Storia contemporanea
Questione della periodizzazione: da quando far partire le fasi storiche?
La storia contemporanea, come fase, neanche esisteva ma c’erano solo 3 distinzioni fino alla metà dell’800 circa:
- Storia antica
- Medioevo
- Storia moderna, che copriva anche la contemporanea.
A partire dalla fine 800 si è ritenuto che questa concezione di storia moderna, che andasse dalla scoperta dell’America in avanti, fosse troppo semplificata e c’era quindi bisogno di introdurre una periodizzazione diversa; bisognava inventare un’altra fase: la storia contemporanea, che si è fatta partire convenzionalmente dal congresso di Vienna (1815) e la si fa arrivare non agli anni recentissimi perché gli storici non si occupano mai della strettissima contemporaneità.
Questa convenzione ha fatto sì che la storia vada ad una data di arrivo abbastanza fluida, per diverso tempo infatti si è pensato coincidesse con il crollo del muro di Berlino (1989) per l’avvio di diversi processi come la globalizzazione.
Le periodizzazioni sono però tutte convenzioni, il modo in cui si divide la storia è una convenzione cioè uno schema interpretativo che dipende dal punto di vista che si sceglie di adottare per leggere il passato e quindi dagli eventi che, sulla base di quella prospettiva, si ritengono rilevanti.
Il 1815 è una data comunemente accettata ma c’è una parte di storiografia che fa cominciare la storia contemporanea dalla rivoluzione francese perché dà la marca politica, ideologica e culturale a tutti gli eventi che si sarebbero verificati successivamente.
C’è un’altra corrente che la fa partire dalle rivoluzioni industriali, adottando quindi una prospettiva economica: eventi periodizzanti sono le trasformazioni economiche. Per cui la storia contemporanea parte da quella serie di processi che impattano sul corso degli eventi, dalle conseguenze che le trasformazioni economiche producono. Se si adotta questa prospettiva come parametro attraverso cui guardare alla storia, si dà una datazione diversa alla contemporaneità.
Altre correnti sostengono che la contemporaneità possa essere divisa in 2 sotto periodi:
- 1) Un primo periodo che si conclude con lo scoppio della prima guerra mondiale, definito “lungo Ottocento” (1815-1914); costituisce un periodo a sé perché è l’epoca delle rivoluzioni e anche l’epoca del capitalismo ma anche la grande era dell’impero, la storia del protagonismo borghese; è una fase che ha centralità nel concetto di nazionalismo, ed è caratterizzato dall’eurocentrismo delle relazioni internazionali (al centro delle dinamiche c’è il continente europeo e i suoi più grandi stati). Di fatto è nella prima metà dell’800 che in Europa le istituzioni dello stato acquisiscono una nuova centralità, infatti, con la scomparsa dei privilegi della chiesa e dei ceti nobiliari, lo stato ottenne in modo definitivo il monopolio della forza legittima che costituiva la sua principale attribuzione. Fatta eccezione per la Gran Bretagna, quindi, lo stato moderno assunse la forma dello stato burocratico-amministrativo, emancipato dal controllo della nobiltà. Al diffondersi dell’industrializzazione rispose il propagarsi, in Europa, delle ideologie socialiste, il cui nucleo era nella convinzione che per superare i mali derivanti dal capitalismo bisognasse colpire i principi della società capitalistico-borghese e sostituirli con valori di uguaglianza. Lo sviluppo dell’industria moderna aveva infatti provocato un processo di profonde trasformazioni nella struttura sociale, diventando quindi imprenditori e salariati, i protagonisti del confronto sociale in Gran Bretagna, tradottosi nella nascita delle prime trade unions, nucleo originario di un movimento sindacale.
- 2) Un secondo periodo definito “stagione del 900” che viene fatta cominciare con lo scoppio della prima guerra mondiale (1914) e viene chiusa con tendenzialmente l’89, caduta del muro di Berlino e poi crollo dell’Unione Sovietica (il secolo breve - Eric Hobsbawm); per Eric Hobsbawm questo periodo costituisce una fase a sé perché a partire dalla prima guerra mondiale c’è l’affermarsi, in alcuni stati, di regimi di tipo autoritario o totalitario e poi la seconda guerra mondiale con la quale cambia proprio lo scenario (era delle tirannie).
È possibile quindi trovare approcci diversi perché si tratta di diversi criteri interpretativi.
