Storia del pensiero politico
Aristotele sosteneva che l’uomo fosse un animale sociale, portato a vivere in una società, sempre alla ricerca di nuove forma di comunità (famiglia, villaggio, polis). Secondo lui il tutto veniva prima delle parti, fu quindi uno dei precursori del collettivismo, che a partire dal 1600 si contrappone all’individualismo. Aristotele riconosceva 3 forme di potere:
- Potere dei padri sui figli
- Potere del padrone sullo schiavo
- Potere dei governanti sui governati
Da qui anche le forme di governo che secondo lui si potevano esercitare in 3 modi:
- Da una persona
- Da poche persone
- Da tante persone
Questa concezione del potere verrà mantenuta negli anni successivi dove si parlerà di:
- Monarchia (impero per Dante)
- Aristocrazia
- Politia odierna democrazia, allora utilizzata come accezione negativa del termine
Tuttavia, sempre secondo lui, ogni forma di governo aveva una controparte negativa che si manifestava quando la forma non perseguiva più l’interesse del popolo (monarchia-tirannia; politia-democrazia; aristocrazia-oligarchia). Più la forma di governo è positiva, più la sua controparte sarebbe stata negativa (concetto ripreso da Platone, che tuttavia affermava che fosse dovuto al cambio generazionale, mentre Aristotele sosteneva che avesse invece la forma di un’onda). Secondo lui, nel momento in cui una forma di governo fosse divenuta inadeguata sarebbe stato fondamentale l’intervento degli uomini più saggi.
Sempre Aristotele sosteneva ci fossero 3 forme per esercitare il potere:
- Funzione deliberativa (legislativa)
- Funzione esecutiva
- Funzione giudiziaria
In particolare quest’ultima, secondo lui, differenziava l’uomo dall’animale che invece perseguiva leggi di natura. Negli anni successivi assumerà sempre più importanza il concetto di democrazia, avversata da alcuni e sostenuta da altri. Tra gli autori contrari alla democrazia troviamo Hobbes, Pitagora (sostenitore dell’aristocrazia), Platone; tra i sostenitori abbiamo invece personaggi come Kant e Montesquieu. Il problema della democrazia tuttavia iniziò ad assumere importanza a partire dalla Rivoluzione Francese e con la fine del dispotismo illuminato.
Nel corso dei secoli fu inoltre teorizzata una nuova suddivisione delle forme di governo:
- Repubblica (di molti o di pochi)
- Monarchia o principato
Questa suddivisione venne teorizzata da Machiavelli, considerato come il precursore della politica moderna. La politica dell’epoca fu inoltre molto influenzata dalla religione. Un autore di notevole importanza fu Erasmo da Rotterdam che sosteneva che la politica dovesse attenersi alle leggi morali cristiane. Vediamo dunque che la politica si ritrovava schiacciata dal potere spirituale esercitato dal Papa, tuttavia questa situazione venne meno con il passare dei secoli.
Appunto numero 2: Machiavelli e il realismo politico
Il 1500 fu un periodo storico particolarmente florido dal punto di vista artistico e culturale. Una delle personalità più importanti di questo secolo è senza dubbio il fiorentino Niccolò Machiavelli, precursore assoluto della corrente del “realismo politico”. Machiavelli è considerato ad oggi come uno dei più influenti pensatori e politici di tutti i tempi; la sua opera più grande è senza dubbio il “Il Principe”, scritto nel 1513.
Prima di approfondire le opere e il pensiero politico dell’autore è necessario comprendere la situazione politica italiana all’alba del XVI secolo. In quest'epoca l'Italia non era ancora uno stato unitario, ma era diviso tra un grande numero di stati, questo rendeva la penisola politicamente debole e incapace di reagire alle incursioni delle potenze straniere. Il pensiero di Machiavelli, dunque, si sviluppa lungo questa linea, ovvero l’idea di andare a porre fine a questo assoggettamento straniero da parte delle grandi potenze europee nei confronti della penisola italiana.
Machiavelli, quindi, afferma come fosse fondamentale la creazione di uno stato unitario, dotato di un esercito nazionale e formato da truppe del luogo. Questo stato (principato o stato monarchico) tuttavia secondo l'autore poteva essere realizzato solo attraverso la guida di un “principe”, ovvero un uomo dotato del necessario virtuosismo per realizzare tutto ciò.
