Storia economica
La storia economica ha circa un secolo. Nel 1918, dopo la Prima Guerra Mondiale, la storia era ben lontana dall'essere una disciplina autonoma, dall’essere codificata. Non è presente nelle facoltà di lettere e umanistiche. Ha spazio negli istituti superiori di commercio (prime business school) come Venezia, nata nel 1867 con Luigi Luzzatti, Francesco Ferrara, Bodio e Besta. Ha però uno spazio limitato perché non sono insegnamenti del grande insieme Storia economica ma solo certi ambiti come:
- Storia del commercio
- Storia della navigazione
- Storia della colonizzazione
Acquisisce una dignità accademica con l’avvento del Fascismo, nel 1922-23, perché i vecchi istituti di commercio diventano facoltà di Economia e Commercio.
Cos'è?
- Carlo Maria Cipolla: La storia economica è la storia dei fatti e delle vicende economiche a livello individuale, aziendale o collettivo.
- Luigi De Rosa: La storia economica è l’interpretazione in chiave economica dei fatti della storia. Disciplina anfibia a detta di Giorgio Borelli: si muove sul terreno storico ed economico.
Precisazione su Cipolla e De Rosa in modo:
- Limitativo: per storia economica si intende la storia economica dell’uomo perché dietro i fatti ci sono le persone con le loro caratteristiche fisiologiche e psicologiche con la loro formazione sociale politica e culturale con la razionalità e irrazionalità. Es. La politica di governo di Draghi è diversa da quella di Conte.
- Estensivo: La storia economica richiede un approccio multidisciplinare perché richiede un approccio di ampio respiro che non prende in considerazione solo fatti economici.
Esempio
Non ha senso di parlare di politica economica durante il Fascismo perché la politica di De Stefani è completamente diversa da quella del suo successore Volpi di Misurata. Bisogna valutare anche il quadro politico, lo scenario internazionale, il contesto culturale, problemi sociali e non solo in chiave economica.
Termine Storia Economica
Per la storia bisogna prendere in considerazione anche la storia di 5, 10, 20 anni fa, dal dopoguerra in poi. La storia economica studia gli avvenimenti economici e la politica economica nel breve e lungo periodo.
- Nel breve periodo descrive, studia e interpreta fatti, fluttuazioni, avvenimenti e mutamenti che non sono conseguenze di un mutamento dei fatti dell’economia, che non sono legati a una modifica della quantità di materie disponibili o della modifica della demografia.
- Nel lungo periodo ci sono delle modifiche strutturali e nel sistema economico: è l’insieme delle forme istituzionali, dei rapporti giuridici o consuetudini delle strutture sociali e delle modalità di organizzazione della produzione che regolano l’attività dell’uomo.
Mark Bloch
Apologia della storia o mestiere di storico, opera pubblicata postuma, una delle più importanti per l’economia storica. Si apre con un interrogativo: A cosa serve la storia? L’incomprensione del presente nasce dall’ignoranza del passato. Secondo lui, fare storia economica insegna a guardare e osservare: non sono sinonimi, guardare è spontaneo mentre osservare è un processo cognitivo orientato alla comprensione.
John Maynard Keynes
John Maynard Keynes: più grande economista del ‘900. Scrive: Lo studio dell’economia non richiede uno studio spropositato in confronto alle discipline come filosofia o le scienze umane. È una disciplina facile in cui pochi eccellono. L’economista deve avere un approccio multidisciplinare.
Capitolo I: Unità d’Italia
Il 17 marzo 1861 nasce il regno d’Italia. A Torino, il primo Parlamento nazionale ratifica le annessioni e proclama il regno d’Italia: Vittorio Emanuele è re d’Italia. Nel 1861 però il processo di unificazione non era completo; Roma, Veneto, Friuli mancavano. Le terre irredente: 1866 Veneto e Friuli, 1870 breccia di Porta Pia.
Nasce dagli Stati preunitari, realtà eterogenee su tutti i punti di vista, ponendo inediti problemi come l’amministrazione. Dare un ordine amministrativo: sistema amministrativo che mantenga uniforme l’unità.
- Legge Rattazzi 1865: divisione del regno in province, circondari e comuni.
- Uno stato poggia sulla Costituzione: si sceglie di mutuare la Costituzione di uno stato preunitario, Stati Sardi, perché avevano guidato i processi rinascimentali.
- Piemontesizzazione dello Stato: mutate anche le normative, Codice civile, penale, di commercio.
