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Paragrafo 2.4.2 (scorciatoie inferenziali)

Nell’inferenza sociale spesso usiamo schemi mentali già presenti. Questo significa che tendiamo a trarre conclusioni che confermano idee o categorie che abbiamo già in mente. Per farlo utilizziamo delle euristiche, cioè scorciatoie mentali. Non sono sempre perfette, ma di solito permettono di giudicare velocemente e in modo abbastanza accurato senza analizzare tutte le informazioni.

Le principali sono:

  1. Euristica della rappresentatività: giudichiamo una persona in base a quanto ci sembra simile al tipico membro di una categoria. Se la somiglianza ci sembra alta, pensiamo che quella persona abbia tutte le caratteristiche di quella categoria.
  2. Euristica della disponibilità: pensiamo che un evento sia più frequente o probabile se ci vengono in mente esempi facilmente e velocemente.
  3. Ancoraggio e accomodamento: i nostri giudizi partono spesso da un punto di riferimento iniziale (ancora), che poi modifichiamo leggermente. Spesso questo punto di partenza sono le nostre caratteristiche o le nostre idee su noi stessi.

Affetto ed emozione

La cognizione sociale si concentra sul pensiero piuttosto che sui sentimenti. Tuttavia, negli anni recenti, c’è stata una rivoluzione affettiva. I ricercatori si sono interrogati su come i sentimenti influenzino e siano influenzati dalla cognizione sociale. Situazioni differenti evocano emozioni differenti, tuttavia, anche la stessa situazione (esame) può evocare emozioni diverse a seconda della persona.

Cause dell’affetto

Le emozioni nascono dal modo in cui le persone valutano una situazione e le proprie capacità, desideri e obiettivi. Da queste valutazioni cognitive derivano reazioni emotive e risposte fisiologiche, per esempio aumento del battito cardiaco.

Le emozioni preparano l’organismo all’azione: ci aiutano a reagire a ciò che percepiamo come benefico o dannoso. Questo processo di valutazione avviene in modo continuo e spesso automatico.

Valutazioni primarie

Le valutazioni primarie sono rapide e semplici. Servono a capire immediatamente se qualcosa è:

  • Buono o cattivo
  • Sicuro o pericoloso

Queste valutazioni avvengono nell’amigdala, una parte antica del cervello che produce reazioni emotive molto veloci, importanti per la sopravvivenza. Per questo motivo l’emozione può comparire prima ancora che siamo consapevoli dello stimolo.

Valutazioni secondarie

Le valutazioni secondarie sono più complesse e più lente. Richiedono un’elaborazione cognitiva maggiore e portano a emozioni più articolate.

Un esempio è l’invidia: nasce quando una persona pensa che un’altra possieda qualcosa di desiderabile che lei non ha.

Secondo il modello biopsicosociale, quando le persone affrontano una situazione fanno una valutazione:

  • Valutano la richiesta della situazione
  • Valutano le proprie risorse per affrontarla

Da qui possono nascere due stati:

  1. Sfida → se le risorse percepite sono sufficienti o superiori alla richiesta → porta a emozioni e comportamenti di approccio (lotta)
  2. Minaccia → se le risorse percepite sono insufficienti → porta a emozioni e comportamenti di evitamento (fuga)

Conseguenze dell’affetto

Le emozioni e l’umore influenzano il modo in cui pensiamo, giudichiamo gli altri e ci comportiamo.

Secondo degli psicologi, l’umore può influenzare il pensiero sociale attraverso il modello di infusione dell’affetto.

Questo modello dice che l’umore influisce sui giudizi soprattutto quando le persone riflettono e usano molte informazioni.

In questi casi il giudizio può riflettere l’umore del momento (congruenza dell’umore).

Per esempio: se siamo di cattivo umore, potremmo giudicare gli altri più negativamente.

L’umore influisce anche su:

  • Memoria sociale → ricordiamo più facilmente informazioni coerenti con il nostro umore.
  • Giudizio sociale → quando siamo di buon umore tendiamo a valutare noi stessi e gli altri più positivamente.

Spesso si pensa che le emozioni rendano le decisioni meno razionali. In realtà alcuni studiosi, come Marcel Zeelenberg, sostengono che le emozioni aiutano a prendere decisioni, perché: focalizzano l’attenzione; stabiliscono priorità; guidano gli obiettivi e le azioni.

