Storia contemporanea
Il senso di un corso di storia
La storia ha una centralità etico-politica nelle società umane: “chi controlla il passato controlla il futuro, chi controlla il presente controlla il passato” (1984, G. Orwell). Costruire la memoria permette cioè di orientare i progetti per il futuro, ma dipende da vari tipi di potere dell’attualità.
Studiare la storia ha senso se si conserva l’idea che il mondo possa cambiare. Attualmente, non a caso, viviamo in una società a-storica che sembra quasi credere di star vivendo un eterno presente. Studiando la storia, la coscienza diventa libera: si possono prendere le misure delle vicende che ci precedono. Allo stesso tempo, questo comporta dei rischi: rispetto ai poteri forti del mondo presente, la rilettura deformata e tendenziosa del passato diventa schiavizzante. Bisogna avere coscienza delle possibili sovrapposizioni e presa di distanza da forzature. Ciascuno di noi che legge il passato ha le sue idee, quindi non se ne può spogliare del tutto. Ma deve distinguere quando queste idee gli suggeriscono spunti per rileggere il passato da quando condizionano la lettura dei fatti in modo tale da non rispettare l'originalità del passato.
Nello scrivere la storia si parte sempre da una domanda del presente: “la storia è sempre contemporanea”, scrive Benedetto Croce. Bisogna stare attenti a come dall’oggi si guarda indietro, a rischio di contaminazione e sovrapposizione dei problemi o delle visioni.
È fondamentale anche la possibilità di criticare la tendenza al dominio dell’istante presente. È necessario avere gli strumenti per collocare ogni evento, ogni manifestazione della comunicazione e del pensiero: coglierne i nessi con il passato e le potenzialità di futuro; capire come cambiano gli esseri umani e il mondo. Poco per volta è importante acquisire una mentalità storica: più che comunicare nozioni, il corso ambisce a creare l’attitudine per cui ci chiediamo “quello che è successo oggi che rapporto ha con ciò che è successo ieri, e con ciò che succederà domani?”
Oggetto del corso
Oggetto del corso è la storia contemporanea, la “storia che studia nel passato la nascita dei problemi di oggi” (Guida alla storia contemporanea, Geoffrey Barraclough, storico inglese). Non c’è una data simbolo oggettiva, ma il periodo da cui si può far iniziare, quello in cui si osservano le prime radici dei problemi contemporanei, è quello a cavallo tra fine Settecento e inizio Ottocento. Sono gli anni detti “età delle rivoluzioni” per via delle numerose insurrezioni politiche che sconvolsero lo scenario sociale dell’epoca.
Metodo di lavoro
- Le lezioni servono a cogliere il filo conduttore della materia;
- Schemi e slide sulla Community;
- Seminari di approfondimento in-lezione.
Testo di riferimento
- G. Formigoni, Storia della politica internazionale nell’età contemporanea, Il Mulino, Bologna 2018;
- Manuali di liceo come “riassunti generali”;
- Atlanti storici (Internet).
Le origini dell'età contemporanea
Il primissimo grande cambiamento per l’umanità avvenne con la rivoluzione agricola e dell’allevamento, circa 10'000 anni fa (8'000 a.C.). Fino al tardo XVII secolo, la società era vissuta in stretto rapporto con la terra. Questo cambiò con l’avvento della forza motrice del vapore grazie alla Rivoluzione Industriale, e l’applicazione di tale forza alla trasformazione della terra e delle miniere in modo del tutto originale (il sistema di fabbrica, che moltiplica le produzioni e le standardizza, rendendole vantaggiose). Questo salto di qualità avvenne nelle Isole Britanniche (Inghilterra del Nord), e non fu un fatto istantaneo: impiegò parecchi decenni (inizia del 1760-70 e diventa irreversibile verso il 1820-30) per strutturarsi, ma guardandolo a posteriori, con la coscienza storica, lo si percepisce come un cambiamento straordinario e rivoluzionario dato dalla somma di tante piccole novità. Questo nuovo contesto parte da quell’angolino di mondo e si allarga, cambiando definitivamente numerose società nel corso di lungo tempo (decenni almeno per l’Europa settentrionale, per quella periferica, tra cui l’Italia, almeno cento anni).