- Legge Cavour 23.03.1853: Riordina l’amministrazione centrale dello Stato e la contabilità generale.
Dare un ordinamento amministrativo: divisione in livelli. Il centro è rappresentato dai ministeri, dislocati fino al 1867 a Torino (capitale), poi a Firenze e Roma. Il sistema gerarchico accentrato poggiato sui ministeri e sulle periferie che rappresentano il terminale delle scelte, poggiate su prefetture di ogni provincia.
Accentramento delle funzioni: rigida ripartizione dei ruoli tra ministeri e struttura periferica. L’unica rete organizzata in modo capillare: prefetture (terminale fondamentale) nei capoluoghi di provincia e dalle sottoprefetture nei circondari. Il prefetto è il rappresentante del governo sul territorio ed è la figura chiave. I comuni rappresentano la cellula finale: organizzazione ottocentesca simile alla nostra, Consiglio comunale elettivo.
La carica del sindaco non è propriamente elettiva: tramite il consiglio del prefetto viene nominato dal Ministero dell’Interno. Il sindaco deve essere consigliere comunale ed è l’ultimo terminale della catena del Regno.
Bisogna garantire libertà alle popolazioni che sono state annesse: porta le classi dirigenti a approvare una mediazione: la soluzione è un legame molto stretto tra Parlamento, esecutivo, Governo e alta burocrazia. L’organizzazione amministrativa era fondamentale per tenere unito il paese.
Il Regno non era unito a livello economico; dualismo forte nord-sud, problemi di ordine pubblico, infrastrutture, analfabetismo.
Indirizzi di politica economica
- Politica protezionistica o liberista
- Di tipo protezionistico: tende a difendere la produzione nazionale dai mercati esteri; protezione attraverso i dazi
- Di tipo liberista: tende a porre dazi tenui, moderati, non tali da creare uno squilibrio sul mercato
Nonostante solo due regni avessero una politica liberale, decisero di adottarla, abbatterono le dogane tra gli stati e applicarono la tariffa del Regno di Sardegna con dazi tenui.
Perché non bisognava chiudersi nel proprio mercato: bisogna vendere anche ai maggiori mercati europei come Francia e Inghilterra. 1860 accordo commerciale Inghilterra Francia: Cobden-Chevalier che diede lo spunto all’Italia. 1863 accordo commerciale Francia Italia: approdo al liberalismo.
Altro problema per cui si decise il liberalismo: Strozzatura della bilancia di pagamento. Merci che entrano > merci che escono. Però entrano capitali dall’estero grazie alle rimesse degli emigrati e dal turismo.
Effetti positivi e negativi della scelta liberista
- (-) La maggior parte degli stati aveva una politica protezionista e non era abituata alla concorrenza degli altri stati: doveva rendere i propri prodotti competitivi però in un mercato estero già competitivo.
- (+) Favoriva gli scambi: evitava la strozzatura della bilancia. L’agricoltura e l’industria venivano esposte al mercato internazionale, soprattutto l’industria tessile.
Liberismo 1861-1887: Questa politica liberista però durò fino al 1887 quando si decise di passare al protezionismo. Già nel 1878 vennero rinegoziati i trattati di commercio e le tariffe doganali con un inasprimento dei dazi doganali. La politica del 1887 allora era volta a proteggere l’agricoltura italiana e bisognava far nascere comparti industriali strategici fisiologici. La siderurgia non è fisiologica perché i giacimenti di carbone sono pochi e quelli di ferro mancano.
Un altro problema dopo la nascita del Regno era la finanza pubblica
Forte indebitamento del Regno che acquisì tutti i debiti dei regni preunitari. Non si potevano ignorare questi debiti perché il Regno avrebbe perso credibilità e i mercati finanziari non avrebbero investito. I debiti degli Stati preunitari ammontavano a 2 miliardi di lire e vennero convertiti in titoli di debito pubblico: la rendita era del 3 o 5%.
La soluzione la trovò Pietro Bastogi che nel 1861 decise di proporre il gran libro del debito pubblico: annotando tutti gli indici del debito pubblico. I debiti erano perlopiù degli stati Sardi che detenevano il 70% del totale a causa delle guerre. C’era una sperequazione dei debiti. Forte disavanzo di cassa. Il rapporto Debito pubblico-PIL passa dal 45 al 95% in un decennio (quello attuale è di 150%): è più che raddoppiato perché fare l’Italia costa e le entrate erano la metà delle uscite. Per questo l’obiettivo di tutti i governi era quello del pareggio di bilancio.