Il virtuosismo è un elemento centrale nelle opere di Machiavelli; infatti, fino ad allora il concetto di virtuosismo era legato indissolubilmente alla fede religiosa, che doveva essere elemento fondamentale di ogni monarca e uomo di politica (Erasmo da Rotterdam). Vediamo quindi che il potere politico era sottomesso a quello religioso. Machiavelli ribalta completamente questa concezione di virtuosismo, introducendo il concetto del cosiddetto “virtuosismo politico”, ovvero l’abilità e la scaltrezza politica. Esempio di questo concetto è senza dubbio Cesare Borgia, noto con il nome di Duca Valentino e figlio di Papa Alessandro VI, a cui Machiavelli dedica un intero capitolo.
Machiavelli tuttavia fu avversato, oltre che dalla chiesa (che non poteva concepire un monarca non rispettoso dei principi religiosi), anche da molti dei suoi contemporanei che lo accusarono di giustificare la tirannide. Machiavelli infatti sosteneva che per il raggiungimento del fine (la creazione di uno stato forte che facesse il bene del popolo) fossero necessari tutti i mezzi, anche quelli sanguinari, se servivano allo scopo.
Secondo Machiavelli esistono (oltre all'eredità) 4 modi per acquisire un Principato nuovo:
- Virtù e armi proprie, che, come abbiamo visto, non coincidono con il concetto di virtuosismo religioso. Esempio ne è Cesare Borgia, che attraverso la sua scaltrezza riuscì a eliminare tutti i suoi avversari che tramavano contro di lui.
- Fortuna, che invece ne è l'opposto, che dipende dalla circostanza (Romolo, Mosè). Esempio calzante ne è sempre Cesare Borgia, figlio del Papa (circostanza). Infatti, la caduta di Cesare sarà causata dalla morte del padre e dall'alleanza congiunta di Papa Pio III e della Francia.
- Violenza, che tuttavia deve essere utilizzata il meno possibile, per poi governare rettamente.
- Consenso popolare, acquisizione che avviene con il consenso dei cittadini, e può avvenire dal popolo dai grandi. Anche se il potere viene dai grandi, il principe non deve esitare a voltargli le spalle per governare nell'interesse del popolo.
Machiavelli inoltre afferma che per i fortunati la conquista sarà facile e il mantenimento del potere difficile, mentre per i virtuosi sarà difficile la conquista ma facile il mantenimento. Tuttavia, il tema centrale nella sua opera non è il principe bensì il principato. Il principe infatti deve creare le istituzioni per uno stato forte che perduri anche dopo la morte del principe.
Vediamo quindi che il Principe appare non come un'opera contemplativa, ma come un'opera tempestiva, immediata volta alla realizzazione immediata delle cose. Machiavelli quindi a differenza dei suoi contemporanei non si pone il problema del come deve essere ma dell'essere.
Nel 1751 venne redatta l’Enciclopedia, al cui interno vi erano contenute tutte le scienze dell'epoca. Secondo l'Enciclopedia, Machiavelli insegnò a calpestare la religione in favore dello stato. Altra opera fondamentale di Machiavelli è “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio” (1513-1519), dove l'autore prende come esempio la Roma repubblicana per trarne degli spunti. Vediamo dunque che con quest'opera le idee di governo di Machiavelli vengono completamente rivalutate. Machiavelli infatti sosteneva che la Repubblica era la migliore forma di governo per il mantenimento dello stato ma che il principato e il principe fossero fondamentali per la creazione dello stato stesso e delle sue istituzioni.
Machiavelli, tuttavia, non esclude la forma di governo mista, utilizzata nell’Impero romano (imperatore e senato). Alcuni sostennero che la causa della fine dell'impero fu la troppa libertà; tuttavia, Machiavelli considerava questo come l'elemento fondamentale della sua forza, riprendendo lo storico romano Polibio che a sua volta si ispirò a Licurgo (spartano).
Oltre che a uno scrittore politico, Machiavelli scrisse anche su la guerra, addirittura Carlo Pisacane guardava Machiavelli solo come scrittore militare. L'opera più importante per quanto riguarda il Machiavelli militare è “L'arte della guerra” (scritto 7 anni dopo il Principe), qui l'autore appare sfiduciato, ma spera nelle nuove generazioni.
