David Nirenberg - Antigiudaismo: la tradizione occidentale
Introduzione
Si è riflettuto molto e a lungo sul giudaismo, tanto che è possibile rintracciare e ricostruire una complicata “storia del pensiero sul giudaismo”. Perché nel corso della storia umana culture tanto diverse, spesso nemmeno aventi comuni radici ebraiche al loro interno, hanno riflettuto tanto sul tema? In che modo ciò ha influito sull’esistenza storica degli ebrei? E che relazione c’è fra il modo di pensare passato, presente e quello potenziale futuro sul tema? Queste domande ci conducono in un’indagine di storia delle idee tanto più complessa dal momento che ci impone un atteggiamento critico nei confronti di idee, quelle sul giudaismo, che sono ormai parte dell’habitus mentale tramite cui diamo senso al mondo.
Il termine stesso “questione ebraica” fu messo in circolazione verso la metà dell'800 dai filosofi tedeschi del “criticismo critico”. Con Sulla questione ebraica (1848) e La sacra famiglia/Critica del criticismo critico, Marx intervenne nel dibattito sulla necessità che gli ebrei tedeschi si convertissero al cristianesimo per essere emancipati dagli impedimenti legali e per diventare cittadini. Secondo lui, il problema così era mal impostato. La conversione non avrebbe emancipato gli ebrei tedeschi né liberato la Germania dal giudaismo perché il giudaismo non è solo una religione ma un atteggiamento di schiavitù spirituale e di alienazione dal mondo (la quale fra l’altro non è esclusiva degli ebrei). Il denaro è il dio di questi ebrei e non ebrei alienati; fin quando ci sarà la proprietà privata la società non si emanciperà mai dal giudaismo.
L’intuizione fondamentale di Marx in questi scritti è che la “questione ebraica” non riguarda solo la presenza reale del giudaismo e degli ebrei che vivono in una società ma anche gli strumenti e i concetti base con i quali gli individui in quella società si connettono con il mondo e fra di loro. Alcuni di questi strumenti di base, quali il denaro e la proprietà privata, venivano considerati “giudaici” dalla cultura cristiana e quindi potevano produrre “giudaicità”. Il giudaismo si configura quindi non come una religione/cultura ma come una categoria, un sistema di idee e attributi usati da ebrei e non ebrei per dare senso al mondo. E l’antigiudaismo non è solo un atteggiamento ostile verso gli ebrei ma un modo specifico di porsi davanti al mondo. Questo è il senso lato in cui si parla qui di giudaismo e antigiudaismo.
Marx ci dimostra come le questioni relative al ruolo giocato dall’immagine del giudaismo nella nostra concezione del mondo hanno il potenziale di stimolare una riflessione critica sulle nostre abitudini di pensiero… riflessione che però va portata fino in fondo. Il programma dell’autore è di scrivere una storia di come dalla riflessione sul giudaismo sia nato un pensiero critico, che a sua volta ha prodotto nel mondo proprio quella “giudaicità” che criticava.
Lo scopo per ogni luogo e tempo trattato nel libro è di mostrare quanta gente abbia ripreso vecchie idee sul giudaismo assegnando loro nuove funzioni e ripensando tramite loro passato, presente e futuro. Questo è un libro di storia, i cui argomenti sono basati sulla consultazione di fonti primarie in lingua originale, lette tenendo conto ovviamente del loro contesto di applicazione. L’autore devia dalla metodologia storica contemporanea in tre punti: questa storia del pensiero sul giudaismo dice poco o niente dei pensieri e delle azioni delle persone che si sarebbero identificate come ebree perché lo scopo è vedere come le persone in generale abbiano pensato con e sul giudaismo, che fossero ebree o non, che avessero o meno relazione con ebrei veri; questa storia del pensiero assegna alle idee un certo potere di determinare azioni e percezioni; questa storia del pensiero ricopre tremila anni, alla ricerca di continuità, nessi, cambiamenti.
“Il passato è alterato dal presente tanto quanto il presente è diretto dal passato” T.S. Eliot.
Il mondo antico: l’Egitto, l’esodo, l’impero
Giuseppe Flavio, discendente da sommi sacerdoti e re giudei, prestò servizio come generale dei ribelli durante la grande rivolta ebraica scoppiata contro Roma nel VII-VIII secolo; sopravvisse a battaglie, attentati, patti di suicidio fino a quando sogni profetici e una sconfitta personale non lo indussero a passare dalla parte di Roma. Assistette alla distruzione del tempio di Gerusalemme del 70 d.C. e tornò a Roma nel seguito vittorioso dell’imperatore Tito, che pure gli concesse una pensione. Fu a Roma che Giuseppe iniziò a scrivere della storia ebraica per difendere gli ebrei. In due opere voluminose, Guerra giudaica e Antichità giudaiche, documentò molto di quanto noi oggi sappiamo sul giudaismo antico e sul mondo in cui nacque il cristianesimo. La sua ultima opera, Contro Apione, fu invece pensata per svelare le radici dei discorsi ostili sul giudaismo circolanti nel mondo greco-orientale e, secondo lui, aventi origine fra gli egiziani.
