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Titanic: naufragio e riscossa dell’ordine liberale

L’epoca in cui viviamo sta tramontando. Si era detto che sarebbe stata caratterizzata dal trionfo dei valori e dei diritti, dalla pace anziché la guerra e da una ricchezza più distribuita, ma per motivi molteplici non è stato così.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale e per la restante parte del Novecento, l’ordine liberale si è diffuso in tutto il mondo, → promosso dai paesi occidentali quest’ordine non è in crisi solo perché le democrazie occidentali sono alla deriva, ma anche perché il liberalismo è stato sostituito da un’ideologia diversa chiamata neoliberale, che ha al centro un capitalismo di rendita oligopolistico e una dottrina economica incapace di autocorreggersi, oltre a essere composta da democrazie che sembrano avere poco interesse verso il proprio popolo.

A partire dagli anni Ottanta del Novecento, in particolare dal crollo del Muro nel 1989, l’ordine liberale internazionale è stato sostituito dall’ordine globale neoliberale. Sullo sfondo è sempre presente la crisi dell’Europa, che ha bisogno di riequilibrarsi al suo interno accrescendo lo sviluppo e la solidarietà e attuando politiche condivise sulla sorveglianza dei confini, ritrovando così la capacità di coordinare la sovranità degli stati membri.

1 - Titanic: ordine inaffondabile

Gli architetti dell’ordine internazionale liberale erano mossi da una duplice preoccupazione, volevano:

  • Ricostruire un sistema internazionale aperto e fortemente istituzionalizzato nel quale le democrazie liberali potessero vivere sicure e prospere.
  • Rafforzare i sistemi politici e socioeconomici nazionali che sarebbero stati i pilastri del nuovo ordine internazionale.

Dal periodo interbellico era stato appreso che era essenziale impedire che politiche protezioniste rendessero costosi ed inefficienti i piani nazionali finalizzati alla ripresa, che per loro natura tendono a generare ostilità → isolazionismo, chiusura del mercato, unilateralismo.

Le tensioni tra la dimensione politica democratica e quella economica liberale esplosero negli anni Trenta, rivelando un problema strutturale nella relazione democrazia di massa – economia di mercato = un mercato mal regolato comprometteva le fondamenta della democrazia. L’inclusione politica delle masse richiedeva che le premesse, uguaglianza dei cittadini, e promesse, contenere disuguaglianza generata dal mercato, della democrazia venissero rispettate, affinché le due dimensioni potessero convergere.

La guerra fredda e la minaccia comunista e sovietica esercitavano una duplice influenza:

  1. Consentivano al centro del sistema, Occidente e Jp, di rispettare gli impegni nei confronti di democrazia e mercato.
  2. Alla periferia del sistema, l’anticomunismo e l’apertura internazionale dei mercati domestici erano gli unici requisiti per entrare a far parte dell’ordine liberale.

La fine della guerra fredda segna la transizione da embedded capitalism a embedded democracy, cioè che si piegava ai bisogni di un mercato governato dagli interessi dei suoi operatori, non regolamentato.

L’attacco all’egemonia culturale del progressismo era cominciato già negli anni 70 come risultato dell’ascesa del monetarismo e neoliberalismo, distorsione dell’ordoliberalismo di Hayek e la missione neoconservatrice di sostituire gli interessi di classe con valori non negoziabili.

Origini e fondamenti dell’ordine internazionale liberale

LWO)

L’ordine internazionale liberale, Liberal World Order, è l’insieme dei principi e istituzioni attraverso cui il sistema internazionale è stato governato a partire dal secondo dopoguerra.

Con la leadership degli Stati Uniti, è esercitato attraverso cinque istituzioni principali: le Nazioni Unite, il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, l’Organizzazione mondiale del commercio e l’Alleanza Atlantica.

Durante la Guerra Fredda ha garantito sia lo sviluppo economico, sia la sicurezza politica di gran parte del mondo. La sua ideazione risale alla WW2, quando Roosevelt e Churchill, iniziarono a delineare i tratti di questo nuovo ordine internazionale che avrebbe dovuto sostituire quello spazzato via dal conflitto ancora in corso.

I temi a cui quest’ordine voleva rispondere erano essenzialmente due:

  1. Costruzione di una struttura internazionale che prendesse il posto di ciò che era stata la Società delle Nazioni.

Costituita dopo la Grande Guerra senza la partecipazione degli Stati Uniti, era stata ideata per garantire la pace nel sistema internazionale e superare le difficoltà del dopoguerra, pur riconoscendone i limiti i leader atlantici riottenevano che il principio che l’aveva ispirata andasse salvaguardato.

