Il suicidio
Émile Durkheim
Émile Durkheim (Épinal, 15 aprile 1858 – Parigi, 15 novembre 1917) è stato un sociologo, filosofo e storico delle religioni francese. La sua opera è stata cruciale nella costruzione, nel corso del XX secolo, della sociologia e dell'antropologia, avendo intravisto con chiarezza lo stretto rapporto tra la religione e la struttura del gruppo sociale. Terza Repubblica francese, in Francia dopo la sconfitta di Sedan (1º settembre 1870) durante la guerra franco-prussiana. Lo sfondo della riflessione di Durkheim e portata dalla dissoluzione dei vecchi valori e la necessità di trovarne di nuovi. Durante un soggiorno in Germania Durkheim si orienta verso la conoscenza scientifica da società e si occupa di elaborare un metodo che permetta di spiegare i fatti sociali. «Il solo modo di dimostrare che la sociologia è possibile e di far vedere che esiste che vive».
Oggetto della ricerca durkheimiana è il tasso di suicidi, che si riscontra in una data società; egli, cioè, sofferma la sua attenzione su dei dati statistici, per diversi paesi e per diversi periodi, che esprimono la specifica tendenza al suicidio.
Introduzione
Il termine suicidio ricorre continuamente in una conversazione ma non ci dobbiamo lasciare guidare dall’accezione acquisita ovvero dalla descrizione di questo termine fornito dalla massa poiché veniamo ingannati dalla sua reale natura, solo facendo confronti è possibile raggiungere una spiegazione ed attraverso una ricerca scientifica basata solo su dei fatti comparabili fra loro. Lo studioso è costretto a costituire lui stesso gruppi che vuole studiare per poter essere trattati scientificamente. Possiamo distinguere diversi tipi di morte che gli dobbiamo classificare attraverso elementi/caratteri comuni abbastanza obiettivi da poter essere riconosciuti da ogni osservatore.
Quel che importa è di costruire una categoria di casi che sia fondata obiettivamente ovvero corrisponda ad una natura determinata di cose, l'atto di cui l'individuo è l’autore lo chiamiamo suicidio, ci si può uccidere rifiutando di nutrirci quanto distruggendosi col ferro o col fuoco. Si chiama suicidio ogni caso di morte che risulti direttamente o indirettamente da un atto positivo o negativo, compiuto dalla vittima stessa consapevole di produrre questo risultato. Questo individuo voleva davvero la morte o aveva qualche altro scopo? L'intenzione è una cosa troppo intima per poter essere colta dal di fuori se non che per grossolane approssimazioni, il suicidio può essere considerato l'atto di disperazione di un uomo che non ci tiene più a vivere.
Ma il suicidio interessa al sociologo? Dato che il suicidio è un atto dell'individuo e che incide solo sull'individuo, sembra dipendere da fattori individuali e quindi più di competenza della psicologia. Bisogna considerare l'insieme dei suicidi poiché devono essere esaminati in una determinata società, in una determinata unità di tempo (ci sono periodi in cui c’è un alto tasso di suicidi per colpa di crisi presenti all’interno del paese). Osservando la tabella di pagina 231 si può notare come ci sia un brusco e progressivo cambiamento e soprattutto aumento dei suicidi col passare del tempo, perché una rottura dell'equilibrio sociale se scoppia improvvisamente impiega sempre del tempo a produrre tutte le sue conseguenze. I suicidi si sviluppano per un certo tempo, si arrestano per poi ricominciare in seguito.
Tasso della mortalità-suicida proprio della società considerata, calcolata in rapporto a un milione o a 100 mila abitanti. Ogni società è predisposta a fornire un contingente determinato di morti volontarie.
Libro 1
Ci sono due tipi di cause extrasociali dei suicidi: sono le disposizioni organico-psichiche e la natura dell'ambiente fisico.
