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Riassunto di il ballo delle identità: (di Stefano Tartaglia)

Introduzione

Nella società contemporanea l’immagine di sé ha assunto una rilevanza particolare. Oggi gli individui sono molto più liberi, che in passato, di scegliere la propria identità. La famiglia, il ceto e la classe sociale di appartenenza hanno per secoli definito l’identità delle persone in maniera quasi automatica e non modificabile dall’individuo. Ora, l’evoluzione dei mezzi di comunicazione di massa con la diffusione di internet e dei cosiddetti social media ha reso possibile manipolare la propria immagine in maniera molto più semplice e veloce di quanto si possa fare nei contatti faccia a faccia della vita reale. La globalizzazione e i nuovi mezzi di comunicazione hanno determinato il fatto che il pubblico potenziale per l’identità delle persone è oggi molto vasto.

Alcune teorie psicologiche e sociologiche hanno messo in relazione l’identità con l’ambiente sociale in cui vivono gli individui. I cambiamenti culturali, sociali e tecnologici a cui è andato incontro il mondo occidentale negli ultimi decenni hanno avuto delle conseguenze sulle dinamiche dell’identità. La globalizzazione e lo sviluppo del mondo virtuale di internet hanno certamente influito sul rapporto delle persone con i luoghi fisici, che possono anch’essi fungere da riferimenti identitari, ma non hanno portato al superamento del senso del luogo. Oggi possiamo scegliere molto facilmente e liberamente come presentarci senza doverci riferire necessariamente ai luoghi e alle relazioni che concretamente viviamo. Questa libertà però si riflette in una notevole instabilità e frammentazione dell’identità che può generare sentimenti negativi di insicurezza e precarietà. Il concetto di identità è cambiato nel corso del tempo e inoltre questo concetto insieme a quello del sé (self) sono sinonimi (abbastanza).

Capitolo 1

L’identità tra unicità e appartenenza

L’individuo e il mondo sociale

La conoscenza di sé è argomento di riflessione della psicologia fin dalle sue origini. Dobbiamo a William James, nella sua opera classica “Principi di Psicologia” (1890), la distinzione tra un sé percipiente e un sé percepito, quelli che lui definisce l’Io e il Me.

L’Io è il soggetto capace di cognizione e percezione, la coscienza, l’essere pensante di cui parlava già Cartesio, ed è caratterizzato da:

  • Continuità (= il sentimento di percepirsi sempre uguali a sé stessi, nonostante i cambiamenti che intercorrono nel tempo e nei differenti ambienti di vita);
  • Distinzione (= sentirsi unici e differenti dagli altri);
  • Volontà (= la capacità della mente di essere un elaboratore attivo).

L’attività di conoscenza dell’Io si rivolge sul mondo che lo circonda e anche su sé stesso. Il Me è il prodotto di tale attività cognitiva riflessiva, è lo sguardo del soggetto su sé stesso considerato come un oggetto è l’immagine che abbiamo di noi stessi; che non è unica e monolitica, bensì molteplice, vi sono almeno tre livelli del Me:

  • Me materiale (= l’insieme delle conoscenze relative al corpo, agli oggetti che appartengono all’individuo e alle relazioni importanti che lo riguardano);
  • Me sociale (= costituito dal riconoscimento da parte degli altri, da come lo vedono e dalle caratteristiche che essi attribuiscono a lui);
  • Me spirituale (= formato dalle conoscenze che il soggetto ha riguardo le sue qualità interne, o psicologiche).

La psicologia sociale si è interessata in particolare alla parte sociale del sé:

  • Un esempio lo possiamo trovare nella metafora proposta da Cooley (1909) per guardare noi stessi usiamo gli altri come uno specchio (sulla base dei rimandi che ci danno le persone significative che ci circondano costruiamo la nostra immagine). Es: sono simpatico, perché → i miei amici dicono che sono simpatico. Il sé ha un’origine sociale e dal sociale è costantemente influenzato. Oltre a fornire informazioni su di noi, gli altri offrono dei modelli da seguire e a cui uniformarsi, e al tempo stesso costituiscono dei metri di paragone con cui confrontarsi e da cui differenziarsi.
  • Il sociologo George Herbert Mead, negli anni Venti del Novecento, elaborò una concezione dello sviluppo del sé basata sull’osservazione e sull’interazione con gli altri. Il suo pensiero diede origine alla corrente dell’interazionismo simbolico. Secondo Mead una caratteristica fondamentale degli esseri umani è la capacità di utilizzare i simboli (attraverso il gioco simbolico che i bambini sviluppano le concezioni di sé stessi, differenziandosi e mettendosi in relazione con il mondo sociale). I bambini, a un certo punto del loro sviluppo, iniziano a osservare e riprodurre i ruoli sociali che imparano a riconoscere attorno a sé (Es: giocano a fare il postino). Questa è la fase che Mead definisce in inglese play/gioco semplice. In una fase successiva il gioco simbolico diventa più complesso, cioè game/gioco organizzato. In questa seconda fase il bambino mette in scena delle situazioni sociali in cui interagiscono vari ruoli, che assume a turno, imparandone le connessioni. In questo modo il bambino interiorizza quello che Mead definisce l’altro generalizzato (= l’insieme delle regole e dei ruoli tipici della società in cui cresce). Il sé emerge dalla differenziazione da questo altro generalizzato col quale è inevitabilmente in relazione. Alla base dell’idea di sé vi è l’osservazione e imitazione degli altri e al tempo stesso la distinzione da essi.
  • L’osservazione degli altri è anche alla base della teoria neocomportamentista dell’apprendimento sociale. A partire dagli anni Quaranta del Novecento, il comportamentismo entra in crisi. Alcuni autori iniziano quindi a considerare, oltre all’esperienza diretta, anche il ruolo dell’imitazione del comportamento altrui (Miller & Dollard, 1941). Buona parte dell’apprendimento non avviene per esperienza diretta bensì tramite l’esperienza mediata, cioè l’osservazione di modelli. È la svolta che traghetterà il comportamentismo verso il cognitivismo. L’osservazione è per gli esseri umani un’importante fonte di informazioni. In origine la teoria dell’apprendimento sociale era incentrata sull’acquisizione di informazioni relative ai comportamenti, gli individui imparano come comportarsi non soltanto tramite prove ed errori (esperienza diretta) ma anche tramite l’osservazione del comportamento altrui (esperienza vicaria).
  • In seguito, Albert Bandura, ne ha allargato la portata anche all’apprendimento di informazioni su sé stessi dando origine a una teoria specificatamente sociocognitiva (1986). Il concetto che unisce la guida del comportamento alla definizione di sé è quello di autoefficacia/Self-efficacy (= l’insieme delle convinzioni relative al saper mettere in atto un certo comportamento, o più genericamente a svolgere un determinato compito. Sono convinzioni relative ad ambiti specifici, ognuno di noi ha molteplici e differenti percezioni di autoefficacia) [Es: Posso pensare di essere molto bravo a giocare a pallacanestro (alta autoefficacia percepita) e al tempo stesso essere convinto di essere una frana a parlare in pubblico (bassa autoefficacia percepita).] Queste convinzioni si sviluppano e si modificano nel corso del tempo per effetto di vari fattori:
  • Esperienza diretta (= se ho successo in un determinato campo questo rinforza la mia idea di essere capace in quell’ambito);
  • Esperienza vicaria (= confronto con le prestazioni di altri);
  • Reazioni emotive che si sviluppano durante il compito;
  • Persuasione verbale (= quello che gli altri significativi ci dicono).

→ Queste informazioni contribuiscono a strutturare la convinzione dell’individuo di essere più o meno abile a fare qualcosa.

La percezione di autoefficacia influenza i comportamenti successivi innescando potenzialmente dei circoli virtuosi, o viziosi, che portano alle cosiddette profezie che si autoavverano. Al di là della realtà oggettiva è la valutazione che l’individuo fa di questa che è importante. Tutto ciò potrebbe condurmi nel tempo a sviluppare effettivamente una maggiore abilità nel fare qualcosa, per cui a forza di rimandi positivi dall’ambiente sociale l’individuo diventa realmente migliore. Tuttavia, rimandi negativi dal mondo sociale concorrono a produrre nell’individuo la convinzione di non essere bravo a fare qualcosa così che non si impegnerà più per migliorarsi [Es: il fatto che le donne non siano brave nelle materie scientifiche e in particolare nella matematica. Se genitori, parenti e insegnanti, inconsapevolmente influenzati da questo stereotipo, rimandano per vari anni alle bambine che non sono portate per la matematica, a lungo andare le bambine faranno propria questa idea perdendo motivazione ad approfondire questi studi e finendo per confermare lo stereotipo].