Inoltre, emozioni negative diverse hanno significati e conseguenze differenti.

Regolazione delle emozioni

Le persone non sempre mostrano le proprie emozioni. Questo dipende dalla cultura e dal contesto:

  • Nelle società collettiviste: dove conta l’armonia del gruppo, le emozioni sono spesso meno espresse.

Le persone regolano le emozioni per raggiungere obiettivi personali, per gestire meglio una situazione difficile, controllare l’ansia o tristezza per sentirsi meglio.

Secondo Webb e colleghi (2012), regolare le emozioni richiede autocontrollo e può incontrare difficoltà in tre passaggi:

  1. Riconoscere il bisogno di regolare l’emozione.
  2. Decidere se e come regolarla.
  3. Mettere in atto la strategia scelta.

Un metodo efficace è la pianificazione “se-allora”:

Esempio: “Se mi arrabbio, allora respiro profondamente prima di parlare.”

2.5 Alla ricerca delle cause del comportamento

Capire abbastanza bene le altre persone per prevedere come si comporteranno, come ci tratteranno, come dovremmo comportarci noi e come andrà un’interazione è molto importante nella vita sociale.

Il modo più efficace per farlo è cercare di capire le cause dei comportamenti e degli eventi, cioè cosa provoca cosa. Il famoso psicologo austriaco Fritz Heider (1958) diceva che gli esseri umani sono come “psicologi ingenui”: cioè persone che, anche senza essere esperte, usano le proprie idee e spiegazioni per capire e prevedere il comportamento degli altri.

Nel tempo sono state sviluppate sette principali teorie che spiegano come le persone attribuiscono le cause ai comportamenti:

  1. La teoria della psicologia ingenua di Fritz Heider
  2. La teoria dell’inferenza corrispondente di Edward E. Jones e Keith Davis
  3. Il modello della covariazione di Harold Kelley
  4. La teoria dell’attivazione emotiva di Stanley Schachter
  5. La teoria dell’autopercezione di Daryl Bem
  6. La teoria attribuzionale di Bernard Weiner
  7. La prospettiva intergruppo di Miles Hewstone e Joseph Jaspars

Come attribuiamo la causalità e perché è importante?

Heider pensava che le persone fossero “psicologi intuitivi”: anche senza essere esperti, cercano di capire le cause del comportamento umano costruendo spiegazioni simili, nella forma, a quelle della psicologia scientifica.

Per spiegare il comportamento, Heider fece una distinzione tra due tipi di cause:

  • Attribuzione interna (o disposizionale) → quando il comportamento è spiegato con caratteristiche della persona, come personalità, capacità o intenzioni.
  • Attribuzione esterna (o situazionale) → quando il comportamento è spiegato con fattori dell’ambiente o della situazione, come il contesto o la pressione sociale.

Esempio: se durante una festa una persona appare fredda e distante, possiamo pensare due cose:

  • È fatta così (attribuzione interna)
  • Si comporta così perché non si trova bene in quella situazione (attribuzione esterna).

Secondo Heider, le cause interne, come le intenzioni o i pensieri, non sono direttamente visibili. Per questo le deduciamo quando non troviamo spiegazioni esterne evidenti.

Tuttavia, gli studi mostrano che spesso le persone tendono a preferire spiegazioni interne, anche quando ci sono prove che il comportamento dipenda dalla situazione.

Persone come “comuni scienziati”

Una delle teorie più importanti sull’attribuzione è il modello della covariazione dello psicologo Harold Kelley.

Secondo questa teoria, quando le persone cercano di capire la causa di un comportamento, ragionano in modo simile agli scienziati: osservano quali fattori si presentano insieme al comportamento e da questo deducono la causa.

Le persone usano questo ragionamento per capire se il comportamento dipende da:

  • Cause interne (caratteristiche della persona, come la personalità)
  • Cause esterne (la situazione o il contesto)

Per decidere, valutano tre tipi di informazioni.

  1. Coerenza: si chiede se il comportamento si ripete nel tempo nella stessa situazione.
    Esempio: Tommaso ride sempre quando ascolta quel comico (alta coerenza) oppure solo a volte (bassa coerenza).
  2. Distintività: si chiede se la persona si comporta così solo in quella situazione oppure in molte altre.
    Esempio: Ride solo con quel comico → alta distintività.
    Ride per qualunque cosa → bassa distintività.
  3. Consenso: si guarda se anche le altre persone si comportano allo stesso modo.
    Esempio: Tutti ridono → alto consenso.
    Ride solo Tommaso → basso consenso.

