La formazione degli Stati Uniti
Le società coloniali
Tre mondi
Alla fine del '700 le colonie inglesi in Nord America avevano conquistato l’indipendenza, diventando gli Stati Uniti d'America. Una parte dell'opinione pubblica vide in quegli eventi idee repubblicane, libertà, costituzionalismo, sovranità popolare. Non tutti erano d'accordo e questa divergenza di opinioni si muoveva nel solco di una più ampia disputa intellettuale. Secondo alcuni, le terre americane erano popolate da esseri umani inferiori e invivibili.
Gli insediamenti europei avevano accelerato i processi commerciali, ma avevano favorito uno scambio di vizi fra i due emisferi. La conquista dell'America era stata la più grande di tutte le sventure.
Per quasi due secoli gli storici degli Stati Uniti hanno indagato un passato definito pre-nazionale in funzione di uno sbocco inevitabile di quel presente nazionale. Negli ultimi decenni la prospettiva storiografica è mutata. I coloni europei sono emersi come soggetti fra loro. Gli europei non appaiono più come gli unici protagonisti, poiché incontrarono in Nord America una molteplicità di popoli nativi con cui si confrontarono e scontrarono. Gli effetti di queste interazioni furono complessi. Gli inglesi derubarono antiche civiltà dei loro territori, distruggendole. Non solo gli europei, ma anche gli abitanti dell’Africa subsahariana furono deportati, e la schiavitù divenne un’istituzione centrale della vita pubblica e dell’economia angloamericana.
La storia dell’America coloniale è la storia di tre popoli nell’ambito di processi che riguardano la costruzione dei moderni imperi europei. Le colonie inglesi erano parte di un circuito Atlantico, un sistema di scambi e relazioni che connetteva fra loro quattro continenti (Europa occidentale, Africa occidentale, Nord e Sud America). Il numero delle persone era enorme e gli europei erano in minoranza. Solo tra il 1820-40 il numero dei liberi europei superò quello degli schiavi. Il numero di americani si aggirava intorno ai 70 milioni (Messico, Perù e nei Caraibi).
Nel corso del primo contatto alcune popolazioni si estinsero o si ridussero a causa di malattie infettive portate da europei e da africani (vaiolo, peste, malaria), una sorta di guerra batteriologica che fece perdere ai nativi la superiorità numerica e aprì la strada alla conquista europea.
Inglesi, olandesi e francesi erano però gli ultimi arrivati, dopo che già da un secolo spagnoli e portoghesi avevano affermato la loro signoria in America meridionale e centrale. Gli spagnoli fondarono la comunità di Saint Augustine nel 1565 in Florida; dal Messico si erano spinti verso l’interno fondando Santa Fe nel 1610. I primi a sfidare la Spagna furono gli olandesi in rivolta della Repubblica olandese. Dopo la loro dichiarazione di indipendenza della Spagna nel 1581, si diedero al commercio e al contrabbando Atlantico, conquistando a metà 1600 colonie in Brasile nei Caraibi, fondando Nuova Amsterdam (oggi New York City). Anche i francesi crearono avamposti in Acadia nel 1605 e in Canada nel 1608. Giunsero alle foci del Mississippi e organizzarono il territorio della Louisiana nel 1682. Gli inglesi decisero di progettare insediamenti, la cui prima colonia fu Terranova nel 1583, anche se il primo tentativo di mettere piede nel continente fallì. Dopo il 1600 i tentativi di colonizzazione ripresero nelle Indie occidentali e sulle coste nordamericane. Inghilterra e Francia si muovevano insieme. Quindi, con il nuovo secolo e il declino della Spagna, presero il sopravvento le rivalità anglo-francesi e anglo-olandesi.
Inglesi e altri europei in movimento
Gli insediamenti inglesi non erano tutti uguali e presentavano differenze strutturali. Quelli nelle Indie occidentali erano colonie di sfruttamento, dove gli inglesi deportarono schiavi dall’Africa. Intorno al 1700 la popolazione totale era per l’80% di origine africana su 150.000 persone. Queste colonie rientravano nella norma, simile a quella di Francia, Olanda e Spagna. I residenti europei erano in minoranza e imponevano disciplina alla forza lavoro schiava. Erano in gran parte uomini e contribuivano a generare popolazioni razzialmente miste. Gli insediamenti inglesi erano in parte anche colonie di popolamento, dove emigrarono comunità autosufficienti e dove la schiavitù arrivò in un secondo tempo, solo in alcune aree. La popolazione europea era formata in modo equilibrato da uomini e donne in grado di crescere in maniera autonoma.