Come raggiungere il pareggio di bilancio: agire sulle entrate, indebitarsi, emettere titoli di debito pubblico sono titoli irredimibili ovvero che generano una rendita perpetua. Questi titoli possono avere un rendimento fisso o variabile perché: il valore di acquisto può non coincidere con il valore nominale del titolo. Es. se vendo un titolo che vale 100 ad 80, il rendimento è del 5% su 80 e non su 100. Nel 1866 la rendita italiana del 5% viene rinegoziata a Parigi a 36 al posto che a 100.
Un bene che viene colpito dalla tassazione sono i beni fondiari: la terra. Un'altra imposta è il dazio sul consumo. Imposta sul sistema mobile del 1864: ricchezza mobile. Imposta da bollo, ipotecaria, sul macinato del 1868.
Un'altra grande fonte d’entrata per lo Stato era la privatizzazione: la vendita di beni dello Stato a privati. Vendita di territori sequestrati allo Stato Pontifico. Nel 1861 viene emessa la prima grande tranche di titoli: 700 milioni di lire: vennero acquistati i titoli dalla piazza di Parigi: comportò una dipendenza dell’Italia dalla Francia. Fu una dipendenza commerciale, finanziaria e monetaria.
Alla nascita del regno circolavano circa 900 milioni di lire di cui 881 milioni in monete metalliche, il resto in biglietti cartacei convertibili a vista in moneta. Decisero di adottare un sistema bimetallico: oro e argento come in Francia: permetteva lo scambio con gli altri mercati che possedevano o monete in oro (Inghilterra) o in argento (Confederazioni tedesche).
Nel 1862 con la Legge Pepoli la lira italiana divenne unità monetaria e di conto. Le monete in oro e argento sono inalterabili, omogenee, possono essere divise senza perdere valore, malleabili, duttili e con un basso punto di fusione.
Le monete metalliche hanno un titolo: un rapporto in millesimi: quantità di metallo nobile in rapporto al peso complessivo della moneta. Le monete a pieno titolo in argento hanno 900 millesimi. Il fino di una moneta è la quantità in milligrammi di metallo nobile in essa contenuta. Il rapporto legale è 1:15,5: è un rapporto definito dalla legge e serve a stabilire una relazione: 1 g di oro = 15,5 grammi d’argento può variare nel tempo in base al mercato.
Lo scudo è l’unità di misura della moneta d’argento: peso di 25 g titolo 900 millesimi. 4 scudi sono 20 lire o franchi = 100 g. 20 lire la moneta d’oro più piccola = 6,45 g.
1865: unione monetaria latina: Francia, Italia, Belgio, Svizzera. 1868 entra anche la Grecia. Ci sono più istituti di emissione dei biglietti: 5 in Italia che diventeranno 6 dopo il 1870. 1893 nasce la Banca d’Italia: gli istituti da 6 diventano 3. È una società anonima, la nostra attuale S.p.A.: nel 1926 diventa di diritto pubblico.
La moneta veniva coniata da privati sotto concessione e omologazione. 5 istituti di emissione dei biglietti di carta moneta:
- Banca nazionale degli Stati Sardi
- Banca nazionale Toscana
- Banca Toscana di credito per le industrie e il commercio
- Banco di Napoli
- Banco di Sicilia
- Dopo la breccia di Porta Pia del 1870 anche la Banca Romana
Nel 1867 la Banca nazionale degli Stati Sardi diventa: Banca nazionale nel regno d’Italia. Perché non è l’unica. Questi istituti godono del privilegio di emettere cartamoneta al portatore, i biglietti hanno la caratteristica del potere liberatorio legale: non possono essere rifiutate nelle transazioni.
Le principali operazioni che svolgevano questi istituti erano:
- Operazioni di sconto di cambiali, di buoni del Tesoro, di titoli di Stato
- Anticipazioni su pegni di monete
- Depositi in conto corrente
- Emettere biglietti
I banchi meridionali svolgono un servizio apodissario emanavano ricevute che potevano essere:
- Fedi di credito se l’importo era superiore o uguale a 50 lire
- Polizza o polizzini se l’importo era inferiore a 50 lire
Possono essere equiparate ai biglietti in quanto sono trasmissibili mediante girata: vengono equiparate ai biglietti dopo la legge del 1866 con il corso forzoso. Nel 1866 viene introdotto il corso forzoso. Tra il 1866 e il 1870 la Banca Nazionale nel regno d’Italia possiede il 76% della circolazione complessiva, il 15% il Banco di Napoli, il 3% il Banco di Sicilia, il 4% la Banca Nazionale Toscana, l’1% la Banca toscana di credito per le industrie di commercio e il 3% il nuovo soggetto ovvero la Banca Romana.