Da qui partiamo, così l’antico Egitto ci offre il primo esempio di come le idee sugli ebrei e sul giudaismo diventino strumenti con i quali una cultura si spiegava il mondo nonché di come quelle idee si formino e trasformino man mano che le si utilizza nel corso dei tempi e passando di luogo in luogo. Nota bene: sono documentati vari e diffusi stereotipi negativi legati agli ebrei in vari luoghi, quindi il caso egiziano può non essere il primo nella storia; ci interessa però perché da qualche parte occorre iniziare e comunque in Egitto l’antigiudaismo ha acquistato una preminenza altrove non presente.
Ai confini meridionali dell’Egitto si trova l’isola di Elefantina, in cui nel VII a.C. si trovavano fianco a fianco una guarnigione israelita e una egiziana poste a difesa della frontiera. Ebrei ed egiziani convivevano e pregavano in luoghi vicini… questo fino all’invasione persiana del V a.C. Documenti riportano allora la distruzione da parte dei persiani del tempio egizio ma non di quello ebraico; gli ebrei non presero per questo parte alle rivolte contro la dominazione persiana.
Ma già prima c’erano stati motivi di tensione fra ebrei ed egiziani. Si confronti la “lettera di Pasqua” del 419 a.C. in cui si riporta un esplicito monito diretto agli egiziani dal re Dario a tenersi lontani dalla guarnigione giudaica durante la festa di Pasqua. Nove anni più tardi, quando il satrapo d’Egitto si allontanò, gli egiziani distrussero il tempio ebraico di Elefantina. Forse perché gli egiziani provavano risentimento contro gli ebrei alleati dei persiani. Forse perché la festa della Pasqua, con il sacrificio dell’agnello, offendeva i sacerdoti egiziani del tempio accanto (accoliti del dio-cervo Khnum cui le pecore erano sacre). E infatti le autorità giudaiche acconsentirono successivamente alla ricostruzione del tempio, non concedendo però il diritto al sacrificio animale. Secondo l’autore gli egiziani erano offesi non solo dal sacrificio pasquale ma dall’essenza stessa della festa della Pasqua in quanto rievocazione dell’esodo dall’Egitto (e per gli egiziani della distruzione dell’Egitto). È qui così che gli ebrei iniziarono ad essere percepiti come nemici della religione, della sovranità e della prosperità degli egiziani…
Si tratta di una ricostruzione storica congetturale però perché i sacerdoti di Elefantina non hanno lasciato scritti riguardo ad una tradizione egiziana che considera l’esodo in modo negativo. Solo nel secolo successivo (IV a.C.) si inizia ad averne traccia; in questo periodo la Persia è stata battuta e sostituita da Alessandro Magno e discendenti. Il cambio non fu solo politico dal momento che i greci portarono con sé un modo nuovo di governare un impero multiculturale, nuove forme di colonizzazione (si confronti fondazione della città greca di Alessandria) e una nuova strategia di tassazione e dominio. I greci portarono con sé anche nuove domande sul mondo, nuovi strumenti con cui cercare una risposta (filosofia e storia) e una nuova lingua (greco). Tutto ciò avrebbe avuto un peso sul modo di concepire il giudaismo. Partendo dalla storia, gli storici alessandrini avevano lo scopo di costruire una storia comune per l’impero multiculturale che si stava formando, così da creare le basi per una comunità immaginaria di appartenenza.
Fu proprio questo processo di reinvenzione del passato a produrre la prima versione non biblica sopravvissuta della storia dell’Esodo da Ecateo di Abdera, storico greco che non parlava egiziano e scrisse una Aegiptiaca attorno al 320 a.C. In uno dei frammenti superstiti dell’opera leggiamo di un tempo in cui l’Egitto soffriva di terribili piaghe causa inosservanza dei riti egizi tradizionali dovuta al proliferare di stranieri e riti stranieri; per risolvere la situazione gli stranieri furono cacciati verso la Grecia e in altre regioni quali la Giudea. La colonia diretta verso la Giudea era capeggiata da Mosè, che eccelleva in sapienza e coraggio e che, si dice, fondò una nuova religione iconoclasta e costituì un popolo particolarmente malvagio perché asociale e intollerante post cacciata dall’Egitto.
