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Storia economica

La storia economica si occupa di spiegare la crescita economica sul lungo periodo. Fino al 1700 il reddito pro-capite non varia, ci sono solo aumenti temporanei; il momento della svolta è la rivoluzione industriale che consente, per la prima volta, alle persone di mangiare meglio, di avere un maggior reddito e una maggiore aspettativa di vita. Si definisce, infatti, “grande divergenza”, quella tra paesi distanti economicamente, cioè, quindi, il divario tra nazioni più ricche e nazioni più povere. La convergenza, ovvero l’avvicinamento tra economie distanti e diverse, della curva avviene dagli anni '50, mentre Cina e India hanno questo sviluppo più tardi, ma in maniera più esponenziale.

Cosa è la storia economica?

La storia economica, quindi, analizza le dinamiche di lungo periodo, sintetizza i fenomeni di rilevanza storica, il peso delle scelte. Individua i soggetti coinvolti, i vari settori, le aree geografiche coinvolte e la pluralità di strumenti utilizzati.

Le fonti

Essa ha bisogno di fonti che devono essere prima individuate, esaminate e poi interpretate. Le fonti sono varie: da quelle ufficiali, cioè realizzate da governi, stati o autorità ed hanno, quindi, un alto tasso di credibilità come i censimenti, statistiche e brevetti; quelle non ufficiali, cioè necessarie a spiegare fenomeni non presenti nelle fonti ufficiali come i consumi delle famiglie, i bilanci familiari, il listino dei prezzi; ed, infine, informazioni ufficiali e non per altri scopi come i dati dell’altezza alla leva militare: essi sono sicuramente influenzati dallo stile di vita, dalla salute, dal reddito e dall’alimentazione. Le fonti si suddividono poi in fonti primarie e secondarie: le prime si ricavano direttamente e sono le più vecchie e superiori, le seconde sono una rielaborazione delle prime. (Si utilizzano fonti diverse per periodi diversi)

Le origini della storia economica fine '800, inizio '900

In questo periodo prevale una netta separazione tra storia (scuola tedesca) ed economia (teoria marginalista). Già negli anni '30 e '40 del '900, Schumpeter si soffermò sui cicli economici e sulla “distruzione creatrice”, cioè le innovazioni a livello di processo e di prodotto distruggono posti di lavoro che però a lungo periodo portano ad un miglioramento delle generali condizioni di vita. Un esempio non banale è il monopolio di Netflix che ha distrutto Blockbuster. Hempel, invece, si sofferma alla spiegazione dei fenomeni (sociali, in questo caso), rifacendosi a leggi fondamentali, da cui ricavare un’interpretazione del fenomeno osservato.

I modelli originali della storia economica

  • Rostow (anni '50) definisce il modello secondo il quale i singoli paesi, per svilupparsi, devono affrontare un percorso a stadi. (analisi dinamica e il take off) Secondo lui la crescita economica era lineare, i 3 settori crescono allo stesso modo. Il modello di Rostow non si adatta a contesti diversi, perché i paesi crescono secondo lui passando dagli stessi stadi.
  • Gerschenkron (anni '50), parlava di “vantaggio dell’arretratezza”. Secondo lui i paesi più arretrati tecnologicamente potevano sfruttare maggiormente la tecnologia di quelli più avanzati per svilupparsi. I “fattori sostitutivi” erano fattori che nei paesi più arretrati acceleravano secondo lui gli investimenti industriali. Un esempio sono le banche universali e lo Stato.
  • Chandler (anni '70) pensava che le grandi imprese trainassero lo sviluppo economico dei paesi. Questa teoria non è in linea col modello italiano delle PMI (piccole medie imprese).
  • David (anni '80) si soffermò sulla tecnologia e l’importanza della storia, path dependance, ovvero per capire una situazione bisogna andare indietro nel tempo e capire i passi iniziali dell’evento. È quindi importante analizzare l'evoluzione di un processo e non il processo in un singolo momento. Questo perché sono i passi che avvengono all'inizio che determinano il futuro, ovvero il percorso è importante per determinare l'esito finale. (esempio per illustrarla: persistenza della tastiera QWERTY)
  • Mokyr (anni '90) affermava che i processi storici possono essere studiati attraverso modelli evolutivi (modelli mutuati dalle scienze biologiche) e la costante trasformazione dell’economia e della società secondo il paradigma tecnologico dominante.

