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Argomenti relazioni internazionali

La politica estera italiana nel nuovo millennio

Autori: Pierangelo Isernia e Francesca Longo

Conclusioni, Capitolo III e IV, VI e VII, Introduzione

Manuale di relazioni internazionali

Teorie per capire la politica globale

Capitolo Mondiale (cap.12), globalizzazione (cap.10), Economia Politica → Politica Internazionale (cap.8), Studi Strategici e di Sicurezza Internazionale (cap.9), Analisi della Politica Estera e Diplomazia (cap.7)

Relazioni internazionali

Lo studio delle relazioni internazionali si concentra sulle interazioni fra gli stati in termini di potere. Questa definizione classica considera gli stati come attori assoluti, in quanto non esiste autorità superiore. Tuttavia, da tempo, lo stato non è più l’unico attore centrale anche se continua ad essere privilegiato. Sono presenti attori non statali quali:

  • Organizzazioni internazionali di cui gli stati sono membri (ONU, NATO, ASEAN)
  • Organizzazioni sovranazionali al di sopra degli stati membri (es. Commissione europea)
  • Attori non governativi transnazionali orientati verso il profitto come le imprese multinazionali o le azioni criminali, che attraversano i confini senza passare tramite governi
  • Attori non governativi transnazionali orientati verso l’interesse pubblico: organizzazioni non governative, ONG, movimenti sociali, network (es. Amnesty International)
  • Attori potenziali come movimenti di liberazione regionale o terroristici (es. Al Qaeda)
  • Opinione pubblica internazionale

Pertanto, esiste una definizione più ampia di relazioni internazionali che non solo prevede una pluralità di attori ma, nello stesso tempo, pone l’accento sulla varietà dell’agenda. Tra una definizione restrittiva ed una estensiva, esiste una concezione della materia che risulta essere intermedia; questa, mentre riconosce allo stato un posto centrale nella vita internazionale, attribuisce la dovuta importanza anche ai rapporti transnazionali e alle relazioni non esclusivamente politiche.

Relazioni internazionali ha un focus sulle interazioni degli stati mentre l’approccio della politica globale considera anche altri attori nel contesto degli affari internazionali. Negli ultimi anni, la disciplina si sta allontanando dallo studio delle relazioni internazionali andando verso lo studio della politica globale, simboleggiando una serie di trasformazioni avvenute negli ultimi vent’anni nella disciplina.

Date le tante variabili che intervengono, l’analisi di un fenomeno è composta da vari livelli: in primis, dobbiamo scomporre il fenomeno nei suoi elementi determinanti, cioè gli elementi che hanno causato quel fenomeno. Abbiamo diversi livelli di analisi, di cui i principali, utili per comprendere le relazioni internazionali, sono:

  • Internazionale
  • Nazionale (analizzare a livello domestico cioè statale)
  • Individuale (basata sul ruolo del singolo individuo come un leader)
  • Globale
  • Regionale

I primi 3 ci permettono di analizzare cosa accade a livello internazionale indipendentemente dal periodo storico. Per studiare il fenomeno, ricorriamo anche a diversi approcci e teorie:

  • Teoria realista: essa è la teoria predominante. La realtà viene interpretata come una realtà dove il livello stato centrico (cosa fanno stati) risulta la dinamica più importante, per spiegare la politica internazionale. In poche parole, contano unicamente gli interessi nazionali, non il leader di turno.
  • Teoria liberista: si guarda cosa succede dentro il paese. Gli elementi endogeni hanno influenza su cosa succede nella politica estera del paese.
  • Teoria marxista: non conta cosa succede nei paesi o la competizione tra di essi, è la struttura del sistema mondiale (sistema capitalistico), che determina cosa succede nell’ambito internazionale. Ha a che fare alla fine con il sistema economico globale.