La seconda grande trasformazione è quella politica, un altro fatto che prese piede in paesi diversi (la rivoluzione americana, quella francese…) e che non fu affatto circoscritto nemmeno temporalmente. Sono processi innovativi: la repubblica federale americana si stacca dalla corona inglese e dà vita a un processo innovativo, e lo stesso accade allo stato francese. Ma non sono fulmini a ciel sereno, esistevano delle premesse: già nel ‘600 il re inglese aveva dovuto fare i conti con delle sommosse. Non a caso, oggi si iniziano a vedere cambiamenti in quell’epoca anche nel mondo asiatico ed arabo, non semplicemente europeo e americano.
Tuttavia, tra Settecento e Ottocento non si osservano rivoluzioni diplomatiche o politiche degne di nota – non quanto quelle agricole o economiche. Ciononostante, il quadro globale modificato ha delle ripercussioni sui rapporti internazionali.
Lo storico tedesco Koselleck definisce il secolo tra il 1750 e il 1850 come “età cerniera” (Sattelzeit), terra di mezzo di scontro tra tradizione e innovazione in cui si addensano cambiamenti dapprima timidi e parziali ma successivamente generalizzati e di portata internazionale: un passaggio da un mondo relativamente statico (l’ancien régime) a uno definitivamente moderno. La modernità aveva iniziato a delinearsi in Europa quando i pensatori avevano riconosciuto di essere nell’età della ragione e della scienza, ma questo concetto si era generalizzato solo nell’Ottocento.
I cambiamenti dell’epoca avevano sì un peso simbolico, ma per diventare capaci di influenzare altri mondi richiedevano tempo: già solo far arrivare a Marsiglia notizia della decapitazione del re a Parigi necessitava di interi giorni di viaggio. È nel giro dei cent’anni sopracitati che numerosi cambiamenti come questo, ad esempio le conseguenze della rivoluzione francese, iniziano a maturare e produrre i loro effetti.
Il mondo internazionale, tuttavia, ha origini ancora più lontane: il mondo di fine ‘700 era frammentato in molti potentati in cui prevaleva il modello politico, di organizzazione di collettività umane, più diffuso sin dall’antichità – quello dei grandi imperi agrari, estese aree territoriali che facevano capo a un centro imperiale. Questo concepiva l’impero come un mondo punico, esteso (per quanto riguarda le conoscenze di allora). Sopra a questa enorme quota di popolazione stanziale si formavano grandi imperi capaci di assicurarsi la sopravvivenza tramite le tasse, passando per la proprietà agricola con il reddito estratto dai sudditi dalla terra (il commercio era più che altro locale, e quello a lungo raggio riguardava un numero troppo ristretto di persone).
Tra i grandi imperi asiatici del 1600 figurano quello ottomano, quello dei Safawidi (antica Persia, attuale Iran), quello Moghul, quello cinese e quello russo (oltre ad alcuni stati insulari quali Corea e Giappone), dove più che l’agricoltura stanziale prevaleva la massa dei nomadi in movimento (sin dall’impero dei Mongoli del ‘200, seppur di breve durata). Alcuni dei grandi imperi asiatici erano dotati di civiltà notevoli, affatto arretrate – quella cinese era paragonabile a quella europea.
Lo stesso valeva per l’Africa, anche se con imperi meno diffusi e meno ampi, ma non per il continente americano: erano esistiti imperi agrari come quelli citati (Inca, Maya, Aztechi), ma erano crollati sotto la spinta militare dell’Europa e la drammatica influenza di malattie a loro sconosciute che avevano decimato le popolazioni.
In Europa le cose stavano cambiando da parecchi secoli: mancava l’originalità di essere la parte più avanzata del mondo (si pensi agli antichi Egizi e Greci, o al più vicino splendore musulmano, alla grande civiltà cinese), ma aveva la particolarità di aver frammentato il grande impero della tradizione in una pluralità di soggetti. Questi prendono il nome di stati sovrani: un modello del tutto inedito e che divenne poi generalizzato grazie all’influenza dell’Europa sugli altri continenti – un’influenza che nell’epoca delle rivoluzioni non è da dare per scontata.
In una mappa cinese del mondo risalente (si suppone) al 1418, sono rappresentate non solo Eurasia e Africa, bensì anche le due Americhe nella loro morfologia. Sia che sia antecedente alla scoperta colombiana, sia che ne sia immediatamente successiva, questo dimostra la capacità della civiltà cinese di mettere in campo una flotta che indagasse le forme geografiche di un continente lontano – una superiorità che dimostra come l’Europa non sia sempre stata la parte più sviluppata del mondo.
