PARTE PRIMA - L'AUTOMAZIONE E LA FINE DEL LAVORO
Il passo dall’antichità alla modernità, in particolare dal mito di Efesto nell’Iliade alla contemporanea intelligenza
arti ciale, è il lo conduttore del testo che esplora l’idea dell’automazione e le sue implicazioni politiche e sociali.
Il libro 18° dell’Iliade descrive Teti, madre di Achille, che chiede a Efesto una nuova armatura per il glio; Efesto forgiava
macchine straordinarie, tra cui tripodi autonomi e ancelle d’oro capaci di pensare, parlare e svolgere lavori pesanti.
Queste macchine, precursori degli automi moderni, sono considerate uno dei primi riferimenti all’intelligenza arti ciale.
La visione mitologica dell’automazione, legata a poteri divini e superiori, emerge come un sogno ricorrente nella storia
umana che si collega a temi come la ne del lavoro e la disuguaglianza sociale.
Nonostante le promesse della rivoluzione industriale, che non hanno portato a una liberazione dal lavoro, l’idea di ridurre
il tempo lavorativo grazie alla tecnologia rimane viva. Tuttavia, la questione dell’automazione è strettamente legata alla
politica, non solo alla tecnologia: la sua di usione e il modo in cui in uenza il lavoro dipendono da come vengono gestiti
e distribuiti i bene ci sociali ed economici, e ciò tocca direttamente il sistema delle disuguaglianze.
L’automazione, quindi, non è solo una questione di e cienza produttiva, ma riguarda la costruzione e la preservazione
dell’identità sociale. Come nel mito delle ancelle d’oro, che incarnano un’idea di lavoro superiore, l’automazione
moderna, rappresentata anche dalla robot Sophia, simboleggia la simbiosi tra uomo e macchina, ma rimane legata alla
disuguaglianza e all’esclusività. Sophia, come le ancelle di Efesto, è un’idea di automazione al servizio di pochi
privilegiati.
L’automazione, per quanto si presenti come una trasformazione dei processi produttivi, porta con sé anche un potente
simbolismo, con implicazioni politiche che trascendono il semplice aumento della produttività. Le rappresentazioni delle
macchine, in grado di pensare ed emozionarsi, ri ettono paure e speranze, e l’automazione diventa uno strumento di
potere, una forma di ideologia politica che può ampli care o ridurre le disuguaglianze. L’automazione può emancipare o
ra orzare gli interessi delle élite a seconda di come viene distribuita --> il fenomeno dell’automazione è politico perché
riguarda la collettività, le disuguaglianze sociali e la ristrutturazione dei poteri.
Il testo invita a ri ettere su come l’automazione, sebbene tecnologicamente avanzata, rimanga intrinsecamente legata
alla politica e alle disuguaglianze, un tema che attraversa la storia, dal mito greco alle attualità moderne.
Mentre inizialmente si sognava che le macchine potessero liberare l’uomo dalla fatica del lavoro, la realtà storica ha
visto l’automazione spesso accompagnarsi a nuove forme di sfruttamento, alienazione e disuguaglianza sociale.
L’automazione, come analizzato da Jason Resniko , viene vista non solo come un processo tecnico, ma come
un’ideologia con forti implicazioni politiche ed economiche. Sebbene l’automazione abbia portato in alcune fasi storiche
ad aumenti della produttività e a signi cativi miglioramenti economici, come nei Trenta Gloriosi del dopoguerra, essa ha
anche alimentato un’idea distorta del progresso, spesso ignorando le disuguaglianze che il sistema capitalista ha
perpetuato. L’idea di un futuro senza lavoro, presentata da economisti come Keynes, veniva perciò intesa come una
possibilità solo se gestita politicamente, con una distribuzione equa del lavoro e del reddito.
