elevati, mentre le regioni con redditi iniziali più bassi, sono cresciute a tassi inferiori. Esistono eccezioni alla divergenza dei redditi: la principale è l’Asia orientale, l’unica che si è mossa in controtendenza e ha migliorato la sua posizione: il Giappone è il paese che ha avuto il maggiore successo nel XX secolo, perché nel 1820 era povero e nonostante questo è riuscito a colmare il divario che lo divideva dall’Occidente; come lui anche la Corea del Sud e il Taiwan. Un’altra eccezione di minore portata è l’Unione Sovietica e si pensa che oggi la Cina possa raggiungere un risultato notevole (la maggior parte dei Paesi ha adottato tecnologie moderne, ma non abbastanza rapidamente da raggiungere i Paesi ricchi – le industrie tessili e metallurgiche vennero estromesse dal mercato occidentale dei prodotti meccanizzati e Cina e India videro una contrazione della produzione in termini assoluti).
L’industrializzazione e la deindustrializzazione sono tra le cause principali dell’andamento divergente dei redditi mondiali.
Nel 1750 la maggior parte della produzione manifatturiera era realizzata in Cina e nel subcontinente indiano, ma nel 1913 il mondo si trasforma (grafico 2): le quote cinese e indiana della produzione manifatturiera mondiale erano crollate e il Regno Unito, gli USA e l’Europa producevano ¾ del totale. La produzione era cresciuta notevolmente in Inghilterra e si era contratta drasticamente in Cina e in India, perché le loro industrie tessili e metallurgiche erano state estromesse dal mercato dei produttori meccanizzati dell’Occidente. Nel XIX secolo l’economia asiatica, centro dell’industria manifatturiera mondiale, si trasformò in quella del sottosviluppo, specializzata nella produzione e nell’esportazione di beni agricoli.
La rivoluzione industriale inglese fu il principale evento del periodo che va dal 1760 al 1860, nel corso della quale la quota inglese del prodotto manifatturiero mondiale salì dal 2 al 23% e la concorrenza inglese distrusse le tradizionali attività manifatturiere asiatiche.
Il periodo tra il 1860 e la Seconda guerra mondiale fu segnato dall’industrializzazione degli USA e l’Europa continentale, soprattutto la Germania e l’Inghilterra, e perse terreno a causa di questi concorrenti. A partire dalla seconda guerra mondiale fino agli anni 80 del 1900 la quota del prodotto manifatturiero mondiale dell’Unione Sovietica aumentò fortemente, per © cs poi cadere, trascinata dal declino economico delle ex repubbliche sovietiche. Per quanto riguarda l’Asia minore la quota del prodotto manifatturiero mondiale di Giappone, Taiwan e Corea del Sud salì e anche la Cina si industrializzò dal 1980.
Salari reali
Misurano il tenore di vita (a livello individuale) e nel grafico si riportano numeri interi perché indicano il numero di panieri di sussistenza acquistabili con il salario nominale). Sono fondamentali perché:
- Il Pil non è una misura adeguata del benessere perché non tiene conto di tanti fattori come ad esempio salute, speranza di vita e livello d’istruzione.
- A causa dell’assenza di dati il Pil è spesso difficile da calcolare e può portare fuori strada perché è la media dei redditi dei ricchi e dei poveri (salari reali come misuratori della performance economica).
- Allen li userà per spiegare perché la Rivoluzione Industriale è avvenuta in Inghilterra (incentivo ad usare le macchine dove il costo del lavoro è maggiore).
La questione fondamentale relativamente al tenore di vita consiste nel capire se un lavoratore occupato a tempo pieno guadagni abbastanza per mantenere la famiglia al livello della mera sussistenza; oggi questo tenore è simile in tutta Europa.
I salari reali sono calcolati tenendo conto dei prezzi dei beni di consumo (panieri di beni/servizi acquistabili con il salario nominale) e Allen stima il rapporto tra il reddito (salario nominale) e il costo di un paniere di beni che corrisponde alla “mera sussistenza fisiologica” (comprende generi alimentari quali: cereali e fagioli soprattutto, carne e burro e beni non alimentari quali sapone, lino/cotone, candele, petrolio per lampade, combustibile per riscaldamento ed illuminazione).
