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Cap 1: Il divismo nel cinema

Le origini del divismo

Il divismo contemporaneo ha iniziato a svilupparsi prima della nascita del cinema (1895, proiezione del primo film grazie ai fratelli Lumière). Esso nasce negli anni '20 dell'800 a teatro in conseguenza della trasformazione delle compagnie teatrali da stabili in itineranti. Di conseguenza, c’è la necessità di sfruttare il nome di un attore importante per richiamare ogni volta il pubblico. Il divismo viene influenzato dal vaudeville, uno spettacolo popolare a cui si deve la presentazione della star come un simbolo di successo.

Il cinema ha cambiato il divismo perché si è accorto rapidamente dell’importanza per il suo successo di una figura come il divo. Nei primi 15 anni il cinema non aveva divi, poi ha iniziato ad adottare il modello del divo, facendo assumere agli attori anche un ruolo autonomo rispetto ai vari personaggi che interpretavano nelle pellicole. Inoltre, si è data un’organizzazione produttiva di tipo industriale, che ha reso possibile la creazione di lungometraggi per un pubblico di massa e ha anche generato un'accesa concorrenza tra le società di produzione cinematografica.

Le origini: Hollywood

Il cinema si è sviluppato sul piano industriale principalmente negli USA, perché lì è stato messo a punto un innovativo modello produttivo in grado di superare in poco tempo l’industria cinematografica europea. Il sistema cinematografico USA era controllato dalle MPPC (Motion Picture Patents Company), il trust di aziende che era stato organizzato da Edison nel 1908, che aveva riunito sotto di sé le 8 società cinematografiche più importanti. Nel 1914, una corte di giustizia le dichiara illegali e si apre uno spazio per l’imporsi di nuove società.

Si tratta delle majors, che disponevano di un notevole potere di mercato perché erano organizzate secondo un sistema integrato che consisteva nel controllare e gestire la produzione, distribuzione e l’intero sfruttamento commerciale dei film; a queste si affiancano le minors. Il divismo è nato a Hollywood dove i produttori cinematografici e registi avevano intenzione di rendersi indipendenti dalla MPPC.

Il primo studio cinematografico nasce nel 1919. L’identificazione in un luogo geografico specifico è stata fondamentale per il successo dell’immaginario cinematografico. È stata molto importante per gli spettatori l’idea che tutti i divi vivessero in uno stesso territorio che veniva quindi percepito come simbolicamente isolato dal mondo. I fan infatti non erano solo interessati al film, ma soprattutto a quello che i divi facevano fuori dallo schermo. Gli studios cercarono di tradurre l’immagine di prestigio che il divo aveva sullo schermo in una realtà che fosse a essa conforme.

La creazione del modello del divo ha consentito alle società di produzione di migliorare la loro produzione. Prima il nome dell’attore era sconosciuto agli spettatori e quello che contava era solo il personaggio interpretato. Con la nascita dello star system (inventato dal produttore Carl Laemmle), cambia tutto. Addirittura, prima del 1910, negli USA, i nomi degli attori non comparivano nei manifesti dei film— il primo è stato Charlie Chaplin. Con la nascita della figura del divo, le case di produzione hanno cercato di stimolare mediante strumenti promozionali il rapporto tra il divo stesso e il suo pubblico (attraverso souvenir postal cards e merchandising). Fondamentali i fan club che curavano con attenzione la relazione esistente tra gli attori e il loro pubblico.

Lo studio system degli anni '30 e '40

Negli anni '30 e '40 gli studios USA hanno ulteriormente perfezionato il loro modello divistico creando il cosiddetto studio system, basato sulla necessità industriale di avere controllo totale dell’immagine dei divi. Le star diventavano una loro proprietà. Da un certo divo ci si aspetta un certo personaggio e dunque una certa azione e certi sviluppi narrativi. Essere divo vuol dire diventare familiare allo spettatore attraverso una specifica iconografia personale, ma anche venire presentati attraverso i vari strumenti di comunicazione disponibili per dare vita a una particolare persona, che era la risultante di elementi biografici tratti dalla vita dell’attore e di tratti provenienti dallo stereotipo di genere che l’attore doveva interpretare. Lo spettatore era portato a considerare il suolo interpretato da un attore in un film come rivelatore della reale personalità dell’attore stesso. Il processo di costruzione dell’immagine del divo attribuiva anche grande importanza al modo di vestire.