Periodizzare la storia non significa solo seguire una convenzione ma immaginare che questa sia divisa in compartimenti; la storia in realtà non si può dividere perché è difficile dividere i suoi processi essendo questa un continuum, la storia è fatta di tempi brevi e tempi lunghi cioè presente incastrato nel passato e per capire il fatto bisogna capire sempre il “tempo lungo”; ogni cosa è sempre frutto di dinamiche precedenti e genera dinamiche successive, non è mai un tempo solo.
L’arco cronologico che prenderemo in considerazione sarà quella del 1915-1989, dove opereremo una distinzione in 3 fasi:
- 1814-1914, secolo delle rivoluzioni.
- 1914-1945, l’era delle tirannie (formula che rimanda ad un libro, di un autore francese - Halevy).
- 1945-1989, la stagione delle democrazie (Huntington ha scritto un volume importante che si chiama “la terza ondata” e data questa fase storica come quella nella quale dopo un’ondata di grandi regimi totalitari e autoritari si vede un ritorno alla democrazia con diverse declinazioni, operando una grande distinzione tra democrazie occidentali e orientali di matrice sovietica).
Fissare l’importanza delle date che scandiscono ogni periodo:
Secolo delle rivoluzioni
1815, data che viene considerata dagli storici come periodizzante perché si svolge il congresso di Vienna, all’ora capitale dell’impero asburgico, conferenza che segue la sconfitta di Napoleone a Waterloo e al quale partecipano le 5 grandi potenze europee del tempo: Gran Bretagna, Impero Asburgico, Prussia, Russia, Francia restaurata (cioè dopo le guerre napoleoniche) e le delegazioni di alcuni piccoli stati come Spagna, Portogallo e Svezia.
Il congresso di Vienna nasce per il raggiungimento di 3 scopi:
- Affermare i principi di legittimità e restaurazione; che in realtà è stato lo scopo motore per poter riportare sul trono i principi che erano stati spodestati dalle guerre napoleoniche. Il principio di legittimità viene applicato per riportare al potere le vecchie casate regnanti mentre quello di restaurazione provvede a ripristinare le vecchie strutture politiche e sociali che erano state spazzate via dalla rivoluzione francese e dalle guerre napoleoniche (restaurazione nel senso di tornare all’ancien regime, non è solo una questione di monarchie ma anche di assetto costituzionale e sociale).
- Definire un nuovo sistema di alleanze per garantire equilibrio tra le grandi potenze con un nuovo sistema di alleanze costruito su: diplomazia, interventismo e sovranità limitata. Il nuovo sistema deve nascere avendo alla base l’idea che i grandi conflitti internazionali debbano essere affrontati e risolti innanzitutto attraverso accordi diplomatici e non attraverso le armi; è necessario prevedere il principio dell’interventismo poiché le alleanze devono intervenire nel caso uno stato avesse problemi causati da tensioni interne che non fosse stato in grado di controllare o si rivelassero pericolose anche per gli altri stati europei; da questo deriva il principio di sovranità limitata perché, se si accetta l’interventismo, alla non ingerenza negli stati europei si sostituisce la sovranità limitata, cioè gli stati che aderiscono rinunciano ad una parte dell’esercizio della propria sovranità a favore di una solidarietà internazionale.
Regista della costruzione di questo nuovo sistema è Metternich, grazie al quale si verranno a definire nuove alleanze: nel settembre del 1815 viene stipulato un primo nucleo di alleanza, la santa alleanza sottoscritta da Russia, Prussia e Impero Asburgico; viene perfezionata un mese più tardi con la quadruplice alleanza alla quale si aggiunge la Gran Bretagna.
L’ultimo trattato sottoscritto qualche anno più tardi, novembre 1818, quintuplice alleanza perché si aggiunge la Francia (a delle condizioni che prevedono il pagamento alle altre potenze delle riparazioni a seguito delle guerre napoleoniche e il ritiro di quel che rimaneva dell’esercito francese sul territorio europeo dopo Waterloo).
- Andare a ridefinire l’assetto geopolitico dell’Europa dopo la sconfitta di Napoleone; ridisegnare i confini territoriali tornando a equilibri che fossero più vicini possibili all’assetto prima delle guerre napoleoniche. Le modifiche principali riguardano la riduzione dei confini francesi, l’ampliamento verso l’Europa centrale dei confini della Russia (con annessione del gran ducato di Varsavia), l’ampliamento dei confini della Prussia determinato dall’annessione della Renania e Vestfalia e, infine, la formazione in Europa centrale della confederazione degli stati tedeschi (struttura politica che univa 39 stati tedeschi tra cui i più forti erano la Prussia e dall’impero asburgico).