La crescente domanda di forza-lavoro schiava veniva dalle regioni meridionali che avevano cominciato ad assomigliare alle Indie occidentali e al resto delle Americhe. La frattura era già evidente nel 1700 quando gli schiavi, nelle colonie del sud, erano quasi un quarto dei residenti. Le colonie centrali e settentrionali non erano estranee all’economia della schiavitù, perché parte della loro ricchezza derivava dalla tratta degli schiavi e dal commercio di prodotti dell’agricoltura schiavista del sud. La loro presenza nel tessuto sociale era minima, società basate sul lavoro libero.
Gli insediamenti anglo-americani nel 1600
Fu nel meridione che gli inglesi si insediarono per la prima volta, nel 1607. Nello stesso anno un centinaio di membri della società commerciale Virginia Company, alla ricerca di profitti, fondò il villaggio di Jamestown. Diedero origine alla colonia della Virginia alla quale si affiancò nel 1634 quella del Maryland, fondata da Calvert. Le due colonie erano simili: stesso ambiente naturale, stesso clima ed economia basata sulle piantagioni di tabacco. Nel 1662 gli insediamenti si estesero verso sud e nacquero tre colonie distinte: North Carolina, South Carolina e Georgia, fondata nel 1733.
Il secondo centro di insediamento fu nelle regioni settentrionali, il New England. Nel 1620 un centinaio di protestanti in fuga, come i cattolici, da problemi religiosi della madrepatria fondarono Plymouth; ci arrivarono perché la loro nave, il Mayflower, fu portata fuori rotta. Altri protestanti, i puritani, fondarono la città di Boston nel 1630 e Salem. Da qui gli inglesi crearono le colonie del Connecticut, New Hampshire e Rhode Island, fondata da Roger Williams che sosteneva che i puritani non dovevano imporre la loro fede e che chiesa e Stato dovessero essere separati. I nomi delle colonie del New England testimoniavano minor devozione alla corona rispetto alle colonie a sud che onoravano la regina (es. Elisabetta I = Virginia; Carlo II = Carolina).
La terza area di colonizzazione fu nella regione del Middle Atlantic: giunsero per primi gli olandesi, ma nel 1664 una flotta inglese, guidata dal duca di York, si impadronì della nuova Olanda e la ribattezzò New York. Lo stesso nome fu dato a Nuova Amsterdam, che divenne New York City. In poco tempo l’intera zona fu riorganizzata. Nacquero poi la colonia del New Jersey e nel 1681 la Pennsylvania. In tutte queste colonie la terra conquistata dagli europei era abbondante e la popolazione immigrata scarsa. I gestori delle colonie frazionarono e misero in vendita le loro proprietà cercando di attrarre dall’Europa compratori.
Gli insediamenti avevano origine e forme diverse, derivavano da un intreccio di motivazioni: desiderio di ricchezza e aspirazione a vivere la propria religiosità senza costrizioni. La storia inglese fu importante per la colonizzazione ed emigrazione: l’irrigidirsi della monarchia protestante degli Stuart e della chiesa anglicana provocò la partenza dei dissidenti puritani verso il New England e dei cattolici verso il Maryland. Dopo la rivoluzione puritana del 1642, il Commonwealth di Cromwell, il ritorno al potere di Carlo II nel 1660, facilitò sia gli insediamenti in Carolina che le attività del duca di York. La cacciata di Giacomo II Stuart, la rivoluzione gloriosa del 1688-89 e il cambiamento della dinastia con Guglielmo d’Orange portarono a una riorganizzazione e centralizzazione dell’intero sistema imperiale.
Il carattere d’impresa commerciale delle colonie plasmò le forme di governo, due tipi: Corporation - Il tipo delle corporation di uso nel New England, antenato delle moderne società per azioni. Servivano per raccogliere le risorse di investitori e finalizzarle a un unico scopo collettivo. Prevedevano dei governatori e dei consigli eletti periodicamente dai membri della società stessa. Dallo sviluppo di questi organi societari nacquero le istituzioni rappresentative delle colonie, eletti dai residenti. Gli statuti delle corporation servirono da modello per le costituzioni scritte nel '700. Colonie proprietarie nel sud e nel Middle Atlantic (Carolina e Maryland) e nel Middle Atlantic (New York, New Jersey, Pennsylvania). La corona conferiva i territori a Lord proprietari che avevano piena autorità. In entrambi i casi la distinzione moderna tra sfera degli interessi privati e pubblici non era chiara.