Tuttavia, a seguito di determinati processi, fu proprio l’Europa a diventare la parte più influente del mondo e a unificarlo, prima economicamente e poi politicamente, a cavallo tra XVIII e XIX secolo.
In Europa, già prima dell’età delle rivoluzioni, esiste non un grande impero, bensì un sistema di stati: la popolazione europea di 200-300 milioni di persone viveva sotto stati sovrani che erano nati in seguito a un processo della durata di parecchi secoli. Punto di partenza di tale trasformazione era stato qualcosa di simile ai tradizionali imperi agrari della tradizione (anche) extraeuropea, ossia il Sacro Romano Impero, che aveva conquistato le coste mediterranee e una parte sempre maggiore di Europa centrale. Le popolazioni barbare germaniche occuparono il territorio nel corso dei secoli, incrociandosi alla religione cristiana ai tempi di Carlo Magno e producendo la definizione, appunto, di Impero “Sacro” e “Romano”. L’impero era sì universale, ma incapace di controllare ogni angolo di territorio. C’erano potenti locali piuttosto autonomi dall’imperatore, ma esisteva comunque una piramide di comando unificata.
Nella sua forma Germanica, questo Impero non dura molto – ma dopo le frammentazioni resiste molti secoli, seppur riducendosi intorno al 1500 alla sola regione germanica (Sacro Romano Impero della Nazione Germanica). La dissoluzione del Sacro Romano Impero, o comunque di quella grande concezione universalistica del mondo come esisteva dal Medioevo (secondo alcuni, la Cristianità – una forma di civiltà legata a una sola religione, a un’eredità romana e germanica e unificante quasi tutti i popoli europei, anche se ognuno aveva forme di organizzazione locale proprie), è dovuta alla presenza di potentati locali, principi e feudatari che a un certo punto sottraggono il controllo di un territorio all’idea che sopra esista una forma di governo più ampia – sostanzialmente autodefinendosi sovrani. Il concetto di sovranità diventa allora fondamentale. Intorno al 1500 è ormai chiaro che il re, nel suo territorio, da un lato superior non recognoscens (non c’è alcuno sopra di lui, il potere è suo) e dall’altro est imperator in regno suo (si considera un vero e proprio imperatore nel proprio territorio locale). Magari il regno era piccolo e circoscritto, ma il re se ne considera comunque l’unico governatore, assoluto e indipendente. L’affermazione di tale concetto avviene spesso con scontri e deve affrontare dei fallimenti, ma questo processo si diffonde sempre più velocemente e si conclude con un successo: verso la metà del Seicento, l’Europa è ormai un sistema di stati sovrani. La data simbolica cui si fa riferimento è il 1648, quando si conclude la sanguinosa Guerra dei Trent’Anni con la pace firmata nel ducato della Vestfalia. Da quel momento, il pluralismo europeo non è più messo in discussione.
C’è una forte differenza tra il vecchio e il nuovo modello politico: dissoltosi l’universalismo medievale, non prevale più la lingua comune del latino e i monarchi codificano lingue volgari proprie dei loro stati e ufficiali, nonché amministrazioni, leggi, religioni, ordini interni e parità esterne. La distinzione e la specificità rafforzano il potere del sovrano, che decide autonomamente per il proprio territorio. L’impero è pluralistico per definizione, lo stato unitario è uniforme e singolare – e naturalmente tende a differenziarsi dagli altri stati sovrani per rimarcare la propria indipendenza (si pensi alla riforma protestante e allo scisma di Enrico VIII). I vecchi imperi tradizionali, inoltre, avevano una moltitudine di condizioni per la forza militare: non tutte le armi erano gestite dall’imperatore, qualche vassallo locale tentava di contestarlo e così via. Lo stato sovrano funziona in maniera del tutto diverso: solo il re può armarsi, scritturare mercenari e organizzare eserciti – tutto il resto diventa violenza privata, punita con i suoi servizi di polizia. Lo stato privato può dunque arrivare a contrasti con altri stati vicini e inizia a spostarsi all’esterno dello stato stesso, dentro al quale invece regna la pace regolata dal sovrano stesso. Naturalmente sono processi che si affermarono lentamente e che necessitarono l’accordo delle parti, ma la concentrazione del potere alla fine di questo percorso tra Sei- e Settecento è notevole: si arriva agli stati assoluti, ossia letteralmente slegati dalla tradizione. Erano sì vincolati alla legge, ma non più ai retaggi o all’imperatore. Lo stato diventa detentore del monopolio del potere legittimo.