Nel corso del 20° secolo, la visione ottimistica di un mondo libero dalla fatica del lavoro si scontrava con le realtà di una
società che, pur vedendo il progresso tecnologico, non aveva risolto i problemi di disoccupazione e ineguaglianza. Le
utopie socialiste, come quelle teorizzate da Marx e quelle più liberali di Keynes, sono state contrastate dalle dinamiche
politiche e economiche che hanno visto l’automazione spesso come un pretesto per aumentare la competitività e il
controllo sociale.
ff fi fi fl fi fi fi ff fl ff fi ffi fl fi fi
A livello sociologico, autori come Jeremy Rifkin e Richard Sennett, hanno analizzato gli e etti negativi dell’automazione
sul piano sociale, evidenziando come essa non solo rischi di eliminare posti di lavoro, ma anche di escludere interi
settori dalla partecipazione attiva alla società e all’economia, estendendo la “disoccupazione” a livello globale e nelle
economie più avanzate, come quelle dei settori della conoscenza.
UN MONDO AL LAVORO
karoshi,
Il concetto di che signi ca “morte per eccessivo lavoro”, emerge in Giappone alla ne degli anni ‘70 e viene
formalizzato nel 1982. Il termine si riferisce a persone che muoiono o subiscono danni sici e psicologici a causa di turni
di lavoro eccessivi e stress. Questo fenomeno è legato al cambiamento del modello di lavoro e alla crescente
intensi cazione delle ore lavorative, un tema che nel 1969 Isaac Asimov aveva previsto nel suo libro sulle problematiche
future dell’umanità. Secondo Asimov la riduzione delle ore lavorative avrebbe potuto causare noia e apatia, ma la realtà
è stata più complessa: l’eccessivo stress legato al lavoro ha prodotto danni irreversibili per molti lavoratori, con la morte
che diventa il simbolo estremo di una condizione patologica del lavoro.
Nel corso dei secoli, il tempo di lavoro ha subito profonde trasformazioni. All’inizio della rivoluzione industriale ('800) si
raggiunge il picco dell’orario lavorativo (Fig.1). Prima di questo periodo, nelle società pre-industriali, il tempo per l’ozio
era generalmente più abbondante. Le società agricole avevano un ritmo di lavoro fortemente stagionale e, anche nel
Medioevo, l’orario lavorativo era meno rigidamente strutturato e meno focalizzato sulla produttività. Il capitalismo, con la
sua ascesa durante la rivoluzione industriale, ha però cambiato questo paradigma. Con la meccanizzazione e la spinta
al pro tto, l’orario lavorativo si è esteso e intensi cato, creando una separazione netta tra lavoro e non lavoro, che ha
portato a un aumento delle ore lavorative e delle disuguaglianze sociali.
La riduzione dell’orario lavorativo ha inizio come risultato di lotte sindacali e sociali. Nonostante la crescita della
produttività, le condizioni di lavoro sono migliorate principalmente grazie alle lotte dei lavoratori, i quali hanno ottenuto
conquiste signi cative in termini di regolamentazione dell’orario di lavoro. Tuttavia, questo non ha impedito che, negli
ultimi decenni, si riscontrasse un trend di aumento dell’orario lavorativo in alcune aree del mondo, segno di un
cambiamento nelle condizioni economiche e sociali.
Nel periodo post-fordista, a partire dalla ne degli anni '70, con la crisi del modello produttivo fordista e l’emergere di
just in time lean organization),
nuove modalità di organizzazione del lavoro (come il e la si è assistito a una polarizzazione
delle condizioni lavorative: da un lato il lavoro è diventato più essibile, con una crescente di usione del part-time e del
lavoro precario; dall'altro è aumentata la tendenza all’overwork per coloro che occupano posizioni manageriali o ad alte
responsabilità. Questi fenomeni si ri ettono anche sulla crescita della forza lavoro femminile, che ha risentito della
necessità di portare più reddito nelle famiglie a causa della crisi del modello monoreddito.
