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La crisi e la risposta alla crisi

[25/02] Il tema: La crisi e la risposta alla crisi (si parla dell’età tardo-repubblicana; dalla crisi dell’età dei Gracchi fino alla battaglia di Azio)

Caratteri della politica romana

Appiano, Guerre Civili I, 2 [2,4] “Questo è l’unico caso che sia dato trovare fra le dissensioni del tempo antico che sia divenuto un conflitto armato; e lo divenne per opera di un esiliato. E difatti nessuna arma fu portata mai all’assemblea né si ebbero uccisioni intestine prima che Tiberio Gracco, mentre era tribuno della plebe e nel mezzo dell’attività legislativa, perisse per primo in una sedizione e che molti con lui in Campidoglio, mentre correvano qua e là intorno al tempio, venissero uccisi. [5] Dopo questo crimine le sedizioni non cessarono più, ed in ogni occasione i cittadini si dividevano apertamente in fazioni contrarie, spesso portando armi con sé, e di tanto in tanto venne ucciso qualche magistrato nei templi, nelle assemblee o nel foro, fosse un tribuno, un pretore, un console o un candidato a una di queste cariche o un personaggio comunque insigne. La violenza sfrenata ed un vergognoso disprezzo delle leggi e della giustizia dominavano sempre, con rari intervalli. [6] Crescendo sempre più il male, si ebbero aperte rivolte contro lo stato e spedizioni militari grandi e violente contro la patria ad opera di esuli o di condannati o di avversari che contendevano per una magistratura o per un comando militare. [7] Nascevano oramai di frequente delle signorie e dei capipartito che tendevano al regno poiché alcuni non congedavano le truppe affidate loro dal popolo, altri arruolavano per conto proprio, senza autorizzazione pubblica, degli eserciti per combattersi. [8] E se una delle fazioni si impadroniva della capitale, l’altra muoveva guerra, a parole ai suoi avversari, di fatto alla patria. Giacché l’assalivano come se fosse una città nemica e si avevano spietate stragi dei cittadini presenti, per altri condanne a morte, esilii e confische, per taluni terribili tormenti.”

Questo passo di Appiano descrive la dilaniazione tra l’età dei Gracchi fino ad Azio. Cicerone disse che “i nemici della patria non erano da ricercarsi all’esterno ma all’interno”, in occasione della Congiura di Catilina. Venne sovvertito l’equilibrio istituzionale dell’età della nobilitas, vennero sovvertiti i valori oltre che le istituzioni.

La crisi parte dell’età dei Gracchi poiché nelle fonti antiche si fa risalire la crisi a quell’epoca.

Due fonti sottolineano ciò:

  • 1) Dal De Republica di Cicerone: «Nam ut videtis mors Tiberii Gracchi et iam ante tota illius ratio tribunatus divisit populum unum in duas partes.»
  • «Infatti come vedete la morte di Tiberio Gracco e la concezione del tribunato che aveva diviso il popolo in due parti.»

Cicerone sottintende all’idea che per i romani, la civitas, per essere sana, doveva presentare un’idea di compattezza. Qui Cicerone si riferisce alla Lex Sempronia Agraria che stabiliva il possesso delle terre a 500 iugeri per ogni figlio.

  • 2) Dal De vita populi romani di Varrone: «In spem adducebat non plus solutoros quem vellent, iniquus <senatui> equestri ordini iudicia tradidit ac bicipitem civitatem fecit, discordarium civilum fonte.»

Varrone è un populares e dunque ha una prospettiva diversa da quella Ciceroniana. Varrone cita qui le leggi iudiciarie (create dalla legge Calpurnia, con giudici che fossero soltanto senatori) che per Gaio Gracco stabiliva che i giudici fossero cavalieri. Quindi Varrone vede l’avvio della crisi nella legge di Gaio, mentre Cicerone pensa a Tiberio. Anche Varrone sottolinea la divisione con «bicipitem civitatem fecit». Entrambi puntano comunque sui Gracchi. Appiano sottolinea poi come la morte di Tiberio Gracco sia essenziale. I Gracchi dunque sono il punto di convergenza delle fonti.