Il commercio plasmò anche la struttura imperiale inglese. Per tutto il '600, il controllo politico dell’Inghilterra sul Nord America fu blando, ciò che importava era il controllo commerciale. I Navigation Acts, erano le principali leggi che regolavano l’impero, definirono poi il sistema mercantilista ⇒ leggi che imponevano che tutte le merci circolanti nell’impero viaggiassero su navi inglesi e che tutti i manufatti nelle colonie provenissero dall’Inghilterra. Per far rispettare le regole imperiali, Londra cercò di ridurre l’autonomia politica delle province nordamericane, diventando colonie regie: governo provinciale di terzo tipo sotto il quale i governatori erano nominati dalla corona e dipendevano da essa. Quindi, dall’inizio del '700 il governo inglese aveva trasformato in colonie regie la maggioranza delle colonie del Nord America (No Connecticut e Rhode Island e Pennsylvania e Maryland proprietarie).
Crescita e diversità delle colonie all'inizio del 1700
Alla fine del '600 le ragioni e i meccanismi dell’emigrazione europea mutarono. Nelle isole britanniche la migrazione alla ricerca di lavoro era normale; ad esempio i puritani che raggiunsero il New England tra il 1630-40. Arrivarono in Nord America anche popolazioni di lingua tedesca della valle del Reno. L’attrazione verso il Nord America inglese, dopo il 1700, aumentò fino a diventare operazioni di massa indipendente. Le migrazioni divennero sofisticate, paragonabili a quelle che negli stessi anni gestivano la tratta degli schiavi africani. Gli organizzatori di queste operazioni erano vari. Governo inglese, compagnie di navigazione transatlantica cercavano clienti e speculatori americani, acquirenti o affittuari per i loro terreni. Per gli schiavi la servitù temporanea era il prezzo per una maggiore libertà futura.
Gli emigranti erano originari delle isole britanniche e di alcune aree del continente. Appartenevano a gruppi etnici differenti, il tutto era eterogeneo. Vi erano inglesi meridionali e di Londra, settentrionali e scozzesi, artigiani maschi e nuclei familiari di agricoltori in fuga dalle tasse, dalla disoccupazione e da proprietari prepotenti. Vi erano tedeschi impoveriti dalle guerre, appartenenti a sette religiose (es. amish), ugonotti che arrivavano dalla Francia cattolica, dopo la revoca dell’editto di Nantes nel 1685 e la fine della politica di tolleranza.
La geografia etnica delle colonie si sovrapponeva a una geografia sociale ed economica distinta. Nel New England le colonie erano omogenee etnicamente e lo erano anche dal punto di vista religioso. Le chiese erano chiese di Stato e intolleranti. La famiglia puritana era patriarcale e disciplinata e non lasciava autonomia. Garantiva tassi di crescita elevati e lunghe aspettative di vita. La famiglia costituiva il cuore dell’impresa economica. A Boston, centro dell’industria del Mare del Nord America, orivano le costruzioni navali. L’economia del New England era dunque varia.
Anche nel Middle Atlantic troviamo queste caratteristiche, ma più in grande. L’agricoltura favorita dall’estensione delle pianure della costa produceva per l’esportazione. Le fattorie erano di dimensioni maggiori. L’industria navale e le attività mercantili erano concentrate in città portuali come New York, Filadelfia e Boston. Ciò che distingueva queste colonie da quelle più a nord era la loro eterogeneità etnica e religiosa. Vi risiedevano inglesi, tedeschi, olandesi e francesi ugonotti. Vi si trovavano comunità religiose di varie denominazioni e ciò ostacolò la formazione di chiese di stato.
Le colonie meridionali erano differenti in quasi tutto. Dominava la Chiesa Anglicana, burocratica e più intollerante di quella madre in Inghilterra. Le comunità europee erano a netta prevalenza maschile e con basse aspettative di vita, il che rendeva difficile la costruzione di dinastie e gerarchie stabili. Queste colonie erano agricole e rurali, e le attività artigianali e manifatturiere erano marginali. L’unica città era Charles Town le cui condizioni del suolo e del clima erano ideali per le monocolture finalizzate all’esportazione di tabacco e cereali. Il motore della macchina economica e sociale era costituito dalla forza-lavoro schiava proveniente dall’Africa.