Quindi, il salario reale è il rapporto tra salario nominale di un lavoratore a tempo pieno e il costo di un paniere di sussistenza.
Nel XVIII secolo si verificò in Europa una grande divergenza (grafico 4): il tenore di vita crollò e i lavoratori guadagnavano soltanto il necessario per acquistare i beni minimi, se non peggio (potevano permettersi soltanto polenta di granoturco, un cereale proveniente dalle Americhe).
Al contrario, i lavoratori di Amsterdam e Londra guadagnavano 4 volte il costo della mera sussistenza, per poi crescere dal 1870 in poi.
Nei paesi poveri i salari reali sono rimasti al livello di mera sussistenza (in Asia ed Europa occidentale il sovrappiù coltivato veniva estratto soprattutto dallo Stato, dall’aristocrazia e dai mercanti ricchi – grafico 5).
Nel 2015 la Banca mondiale ha fissato la soglia mondiale della povertà a 1,90 dollaro al giorno circa (PPA – 1,30$ prezzi 2010 per quei panieri) ed oggi oltre 1 miliardo di persone vive al di sotto di quella soglia.
L’Europa nordoccidentale e gli USA avevano redditi da 4 a 6 volte il livello di sussistenza; soltanto in questi paesi i lavoratori vivevano al di sopra di tale soglia.
Per di più, queste economie erano abbastanza produttive per mantenere anche le aristocrazie e i mercanti.
Vivere al livello di sussistenza ha conseguenze per il benessere sociale e il progresso economico:
- Coloro che mangiano quanto basta per sopravvivere sono di bassa statura, che è dovuta alla penuria di cibo ed è accompagnata dalla riduzione della speranza di vita e dal generale © cs deterioramento della salute;
- Coloro che vivono al livello di sussistenza sono meno istruiti. Gli alti salari contribuirono alla crescita economica in quanto sostennero l’istruzione della popolazione;
- Un paese che riesce a malapena a sopravvivere non ha alcun incentivo a svilupparsi economicamente.
Vi è la forte necessità di aumentare il prodotto di una giornata di lavoro, ma la manodopera è talmente a buon mercato che le imprese non hanno alcun incentivo a inventare o adottare macchine atte ad accrescere la produttività. Il livello di sussistenza è la trappola della povertà.
La rivoluzione industriale fu l’effetto e la causa degli alti livelli salariali (si fa riferimento alle grandi città per le fonti e per misurare la divergenza).
L’ascesa dell’Occidente – capitolo 2
Perché il mondo è diventato sempre più disuguale? Questo processo è determinato sia da fattori fondamentali, ovvero quelli che valgono per tutti i casi, sia i fattori contingenti della storia, ossia quelli singolari e unici solo per alcuni paesi che non valgono sempre, qualcosa che si riferisce ad una determinata epoca e in determinati stati.
I fattori fondamentali sono:
- Geografia: essa è molto importante perché è un elemento che può fare la differenza. Infatti ci informa su ambiente, clima, dislocazione di risorse (allocazione ferro e carbone in Inghilterra), diffusione di malattie (arretratezza zone tropicali), vie di trasporto (economicità) ecc. Ma la geografia raramente può spiegare da sola il fenomeno, siccome la sua rilevanza dipende dalla tecnologia e dalle opportunità economiche; in effetti uno degli scopi della tecnologia è quello di ridurre il peso dei fattori geografici sfavorevoli.
- Cultura: spesso è individuata come fattore determinante del successo economico. La teoria di Max Weber sostiene che il protestantesimo ha reso i popoli dell’Europa settentrionale più razionali e più inclini di chiunque altro a lavorare duramente. Ma questa teoria oggi non va più bene (i Paesi più ricchi non sono sempre protestanti). Un’altra spiegazione è che gli agricoltori del Terzo Mondo sono poveri perché rimangono legati ai metodi tradizionali di coltivazione e non rispondono agli incentivi economici.
È vero il contrario: gli agricoltori dei paesi poveri sperimentano nuovi raccolti e nuovi metodi, impiegano manodopera fino al punto in cui conviene farlo, adottano nuovi fertilizzanti e sementi se sono convenienti in termini di costi, e cambiano le colture a seconda delle variazioni dei prezzi, come gli agricoltori dei paesi ricchi.