La struttura della Repubblica romana – caratteri della politica

Vi è un dibattito sul tentativo di definire pesi e punti di forza del sistema politico romano come il ruolo delle elites, ruolo del popolo e influenze di uno o dell’altro. Quindi si approda a una riflessione generale sulla forma dello Stato romano, la natura costituzionale della Res Publica. I soggetti istituzionali sono il Senato, l’assemblea e i giudici (magistrature). Polibio ne parla, come osservatore esterno, essendo stato deportato a Roma dopo la battaglia di Pidna; tale assetto istituzionale è la base della grandezza militare di Roma. Egli sostiene che “nemmeno tra i nativi, avrebbe potuto dire con sicurezza se il sistema politico nel suo insieme fosse aristocratico, democratico o monarchico.” La costituzione romana derivava dal connubio dei tre organi, non c’era però una costituzione scritta; tale natura fluida è tipica della politica di Roma.

I termini della questione della politica romana

Questo dibattito affonda le sue radici nella seconda metà dell’800. Uno storico, Theodor Mommsen, forte della sua pratica di governo, in quanto deputato alla camera prussiana, da uomo politico del suo tempo leggeva la storia politica di Roma come uno scontro tra gruppi: tale conflitto è la sostanza della storia repubblicana. Egli non scrive nulla sull’età imperiale per l’assenza dello scontro. Mommsen per primo struttura la costruzione politico-istituzionale romana, di fatti fino ad allora non c’era un’opera che racchiudesse tutte le procedure della politica romana. Mommsen rintracciò le fonti e stabilì un ordine del funzionamento dello stato romano ma tale processo irrigidisce il concetto di funzionamento dello Stato romano. Infatti questa lettura politica entrò in crisi con la sociologia, la cui lettura della società romana metteva in evidenza altri meccanismi. A Roma infatti c’erano importanti famiglie che si affrontavano per il controllo, dietro di loro si muoveva un’intera rete di clientes a cui le famiglie facevano riferimento.

Nel 1939 compare “The Roman Revolution” di Syme, che presenta una grande svolta: egli pensava che la politica fosse una partita giocata dai soli ceti dirigenti. Syme adoperava il metodo prosopografico, ovvero 1 Un soggetto di rango inferiore che si mette sotto la protezione di un soggetto di rango superiore; il patrono è tenuto a proteggere il cliens e quest’ultimo può però servire più padroni seguire le singole personalità biograficamente. Tale metodo gli permetteva di studiare la politica e le sue trasformazioni tramite lo studio dei personaggi, delle famiglie e delle loro alleanze. Questo metodo mette in ombra le politiche che si svolgevano al di fuori del punto istituzionale, quindi viene oscurato tutto ciò che è politica ma che fuoriesce dalla sfera dei ceti dirigenti: quello che viene analizzato è determinante ma non esaustivo, infatti molti personaggi restano opachi. Un esempio sono gli eserciti, determinanti per la politica ma poco evidenti in Syme; un altro esempio gli italici, che molte volte si schieravano con un determinato personaggio e altre volte con un altro. [26/02] I veterani avranno un ruolo importante nel triumvirato di Lepido, Antonio ed Ottaviano, sentendosi tutti commilitoni e non volendo lottare tra loro; allo stesso modo nella guerra sociale con gli italici che ottennero la cittadinanza romana (a perfetta integrazione giunge con il principato). Nella visione di Syme l’unico elemento dinamico è legato alle clientele dato che un soggetto che può legarsi a più padroni e portare grande movimento in politica.

Proprio sull’elemento dinamico della clientela si introduce lo studio di Christian Meier, “Res publica amissa”, influenzato dalle scienze sociali. Viene introdotta l’Antropologia Storica: per Meier l’organizzazione politica romana era controllata dall’aristocrazia che basava il suo dominio non sulle clientele, fluttuanti bensì sulla base della cultura politica, che si esprimeva tramite forme di comunicazione pubbliche che attraevano le masse, come ad esempio discorsi e feste. L’elitè tramite la comunicazione attraggono a loro le masse, avendo così il controllo sulla base.