Da ciò possiamo classificare i diversi approcci al fenomeno:

  • Stato-centrico, dove l’unità di analisi sono gli stati (realismo)
  • Multicentrico, dove vengono considerati altri attori oltre lo stato (liberalismo)
  • Global-centrico, dove l’unità di analisi è la struttura del sistema internazionale nella sua globalità (marxismo)

Nel terzo approccio, la struttura determina, o almeno condiziona, il comportamento degli stati nel senso che crea vincoli che restringono il loro spazio di manovra. La struttura del sistema è una variabile indipendente (cioè la causa), mentre il comportamento degli stati sarebbe la variabile dipendente (ossia l’effetto della struttura). L’oggetto di studio delle relazioni internazionali è quindi molto ampio e sconfina in campi di studio di altre discipline; questa disciplina non si esaurisce quindi nella storia internazionale e nella descrizione di ciò che accade oggi nel mondo ma l’obiettivo è per alcuni più semplice della narrazione dei fatti: comprendere, spiegare e predire la politica mondiale.

Il contesto di riferimento principale dal quale partiamo per lo studio delle relazioni internazionali è la pace di Westphalia (1648), che segna la fine della guerra di 30 anni. Con questa pace, si passa da un sistema dove esistevano unicamente “due soli”, l’imperatore e il papa, ad uno che si divide in unità territoriali, definendo l’Europa e il mondo: il sistema degli stati sovrani. Ogni stato in questo sistema è assoluto, cioè ha piena libertà di autodeterminarsi (politicamente, socialmente, economicamente). Non sono più l’imperatore e il papa che decidono, ma tutti gli stati sono legittimi grazie al criterio di legittimità, ancorato al controllo della forza in un determinato territorio. Il sistema westphaliano è un sistema anarchico (cioè manca di un governo mondiale). Vi è quindi un’evidente disanalogia domestica: a livello nazionale c’è un’autorità centrale, mentre a livello internazionale no. Viene, quindi, in parte ripresa la teoria di Hobbes del Leviatano secondo la quale, per liberarsi dalla condizione primitiva in cui tutti competono con tutti.

Fino al 1648, il sistema internazionale veniva governato da autorità universalistiche, fino al 1948 era un sistema sovranistico, mentre da lì in poi è diventato ibrido, perché da un lato regna il principio di sovranità ma dall’altro vi sono i diritti umani, che andrebbero rispettati. Vi è quindi una tensione costante. La teoria delle relazioni internazionali, per come la conosciamo, è molto occidentale e molto anglosassone, va dal 1648 ad oggi, nonostante la storia dell’umanità risalga a molto più indietro. La nascita di questa disciplina può anche essere vista come il prodotto indiretto dell’affermarsi del positivismo, cioè dell’idea che fosse possibile applicare al campo degli affari umani metodi analoghi a quelli delle scienze naturali.

La differenza principale da fare è sui diversi livelli di analisi:

  • SWOT (strength, weakness, opportunities, threats)
  • PEST (political, economic, sociocultural, technological)

Quella di relazioni internazionali è una disciplina considerata moderna, guidata dall’interesse degli studiosi di rispondere a delle domande fondamentali: “perché scoppiano le guerre?” e “come assicurare la pace?”. Alla base di ciò l’idea che la realtà sociale potesse essere spiegata seguendo le leggi delle scienze naturali, ossia che gli affari internazionali potessero essere spiegati come le scienze naturali: non tutti gli studiosi sono però convinti che sia il metodo giusto. Esistono, infatti, 4 dibattiti fondamentali per capire come la disciplina si è evoluta. L’istituzione della disciplina RI deve essere, dunque, contestualizzata contemporaneamente ai sentimenti di speranza in merito alla possibilità della fine della guerra congiuntamente alla creazione di un nuovo organismo internazionale inteso come garante della pace mondiale che si cristallizzerà in una robusta forma di idealismo.

Global IR

La distinzione che dovrebbe essere fatta relativamente al contributo di una parte di mondo che per decenni è rimasto al di fuori: global ir è uno studio realmente globale delle relazioni internazionali, infatti la maggior parte degli studiosi di questa materia sono stati quasi esclusivamente occidentali. La disciplina RI deve essere radicata nella storia mondiale (world history) e non nella storia occidentale. In tal senso, non si tratta di utilizzare il mondo non-occidentale come banco di prova per le teorie esistenti quanto, piuttosto, di sviluppare concetti e teorie non-occidentali per poi applicarle su scala globale; l’approccio globale infatti rafforza ed espande le prospettive di studio delle RI, senza indebolirle, sottolineando la necessità di ripensare gli assunti chiave ed allargare l’ambito d’indagine. Il dibattito si è ulteriormente complicato perché ci sono stati diversi approcci che hanno fallito nel momento in cui dovevano essere pluralisti e non universali.