I primi divi

I primi divi sono comparsi all’interno di film appartenenti al genere western— Tom Mix e William S. Hart. La prima vera forma di divismo hollywoodiano è stata femminile: Hollywood ha contribuito ad attribuire uno spessore maggiore alla personalità delle dive, lavorando in maniera approfondita sulle loro contraddizioni interne (lavoro e sesso, azione e corpo, attività e passività). Si riesce così a costruire una serie di figure femminili, forti, autonome e allo stesso tempo eccitanti.

In Italia si era sviluppato in quegli anni un divismo femminile significativo: tra il 1913 e la metà degli anni '20 nasce il cinema delle dive al cui interno troviamo le cosiddette donne fatali, figure di donne passionali. È poi emerso anche il divismo maschile che trasmetteva un’immagine di vitalità e ottimismo tipicamente americani — Rodolfo Valentino, primo sex symbol del cinema mondiale.

Il 6 ottobre 1927 esce il primo film sonoro (Il cantante di jazz), l’industria hollywoodiana deve avviare un intenso processo di cambiamento. Molti attori perdono la loro condizione di privilegio e in generale il mondo dei divi ha perso parte della sua sacralità, anche in conseguenza del passaggio del cinema americano a tematiche maggiormente sociali e realistiche. Questa fase di sviluppo dura fino agli anni '60.

Anni cinquanta: tra James Dean e i paparazzi

Alla fine degli anni '40 lo studio system è entrato in un periodo meno favorevole a causa dello smantellamento del cartello esistente tra le compagnie di Hollywood imposto del 1948. Così le majors hanno dovuto vendere le loro sale e hanno cominciato a ridurre la durata dei contratti con gli attori (contratti a lungo termine erano troppo impegnativi). Si produce di meno e quindi portare al successo un solo film era particolarmente importante. Molti attori non potendo più ottenere ruoli dai produttori, iniziano a lavorare in televisione.

James Dean può essere considerato probabilmente sia l’ultimo dei grandi divi dell’epoca classica hollywoodiana, che il primo dei divi della nuova era televisiva. Era un divo ma non incarna quel modello di vita ideale e pienamente realizzata che sino a quel momento i divi di Hollywood esprimevano. Era quindi un attore che rappresentava il bisogno dei giovani degli anni '50 di essere autonomi e di ribellarsi al modello sociale conformistico che veniva imposto da una società puritana come quella americana. Questo lo ha reso più vicino alle persone comuni, facilitando lo sviluppo di un processo di identificazione da parte dei giovani.

Con l’arrivo della tv, i divi si sono umanizzati. I divi che esprimevano il mito sociale della felicità non potevano più esistere in una società come quella statunitense degli anni '50, che vedeva sempre più chiaramente emergere un malessere sfociato poi nei movimenti giovanili di aperta contestazione nati negli anni '60 e '70.

  • Dean incarna la figura di un adolescente inquieto e ribelle nel quale si sono identificati molti giovani
  • Monroe mostra che dietro all’immagine di diva c’era una notevole fragilità e la sensazione di non poter essere pienamente realizzata e amata da qualcuno

Il cambiamento del divo si deve al diffondersi della tv che ha determinato nel pubblico un modo nuovo di guardare al divo stesso; prima andare al cinema era quasi un rito, un distacco dalla realtà, mentre la televisione si colloca pienamente all’interno della quotidianità. Inoltre, il cinema è fuori dal potere di controllo dello spettatore, mentre la tv consente un intervento attivo.