*Modifiche sostanziali riguardano anche la penisola, l’Italia viene divisa in 8 stati con regimi politici, assetti costituzionali ed economico-sociali molto diversi tra loro.
1914: è la data di arrivo perché c’è la prima guerra mondiale ma non solo, ci sono infatti dei punti importanti che si aprono dalle trasformazioni che questa guerra porta, poiché cambia profondamente alcune cose.
Le trasformazioni principali riguardano la modifica del sistema delle relazioni internazionali, con un processo che segna la fine dell’eurocentrismo, coinvolgendo anche gli stati uniti che sarà poi un grande protagonista.
Altro elemento sul quale la guerra incide è la trasformazione radicale tra il rapporto della politica e le masse che si politicizzano (due autori che hanno messo ben in evidenza questo processo, Gramsci che dice “le masse vergini entrano in politica”, questa dinamica è stata definita anche da Ortega che parla di “politicismo integrale” cioè con la guerra la politica entra nel vissuto quotidiano delle persone e quando questa finisce non si può fingere che questa trasformazione non sia avvenuta ecco perché le masse diventano strumenti di pressione sulla politica) perché fino a quel momento erano state tenute fuori dalla partecipazione politica.
Vanno in crisi i vecchi sistemi liberali (Italia o Germania) e in parte anche quelli liberal democratici, si modificano le forme di mobilitazione politica ma anche di partecipazione, una politica che diventa di massa richiede una modifica degli strumenti di raccolta del consenso anche (si affermano i partiti di massa e questo non è un caso). La guerra modifica anche gli assetti istituzionali degli stati, segna in molti paesi una crisi del costituzionalismo liberale, in altri pone nuove sfide ai processi di democratizzazione, altri involvono verso forme autoritarie altri verso una strada di maggiore democratizzazione come nel caso della Gran Bretagna e in alcuni contesti porterà ad aprire grandi riflessioni sul funzionamento di alcune democrazie e sui loro principi e strumenti che ne garantiscono il funzionamento. (Il 14 opera un rovesciamento della politica sia per le relazioni tra gli stati sia per la vita interna dei diversi stati coinvolti nel conflitto, la prima guerra mondiale viene definito come uno dei più grandi processi di democratizzazione nelle dinamiche e nelle conseguenze, ma soprattutto su queste ultime che coinvolgono tanto i vincitori quanto gli sconfitti ovviamente con risposte diverse.
In questo secolo delle rivoluzioni bisogna individuare 4 tipologie di ondate rivoluzionarie:
- Ondate rivoluzionarie liberali
- Ondate rivoluzionarie democratiche
- Ondate rivoluzionarie economiche
- Ondate rivoluzionarie nazionali
(Non elencate in ordine cronologico, tipi che spesso tenderanno a sovrapporsi tra loro) hanno caratteri differenti ma anche una serie di cose comuni cioè tutte hanno come obiettivo la lotta contro l’ordine ricostituito a Vienna e tutte combattute in nome di principi e valori piuttosto condivisi.
Elementi comuni di tutte le tipologie rivoluzionarie
- Finalizzate a distruggere legittimità e restaurazione (hanno quindi l’obiettivo di rovesciare i regimi politici restaurati e di trasformare le strutture economiche e sociali definite dal congresso di Vienna); sono contro sia l’aspetto politico che economico-sociale.
- Combattute in nome di una serie di principi e valori comuni come libertà, democrazia, indipendenza (che in alcuni casi significa unità e costruzione dello stato nazionale), modernizzazione (sviluppo, trasformazione economica = uscire dalle economie arcaiche e passare a sistemi economici moderni).
Queste rivoluzioni hanno però anche un carattere diverso:
- Liberali, democratiche e, in qualche misura, anche quelle nazionali si dispiegano sul terreno politico (riguardano la struttura degli stati, la forma di governo), avendo come obiettivo il rovesciamento del principio di legittimità.
- Rivoluzioni di tipo economico partono da un terreno diverso, quello dell’assetto economico degli stati anche se finiscono per determinare conseguenze in termini politici, istituzionali e anche sul piano culturale e sociale (cambia la struttura delle società europee che da prevalentemente agricole diventano industrializzate, facendo nascere nuovi tipi sociali come il proletariato ma comportando anche modifiche di tipo culturali: si afferma in tutta Europa il socialismo sia nella sua versione utopistica o romantica, sia nella versione marxista pura).