Il progetto era di creare una struttura universale e generalista; l’ONU nacque da queste premesse. Avrebbe dovuto accogliere tutti gli stati che ne condividessero i principi, limitazione dell’uso della forza, autodeterminazione dei popoli, sicurezza collettiva, uguaglianza tra stati, rispetto sovranità, e che accettassero lo status speciale delle potenze vincitrici: Stati Uniti, Unione Sovietica, Regno Unito, Cina e Francia, a causa dei suoi ampi possedimenti coloniali, avevano seggio permanete nel Consiglio di Sicurezza e potere di veto → *quando fu fondata si sperava in un rappacificamento con l’Unione Sovietica.

SDN

Ciò che consentì all’ONU di non fare la fine della SDN fu l’unione del principio di uguaglianza, espresso dall’Assemblea Generale, e quello di realtà, sintetizzato sullo statuto speciale dei cinque grandi che sarebbero poi andati a formare il Consiglio di Sicurezza.

Il ruolo delle Nazioni Unite fu cruciale durante la competizione bipolare, e alla fine della Guerra Fredda gli obiettivi dell’organizzazione avrebbero potuto realizzarsi anche grazie alla momentanea uni-polarità degli Stati Uniti dopo il collasso dell’URSS: non è stato così, è stato anzi il più cospicuo spreco di opportunità della storia contemporanea.

  1. Venissero evitati la formazione di blocchi economici chiusi e il protezionismo commerciale.

Schivando quindi lo schema che si era attuato negli anni Trenta. Si riteneva che esso fosse stato corresponsabile dell’ampliamento e approfondimento della crisi del 29, avendone amplificato gli effetti di distruzione di risorse e che fosse stato complice del successo che agevolò i movimenti fascisti e ultranazionalisti ≠ democrazia.

Gli accordi di Bretton Woods, 1944, sono stati fondamentali, perché hanno consentito la regolazione dei mercati finanziari internazionali con il sistema dei cambi fissi tra le principali valute del mondo, un metodo giudicato poco intrusivo e con una potente forza regolatrice → il sistema era ancorato al dollaro come moneta di riserva internazionale e basato sulla parità aurea della moneta americana.

L’istituzione del Fondo monetario internazionale, IMF, e la Banca mondiale, WB, che avrebbero dovuto vigilare sulla stabilità dei cambi, contrastando la speculazione finanziaria e offrire sostegno economico, e la stipulazione dell’Accordo generale sulle tariffe e sul commercio, GATT, furono le misure destinate a scongiurare questo pericolo. Limitate poi ai paesi liberi, ossia non comunisti.

All’ordine internazionale si interessarono anche altri regimi politici, Spagna di Franco, dittature militari in Sudamerica, Portogallo di Salazar, l’Iran dello scià…, che non erano liberali, ma accomunati dal desiderio di accedere al sistema internazionale con il proprio mercato e le proprie risorse: erano stati clienti più che alleati.

Queste realtà rappresentavano la periferia dell’ordine, mentre l’Occidente era al suo centro. I rapporti tra centro e periferia erano a favore del primo sulla seconda e la dimensione economica evidentemente primeggiava su quella politica → la democratizzazione veniva sacrificata, quindi, in favore dell’apertura economica di tutti gli spazi politici non comunisti, non importa quanto autoritari.

In Occidente, invece, fu necessario attendere la fine della Guerra Fredda negli anni Ottanta perché il compromesso sopracitato tra democrazia e mercato venisse meno.

Durante la Guerra Fredda, Washington prese atto dell’impossibilità di una reale convivenza pacifica con l’Unione Sovietica a causa della natura aggressiva della sua politica internazionale, in particolare in Europa: dalla preoccupazione che un’Europa divisa e frammentata non sarebbe sopravvissuta alla pressione sovietica e al comunismo nacque la spinta americana a favore dell’unificazione europea.

Gli obiettivi della Carta Atlantica, Churchill e Roosevelt 1941, furono ripresi nel Trattato dell’Atlantico del Nord, NATO, che costituisce la principale garanzia di sicurezza per i paesi europei, lo strumento di esercizio della leadership americana in Europa e nel Mediterraneo, l’istituzionalizzazione permanente della relazione privilegiata tra democrazie occidentali. Proprio dalla preoccupazione americana che un’Europa frammentata non potesse resistere all’URSS e alla pressione comunista, porta al sostegno di Washington verso il processo di unificazione europea → istituzione CECA, EURATOM, MEC, CEE, CE e dell’UE.