Nel film La dolce vita di Fellini viene usata la parola “paparazzo” per un personaggio secondario del film, descrive la personalità frenetica e invadente del personaggio che è diventato un termine generico usato per indicare tutti i fotoreporter d’assalto. (La figura del paparazzo è ispirata a un vero fotoreporter Tazio Secchiaroli).

I divi della nuova Hollywood

Negli anni '70, l’industria cinematografica americana ha visto dimezzarsi le sue entrate, per questo si rivolge in maniera crescente a un nuovo pubblico composto da giovani. Le majors hanno compreso che il clima sociale era cambiato e dovevano orientarsi verso quei temi che potevano maggiormente interessare il nuovo pubblico giovane: la rivoluzione sessuale, le battaglie per i diritti civili, l’opposizione alla guerra in Vietnam. I registi della Nuova Hollywood preferiscono lavorare fuori dagli studi, alla ricerca di un diretto contatto con la vita vissuta dalle persone. I nuovi divi sono quindi vicini al pubblico giovanile: alcuni corrispondevano ai tradizionali canoni hollywoodiani basati su un modello di bellezza di origine anglosassone, ma si affermano anche degli attori marcatamente differenti.

Con l’uscita di Guerre stellari (1977) viene modificato di nuovo il sistema produttivo di Hollywood, incassa più soldi con il merchandising. Il film diventa così qualcosa di simile a una marca aziendale, le majors iniziano così a restringere progressivamente gli spazi di libertà concessi ai registi. Le majors hanno adottato una politica maggiormente restrittiva anche in conseguenza del programma economico liberista portato avanti da Reagan, dopo la sua elezione a presidente degli USA nel 1980, che ha consentito di ripristinare almeno in parte il controllo dell’intero processo industriale. Nascono quindi dei complessi aziendali estremamente articolati, una parte solo dei quali ha continuato a occuparsi di cinema, grandi conglomerati economici governati spesso da logiche di tipo finanziario e operanti simultaneamente in diversi ambiti mediatici.

Il ritorno del divismo

Negli anni '80 e '90 sono emersi altri divi di grande fascino. La politica economica di Reagan era ancorata a un modello liberista spinto agli estremi e mirava a creare una società basata su un’intensa competizione tra gli individui: molti divi per tanto, puntavano sul proprio fisico possente. I divi hanno progressivamente conquistato negli ultimi decenni uno spazio significativo nel cinema americano, questo anche perché a partire dagli anni '80, le star di Hollywood, grazie all’appoggio fornito da nuove potenti agenzie, si sono gradualmente riappropriati del processo di costruzione e sfruttamento della loro immagine. Ora la situazione si è ribaltata: sono i divi che, decidendo in fase di preproduzione quale film opzionare, acquistano un forte controllo sui progetti che verranno variati e fanno salire alle stesse le loro cifre d’ingaggio. Per questo i divi hanno cominciato a gestire in proprio la loro immagine personale. Il divo inizia anche ad attribuire visibilità a determinate campagne umanitarie (Angelina Jolie).

La diffusione dell’home video e l’arrivo di internet hanno modificato la natura del cinema. Il cinema americano si sta muovendo da diversi anni verso il modello del cosiddetto “cinema postmoderno”, nel quale si indebolisce progressivamente quella compattezza narrativa che caratterizzava il racconto hollywoodiano classico. Con l’attentato dell’11 settembre, il cinema USA, nel tentativo di sintonizzarsi con il bisogno della società americana di rielaborare questo profondo trauma collettivo, si è riempito di personaggi in crisi e alla deriva. La finzione del cinema, non può essere percepita come lontana dalla vita quotidiana degli spettatori.

Cap 2: La televisione cambia il divismo

Il divo della televisione vuole a tutti i costi apparire normale. Il cinema aveva bisogno di sfruttare il richiamo delle star per fare uscire le persone dalle abitazioni e portarle nelle sale, mentre la tv deve solo legittimarsi per essere meglio accettata. Uno dei principali effetti che la tv ha è di creare tra i personaggi presentati e gli spettatori un rapporto bilaterale.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

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