Capitolo 1
Introduzione alla psicologia evoluzionistica
La psicologia evoluzionistica si propone di studiare la cognizione umana in chiave evolutiva; intende in particolare analizzare come l'architettura della mente sia il frutto dell'evoluzione per selezione naturale. Ad esempio, le emozioni (come la paura) con i propri risvolti fisiologici, sono ricollegati alla storia evolutiva in quanto adattamenti (quindi un aspetto fenotipico) che hanno aumentato le possibilità di sopravvivenza della specie. Gli psicologi evoluzionistici utilizzano il principio darwiniano di adattamento per spiegare il comportamento umano.
Il contributo di Darwin
Il padre della psicologia evoluzionistica è Darwin, naturalista inglese. Con la pubblicazione di "L'origine della specie" nel 1859 cambia il corso della scienza moderna. Darwin identifica nella selezione naturale il meccanismo che sta alla base dei mutamenti morfologici (fenotipici) degli esseri viventi, che sono cioè il frutto di adattamenti favorevoli alle pressioni ambientali. La teoria della selezione naturale rende conto della forma degli organismi viventi, spiegandole come il risultato di lunghe pressioni ambientali e di mutazioni che si sono rivelate favorevoli.
Le sue osservazioni sono tipo: "come fanno i pesci a procurarsi l'ossigeno di cui hanno bisogno tramite le branchie?"; "quali cambiamenti hanno dovuto subire gli uccelli per riuscire a volare?". Darwin non utilizza il termine evoluzione, parla piuttosto di albero della vita: l'evoluzione ha una struttura ad albero, da uno o più specie progenitrici si sono evolute tutte le specie esistenti.
Herbert Spencer e la psicologia dell'adattamento
Darwin era convinto che il suo "meccanismo" esercitasse la sua influenza anche oltre il campo del mutamento della morfologia del vivente. Nell'ultimo capitolo dell'Origine della specie scrive: "per l'avvenire vedo campi aperti a ricerche molto più importanti. La psicologia sarà sicuramente basata sulle fondamenta già poste da Herbert Spencer. Molta luce sarà fatta sull'origine dell'uomo e della sua storia".
Il filosofo britannico Herbert Spencer pubblica nel 1855 "The Principles of Psychology" nel quale proponeva una spiegazione in termini evolutivi di molti processi cognitivi quali il ragionamento, l'attenzione, la percezione. Spencer include le teorie evolutive all'interno del suo sistema filosofico e dà origine alla psicologia dell'adattamento, che si propone come studio dello sviluppo della mente sia dell'individuo che della specie.
Lo sviluppo individuale viene analizzato da Spencer alla luce della filosofia associazionista inglese, secondo cui lo sviluppo della mente avviene attraverso progressive esperienze dell'individuo. Le associazioni indotte dall'esperienza si estendono in seguito alla specie di appartenenza dell'individuo, nella forma di riflessi e istinti. Le differenze, sul piano cognitivo, intraspecifiche (tra individuo e individuo della stessa specie) e interspecifiche (tra una specie e l'altra) deriverebbero dalle diverse esperienze accumulate e associazioni indotte.
L'approccio di Darwin alla psicologia
Darwin fa riferimento a Spencer per educazione scientifica, ma implicitamente sta suggerendo che il suo "meccanismo" è in grado di fornire una solida base sperimentale per il futuro della psicologia che fino ad allora era mancata. Immagina, quindi, una psicologia evoluzionistica, ossia una scienza delle funzioni cognitive che sia basata sulla teoria della selezione naturale e che consideri ogni capacità mentale come il frutto di una storia naturale di pressioni ambientali e di mutamenti degli organismi.