Appunto numero 3: Thomas More, Tommaso Campanella e l'utopismo politico
La corrente contrapposta al realismo politico machiavelliano fu l’utopismo politico, di cui il precursore è l'inglese Thomas More (1478-1535), la cui opera più famosa e significativa è l'Utopia (1516). Thomas More fu consigliere sotto il re Enrico VIII d'Inghilterra, tuttavia dopo la rottura di Enrico VIII con il Papa e la fondazione della chiesa Anglicana, More si rifiuterà di voltare le spalle al Papa; questo gli costerà la vita e sarà impiccato, fu fatto santo dalla chiesa nel 1935.
Nella sua opera More descrive la vita all'interno di una isola sperduta nel Pacifico, dove gli abitanti vivono una vita tranquilla attraverso una equa distribuzione dei beni. Vediamo dunque che l'opera apparentemente senza significato è in realtà una critica alla società corrotta e materialista dell'epoca. Il termine Utopia oggi ha una connotazione negativa, all'epoca invece per utopia si intendeva qualcosa di realizzabile solo nel futuro. Questo è il carattere fondamentale di questa corrente che a differenza del realismo politico non è volta al presente e all'immediatezza ma al futuro, e lo fa attraverso un linguaggio apparentemente incomprensibile per l'uomo dell'epoca al fine di evitare la censura ma comprensibile per l'uomo del futuro.
Il massimo autore italiano per quanto riguarda l’utopismo politico fu il frate domenicano Tommaso Campanella (1568-1639). Nel 1599 viene scoperto in Calabria un movimento insurrezionale guidato proprio da lui, dopo la scoperta venne arrestato e condannato a morte, tuttavia riesce a evitare la condanna fingendosi malato mentalmente, condanna che viene trasformata in detenzione. In carcere Campanella scrive moltissimi libri di moltissimi generi.
Al centro del pensiero di Campanella vi è la creazione di un grande stato europeo, che ne racchiuda tutti, grazie all'intervento di un sovrano (identificato come il re di Spagna) che poi avrebbe dovuto consegnarlo al Papa. Le opere più importanti di Campanella sono:
- La monarchia di Spagna (1600), in cui Campanella esprime il suo ideale politico ecumenico volto alla creazione di una confederazione di stati europei riuniti dal re di Spagna (fortemente stimato da Campanella in un primo momento, ma che verrà poi sostituito da re di Francia nelle simpatie di Campanella) e governati dal pontefice.
- La città del sole (1602), protagonista è un marinaio di Colombo che racconta a un cavaliere la sua avventura in una città fittizia, al suo interno abita una civiltà basata sul principio del collettivismo dove tutti i cittadini partecipano in egual misura allo sviluppo in base alle inclinazioni. In questa civiltà non esistono famiglie (in quanto frutto di compromessi politici) ma la riproduzione è gestita da degli scienziati che si occupano anche dell'educazione della prole. Nell'opera alla base del commercio c'è lo scambio reciproco (Campanella infatti a differenza di Moro non credeva che le persone potessero autonomamente prendere ciò di cui hanno bisogno in quanto l'egoismo è intrinseco dell'uomo). All'interno di questa città il culto predominante è quello del sole e le persone più meritevoli possono accedere al Triumvirato formato da:
- Potenza, che gestisce l'esercito
- Amore, che si occupa del lavoro e della procreazione
- Sapienza
Alla cima c'è una figura metafisica chiamata "magistrato supremo". Proprio come Platone, anche Campanella pensava che solo alcuni uomini potessero governare, i cosiddetti filosofi. Vediamo dunque che quest'opera, abilmente mascherata, in realtà è una grande critica alla corrotta società dell'epoca basata sull'individualismo e sul denaro.
Appunto numero 4: Assolutismo monarchico
L'assolutismo è forse una delle correnti politiche più importanti per quanto riguarda il pensiero politico del 500 e del 600, alla base dell'assolutismo c'è l'idea che il potere debba essere detenuto in maniera assoluta dal re. L'assolutismo è in realtà una corrente politica al cui interno coesistono una molteplicità di pensieri, talvolta molto diversi fra loro, ma che avevano una matrice comune, ovvero l'idea del diritto assoluto del re. A legittimare questa idea interviene anche la teoria dell'origine divina del re, che sosteneva appunto che il re fosse tale per diritto divino, e che quindi qualsiasi tentativo di insurrezione fosse non solo contraria alla legge dell'uomo ma anche alla legge di Dio.