Questo cambiamento porta a un ragionamento sul rapporto tra questi stati: sono numerosi e pluralistici, e tale pluralismo è competitivo. Gli stati dimostrano una certa tendenza allo scontro (per il controllo di un territorio, per la definizione di procedimenti di successione dinastica). Tuttavia, non si tratta solo di una competizione continua, non è un’anarchia totale: tra questi stati esiste l’idea di essere parte di una comunità. La competizione è perciò mediata da una rete di accordi, scambi e convenienze. Hedley Bull ha usato l’espressione “società internazionale di stati” per definire tale contesto. Gli stati non riconoscono più alcuna autorità al di sopra, bensì un qualcosa che li tiene insieme. Esistevano reti di trattati e di accordi giuridici, una branca specializzata del diritto che univa i diversi stati – ogni stato sa che deve rispettare tale giurisprudenza, almeno rebus sic stantibus (finché le cose stanno così). Il filosofo Jeremy Bentham inizia ad usare la parola “internazionale” proprio da fine Settecento.
Le rivalità esistono principalmente nell’economia, percepita come strumento marcato del potere statuale. È prevalentemente diffusa la concezione del mercantilismo: l’insieme delle ricchezze presenti nel mondo è più o meno stabile, ed è misurabile (ad esempio) dalla quantità di metalli preziosi esistenti – secondo i mercantilisti, ogni stato (inteso come popolazione) deve preoccuparsi di accumularne il più possibile favorendo le esportazioni dei beni e riuscendo così ad arricchirsi. La competizione economica dettata da questa logica è perciò durissima.
Altro elemento di forte competizione era l’espansione fuori dall’Europa: iniziata a fine ‘400/inizio ‘500, dopo le grandi esplorazioni, è evidente che l’Europa controlla alcune colonie e punti d’appoggio. I singoli stati europei naturalmente si contrappongono e scatenano guerre per guadagnarne il controllo (tra francesi e inglesi nel nord America, tra portoghesi e spagnoli nell’America latina, tra spagnoli e inglesi nell’America centro-settentrionale). L’espansione è ancora fragile, ma è forse per questo uno dei motivi del rafforzamento a lungo termine dell’Europa.
Il sistema europeo stava emergendo come tra i più influenti, ma non era ancora in una posizione di assoluto dominio come sarebbe poi diventato nel corso dell’Ottocento. Espandendosi e riducendo la popolazione autoctone grazie alla supremazia militare e alla diffusione di malattie sconosciute, l’Europa amplia la propria rete di scambio e la propria influenza. Si è ormai creato un pluralismo di stati autonomi, ben diverso dal modello imperiale precedentemente universalmente diffuso. Il centro unificante in Europa era stato quell’Impero Sacro Romano, unito alla costruzione religiosa della Cristianità, ma si era progressivamente sfaldato e aveva lasciato spazio ai singoli stati sovrani, che avevano unificato il controllo del potere, la lingua, le amministrazioni e le leggi, il mercato e la forza militare. Il sovrano accentra il monopolio della forza legittima e dà il via a un sistema pluralistico tipico proprio dell’Europa – un sistema competitivo (ogni stato cerca di affermare i propri interessi) e comunitario (tutti gli stati si sentono parte di una comunità e non più soggiogati a un unico potere sovrastatale).
Gli stati, tuttavia, non erano su pari livello: se più stati riconoscevano uno stato come simile a loro stessi, questo aveva maggiore sovranità. Se tutti sono riconosciuti da tutti, non esiste gerarchia giuridica – ma esiste nonostante ciò una gerarchia di fatto, poiché non tutti gli stati hanno le stesse dimensioni, le stesse capacità di sistema, lo stesso potere. Ogni stato ha tentato di creare una sorta di egemonia di fatto per estendere il proprio controllo sul sistema. Ma questi tentativi sono sempre stati rintuzzati, e le reazioni hanno impedito che si creassero predomini tipici degli altri modelli imperiali. A metà Settecento, tuttavia, si è ormai riconosciuto che in Europa esistono cinque stati più grandi degli altri in termini di potere.
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