- Se la morte volontaria fosse una manifestazione di una malattia mentale il problema che ci siamo posti sarebbe risolto poiché il suicidio sarebbe unicamente un'affezione individuale (tesi sostenuta da numerosi psichiatri, in tutti i suicidi c’è un'influenza dell’alienazione mentale. Tutti i suicidi sono pazzi? Esiste una follia suicida?).
- Se esiste una follia suicida non può che non essere monomania, ma esistono le monomanie? NO, la scienza ha dimostrato che vi è un legame fra le diverse facoltà cerebrali e che quindi ogni volta che una di esse è lesa lo sono contemporaneamente anche le altre. Quindi non vi è una monomania-suicida quindi il suicidio non è una follia particolare.
- Luogo soltanto in stato di follia? Suicidio maniaco – melanconico – ossessivo – impulsivo – automatico. Questi suicidi sono o privi di motivi o con motivi immaginari. Decade la teoria del suicidio come atto di follia.
- Tra l'alienazione mentale e il perfetto equilibrio dell’intelligenza che muove il suicidio basato su motivazioni altruistiche esistono situazioni di nevrastenia.
- Nelle società tecnologicamente semplici dove la follia è rarissima a volte il suicidio è molto frequente.
Non vi è dunque alcuno stato psicopatico che mantenga con il suicidio un rapporto regolare e incontentabile. Il suicidio è ereditario? NO. Il suicidio è contagioso, non ereditario. Le predisposizioni individuali da sole non sono cause determinanti del suicidio ma si combinano con alcuni fattori cosmici, com'è il clima e la temperatura stagionale.
- Le latitudini più settentrionali e più meridionali i suicidi sono meno frequenti ma questo non cambia il fatto che il suicidio è presente dovunque.
- La pace massimo dei suicidi viene raggiunto nella bella stagione soprattutto in estate, ma sono gli accessi ai cambiamenti climatici lenti a sconvolgere organismo piuttosto che l'aumento della temperatura quindi le stagioni non sono la causa fondamentale.
La parte maggiore dei suicidi si verifica di giorno, ma da cosa deriva l'influenza del giorno? Perché è il momento in cui gli affari sono più attivi, rapporti umani si incrociano - si intrecciano e la vita sociale è più intensa. I suicidi diminuiscono la fine della settimana a partire dal venerdì. Un altro fattore importante da considerare è l'imitazione che si divide in 3 gruppi:
- In uno stesso gruppo sociale tutti pensano sentono all’unisono (stato collettivo).
- Vogliamo metterci in armonia con la società di cui facciamo parte ed adottare modi di pensare o di fare di questa società, è così che seguiamo le mode - gli usi (implica una riproduzione, ci appare utile-utile, agire per timore dell’opinione – non agire per imitazione).
- Ripetiamo un atto venuto davanti a noi o giunto a nostra conoscenza (giusto usare termine di imitazione perché imita un atto precedentemente compiuto da un altro individuo).
L'idea viene elaborata dall’insieme del gruppo che posto tutto intero in una situazione disperata si vota collettivamente alla morte. Bisogna distinguere le epidemie morali dai contagi morali, l'epidemia è un fatto sociale prodotto da cause sociali mentre il contagio consiste solo in rimbalzi più o meno ripetuti di fatti individuali. Non vi può essere imitazione se non esiste un modello da imitare, non vi è contagio senza un focolare da cui essere emanati dove abbia il suo massimo di intensità. Nulla può essere imitato se non è in vista, è quindi attorno alle capitali e alle grandi città che i fenomeni di contagio sono più marcati. L’imitazione non è un fattore originale del suicidio, ciò che può contribuire allo sviluppo del suicidio è la maniera in cui se ne parla.
Libro 2
Abbiamo dimostrato come il suicidio dipende necessariamente da cause sociali e costituisce un fenomeno collettivo. Questo fatto è osservabile soltanto attraverso i suicidi individuali che la manifestano, è proprio da questo che dovremmo partire.
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