Fino al 1866 la caratteristica dei biglietti era che erano convertibili a vista, ad eccezione dei banchi meridionali dove corrispondevano a depositi. Gli altri istituti possono mantenere in circolazione un volume di biglietti non superiore al triplo della riserva metallica esistente in cassa in quanto è la garanzia dei biglietti in circolazione.
Il corso forzoso nasce da un periodo di difficoltà, a causa della guerra di secessione americana che porta gli Stati Uniti a ritirare i prestiti concessi in Europa e a fermare le esportazioni, soprattutto di cotone. La banca poteva convertire i biglietti scontando l’aggio (io ti do 100 in biglietti e tu mi dai 95, l’aggio è del 5%).
Perché si utilizza il corso forzoso?
- Il bilancio dello Stato presenta un grande divario tra entrate e uscite
- Sconta gli effetti della guerra civile americana
- Imminente guerra contro l’Austria per il Veneto e Friuli
La stagflazione indica la situazione nella quale sono presenti contemporaneamente nello stesso mercato, sia un aumento generale dei prezzi, sia una mancanza di crescita dell’economia in termini reali. La legge consorziale n 1920 del 30 aprile 1874 sulla pluralità disciplinata sanciva il riordino della circolazione monetaria: problema preso in carico da Minghetti.
Art 1. Pone fine alla circolazione abusiva: indica i 6 istituti che emettono i biglietti: il consorzio insieme agli altri istituti di credito.
Art 2. Vengono emessi biglietti dal consorzio dei 6 istituti nel limite di 1 miliardo di lire.
Art 3. I biglietti emessi dal consorzio avranno corso forzoso ovvero inconvertibili: avranno su scritta una dicitura nella quale sarà indicato che appartengono al consorzio e che sono inconvertibili.
Art. 15 I biglietti emessi e tenuti in circolazione dagli istituti continueranno temporaneamente ad avere corso legale nelle province indicate. Gli istituti possono emettere 3 volte il capitale posseduto e del patrimonio versato. I 6 istituti non possono variare l’aggio di sconto senza concessione del governo: per controllare la circolazione monetaria. Viene fissato un tetto alla circolazione. Non svolgono però la vigilanza preventiva di emissione.
Il 70% della popolazione attiva, dopo la creazione del Regno, lavorava nei campi. Stefano Jacini diceva “non esite un Italia agricola, ma diverse Italie agricole” ci sono tantissime diversità tra le regioni, terreni, paesaggi. L’agricoltura è volta all’autoconsumo ma anche al mercato: si vendono cereali (non vengono esportati), olio (esportati) agrumi, formaggi, seta greggia, vino (da taglio). Non si ha una stima esatta della produzione dell’Italia. La rivoluzione agraria non avrebbe portato a uno sviluppo industriale del Paese.
Rosario Romeo
Rosario Romeo, esponente del partito repubblicano, sosteneva che nel ventennio post-unitario ci sarebbe stato un rapido progresso dell’agricoltura italiana. Inoltre, se ci fosse stata una rivoluzione agraria ci starebbe stata una battuta d’arresto nello sviluppo industriale.
- Accumulazione primitiva del capitale
- Rendita fondiaria crescono negli anni 80 dell’800 per un incremento della produzione agricola che porta a
- Profitto agrario
1) Un’accumulazione di capitale necessita di un plusvalore: differenza tra valore della merce prodotta dal lavoratore e il costo di produzione. Il plusvalore è un elemento fondamentale del processo capitalistico: possibile se ci sono masse di capitali e forze lavoro. Se dispongono di capitali e forze lavoro possono procedere alla produzione capitalistica. Accumulazione primitiva: capitale che precede la produzione capitalistica.
2) La parte del prodotto della terra che viene corrisposta al proprietario quale compenso dell’uso dei poteri originali e indistruttibili del suolo.
3) Differenza del valore del prodotto e costo di produzione. Romeo fece queste affermazioni basandosi sui dati Istat di quegli anni, che però non si rivelarono molto attendibili. La grande produzione di materie prime avrebbe soddisfatto solo in parte le domande anche se ci fu un incremento demografico accompagnato.
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