  • Un’ulteriore teoria classica della psicologia sociale mette in rilevo l’importanza degli altri come metro di paragone per valutare noi stessi, è la teoria del confronto sociale, elaborata da Leon Festinger (1954). Secondo cui, le qualità personali non sono quasi mai misurabili in maniera oggettiva. Quindi, in assenza di un metro di misura, per valutare sé stessi le persone confrontano le proprie abilità e opinioni con quelle degli altri, che diventano il metro di paragone per definire sé stessi e il proprio valore. Questo fatto comporta che si arrivi a delle conclusioni sul proprio valore molto differenti in base alle caratteristiche degli altri che popolano il nostro mondo sociale [Es: posso considerarmi molto bello se i miei amici sono tutti brutti e quindi rispetto a loro lo sono].

→ Tutte le teorie fin qui citate, sottolineano come il mondo sociale fornisca all’individuo informazioni e modelli che servono a definire sé stessi:

  • Gli altri rimandano informazioni su di sé, che l’individuo fa proprie per sviluppare la concezione di sé stesso;
  • Gli altri sono dei modelli da imitare, che influenzano il modo di comportarsi e anche di definirsi;
  • Gli altri sono dei metri di paragone, che permettono all’individuo di autovalutarsi per confronto.

La teoria dell’identità sociale e i suoi sviluppi

Gli altri possono servire, per imitazione e per confronto, a definire sé stessi in quanto individuo singolo in relazione con il mondo sociale. Tuttavia, se qualcuno ci domanda chi siamo, oltre a descriverci in termini individuali (Es: io sono estroverso), possiamo anche definirci come appartenenti a gruppi e categorie sociali (Es: sono un torinese). È Henri Tajfel (1981) uno degli psicologi che maggiormente ha collegato l’appartenenza ai gruppi sociali con le dinamiche identitarie creando il filone teorico da lui stesso chiamato teoria dell’identità sociale. Una parte dell’identità si fonda su una definizione di sé in termini puramente individuali, e può essere definita identità personale, mentre un’altra parte si fonda sulle appartenenze a gruppi e categorie sociali, chiamata per l’appunto identità sociale.

Tajfel definisce l’identità sociale come il frutto di due fattori: la consapevolezza di appartenere a un gruppo e il valore emozionale associato a tale appartenenza. Il primo fattore è di ordine cognitivo ed è prodotto dalla categorizzazione sociale, cioè l’inserimento degli individui, e anche di sé stessi, all’interno di categorie. La categorizzazione è un processo di semplificazione della realtà che ha la conseguenza di portare a considerare tutti gli appartenenti a un gruppo come se fossero tutti uguali. Ma non tutti i gruppi di cui possiamo considerarci membri sono importanti per definire chi siamo. Le appartenenze che servono a definire la nostra identità sociale sono quelle a cui diamo un valore positivo (Es: l’appartenenza a un gruppo politico). Le persone hanno sia un’identità individuale che un’identità sociale e queste assumono di volta in volta maggiore o minore importanza in base a fattori contestuali e questo influisce sul nostro comportamento.

Tajfel immagina un continuum di comportamenti che va dall’interpersonale all’intergruppo (Es: l’appartenenza politica può assumere per gli individui un valore maggiore in periodo elettorale). I gruppi le cui appartenenze possono essere importanti ai fini della definizione dell’identità sociale possono variare notevolmente per ampiezza e composizione, includendo gruppi molto piccoli ma anche categorie sociali ampie come un’intera nazione o etnia. Tajfel (1981) sviluppa la teoria dell’identità sociale per spiegare il favoritismo verso i membri del proprio gruppo che si riscontra in molte situazioni sociali. Questa è una tendenza sistematica che definisce intergroup bias giustificata dalla necessità di promuovere la propria identità sociale generata da tre processi psicologici:

  • La categorizzazione sociale in quanto semplificazione della realtà, comporta → l’accentuazione delle differenze tra categorie e la riduzione delle differenze all’interno della stessa categoria. È come se considerassimo gli appartenenti a un gruppo come tutti uguali tra loro e ignorassimo eventuali similitudini tra individui di gruppi differenti.
  • L’identificazione in certi casi includiamo anche noi stessi all’interno di una categoria sociale, in questo caso, se l’appartenenza ha un valore, si ha un’identificazione con un gruppo.
  • Il confronto sociale se avviene l’identificazione, saremo motivati a mantenere una specificità positiva del proprio gruppo. Secondo la teoria del confronto sociale di Festinger, per connotare positivamente la nostra identità sociale abbiamo bisogno di confrontare il nostro gruppo con un altro, che deve necessariamente risultare inferiore al nostro. Premiare gli appartenenti al nostro gruppo, rispetto a chi non vi appartiene, equivale a premiare, e quindi considerare superiore, tutto il gruppo e di conseguenza anche noi stessi, in quanto tutti gli appartenenti possono essere considerati uguali. Gli individui sono motivati ad abbandonare i gruppi di basso status, che risultano troppo spesso perdenti nei confronti con gli altri gruppi. Questa uscita dal gruppo può essere reale (Es: si lascia una squadra perdente), oppure, quando non è possibile uscire da un gruppo (Es: non si può smettere di essere maschi oppure femmine), l’individuo può dare meno rilevanza all’appartenenza, in pratica identificarsi di meno con il gruppo. Una strategia alternativa all’uscita dal gruppo è quella di cercare di impegnarsi nel cambiamento sociale, cioè cercare di ribaltare l’esito del confronto sociale tra il proprio e gli altri gruppi.

Successivamente, alcuni collaboratori di Tajfel hanno rielaborato la teoria dell’identità sociale in senso più cognitivo formulando la cosiddetta teoria della categorizzazione del sé (Turner, Hogg, Oakes, Reicher & Wetherell 1987) (che non modifica i principali assunti della teoria originaria). Il comportamento individuale e quello di gruppo non sono frutto di meccanismi di pensiero differenti ma possono essere considerati come dipendenti dal livello di astrazione a cui categorizziamo noi stessi e le altre persone. In quest’ottica l’identità personale e l’identità sociale non sono due dimensioni distinte ma sono l’espressione di un sé unico, ciò che cambia a seconda delle situazioni è il livello di astrazione con cui definiamo noi stessi.

Il livello più astratto possibile è quello in cui ci categorizziamo come esseri umani, spostandosi verso categorie più concrete possiamo far riferimento a gruppi via via più piccoli quali italiani, studenti universitari, giocatori di una particolare squadra di pallacanestro, questo è il livello di astrazione dell’identità sociale, fino a definirci come individui unici e distinti da qualsiasi altra persona. Tutto ciò avviene secondo un modello definito di accessibilità per corrispondenza (nelle differenti situazioni gli individui utilizzano la categoria più facilmente accessibile e che permette, in quel particolare contesto, di distinguere meglio possibile i vari attori sociali presenti sulla scena).

Nella teoria dell’identità sociale e nella successiva evoluzione di Turner e collaboratori (1987) si enfatizza il ruolo della competizione tra i gruppi nella formazione dell’identità sociale, tuttavia, la contrapposizione netta tra gruppo di appartenenza (ingroup) e gruppo a cui non si appartiene (outgroup) è spesso inadeguata a descrivere il mondo sociale. Nella vita reale, infatti, in molti casi l’appartenenza a un gruppo non implica automaticamente il confronto con altri gruppi (Es: le caratteristiche della categoria studenti universitari, ad esempio, non si fondano necessariamente sulla distinzione dalle caratteristiche della categoria lavoratori). Questi ultimi gruppi sono chiamati autonomi perché i loro membri per definirsi non necessitano di confrontarsi con altri gruppi differenziandosene. Altri, invece, sono detti relazionali, in quanto i loro appartenenti si definiscono in buona parte differenziandosi dall’outgroup. La competizione sociale descritta dalla teoria dell’identità sociale, si innesca unicamente quando è saliente l’appartenenza a gruppi di tipo relazionale, in tutti gli altri casi l’importanza dell&rsq

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

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