Come si decide la causa

  • Alta coerenza + alta distintività + alto consenso → causa esterna (il comico è davvero divertente).
  • Alta coerenza + bassa distintività + basso consenso → causa interna (Tommaso ride facilmente perché è fatto così).
  • Se invece la coerenza è bassa, la causa probabilmente è un altro fattore.

Limiti del modello

Gli studi mostrano alcuni problemi:

  • Nella vita reale le persone non hanno sempre tutte queste informazioni.
  • Le persone non sono molto brave a valutare le relazioni tra cause ed effetti.
  • Spesso attribuiscono la causa alla cosa più evidente o più saliente, non a quella più corretta.

Per spiegare come ragioniamo quando abbiamo poche informazioni, Harold Kelley propose il concetto di schemi causali: sono idee o aspettative basate sull’esperienza su come funzionano le cause.

Per esempio, lo schema della causa necessaria multipla dice che un effetto può avere bisogno di più cause.

Un esempio: guidare in stato di ebbrezza richiede aver bevuto alcol e stare guidando un veicolo.

Questo concetto aiuta a capire come le persone fanno attribuzioni anche con poche osservazioni, anche se non tutti gli studiosi sono completamente d’accordo con questa idea.

Atti stabili e controllati

Lo psicologo Bernard Weiner studiò come le persone spiegano il successo o il fallimento, per esempio quando uno studente supera o non supera un esame.

Secondo Weiner, quando interpretiamo il risultato di una prestazione consideriamo tre dimensioni principali:

Luogo della causa (locus)

  • Interno → dipende dalla persona (abilità, impegno).
  • Esterno → dipende dalla situazione (difficoltà dell’esame, fortuna, altre persone).

Stabilità

  • Stabile → la causa rimane nel tempo (per esempio l’abilità).
  • Instabile → può cambiare (per esempio la fortuna o una distrazione momentanea).

Controllabilità

  • Controllabile → la persona può controllarla (impegno, studio).
  • Non controllabile → la persona non può controllarla (malattia, rumore, altri fattori).

Esempio: immaginiamo che una studentessa, Olga, non superi un esame. Se pensiamo che sia intelligente ma che sia stata disturbata da uno studente che starnutiva continuamente, allora attribuiamo il fallimento a una causa esterna, instabile e controllabile (per esempio in futuro può sedersi lontano da lui).

Il modello di Bernard Weiner è dinamico: prima la persona capisce se ha avuto successo o fallito, poi prova un’emozione (positiva o negativa) e successivamente cerca la causa del risultato.

Gli esperimenti hanno in gran parte confermato il modello, ma alcuni studiosi hanno sollevato dei dubbi:

  • La dimensione della controllabilità potrebbe essere meno importante di quanto si pensasse.
  • Nella vita quotidiana le persone potrebbero non analizzare sempre il successo o il fallimento in modo così preciso come nei laboratori.

Autopercezione

Lo psicologo Daryl Bem, con la teoria dell’autopercezione, ha proposto un’idea interessante su come le persone capiscono sé stesse.

Secondo Bem, se attribuiamo un comportamento alla disposizione di una persona (cioè alla sua personalità), significa che stiamo imparando qualcosa su quella persona.

Da questo deriva un’idea importante:

  • Interpretiamo il nostro comportamento nello stesso modo in cui interpretiamo quello degli altri.
  • Osserviamo ciò che facciamo e cerchiamo di capirne la causa.

Attribuendo il nostro comportamento a cause interne (come atteggiamenti, valori o tratti della personalità) impariamo a conoscere meglio noi stessi, cioè sviluppiamo una maggiore consapevolezza della nostra identità e del nostro “sé”.

Esempio: se una persona nota che partecipa spesso ad attività di volontariato, potrebbe concludere: “Lo faccio perché sono una persona altruista”. In questo modo usa il proprio comportamento per capire qualcosa della propria personalità.

Come spieghiamo le nostre emozioni

Le attribuzioni non servono solo a spiegare il comportamento delle persone, ma anche a capire le nostre emozioni.

