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Trauma: la rappresentazione sociale del dolore

Alexander affronta il tema del trauma collettivo perpetuatosi nelle società da un punto di vista sociologico, portando avanti un’analisi dettagliata del dolore che ha attanagliato il ventesimo secolo, dei traumi culturali che sono spesso passati in secondo piano, cercando di comprendere le motivazioni per cui alcuni avvenimenti abbiano avuto più rilevanza di altri sul piano sociale.

Ma prima di analizzare concretamente i differenti traumi sociali che si sono susseguiti e per porci nell’ottica del perché si siano realizzati, quali forze (politiche, soprattutto) e quali circostanze storiche siano stati determinanti, Alexander ci avvia alla loro conoscenza, attraverso alcuni concetti basilari, che denota come “teoria sociale del trauma culturale”: pensiero illuministico e psicoanalitico, il gruppo portatore, l’audience e la performance nonché cosa sono e come agiscono le arene istituzionali.

L’autore ci pone degli interrogativi diretti e indiretti anche sulla questione Oriente-Occidente e ci chiede se vi sia effettivamente una correlazione sul motivo per cui l’oltraggio dell’Olocausto abbia generato così tanta (giusta) repellenza al pari di quanto poco spessore abbiano ricoperto accadimenti quali le battaglie sioniste tra Israele e Palestina, il trauma di Nanchino, il trauma postcoloniale vissuto dall’India e dal Pakistan. Il potere sociale è quello che acquisisce valore quando si devono identificare i traumi collettivi, e questa è la tesi indiscussa di Alexander.

Capitolo I: la teoria sociale del trauma culturale; concetti base

Prima di andare a definire il quadro globale del secolo scorso, è necessario capire cosa si intende quando parliamo di trauma nell’accezione sociologica del termine: il trauma è un evento di grande portata che smuove violentemente una collettività (è un colpo alle fondamenta e ai valori della società) e lascia un segno indelebile marchiandone le identità (e di fatto anche distruggendole, cosa che porterà infine alla creazione di una propria identità nuova) e perché venga compreso da chi è “esterno” al trauma stesso deve potersi verificare un processo di memorializzazione e immedesimazione. Costruire dei traumi culturali è il modo che una società ha di identificare la sofferenza umana e in un certo senso anche farsene carico.

Alla base del trauma esiste una teoria, la teoria profana, secondo cui i traumi accadono costantemente e naturalmente, disintegrando il benessere a cui un attore tanto individuale quanto collettivo, è abituato e dunque la risposta istintiva a questo squilibrio è “l’essere traumatizzati”. Tale teoria viene convenzionalmente a comporsi di due visioni:

  • La visione illuministica: implica che il trauma sia una risposta istintiva a un cambiamento improvviso, ma nonostante ciò i protagonisti di questo trauma sono coscienti e lucidi e ricercano soluzioni di progresso; questi attori sociali vedono nel trauma una possibilità nuova: un esempio di Alexander sono i cambiamenti che hanno investito positivamente l’America dopo la Guerra civile, dopo la grande depressione o ancora la seconda guerra mondiale.
  • La visione psicoanalitica: implica che nel normale processo azione-reazione di un evento traumatico, la difesa psichica giochi un ruolo centrale soprattutto nel processo di ricostruzione del trauma (risposta non lucida), andandone a distorcerne la memoria e alterando la realtà. Questo concetto va oltre la teoria illuministica perché il trauma non viene a originarsi dall’evento violento in sé ma da come viene assimilato e riportato alla mente del sopravvissuto.

È tuttavia importante sottolineare che tutte le società possono vivere dei traumi interni (a livello gestionale, educativo, economico, istituzionale etc.), ma per assumere il carattere collettivo i traumi devono anche essere culturali e, oltre a ciò, bisogna comprendere anche chi sono coloro che convergono all’interno del sistema del trauma e quale ruolo esercitano al suo interno:

  • Il gruppo portatore (del trauma) ossia gli agenti collettivi del processo di trauma che si occupano di portare avanti delle rivendicazioni (di ferite, domande di riparazione e ricostruzione).
  • L’audience: ossia il pubblico a cui dovrà essere trasferito il trauma in maniera persuasiva. Nella maggior parte dei casi è presente un certo distacco tra il pubblico e le vittime; il processo di immedesimazione e identificazione nel trauma dell’altro, infatti, può avvenire solo se il trauma viene presentato secondo caratteristiche condivise ampiamente per cui ci si potrà sentire parte dell’esperienza.
  • La performance: dunque si può dire l’evento traumatico in sé. Queste non avvengono mai senza qualche mediazione e qui subentrano due nuovi concetti:
    • Le arene istituzionali: quindi i gruppi di interesse che ruotano attorno all’evento traumatico (arena religiosa - nell’indagine sul perché il male esista, ad esempio - arena estetica - ciò che è visuale, scritti, film e mass media).
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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

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