Il primo dibattito fa riferimento alla contrapposizione tra idealismo e realismo. L’idealismo è un primo approccio allo studio delle relazioni internazionali tra le due guerre mondiali ed ha una serie di elementi che si ritrovano nella risposta che gli studiosi fornivano al perché scoppiano le guerre. Secondo questi infatti ci sono delle cause vere e proprie dietro lo scoppio di un conflitto. I primi studiosi di relazioni internazionali (periodo del 1919) pensavano che la risposta fosse semplice, infatti la comunità internazionale poteva collaborare per evitare che situazioni come quella che aveva caratterizzato il periodo prima del 1919. Le cause della guerra vengono quindi individuate in:

  • Frammentazione delle politiche internazionali
  • Struttura anarchica del sistema internazionale
  • Natura “bellogena” di alcuni stati

Queste cause, secondo l’idealismo, hanno delle soluzioni:

  • Creare nuovi meccanismi per la sicurezza collettiva
  • Creazione di un governo mondiale
  • Democrazia → ma alla base di ciò c’era comunque una visione maggiormente positiva delle relazioni fra gli stati

Tra gli esponenti principali troviamo Wilson e Angell, giornalista, che aveva una visione delle relazioni internazionali che non considerava uno stato forte quello che riusciva a conquistare il territorio perché era meglio cercare di aumentare la cooperazione economica tra gli stati, dato che poteva rafforzare realmente il loro potere. Wilson ed Angell erano entrambi convinti che i governanti potevano avere dei valori morali che potevano essere alla base della loro politica estera oltre ad avere una piena fiducia nel diritto internazionale che garantiva la pace, considerato l’obiettivo finale. La soluzione proposta dagli idealisti per la conflittualità degli stati è il progetto di un governo mondiale realizzabile attraverso la cooperazione lungo le linee della domestic analogy che consiste nel riprodurre, nelle relazioni internazionali, istituzioni analoghe a quelle che all’interno di uno stato regolano i comportamenti dei singoli soggetti ponendo fine allo stato di natura hobbesiano.

Il realismo ha invece una visione molto diversa, motivo per il quale vi si oppone mettendo in risalto come il fallimento del progetto politico degli idealisti fosse sotto gli occhi di tutti: l’inefficacia della società delle nazioni o l’affermarsi dei totalitarismi in Europa.

Il secondo dibattito, svoltosi negli anni ’60, è sul metodo: come devono essere studiate le relazioni internazionali? È stato innescato dai comportamentisti ed ha portato al fatto che si deve seguire un metodo tradizionale (inteso come influenzato da storia e filosofia) e quindi porre attenzione anche agli aspetti normativi oppure seguire un metodo scientifico cercando di offrire una spiegazione fornita su delle ipotesi, raccogliendo dati e fornendo anche una spiegazione.

Il terzo dibattito è detto inter-paradigmatico e si è sviluppato nel corso degli anni ’80. Esso ha portato alla marginalizzazione del marxismo. Riguarda quali sono gli approcci migliori per studiare le relazioni internazionali da un punto di vista teorico e vedrà contrapposto inizialmente realismo/neorealismo e liberalismo/neoliberalismo che saranno, in seguito, in contrasto con il neomarxismo che porrà delle questioni diverse perché mentre gli altri due si occupano di temi specifici ma quasi simili (il ruolo dello stato a livello internazionale o quello delle organizzazioni internazionali) il neomarxismo si pone un’altra domanda: perché ci sono degli stati che, pur progredendo sotto alcuni aspetti, rimangono molto meno sviluppati rispetto ad altri sotto il profilo culturale o anche economico?

Il quarto dibattito riguarda ancora una volta il metodo ed è per alcuni studiosi ancora in corso, ci sono alcune teorie che sottolineano la necessità di studiare le relazioni internazionali con metodo scientifico. È la reazione delle teorie antipositivistiche alle teorie razionalistiche.