Non si può sapere quanto ci sia di vero in questa versione dell’esodo e quanto piuttosto sia frutto di pregiudizi egiziani o greci o costruito ad hoc nell’ottica di una storia intrecciata e multiculturale in funzione del nuovo impero. Si confrontino altri storici alessandrini che sfruttano i temi dell’espulsione e della migrazione per legare assieme i molti popoli sotto il dominio di Alessandro. Comunque ci interessa soprattutto il fatto che Ecateo abbia preso spunto (anche) da una versione egiziana dell’esodo e l’abbia rinnovata e rinvigorita grazie al genere storico.
Non abbiamo una versione egiziana originaria di tale storia anteriore a Ecateo ma ne abbiamo una di circa una generazione dopo, si confronti III a.C., Manetone, nativo egiziano sacerdote di Eliopoli. Giuseppe Flavio gli attribuisce due diverse versioni dell’esodo, una più storica l’altra più diffamatoria, entrambe comunque intenzionalmente contaminate da Manetone stesso. La prima è la storia di un popolo chiamato i pastori che invase l’Egitto e lo occupò finché non fu sconfitto e cacciato nella Giudea. Secondo la seconda versione della storia, il faraone Amenofi si persuase che avrebbe potuto vedere gli dei se avesse purificato la nazione e quindi cacciò lebbrosi e impuri; questi si costituirono a comunità sotto l’egida di un sacerdote egiziano di Eliopoli che si recò a Gerusalemme per stringere un’alleanza con i pastori di lì; insieme pastori e lebbrosi conquistarono l’Egitto, mentre il sacerdote rinnegato mutò nome in Mosè. Queste storie incredibili, secondo Giuseppe Flavio, furono ampiamente accettate, citate e adattate nel mondo antico.
Manetone conosceva l’egiziano e aveva accesso a un maggiore numero di fonti, motivo per cui ha potuto ricostruire il passato storico dell’Egitto partendo da temi tradizionali a lui anteriori. Uno di questi temi è quello dell’invasione straniera, il cui esemplare prototipo è offerto dai pastori (alias hyksos) che passarono in Egitto dalla Palestina e lo dominarono per più di cento anni nel XVII a.C. Le storie su questa invasione e sulla sconfitta dei pastori diventarono presto un motivo importante nel pensiero egiziano: dapprima servirono a veicolare un senso di sicurezza trionfante, dappoi un atteggiamento ostile nei confronti dei successivi immigrati/dominatori stranieri. Il tema dell’impurità e della malattia, associato prima agli hyksos fu amplificato e divenne, insieme a quello dello straniero, un modo importante di caratterizzare ciò che veniva percepito come una minaccia per il potere egiziano. Un’altra linea di pensiero riflessa nella storia di Manetone come in quella di Ecateo era quella religiosa. Come molti altri popoli anche gli egiziani interpretavano spesso le catastrofi come il prodotto dell’ira divina, situazioni di anarchia risolvibili solo attraverso una maggiore cura dei riti e una generale purificazione.
Si confronti per esempio il regno di Amenofi IV, noto per aver introdotto il monoteismo in Egitto, rivoluzione presto soppressa, come la sua memoria; le generazioni successive si dimenticarono di lui ma non dell’imposizione aggressiva del monoteismo, che attribuirono ai pastori! Alcuni studiosi antichi e moderni hanno cercato nessi fra il culto di Amarna di Amenofi IV e il giudaismo, si confronti versione di Freud in cui Mosè è un sacerdote di questo culto, anche se se ne perse memoria causa trauma storico rappresentato dalla sua imposizione e successiva repressione. Secondo l’autore Manetone non attinge a memorie storiche represse… bensì fa uso creativo di storie del passato per spiegarsi il presente. Il racconto di Manetone riprende così motivi post-hyksos sugli ammalati e sui crudeli invasori asiatici per associare gli ebrei con gli arcinemici dell’Egitto e presentarli come una minaccia mortale per le comunità egiziane.
Al tempo giravano tante diverse storie sull’esodo e su Mosè, quella offerta da Manetone alla fine prevalse e offrì i presupposti per una scuola egiziana dell’ideologia antigiudaica. Questa tradizione egiziana, di notevole successo e stabilità nel tempo, caratterizzò gli ebrei nei seguenti modi: gli ebrei sono un popolo un tempo cacciato dall’Egitto; sono differenti da tutti gli altri popoli e sono nemici di tutti gli dei; la loro dominazione è sempre brutale e tirannica; gli ebrei sono misantropi, nemici dell’umanità. Forse è proprio poiché tali stereotipi ebbero rapida diffusione che nella Septuaginta (traduzione greca della Bibbia ebraica) gli ebrei hanno cercato di dimostrare che non sono nemici di tutti gli dei o dell’umanità.