A livello globale l’aumento dell’orario di lavoro non è stato uniforme: i paesi con reddito basso e medio-basso hanno
visto un notevole aumento delle ore lavorative negli ultimi decenni, mentre in quelli a reddito alto la situazione è stata più
stabile. Questo fenomeno è legato alla delocalizzazione della produzione nei paesi a basso costo di manodopera, che
ha portato a un incremento dei carichi di lavoro, ma anche a un allungamento delle giornate lavorative in alcuni settori
come la vendita al dettaglio e il trasporto merci.
società delle 24 ore,
L’avvento della accelerato dalle tecnologie digitali e informatiche, ha creato una tensione tra la vita
lavorativa e quella privata. Il lavoro non si ferma mai, e le persone sono sempre più chiamate a rispondere alle esigenze
fi fi fi fi fl fi fi fl fi ff fi ff
del mercato, anche fuori dall’orario tradizionale. Questo fenomeno è particolarmente evidente nell’economia delle
piattaforme e nei modelli di consumo globalizzati che richiedono accesso costante a beni e servizi.
Nel complesso, l’evoluzione dell’orario di lavoro ri ette la trasformazione della società capitalista e dei modelli produttivi.
Mentre la produttività è aumentata costantemente, non altrettanto è avvenuto per i salari e le condizioni di lavoro. Le ore
lavorative complessive sono aumentate, ma i bene ci di questo aumento della produttività sono stati in gran parte
incamerati dal capitale e non dai lavoratori. L’incremento del lavoro in alcune categorie, come i manager o i lavoratori nel
settore dei servizi, si inserisce in un contesto di crescente disuguaglianza.
LAVORARE TUTTI, LAVORARE PEGGIO
gig economy
La ha portato alla proliferazione di attività occasionali, informali e mal retribuite; attività come portare a
spasso il cane del vicino, badare ai gli di amici o dare una mano in un negozio familiare sono esempi di “lavoretti”, un
termine che oggi si sta sostituendo con l’etichetta di gig economy. Queste attività, pur essendo utili e dignitose,
sollevano la domanda su cosa si intenda per “lavoro” e se possano essere considerate vere forme di occupazione. La
occupato
ri essione si concentra sulla de nizione di che, secondo le convenzioni internazionali, comprende anche chi
ha svolto almeno un’ora di lavoro retribuito nell’ultima settimana, indipendentemente dal contratto, dal livello salariale o
dall’impegno orario. Tuttavia, questa de nizione solleva ambiguità, ad esempio nel caso del lavoro gratuito in ambito
familiare, che pur contribuendo all’economia domestica non è considerato occupazione.
È importante anche il cambiamento nel mondo del lavoro, che ha visto un’esplosione di forme di lavoro essibili,
frammentate e di cili da confrontare tra loro: questa trasformazione del lavoro è stata accompagnata da un
cambiamento nelle modalità di governo; in questo modello i dati e gli indicatori sostituiscono le leggi come principali
strumenti di regolazione sociale, dando origine a una valutazione delle condotte individuali e collettive basata su
processi di quanti cazione. Questo approccio (anni '90) è stato accelerato dalla crisi della politica tradizionale e dalla
delegittimazione delle istituzioni politiche democratiche.
I numeri (ritenuti oggettivi e scienti ci) vengono visti come soluzioni a una politica ine cace o corrotta per es. Il sistema
delle zone colorate introdotto in Italia durante la pandemia dove la capacità di una regione di raccogliere e trasmettere
dati è diventata più importante della reale situazione sanitaria. Tuttavia, la quanti cazione non è a atto neutrale: la
cognitiva
costruzione degli indicatori è in uenzata da un’egemonia che determina quali dati siano rilevanti e come
quanti cazione
debbano essere interpretati. La quindi, si rivela essere un’azione sociale con scopi e signi cati
determinati dal contesto e dalle forze politiche che la guidano.
numeri oggettività meccanica
I sono diventati strumenti e caci di governo perchè da un lato la loro viene vista come
antidoto ai rischi della politica tradizionale, dall’altro i numeri rappresentano una soluzione alla crisi di sovranità degli
Stati e alla globalizzazione, sostituendo la legge con dati misurabili e facilmente comparabili. Tuttavia, questa oggettività
è in realtà i