La storia: una sequenza di scelte

Prendiamo l’esempio della tastiera QWERTY: perché utilizziamo una tastiera scomoda? Le coppie di lettere maggiormente utilizzate sono separate, nel tentativo di evitare che i martelletti delle macchine per scrivere si storcessero e incastrassero. Fu quindi introdotta la QWERTY che ebbe un grande successo sotto questo punto di vista. Non sempre però il progresso tecnologico va di pari passo con la produttività: la tecnologia si è evoluta senza aumentare la produttività, in modo subottimale.

Crescita e sviluppo

Per crescita economica intendiamo, innanzitutto, mutamenti di carattere quantitativo, che possono essere quindi misurabili con il PIL. (un esempio è quando un paese diventa più ricco). Per sviluppo economico, invece, si intendono mutamenti strutturali del sistema, misurabili con l’HDI. Si può avere crescita senza sviluppo, ma non sviluppo senza crescita. Ad esempio, se scopro il petrolio ho un impatto sulla crescita, ma non c’è sviluppo strutturale di fatto. Se vogliamo un concetto di benessere di un paese ci basiamo sul HDI, “Human Development Index”. Nell’HDI non ho una misura di reddito e capacità di acquisto, ma solo aspetti della nostra vita come l’aspettativa di vita, l’istruzione, la qualità della vita di un membro di un paese.

Lo sviluppo economico moderno secondo Kuznets

Si rompe la “trappola malthusiana” (teoria che sostiene che i guadagni nella produzione di cibo o nella tecnologia portano ad un aumento della popolazione, che si traduce in scarsità o carenza di cibo e risorse, e quindi in nessun miglioramento o peggioramento della qualità della vita), ovvero crescono in modo esponenziale il reddito e la popolazione, cioè non c’è più correlazione tra reddito e procreazione. L’aumento della popolazione mette in crisi la ricchezza e c’è un aumento della produttività, cioè “prodotto per ogni unità di fattore”. Con l’industrializzazione, di conseguenza, c’è una radicale trasformazione strutturale:

  • Cambia la composizione settoriale: cambiano l’agricoltura, le industrie, i servizi, e diminuiscono gli agricoltori per fare spazio a industria e manufattura.
  • Mutano poi forma e dimensioni dell’impresa: le imprese diventano più complesse e nascono società per azioni.
  • Mutamenti nelle caratteristiche dei lavoratori: si inizia a parlare di capitale umano: si tratta dell’istruzione e della competenza del lavoratore, il capitale per definizione è una risorsa, il capitale umano è una risorsa immateriale.
  • Mutamenti nei consumi, aumentano qualità e quantità.

Avviene così una vera e propria modernizzazione a livello sociale, politico ed economico che porta ad un aumento delle disuguaglianze tra paesi. Tutto questo processo porta a un maggiore potere economico dei paesi più ricchi. La rivoluzione industriale inglese ha un effetto globale, che permetterà anche ai paesi poveri di partecipare ad un mercato globale. Si riducono le distanze a livello comunicativo e di trasporti, attraverso, per esempio, al telegrafo; allo stesso tempo, però, i paesi più poveri non riescono ad utilizzare la tecnologia su larga scala.

Al tempo stesso, si verifica una crescita settoriale, cioè il sistema economico standard in ogni paese inizia ad essere suddiviso in 3 settori:

  • Primario, comprendente agricoltura, caccia e pesca;
  • Secondario, comprendente industrie estrattive e manifatturiere; e
  • Terziario, che si suddivide in tradizionale, che comprende servizi domestici ed avanzato che comprende banche e il sistema informatico.

Questa tripartizione è calcolabile in due modi:

  • Composizione della popolazione attiva
  • Composizione del reddito

Cosa è la popolazione attiva?

Sono tutti coloro che possono lavorare, sia occupati che disoccupati. Sono esclusi i minori di 15 anni, pensionati, studenti e altre persone al momento impedite. Un esempio sono Italia e Inghilterra tra il 1871 e il 1931: gli agricoltori sono passati dal 68 al 54% in Italia, mentre in Inghilterra dal 22 al 7%.

Cos’è la composizione del reddito?