Per quanto riguarda il panorama dell’assolutismo cinquecentesco è di fondamentale importanza il pensiero di Bodin, considerato come uno dei massimi esponenti di questa teoria. In particolare Bodin sosteneva che il re fosse tale per due motivi:
- Per volere di Dio
- Per mantenere l'ordine pubblico
Bodin sosteneva che inoltre il re, in quanto capo dello stato, non doveva assolutamente sottostare alle leggi che egli stesso creava in quanto appunto superiore agli uomini. Questo tuttavia non deve far pensare che Bodin giustificasse la tirannide, in quanto Bodin sosteneva l'esistenza di limiti invalicabili oltre il quale il re non potesse andare, questi limiti erano appunto rappresentati dalla virtù morale cristiana. Altro concetto importantissimo per quanto riguarda Bodin è l'idea della divisione tra titolarità del potere e esercizio del potere.
Secondo l'autore il re era il detentore della sovranità, ma allo stesso tempo il re poteva decidere di delegare ad altri il proprio potere, che quindi lo esercitavano in sua vece. Questa dicotomia è presente tutt'ora nelle moderne costituzioni, dove il potere è del popolo ma l'esercizio è affidato a dei rappresentanti. Bodin inoltre avversa la concezione aristotelica della divisione tra forma di governo buona e forma di governo degenerata, infatti secondo lui l'operato del re andava giudicato in relazione al rispetto dei principi cristiani.
L'opera maggiore di Bodin è “Le sex livres de la république”, pubblicato nel 1576. Altro importante autore per quanto riguarda l'assolutismo cinquecentesco è Montaigne. Egli proprio come Bodin sosteneva che il re dovesse essere padrone assoluto di tutti i poteri, tuttavia a differenza di Bodin, Montaigne rifiuta la concezione del diritto divino del re, sostenendo invece che il potere assoluto del re aveva solamente la funzione di garantire l'ordine e la sicurezza all'interno dello stato.
Per quanto riguarda invece il pensiero assolutista seicentesco, l'autore più importante è senza dubbio l’inglese Thomas Hobbes, le cui opere più importanti sono “Il De Cive”, pubblicato nel 1642, e “Il Leviatano”, pubblicato nel 1651. L'assolutismo di Thomas Hobbes è completamente opposto a quello di Bodin e degli altri autori assolutisti cinquecenteschi; Hobbes infatti non riconduceva il potere assoluto del re al divino, ma lo riconduceva ad un contratto sociale, stipulato dagli uomini in un determinato periodo e volto a garantire la sicurezza e la stabilità politica all'interno dello stato. (Di Hobbes si parlerà in maniera più approfondita nel paragrafo relativo)
Appunto numero 5: Il pensiero politico durante la riforma protestante
Il 1550 è considerato come uno dei secoli più ricchi dal punto di vista degli eventi, uno dei più importanti è senza dubbio la riforma protestante che sconvolgerà l'Europa e il resto del mondo nei secoli a venire. Padre della riforma è il tedesco Martin Lutero (diventato eremita agostiniano in seguito ad un tragico evento). Inizialmente Lutero aveva una visione giudicatrice e severa di Dio, tuttavia nel 1512 dopo la laurea in teologia cambia completamente la sua visione trasformandola in una più amorevole e misericordiosa mettendo in dubbio quindi i dogmi e le istituzioni cattoliche (fino a quel momento nessuno aveva mai criticato la chiesa dal punto di vista teologico ma tutte le critiche venivano rivolte alla corruzione dello stato pontificio). La maggior parte delle critiche erano rivolte all'autorità papale e alle indulgenze.
Alla vigilia di Ognissanti, Lutero espone a Wittemburg le sue 92 tesi invitando la chiesa romana ad un confronto, confronto che non verrà mai accettato e che comporterà la sua scomunica nel 1521. La critica di Lutero riguardava sostanzialmente due aspetti, uno dottrinale, l'altro istituzionale. Dal punto di vista istituzionale Lutero accusava i membri dell'ordine ecclesiastico di essere poco rispettosi della dottrina cristiana; dal punto di vista dottrinale invece Lutero disconosceva la figura del Papa e dei santi, in quanto considerati come mere invenzioni dell'uomo, che nulla avevano a che vedere con la dottrina originale. Il movimento protestante aveva quindi l'obiettivo di far tornare la...
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