Negli anni ’80, Fergus Millar, si introduce nel dibattito con tre articoli che segnano una profonda reazione al punto di vista degli anni precedenti e quindi all’ottica di Syme e Meier. Nel ’76 però Nicolet scrive “Il mestiere di cittadino nell’antica Roma” e segue il cittadino nelle sue azioni e funzioni. Millar nella sua opera si mette a contatto diretto con le fonti e mette in evidenza il ruolo politico del popolo. Egli contesta il fatto che non venisse accuratamente considerato il popolo spezzando il monopolio aristocratico sulla politica. Si pensi alla contio, ovvero un’assemblea popolare, che precedeva i dibattiti ed era formata in modo tale che tutti potessero parteciparvi, e con la quale si poteva cambiare una legge. Millar prende in considerazione comizio e contio e mette in risalto come gli uomini politici consultassero la contio e avessero bisogno del loro consenso; viene quindi evidenziata la forza popolare sulle decisioni politiche. L’autore fa un azzardo e da queste considerazioni egli sostiene la forma più democratica della politica romana. Passa poi ad analizzare 2 la forma rei publicae e connota democraticamente la costituzione mista romana, con l’elemento popolare prevalente, sostenendo che c’è affinità con la democrazia ateniese.

Intervengono successivamente degli studiosi tedeschi, allineati con Meier, ovvero Jehne e Holkeskamp. Il grande lascito di Millar è quello di aver posto l’attenzione sull’importanza e la presenza del popolo. Ma il dibattito si è scatenato sulla natura della partecipazione del popolo: questa altro non era, per gli studiosi tedeschi, una consuetudine politica; mentre la visione di Millar rimandava a Mommsen. L’espressione più compiuta e la più grande opposizione a Millar viene da Holkeskamp con Senatus Populusque Romanus. Per la scuola tedesca il popolo era uno spettatore, nella liturgia dei ceti aristocratici, come nei trionfi o feste pubbliche e sempre il popolo è uno spettatore che sostiene la sceneggiatura delle elitè. Il loro è un consenso da copione. Si parla di un’illusione di partecipazione: le elitè educano il popolo ad eventi pubblici. C’è una sorta di educazione di massa per il popolo che risponde all’elitè. In questa visione c’è una contestazione a Millar, la cui visione sembra un rimando a Mommsen. Intorno a Millar e ai tedeschi si è organizzata tutta la riflessione sul tempo: l’avanzare del dibattito ha permesso agli studiosi di storia di ripensare all’intero assetto della Repubblica di Roma.

Gli italiani non sono entrati da subito nel dibattito, in generale la scuola italiana è molto vicina alla prospettiva di Millar. Nel 2017 Guido Clemente pubblica “La politica nella repubblica romana: attualità di un dibattito storiografico”: vengono ripercorsi tutti i modelli di interpretazione dall’800 in poi. Al fondo della riflessione c’è la valutazione dell’appropriatezza di misurare il metodo di analisi della repubblica romana. Tale metodo è tanto più appropriato quanto rispetta le fonti: contesto di produzione, motivazioni dell’autore, il pubblico. Non è possibile applicare studi odierni su fonti antiche in maniera sistematica. Questo connota la specificità della scuola italiana e del fatto che tenga particolare attenzione alla fonte, che rimane centrale. Mario Pani riprende il concetto di ritorno all’evento in storicizzare la repubblica romana. 2 Insieme di persone unite, organizzazione dello stato; res publica è res populi, qualcosa che appartiene al popolo, secondo Cicerone; il popolo è un insieme di persone che si è aggregato; c’è un utilitas personale che si convoglia in un utilitas generale, i cittadini sono lo stato.

Che cosa si intende per crisi della Repubblica?