Realismo

Il realismo è la teoria più importante delle relazioni internazionali. È il modello per eccellenza per interpretare e gestire le relazioni interstatali. Il suo sviluppo storico si basa su una serie di formulazioni classiche, partendo da Tucidide, continuando per Machiavelli e Hobbes. Va contro tutte le teorie che invocano il superamento dei confini statali. Esso si impose come paradigma principale nelle RI nel XX secolo, dopo la fine della II guerra mondiale, come reazione al pensiero idealista ed utopista. Essa critica l’atteggiamento buonista della politica europea degli anni ‘30, un atteggiamento accondiscendente e idealista e, in questo senso, si sviluppò per contrasto alle credenze idealiste dopo la seconda guerra mondiale.

Da un punto di vista epistemologico, il realismo classico, precedente alla rivoluzione comportamentistica, segue un metodo storico. Le generalizzazioni politiche sono dedotte e rese valide dall’esperienza storica attraverso la ricerca epistemologica che richiede neutralità assiologica, ossia è neutra da un punto di vista valoriale. La storia è la sola strada per ottenere saggezza politica ed è una strada potenzialmente interpretabile in modo obiettivo. La descrizione non è il solo scopo dell’analisi. I realisti perseguono anche l’obiettivo della predizione e della prescrizione a vantaggio dei governanti. I loro strumenti sono degli esempi analizzati attraverso giudizi non logici ma storici. Lavorano, perciò, non dalla teoria alla pratica ma, come in una sorta di prassologia, dall’interpretazione di situazioni specifiche alla riformulazione di predizioni basate sull’esperienza. Le generalizzazioni politiche sono dedotte e rese valide dall’esperienza storica, che garantisce neutralità assiologica, a prescindere dall’orientamento ideologico di ciascuno di noi. Focalizzarsi sulle ideologie non permette di capire la realtà in modo corretto.

La teoria realista è una teoria pessimista, che si promette di conoscere la realtà per come essa è. La visione dell’uomo, per i realisti, è cruda, alla Hobbes (homo homini lupus). Il mondo stesso viene rappresentato come un luogo dove le risorse sono poche e si deve lottare per sopravvivere. Non fidarsi degli altri ci predispone ad un atteggiamento di sopravvivenza, la cui strategia migliore è l’accumulazione di potere, economico, politico, ma soprattutto militare, che permette di far sopravvivere la comunità politica. Non è, quindi, una visione kantiana, dove l’umanità migliora progressivamente, ma è un continuum. Inoltre, è un mondo che non si può correggere, poiché la natura umana è immutabile, nel tempo e nello spazio.

Si ha uno stato:

  • Indipendente dal punto di vista politico
  • Che sostiene il principio del non intervento negli affari interni di un altro stato
  • Che pensa all’autotutela come uno dei comportamenti guida a livello internazionale (l’autotutela fa riferimento al rafforzamento militare)

Tale teoria si basa su quattro assunti:

  • Gli attori più importanti delle relazioni internazionali sono gli stati
  • Lo stato è un attore unitario, quindi per comprendere il comportamento esterno degli stati non è rilevante ciò che avviene al loro interno
  • Lo stato è un attore razionale, cioè razionalmente definisce i suoi interessi e obiettivi soppesando costi e benefici
  • L’agenda dei realisti è centrata sulla sicurezza infatti ci si concentra sui conflitti potenziali o effettivi tra gli stati, sull’utilità della forza come mezzo per risolvere le controversie

La realtà politica internazionale è interpretata dai realisti, come detto, con un approccio stato-centrico che favorisce i conflitti più che gli interessi comuni fra gli attori internazionali. In questo senso, il concetto di potere risulta centrale. La politica viene sempre definita come “una lotta per il potere” ed è basata sui rapporti di forza.

Potere

Non è semplice da definire ma potremmo dire che è influenza e capacità, essendo però importante anche proprio come viene distribuito a livello internazionale perché può variare spesso. Il concetto di potere ha quindi diversi livelli e dimensioni ma è centrale per i realisti:

  • Dahl sostiene che sia la capacità di mettere un altro attore nelle condizioni di fare quello che altrimenti non avrebbe fatto. Ossia dove l’attore A (detentore del potere) influenza l’attore B
  • Waltz secondo cui si ha il potere nella misura in cui si è in grado di condizionare gli altri più di quanto questi condizionino lui

In questi due casi il potere è visto come influenza.

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Scienze politiche e sociali SPS/06 Storia delle relazioni internazionali

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vvvv. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Relazioni internazionali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università internazionale degli studi sociali Guido Carli - (LUISS) di Roma o del prof Menegazzi Silvia.
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