Lo sviluppo del processo di unificazione europea ha smaltito in parte chi temeva un allargamento dell’Atlantico.

Da un lato alla maggior soggettività politica che l’Europa avrebbe potuto acquisire attraverso il processo di unificazione, corrispose la ripresa della leadership americana alla fine della guerra fredda → da quel momento, molte sfide geostrategiche che l’Europa ha affrontato, guerra del Golfo, 9/11, crisi coreana, sono risultate “fuori scala” rispetto alle sue reali capacità e volontà; anzi, l’Europa non ha nemmeno voluto cogliere le occasioni che le avrebbero permesso di fare un salto di qualità in quanto soggettività politica, come la guerra civile in Jugoslavia negli anni Novanta.

Dall’altro, gli Usa avrebbero neutralizzato il problema costituito da un’Europa affrancata dalla loro tutela politica, attraverso la sua “cattura” economica = operazione di egemonia culturale su quale fosse il solo capitalismo sano, che portò alla rinuncia da parte europea a proseguire la via di quell’economia sociale di mercato, di quel modello di capitalismo che negli anni 80 segnava il declino europeo della democrazia e mercato.

Susan Strange definisce il potere degli Stati Uniti come “potere strutturale”, ossia il potere di dare forma alle strutture dell’economia politica globale nelle forme di controllo finanziario, sistema di Bretton Woods, della sicurezza, l’ombrello protettivo sui paesi europei, della produzione, nei mercati europei nel dopoguerra furono rivenduti principalmente prodotti statunitensi, e della conoscenza, l’industria statunitense era all’avanguardia nei progressi tecnologici.

Durante la Guerra Fredda l’ordine liberale internazionale è convissuto con il bipolarismo sovietico-americano e ha permesso la creazione di rapporti tra USA e la parte del mondo interessata a sconfiggere il comunismo. Ha preceduto la globalizzazione e l’ha resa possibile. I suoi ideatori non si aspettavano un paradiso in terra ma l’obiettivo primario era evitare che il dissesto economico mettesse nuovamente a repentaglio la libertà degli individui, come era successo con le ideologie totalitarie di inizio Novecento; allo stesso tempo, si credeva che perseguire la crescita economica non dovesse a sua volta portare uno stato a mettere in discussione libertà fondamentali e diritti dei suoi cittadini.

WW1,

C’era una consapevolezza condivisa che una nuova crisi generale, come quella dopo la WW1, dell’ordine internazionale avrebbe segnato la fine del complesso di valori e idee che si era affermato. L’interdipendenza economica e finanziaria globale che si era affacciata prima di quel conflitto aveva mostrato una duplice natura:

  1. Aveva ampliato le opportunità di crescita del sistema economico e internazionale.
  2. Aveva evidenziato le crescenti contraddizioni tra la nuova fase che lo sviluppo economico capitalista andava conoscendo e la tenuta dell’assetto sociale che il sistema politico e istituzionale liberale di fine 800 non riusciva a governare.

Anche gli Stati Uniti, architetti di questo disegno, avevano dovuto affrontare una duplice crisi: la Grande Depressione, New Deal, economica e finanziaria, e la crisi politica, fine 800. Il popolo era progressivamente scomparso dalla politica americana, a mano a mano che l’economia degli USA si trasformava, con la crescente necessità di forza lavoro → la conseguenza era stata l’oligarchizzazione crescente del sistema politico, che avrebbe favorito le distorsioni del circuito economico.

Consapevole che la relazione tra economia e democrazia dovesse sempre essere monitorata, per evitare che una dimensione prevalesse sull’altra, Roosevelt pronuncia il celebre Discorso sullo stato dell’Unione tenuto al Congresso, nel 1941. Qui elenca le quattro libertà: libertà dal bisogno, uguaglianza, dopo che durante le crisi i cittadini si erano trovati a non poter soddisfare i loro bisogni primari, libertà di parola e di espressione, libertà di culto e libertà dalla paura.

Roosevelt scelse di riformare il sistema economico americano per consentire la sua ripresa, attualizzando i principi egalitari inscritti nelle origini della repubblica e attualizzandoli rispetto alle nuove sfide. Grazie alle sue misure, l’economia ricominciò a crescere come era avvenuto prima della Grande Depressione, a dimostrazione che la ridistribuzione dei redditi e patrimoni a favore dei ceti meno abbienti non scongiurava minimamente la crescita del sistema economico.