[04/03] Quando si fa riferimento alla crisi della Repubblica si parla della crisi del ceto dirigente che segna una falla nel sistema (questo è segnalato dal fatto che si ha una storiografia aristocratica). Tale falla o minaccia è rivolta al controllo di questa elitè, non solo nello spazio fisico ma anche nell’ambito valoriale. A questa minaccia deve essere fornita un’adeguata soluzione che deve essere una risposta veloce che può evitare la degenerazione della situazione. In termini politici una minaccia al sistema che va risolta. La crisi è come una domanda e può essere anche un rinnovamento. Trattandosi di politica la crisi può avere varie forme e vari elementi che sono di minaccia al sistema e bisogna dare risposte. La crisi è una minaccia per chi ha le redini, quindi la minaccia del II sec. a.C. è rivolta alla vecchia nobilitas (ceto politico patrizio-plebeo che aveva portato anche i plebei alla politica). La nobilitas avverte una minaccia al sistema che gestisce. Data la veloce richiesta abbiamo delle emergenze e delle risposte dei protagonisti dell’epoca.

Vite di Tiberio e Caio Gracco

[05/03] Una prima fonte viene da Plutarco (Cheronea, 46-48 d.C.) nelle Vite Parallele un’opera in cui l’autore mette in parallelo vite di personaggi romani e greci. Plutarco confronta le vite dei “nuovi padroni del Mediterraneo” e dei Greci, i “vecchi punti di riferimento del Mediterraneo”. Ai Romani viene mostrata la grandezza dei Greci e viceversa. Per far questo, adotta il genere autobiografico.

I Gracchi furono nipoti di Scipione, la loro madre, Cornelia era figlia di Scipione. Essi erano plebei ma facevano parte della nobilitas (quando si parla di famiglia plebea si intende comunque la nobilitas).

Paragrafo 9

Tiberio emanò una legge De modo agrorum per indicare la grandezza delle terre coltivate. Le terre avanzanti erano date in possesso ai poveri (non in proprietà, in possesso) che avrebbero pagato i lotti con una piccola rata. Tale legge non interviene sulla proprietà privata ma sull’ager dello Stato che ne era dunque il proprietario. Ciò anche perché molti cittadini partiti per la guerra, una volta tornati, vendevano la loro terra incolta ai grandi latifondisti, non avendo soldi per coltivarla. Questo assottigliò il ceto medio da cui proveniva il nerbo dell’esercito romano. Tiberio dunque, togliendo le terre ai grandi latifondisti, per darle ai nullatenenti che potevano essere arruolati e accrescere le file dell’esercito.

Note

  • Si nota come la legge sia stata concepita tra le massime cariche come Crasso, Muzio Scevola, Appio Claudio.
  • Tiberio evoca il paragone con le bestie feroci e i soldati romani e mette in campo un confronto gerarchico nell’ordine naturale che non può richiamare un’ispirazione fortemente stoica. L’ispirazione è conosciuta anche dalla vicinanza di Blosso e Tiberio. L’influenza dello stoicismo su Tiberio è stata sottovalutata. Nell’inchiesta dopo la morte di Tiberio, Blossio di Cuma viene interrogato e afferma che lo avrebbe seguito; Cicerone (in risposta a Tiberio) riporta come sia stato corretto dicendo che fu lui a guidare Tiberio. Blossio è accanto Tiberio in un momento difficile della guerra. Blossio risponde ai giudici, sostenendo che Tiberio non avrebbe mai fatto qualcosa che non fosse nell’interesse del popolo. A riportare queste notizie fu Cicerone anche lui uno stoico. Gli Stoici avevano delle gerarchie fisse nell’ordine universale e in questa visione le bestie vengono dopo l’uomo ed è per questo che è inaccettabile che le bestie abbiano una terra e l’uomo no, d’altra parte la societas è quella che porta l’uomo lontano dalla ferinità. Quindi l’affermazione di Tiberio è inquadrata nella sovversione dell’ordine cosmico e su questa posizione converge Cicerone. Ma mentre Tiberio aderisce alla linea egalitarista, Cicerone aderisce alla linea più meritocratica (per Crisippo ogni uomo ha un ruolo che si &egra
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/03 Storia romana

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