I contadini sono poveri perché puntano i prezzi bassi per i propri raccolti e perché mancano di tecnologie appropriate.
Vi sono aspetti della cultura che influiscono sulle performance economiche: dal XVII secolo in poi la diffusione dell’alfabetizzazione e della capacità di far di conto state condizioni necessarie del successo economico. © cs Tali capacità mentali favoriscono la fioritura del commercio e lo sviluppo della scienza e della tecnologia.
L’alfabetizzazione e la capacità di far di conto vengono diffuse attraverso l’istruzione di massa, fattore strategico universale per lo sviluppo economico.
- Le istituzioni politiche e giuridiche: sono le regole del gioco a cui gli attori dell’economia si devono attenere che vengono stabilite.
Molti economisti sostengono che il successo economico è il risultato dell’esistenza di ben definiti diritti di proprietà, di una bassa tassazione e di interventi dello Stato ridotti al minimo.
Essi sostengono che un eccesso di intervento pubblico è penalizzante per la crescita perché porta a tasse elevate, regolamentazioni, corruzione e rendite di posizioni, tutti fattori che riducono l’incentivo a produrre.
Le monarchie assolute (es. spagnola e francese) o imperi (es. cinese e azteco) hanno soffocato l’attività economica vietando gli scambi internazionali, minacciando le proprietà e la vita.
Il successo dello sviluppo economico fu dovuto alla sostituzione dell’assolutismo con la forma di governo rappresentativo.
Gli storici hanno analizzato l’effettivo funzionamento delle monarchie assolute e delle forme di dispotismo orientale e hanno dedotto che esse promuovevano la pace, l’ordine e il buon governo; di conseguenza il commercio fioriva, la specializzazione regionale aumentava e le città si espandevano.
Con l’aumento della specializzazione regionale, il reddito nazionale crebbe seguendo un processo che è stato definito crescita smithiana.
La maggior minaccia alla prosperità venne dalle invasioni dei barbari attratti dalle ricchezze della civiltà.
Dunque, sullo sfondo troviamo geografia, istituzioni e cultura, ma poi vi sono le cause immediate dello sviluppo disuguale che sono riconducibili al cambiamento tecnologico, alla globalizzazione e alla politica economica.
Infatti, le cause che per Allen danno inizio alla Grande Divergenza sono:
- Prezzi relativi del lavoro e dell’energia (Rivoluzione industriale);
- Cambiamento tecnologico: tecnologia labour saving e aumento della produttività;
- Globalizzazione: integrazione dei mercati a livello globale;
- Politica economica: misure che promuovono lo sviluppo? Modello standard.
La rivoluzione industriale è il risultato della prima fase della globalizzazione, che iniziò nel tardo XV secolo con i viaggi di Colombo, Magellano ecc.; dunque la grande divergenza ha inizio con la globalizzazione.
Nel XV secolo gli olandesi cominciarono a spedire per mare grano polacco nei Paesi Bassi, in Spagna, in Portogallo e nei porti mediterranei. Poi ci fu la svolta dei tessuti, nel quale campo i fabbricanti inglesi e olandesi sorpassarono gli italiani producendo tessuti più leggeri, fino ad arrivare ad isolarli dal mercato. Si trattò di un cambiamento di grande portata che avviò la rilocalizzazione dell’industria manifatturiera europea verso l’Europa nordoccidentale.
Mercanti indiani, arabi e veneziani mandavano pepe e spezie dall’Asia in Europa attraverso il Medio Oriente. I portoghesi puntavano a scavalcarli e nel XV secolo le navi portoghesi costeggiarono la costa africana in direzione sud in cerca di una rotta verso oriente. (Grafico 6)
Nel 1498 da Gama raggiunge Cochin in India e riempì la nave di pepe, il quale costava il 4% del prezzo europeo, l’altro 96% della differenza di prezzo era dovuto ai costi di trasporto. Nel 1760 il divario fra il prezzo indiano e inglese del pepe era sceso, e questa riduzione dà la © cs misura del guadagno di efficienza ottenuto dall’utilizzazione di rotte interamente marittime.
Nel XVI secolo solamente il Portogallo beneficiava del taglio dei costi di trasporto, perché mantenne il prezzo al livello precedente e si tenne il risparmio di costo. Ma nel XVII secolo
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