Processi rivoluzionari in senso cronologico
Protagonista dei processi delle rivoluzioni liberali (corrispondono ai moti del ’20 e del ’21 e quelli del ’30 e ‘31), è la cultura liberale che ha la sua matrice nella cultura illuminista e nell’esperienza politica della rivoluzione francese e nei suoi ideali, avendo una classe sociale di riferimento: la borghesia.
La borghesia, in nome degli ideali maturati a partire dalla rivoluzione francese, si propone di distruggere l’ordine di Vienna per dar vita a regimi politici nuovi basati su un principio fondamentale, cioè una diversa concezione della sovranità.
Il principio di sovranità legittimata dall’alto (quindi divinamente) e dell’esercizio del potere monocratico, ossia tutto incentrato nelle mani del sovrano, devono essere sostituiti, per i liberali, con una diversa idea di sovranità che spetta al popolo (idea di sovranità dal basso verso l’alto).
La cultura liberale si basa anche sul principio di separazione dei poteri (Locke e Montesquieu), ovvero non c’è più l’organo monocratico che deve invece essere articolato.
Il terzo principio, infine, deriva da questi due: nascita di istituzioni rappresentative.
I nuovi sistemi politici nascono sulla base del principio di rappresentanza; se la sovranità spetta al popolo questo la esercita attraverso le istituzioni rappresentative (i parlamenti).
In base a questi principi l’obiettivo è passare gradualmente attraverso delle tappe ben precise: dalle monarchie assolute ai sistemi costituzionali ai sistemi parlamentari.
Regimi costituzionali e parlamentari hanno una differenza che sta nel governo:
- 1) Nei regimi costituzionali, il governo deve rispondere al re e quindi dipende da esso (il regno d’Italia quando nasce è una monarchia costituzionale).
- 2) Nei regimi parlamentari, il governo dipende dal parlamento, di conseguenza c’è la fiducia parlamentare (Gran Bretagna di epoca vittoriana).
Esempi di risultati a seguito delle rivoluzioni liberali sono:
- La costituzione “orleanista” francese del 1830 (il re che la concede è Luigi Filippo d’Orleans).
- Costituzione belga del 1831 (sempre concessa da un re).
Sono due costituzioni che vengono prese come modelli di riferimento per lo statuto albertino.
Altra tipologia di ondate rivoluzionarie sono quelle democratiche, la cui matrice è uguale a quelle liberali, infatti, riguarda sempre la rivoluzione francese (1789) e anche l’obiettivo è lo stesso, cioè distruggere l’ordine di Vienna e costruire nuovi regimi politici.
Tuttavia, ci sono alcune differenze, come la forte influenza di Rousseau; tutto il movimento democratico europeo che nasce dalla rivoluzione francese in avanti ha un forte condizionamento che proviene proprio dal pensiero politico del filosofo francese, implicando che si venga a sviluppare un’idea diversa di sovranità rispetto a quella liberale ma soprattutto una diversa idea di rappresentanza.
I liberali, al pari dei democratici, nascono dal presupposto del suffragio universale, tuttavia la differenza consiste nel fatto che i secondi, a differenza dei primi, ritengono che non ci debba essere nessuna forma di declinazione dell’uguaglianza che deve esser riconosciuta.
L’azione intrapresa dai democratici, quindi, è basata sul riconoscimento di un principio di uguaglianza che non sia solo formale ma che parta dal riconoscimento di un’uguaglianza sostanziale; mentre per i liberali, in questo modo, l’esercizio di alcuni diritti politici può essere subordinato a soddisfare una serie di condizioni (sesso, ricchezza, alfabetizzazione ed età), per i democratici l’esercizio dei diritti non è condizionato da alcun criterio, vale in senso puro il principio di sovranità popolare (di matrice democratica sono stati i moti del ’48).
Nella loro lotta politica, i democratici, saranno sostenitori di trasformazioni che non siano graduali perché deve esserci un rovesciamento radicale attraverso sollevazioni.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Storia Contemporanea, prof. Berardi, libro consigliato Storia Contemporanea: l'800, Sabatucci, Vido…
-
Riassunto esame Storia Contemporanea, prof. Capperucci, libro consigliato Storia contemporanea 800, Sabbbatucci, Vi…
-
Riassunto esame Storia contemporanea, Prof. Zinni Maurizio, libro consigliato Storia contemporanea: l'Ottocento, Gi…
-
Riassunto esame Storia Contemporanea, Prof. Pinna Pietro, libro consigliato Storia contemporanea. L'Ottocento, Giov…