Gli africani e la schiavitù nordamericana
L’Africa e la tratta atlantica
La terra abbondante del nuovo mondo volle dire conquista ed esproprio per le popolazioni native e dalla fine del 600 schiavitù. Alla disponibilità di terra non corrispondeva un’adeguata disponibilità di manodopera e il sistema più rapido per gli europei fu quello di costringere altri a lavorare per loro. Dapprima provarono con gli schiavi indiani che presentavano troppi problemi, poiché esposti a malattie, morivano rapidamente e potevano fuggire per la grande conoscenza del territorio. Gli africani importati sembravano resistere bene alle malattie, vivevano più a lungo ed erano estranei all’ambiente, oltre che avere il colore della pelle facilmente riconoscibile.
All’inizio del 700 le colonie inglesi nel Nord America e nelle Indie Occidentali, così come quelle Spagnole e Portoghesi erano parte di una grande rete di scambi che si affacciavano sull’oceano Atlantico. Gli africani importati furono più di 5 milioni nel 700, principalmente maschi e provenienti dalle aree intorno al Golfo di Guinea. Anche l’organizzazione che gestiva questi movimenti era enorme e pianificata, riguardavano non solo il trasporto e la distribuzione degli schiavi nelle Americhe ma anche la loro raccolta nelle regioni africane e si basava su una sorta di divisione razziale del lavoro. La tratta transatlantica era gestita dagli europei. Nel 1672 gli inglesi formarono la Royal African Company, alla quale assegnarono il monopolio del loro commercio degli schiavi. Il contrabbando era di uso e dopo il 1700 il monopolio finì aprendo la strada all’imprese private. I profitti erano elevati. Nel 1713 gli inglesi ottennero l’Asiento, il diritto di importare schiavi anche nell’America spagnola, diventando i più grandi negrieri del mondo. In molti casi erano gli stessi governanti dei regni della costa africana a procurarsi schiavi presso le popolazioni vicine, razziandoli o acquistandoli dai mercanti locali per poi rivenderli con profitto agli europei.
In Africa la schiavitù era un’istituzione solida. Fu anche l’egemonia islamica a rifornire di schiavi il mondo mediterraneo e quello dell’oceano indiano. In più di un millennio queste vie di emigrazione forzata contribuirono a quella che viene chiamata la ‘diaspora nera’. Il nuovo carattere della tratta transatlantica si rivelò alla fine del 600 e consistette nella scala e nei tempi delle operazioni che crearono un vasto sistema mobilitando grandi interessi ⇒ senza la domanda di forza lavoro nelle Americhe e le tecnologie marittime dei paesi europei, la tratta sarebbe stata inconcepibile, ma anche senza la domanda di merci europee da parte dei paesi africani, e senza le loro reti di comunicazione continentale che consentirono di procurare schiavi a basso costo. Agli europei quindi non restava che comprarli nei mercati costieri senza perder tempo e rischiare la vita per le malattie tropicali.
Le conseguenze furono drammatiche per gli africani durante la tratta atlantica, definita Middle Passage, viaggio di 30-40 giorni. Abbiamo la testimonianza scritta di un africano, Equiano, nato in una ricca famiglia, proprietaria di schiavi, in Nigeria. Catturato bambino, poi deportato nel nuovo mondo. Equiano racconta come il trauma iniziale dell’essere ridotto in schiavitù dai propri simili, fosse diventato terrore quando dovette affrontare padroni mai visti prima. Durante la lunga traversata fu travolto dall’angoscia, crisi depressive e desiderio di morte. L’impatto con la schiavitù d’oltre atlantico fu altrettanto traumatico: in Africa essere schiavi non implicava diversità o inferiorità razziale, mentre nelle Americhe la linea tra liberi e schiavi era netta e razzialmente definita.
La schiavitù nel Nord America inglese
La linea di divisione tra liberi e schiavi era molto netta. Gli olandesi controllarono questo commercio fino a metà 600, sostituiti poi dal naviglio inglese, angloamericano. A metà 700 le navi che facevano capo ai porti del New England, New York e Filadelfia, controllavano un terzo della tratta inglese. I mercati più importanti furono in Virginia, Maryland e South Carolina, dopo il 1700 Savannah. Gli schiavi arrivavano sulle coste nordamericane o direttamente.
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