Si tratta della produttività diversa per ogni settore, ovvero quanto ogni settore contribuisce al PIL di una nazione: questi non contribuiscono nel PIL allo stesso modo. Ad esempio, in Italia nel 1961 quando gli agricoltori erano il 44%, essi contribuivano al PIL del 15%, mentre l'industria era il 31% e contribuiva al PIL del 31% e i servizi erano il 25% e contribuivano al PIL del 54%. C'è una tendenza a spostarsi nei settori di maggiore produttività (industria ma soprattutto servizi), ovvero dove ci sono salari più elevati.

Tabella della quota % del PIL per settore

L’Italia in questo gruppo di paesi è il più arretrato (a fine seconda guerra mondiale).

Tre definizioni di PIL

  • Esso è il valore di beni e servizi finali prodotti nell’economia in un determinato periodo di tempo; vengono definiti finali perché ciò che ci interessa misurare è solo la fase conclusiva del processo produttivo. I beni intermedi non vengono conteggiati perché includerli nella somma implicherebbe un doppio conteggio (già conteggiati nel momento in cui si dà un valore al prodotto finale). Di solito si calcola in un anno o un trimestre.
  • Il PIL è la somma del valore aggiunto in economia in un dato periodo di tempo (valore della produzione, ovvero ricavi complessivi - valore dei beni intermedi, ovvero la spesa per acquistarli).
  • Il PIL è la somma dei redditi dell’economia in un dato periodo di tempo: la formula è imposte indirette + redditi da lavoro + redditi da capitale.

- I redditi da lavoro sono le remunerazioni percepite dalle persone come compenso per il loro lavoro.
- I redditi da capitale sono le entrate derivanti dal possesso di capitale fisico o finanziario.
- Le imposte indirette sono quelle che colpiscono la ricchezza quando viene spesa.

L’output aggregato

Il PIL è 210 perché si fa riferimento esclusivamente alla fase conclusiva del processo produttivo; quindi, si contabilizzano soltanto i beni finali (l’auto in questo caso, compreso già l’acciaio). Il metodo di calcolo, invece, del PIL (Y) di una nazione attraverso gli acquisti di beni e servizi che avvengono all’interno dei confini nazionali, si calcola con la formula sottostante:

Y(PIL) = C+I+G+(X–M), Consumi (C) delle famiglie; Investimenti (I) in capitale fisico di imprese e famiglie; Spesa pubblica (G), acquisti dello Stato (no pensioni né debito pubblico); Esportazioni (X) di beni e servizi prodotti internamente e venduti all’estero ed Importazioni (M), beni e servizi prodotti all’estero e comprati internamente (famiglie, imprese e Stato): la loro differenza prende il nome di bilancia commerciale, dove se X è maggiore di M, il paese ha un surplus, mentre se è minore esso ha un deficit.

PIL reale e PIL nominale

Il PIL nominale è il valore totale della produzione di servizi e beni finali valutati a prezzi correnti; cresce per l’aumento della produzione aggregata e/o per l’aumento del livello dei prezzi (non è un grande indicatore per fare confronti tra anni, in quanto possiamo avere una visione alterata essendo influenzato dai prezzi). FORMULA: QUANTITA x PREZZO (Q x P).

Il PIL reale è il valore totale della produzione di servizi e beni finali valutati a prezzi costanti, cioè di un anno specifico detto anno base, che può essere diverso da quello in cui sono stati prodotti effettivamente (non è influenzato dall’andamento del livello dei prezzi). Il PIL reale è utile per fare confronti tra anni perché se aumenta, indica una crescita dovuta solo all’aumento della produzione di servizi e beni finali. FORMULA: QUANTITA x PREZZO COSTANTE.

Nel PIL reale si notano più variazioni sul breve periodo rispetto al PIL nominale. Se io includo l’aumento dei prezzi, che tende ad essere costante, la figura presenta meno oscillazioni: siccome i prezzi tendono ad aumentare sempre, l’oscillazione viene attutita. La quantità di beni e servizi è la stessa, ma c’è un rialzo in valore andando avanti nel grafico.

Il deflatore del PIL

Il deflatore del PIL in un anno è il rapporto tra PIL nominale e reale di quello stesso anno, moltiplicato per 100; è quindi una misura di quanto sono cresciuti i prezzi dei beni e dei servizi prodotti all’interno di una nazione rispetto all’anno base. (1929-2013) Nel 2005 il PIL è uguale a 100 perché viene considerato anno base, mentre prima e dopo il 2005 è rispettivamente minore e maggiore di 100. Essendo un indicatore dell’andamento del livello dei prezzi in un’economia dove i prezzi crescono, anche il deflatore cresce.