Verso il I secolo d.C., gli egiziani non spiegavano più le loro vicissitudini tramite le storie sugli hyksos o sulla negligenza rituale, bensì si servivano delle storie sugli ebrei, su cui proiettavano la responsabilità per i mali presenti. Durante il periodo tolemaico della dominazione greca gli egiziani continuarono ad attaccare gli ebrei, anche perché molti ebrei si trasferirono ad Alessandria. Gli ebrei non erano tutti uguali e anzi spesso risultava difficile distinguerli dagli egiziani e dai greci; si trovavano un po’ nel mezzo fra i conquistati e i conquistatori e godevano di uno status per certi versi privilegiato e più direttamente dipendente dal faraone, cosa che spinse gli ebrei a sostenere sempre i faraoni e che attirò su di loro il risentimento tanto degli egiziani quanto dei greci. Simile situazione si sviluppò sotto il dominio romano, durante il quale si rafforzarono ulteriormente le dicerie sulla malignità degli ebrei, egoisti e traditori verso storie dei martiri alessandrini, che rischiarono la morte per difendere le loro libertà cittadine contro il potere tirannico straniero e corrotto dagli ebrei. La lotta contro la tirannia si configurò così come lotta contro il giudaismo, non solo per il passato storico egiziano ma anche per via della filosofia politica ellenistica, sistematizzata da Aristotele, la quale associava la tirannia a una forma di misantropia.
Così quando gli Alessandrini volevano avanzare rivendicazioni o lamentele nei confronti del potere romano se la prendevano con gli ebrei (che pure in realtà rappresentavano un popolo soggetto allo stesso potere!). Nell’inverno del 38/39 due delegazioni rivali partirono da Alessandria alla volta di Roma post sviluppi violenti nella città dovuti a questioni di cittadinanza. I governatori romani dell’Egitto cercavano di separare i sudditi non romani in due classi: cittadini delle città greche e stranieri, i primi avevano diritti politici di cui i secondi erano privi, fra i primi rientravano i cittadini greci di Alessandria, fra i secondi gli egiziani nativi. Gli ebrei costituivano un’anomalia, una categoria intermedia; pochi di loro avevano la cittadinanza greca, tutti gli altri costituivano un sistema distinto di governo, parzialmente autonomo dalla polis e avente tot privilegi garantiti dall’autorità dominante. I cittadini greci erano contrari a che gli ebrei avessero sia la cittadinanza sia l’autogoverno, per questo fu organizzata una delegazione da mandare a Roma sotto la guida di Apione, immigrato ad Alessandria noto (anche) per i suoi trattati contro gli ebrei. Per contrastarlo fu mandata una seconda delegazione, guidata da Filone d’Alessandria, ebreo benestante con cittadinanza. L’imperatore Caligola non concesse udienza a Filone ma poco importa perché morì prima che il caso fosse deciso; l’imperatore Claudio decretò infine che gli ebrei mantenessero i loro diritti pur non concedendo loro la cittadinanza.
Gli attacchi contro gli ebrei non finirono comunque con il compromesso di Claudio, tanto che negli anni successivi la popolazione ebraica di Alessandria venne gradualmente eliminata e anche nel resto dell’Egitto subì gravi perdite. Le storie sugli ebrei scritte dagli egiziani si diffusero molto nel mondo antico. Non stupisce così che lo storico Tacito le riprese per motivare la turbolenta riottosità della Giudea sotto il potere romano. Comunque per molti secoli gli ebrei rimasero pressoché irrilevanti per il modo in cui i romani concepivano se stessi, al contrario degli egiziani. Anche se le cause dell’antigiudaismo egiziano rimangono congetturali, il suo profilo e le sue conseguenze sono abbastanza chiari. Le caratteristiche di misantropia, empietà, illegalità e univoca inimicizia che l’antico Egitto aveva di tanto in tanto attribuito a Mosè e al suo popolo sarebbero rimaste per i millenni venturi. Anche la logica politica dell’antigiudaismo egiziano ebbe fortuna.
Cristianesimo primitivo: sulla via di Emmaus, sulla via di Damasco
Gesù rivoluzionò l’ebraismo, insegnando ai propri discepoli un modo nuovo per leggere le vecchie Scritture. Ciò che resta di tale insegnamento è trasmesso dal Nuovo Testamento, formato però da documenti scritti in greco da anonimi autori molto dopo la morte di Gesù. Questi autori si basarono sulle molte tradizioni scritte e orali che riportavano i dicta et facta di Gesù e che oggi sono in molta parte perdute; queste tradizioni vennero selezionate, editate, emendate, ordinate e raccolte in modo da piegarle alle letture e ai bisogni particolari dei singoli autori. Noi non abbiamo accesso né all’insegnamento del Gesù storico né a queste prime tradizioni ma abbiamo la testimonianza di S. Paolo (I d.C.). La sua storia è nota: sulla via di Damasco egli vide Cristo risorto, quindi si convertì e produsse i più antichi documenti pervenuti...
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