Secondo alcuni psicologi, le emozioni hanno due componenti principali:

  • Attivazione fisiologica → cambiamenti del corpo, come aumento del battito cardiaco, sudorazione o agitazione.
  • Interpretazione cognitiva → il modo in cui interpretiamo questi segnali e li etichettiamo come un’emozione (per esempio paura, rabbia o entusiasmo).

Di solito queste due cose avvengono insieme: proviamo un’attivazione fisica e sappiamo subito quale emozione stiamo provando.

Ma in alcuni casi la stessa attivazione fisica può essere interpretata in modi diversi, a seconda di come spieghiamo la situazione.

Box 2.5: Il ruolo del contesto

Il filosofo e psicologo William James sostenne che prima il corpo reagisce a uno stimolo e poi interpretiamo quella reazione per capire quale emozione stiamo provando.

Questa idea fu testata in laboratorio dallo psicologo Stanley Schachter con un famoso esperimento.

L’esperimento di Schachter

Nel suo studio venne iniettata adrenalina ad alcuni volontari maschi, provocando un aumento del battito cardiaco e quindi uno stato di attivazione fisica.

I partecipanti però non sapevano cosa fosse la sostanza né quali effetti avrebbe avuto.

Successivamente venivano messi in due situazioni diverse:

  • Situazione divertente: un collaboratore nella stanza si comportava in modo buffo, faceva aeroplanini di carta e scherzava.
    I partecipanti interpretarono la loro attivazione come euforia o divertimento.
  • Situazione arrabbiata: il collaboratore strappava la carta e si muoveva nervosamente nella stanza.
    I partecipanti interpretarono la loro attivazione come rabbia.

Conclusione

Poiché l’attivazione fisica era inaspettata, i partecipanti cercarono indizi nel contesto per capire cosa stessero provando.

Questo esperimento mostra che: le emozioni dipendono sia dal corpo sia dall’interpretazione mentale; la stessa attivazione fisica può essere percepita come emozioni diverse a seconda della situazione.

Stili di attribuzione

Tutte le persone fanno attribuzioni per spiegare ciò che succede, ma non tutti lo fanno nello stesso modo. Ognuno tende ad avere un proprio stile attribuzionale, cioè un modo abituale di spiegare gli eventi.

Alcuni studiosi distinguono due tipi principali di persone:

  • Interni → tendono a fare attribuzioni interne. Pensano che ciò che succede dipenda soprattutto da loro stessi, dalle loro capacità o dal loro impegno.
  • Esterni → tendono a fare attribuzioni esterne. Pensano che ciò che succede dipenda dal caso, dalla fortuna o da altre persone. Sentono quindi di avere meno controllo sugli eventi.

Attribuzioni nelle relazioni di coppia

Le attribuzioni sono importanti anche nelle relazioni di coppia, perché influenzano il modo in cui i partner interpretano i comportamenti dell’altro.

Nelle relazioni soddisfacenti le persone tendono a:

  • Spiegare i comportamenti positivi del partner con cause interne, stabili e controllabili. (Per esempio: “È gentile perché è una brava persona”).
  • Spiegare i comportamenti negativi con cause esterne, temporanee o situazionali. (Per esempio: “Oggi è nervoso perché ha avuto una giornata difficile”).

Nelle relazioni in crisi succede spesso il contrario:

  • I comportamenti positivi vengono spiegati con cause esterne o casuali.
  • I comportamenti negativi vengono attribuiti alla personalità del partner.

Tendenze sistematiche nell’attribuzione delle motivazioni

Inferenza corrispondente

Questa teoria spiega come le persone deducono i tratti della personalità di qualcuno osservando il suo comportamento.

Per esempio: se vediamo Alessandro fare una donazione a un ente benefico, potremmo pensare che sia una persona generosa. In questo caso stiamo collegando l’azione osservata a una caratteristica stabile della sua personalità.

Le persone tendono a fare spesso questo tipo di inferenza perché le cause legate alla personalità sono stabili e rendono il comportamento degli altri più prevedibile, facendoci sentire di avere più controllo sul mondo sociale.

Ci sono alcuni indizi che ci spingono a pensare che un comportamento rifletta davvero la personalità di qualcuno:

  • Se la persona ha agito liberamente e non perché obbligata, minacciata o ricompensata, è più facile attribuire il comportamento alla sua personalità.
  • Se il comportamento segue le norme sociali (cioè è socialmente
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher juncotone di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Napoli Federico II o del prof La Barbera Francesco.
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