È proprio per questo che gli artefici dell’ordine internazionale liberale non nutrivano illusioni nelle supposte capacità auto-regolative del mercato: a un mercato mondiale doveva corrispondere una struttura di governance solida ed efficace. Solo tramite un sistema di regole sarebbe stato possibile prevenire la crescita del mercato globale a danno delle democrazie locali. Oggi, con lo smantellamento del welfare pubblico, si sta realizzando esattamente l’opposto.

È stato l’ordine internazionale liberale ad aver fornito lo spazio politico ed economico e la protezione sociale al cui interno ha prosperato l’Occidente. L’ampliamento del mercato e il suo rafforzamento sono positivi perché consentono maggior benessere per il maggior numero di persone, naturalmente all’interno di soglie di disuguaglianza accettabili che premino il merito, l’intelligenza, l’innovazione individuale, ma che sappiano però tutelare i più deboli e meno fortunati.

Il mercato si giudica dagli esiti, la democrazia, invece, rappresenta un insieme di valori basati su uguaglianza e parità di diritti tutelata dalla legge.

Crollo Muro di Berlino

Nel 1989, dopo il crollo del Muro, l’idea di realizzare un mercato globale si fece realtà: venne attuata in tempi brevi, ma le cose erano molto cambiate rispetto agli anni Quaranta. I fautori del mercato globale nel 1989 erano gli stessi che nel decennio precedente supportavano la deregulation e la ritirata dello stato dal sistema economico, Thatcher, Reagan.

Quindi mentre il mercato globale nasceva, la struttura e gli obiettivi di controllo del sistema economico venivano ridotti. Le regole vennero aggirate e spesso abbandonate, tradendo il disegno originale. Il mercato venne interpretato non come una istituzione artificiale, ma come pretesa di istituzione naturale, analoga alla famiglia.

Tutto questo fu l’esito delle esperienze plasmate da autori diversi, che avevano sostenuto il New Deal o la global economy:

  1. I primi, con una visione economica keynesiana, si ispiravano al pensiero di John Maynard Keynes e appoggiavano l’interventismo dello stato nell’economia.
  2. I secondi, “friedmaniani” erano sostenitori di Milton Friedman, padre del monetarismo, oppositori della teoria keynesiana. Secondo loro il mercato doveva “liberarsi” della burocrazia asfissiante e dell’eccessiva regolamentazione. La dimensione economica di riferimento era quella nazionale: quella internazionale era in secondo piano.

Oltre a essere una visione economica, è anche una visione politica che ha ispirato molti leader del tempo, tra cui Margaret Thatcher e Ronald Reagan. → entrambi gelosi custodi della sovranità nazionale dei propri stati, sono stati parte integrante della “rivoluzione conservatrice” che ha portato alla fusione del neoliberalismo economico con il neoconservatorismo politico e culturale e alla diffusione di politiche economiche che favorivano le classi superiori e danneggiavano tutte le altre.

Le azioni di Thatcher e Reagan segnarono in parte l’uscita dalla stagnazione economica dei loro paesi, ma provocarono anche la concentrazione della ricchezza, dei redditi e dei privilegi. Le conseguenze delle loro politiche si sentono ancora oggi.

C’è da dire che nei fatti la presenza dello stato nell’economia non si è ridotta col passare degli anni, ma ha spostato il suo interventismo sulle imprese e sul capitale.

La più grande differenza tra i fautori del mercato degli anni 40 e quelli degli anni 80 è che i primi erano progressisti, seguivano il pensiero di Roosevelt e credevano che l’apertura del mercato e la libera concorrenza avrebbe contribuito a diminuire le disuguaglianze sociali; i secondi erano conservatori e non volevano che ripristinare le condizioni favorevoli per l’accumulo di capitale. Questa visione implicava due progetti politici opposti:

  • Ampliamento sostanziale e sistematico della democrazia liberale.
  • O una sua sistematica chiusura oligarchica.

L’Unione Sovietica è implosa mentre l’Occidente affrontava una crisi interna che lo stava portando sulla strada dell’abbandono del pensiero socialdemocratico e del liberalismo economico. Con gli anni Novanta si afferma il neoliberalismo, che decide di rompere la lunga tradizione dell’embedded capitalism.

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Scienze politiche e sociali SPS/06 Storia delle relazioni internazionali

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher carin.lodetti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Relazioni internazionali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Parsi Vittorio Emanuele.
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