Notiamo come entrambi i paesi presentano una tendenza alla crescita con alcune fasi di contrazione (in USA: la grande depressione dal 1929 e nel periodo successivo). Dopo la grande depressione in USA, la sua crescita è sempre più forte e continua. Abbiamo così una maggiore differenza tra il PIL del 1950 e quello del 2008. Per l'Italia abbiamo una crescita più tarda ed è sempre più forte e marcata dal secondo dopoguerra. Per misurare la crescita si preferisce usare il PIL pro-capite perché l'andamento della produzione pro-capite di un paese dà un’idea più chiara, rispetto a quella che dà l'andamento della produzione aggregata, sul miglioramento del tenore di vita. Questo perché andando a guardare l'ammontare per individuo possiamo meglio confrontare paesi di dimensioni diverse, ma anche andare a vedere se sono presenti divari regionali all'interno di uno stesso paese (Italia ha un divario tra nord e sud); poniamo così Italia e USA a confronto con il dollaro come moneta di riferimento e l’anno base il 1990.

Il tasso di crescita del PIL pro-capite

La crescita può essere ovviamente anche negativa.

La crescita esponenziale del PIL pro-capite

Essa è una crescita che avviene a un tasso di variazione costante e quindi ad una crescita esponenziale. La crescita esponenziale è un processo cumulativo, cioè ogni nuovo incremento si basa su incrementi precedenti e quindi avviene a partire da un livello corrente di PIL o PIL pro-capite, che è sempre più grande in virtù della crescita già a venuta precedentemente. Questo implica che una piccola differenza dei tassi di crescita di due paesi (di anno in anno) dopo molti anni porti ad una differenza considerevole di entrambi i PIL dei due paesi. Infine, la crescita esponenziale è una delle ragioni principali delle grandi differenze di PIL o PIL pro-capite tra nazioni nel lungo periodo.

- Esempio MESSICO-USA: nel 1820 non si notano grandi differenze tra il PIL pro-capite degli USA e del Messico: quello degli USA è poco più del doppio di quello messicano. Nel 2010 però, a causa dei diversi tassi di crescita medi dei paesi, il divario ha raggiunto dimensioni considerevoli nel lungo periodo, 1.65% per gli USA e 1.33% per il Messico.

- Esempio UK-USA: nel 1820 l’UK era più ricco degli USA, ma nel 2010 gli USA sono stati più ricchi del 30% rispetto al Regno Unito. Questo a causa anche del tasso di crescita medio in quel periodo (1820-2010) dove gli USA presentano un tasso di crescita del 1.65% e l’UK dell’1.29%.

Perché la performance economica si misura con il PIL pro-capite?

Il PIL è una misura del valore della produzione in un’epoca. Esso dà un’idea più chiara del miglioramento del tenore di vita rispetto all’andamento della produzione aggregata. Il prodotto pro-capite permette di confrontare Paesi di dimensioni diverse ed è positivamente correlato con indice di salute e negativamente con quelli di insoddisfazione personale; mentre il PIL pro-capite regionale ci fornisce informazioni sul divario regionale a livello di reddito.

Relazione tra PIL pro-capite e aspettativa di vita alla nascita

In genere in paesi con più alto PIL pro-capite, vi è alla nascita una maggiore aspettativa di vita e quindi in media le persone dei paesi più ricchi tendono a vivere di più. Al contrario, in alcuni paesi, il PIL pro-capite è alto, ma l’aspettativa di vita alla nascita è bassa; questo perché la ricchezza non è distribuita bene. Infatti, ci sono persone molto ricche che alzano la media, ma la maggior parte non lo è. La capacità economica di un paese è estremamente legata alla salute: fondamentale è la gestione delle istituzioni; quindi, il reddito non ci dice proprio tutto sulla salute di un paese.

PIL pro-capite e PIL per lavoratore

La differenza di PIL pro-capite tra i paesi può essere attribuita in parte alla quota della popolazione impiegata nella produzione: questo perché è produzione aggregata/totale della popolazione, ma quest’ultima comprende anche tutte le persone che non sono coinvolte nel processo produttivo. Per eliminare questo problema si può calcolare il PIL per lavoratore, definito come il rapporto tra...

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vannini49 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Siena o del prof Cappelli Gabriele.
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