Darwin inaugura l'approccio evoluzionistico in psicologia nel libro "The Expression of the Emotions in Man and Animals". Darwin dimostra come le espressioni delle emozioni siano "oggetti naturali" (fenotipi), ossia un prodotto della selezione naturale. Le emozioni per Darwin non sono solo un prodotto dei condizionamenti culturali: anche se la cultura svolge un ruolo cardine nel loro controllo e modulazione, le emozioni sono funzioni innate e determinate biologicamente. Dire che le emozioni sono processi innati significa che esistono, nel nostro sistema nervoso, strutture fisiche che mettono in atto risposte emotive, quali la rabbia, la paura, l'allegria, che si sono rivelate essenziali per la nostra sopravvivenza. Strutture di questo tipo sono le regolazioni dei muscoli facciali, della frequenza cardiaca, della postura.
La psicologia evoluzionistica moderna
Nonostante i suggerimenti darwiniani bisognerà attendere gli anni Novanta del Novecento per un accoglimento dell'approccio evoluzionistico nello studio delle emozioni e di tutti i fenomeni psicologici. Infatti fino agli anni Ottanta del XX secolo le emozioni erano ancora intese come apprese culturalmente e le regolazioni muscolari coinvolte nella loro espressione in conformità con le convenzioni sociali.
Lo psicologo Silvan Tomkins ha proposto l'esistenza di otto emozioni primarie che chiama "affetti" positivi e negativi (sorpresa, interesse, gioia / angoscia, vergogna, paura, disgusto e rabbia). I lavori di Tomkins hanno ispirato la ricerca dello psicologo Paul Ekman che ha approfondito le osservazioni darwiniane studiando sia le culture primitive sia le moderne culture occidentali. Ha scoperto che le espressioni di disgusto, rabbia, paura, felicità, tristezza e sorpresa sono modi di reagire innati. Ekman però individua anche dei tratti culturali o regole di esibizione che modificano le espressioni delle emozioni a seconda delle regole sociali tipiche della cultura di appartenenza.
Accezioni di psicologia evoluzionistica
È utile distinguere due accezioni di psicologia evoluzionistica. In un'accezione ampia si intende un'analisi delle facoltà psicologiche in chiave evoluzionistica, secondo la tradizione inaugurata da Charles Darwin; in un'accezione stretta si intende una disciplina nata negli anni Novanta del XX secolo che si prefigge di ricostruire la storia evolutiva di alcune funzioni cognitive nei termini di adattamenti all'ambiente, favorevoli alla sopravvivenza e all'affermazione della specie (alcuni esponenti sono John Tooby, Leda Cosmides, Steven Pinker).
Sociobiologia e psicologia evoluzionistica
La sociobiologia è una disciplina che studia i fenomeni sociali in chiave biologica, per questo può ritenersi l'antecedente scientifico della psicologia evoluzionistica. La tesi principale su cui si basa la sociobiologia è che i comportamenti sociali siano da considerarsi come fenotipi determinati dall'interazione tra genotipi e ambiente. L'idea a cui si fa riferimento quando si pensa a questo approccio teorico è quella delineata da Richard Dawkins nel libro "The Selfish Gene" (1976). Secondo Dawkins i comportamenti sociali si possono spiegare senza fare riferimento a processi mentali ma partendo dalla considerazione che ogni individuo agisce ai fini della sopravvivenza e mette in atto comportamenti utili a replicare i propri geni. La spiegazione del comportamento è quindi riducibile alla riproduzione.
Si tratta di un approccio riduzionista, che riduce cioè il piano del mentale al piano della neurobiologia. Riduzionista deriva dalla filosofia della scienza, da Ernest Nagel che nel '61, ne "La struttura della scienza", propone il seguente modello di riduzione interteorica: nella scienza è possibile ridurre una teoria a un'altra teoria. Una teoria è riducibile ad un'altra se le leggi (espresse in linguaggio) sono derivabili (deducibili logicamente) dall'altra teoria, e il linguaggio di una teoria è traducibile nei termini dell'altra teoria.
Il riduzionismo si basa sull'idea che è possibile tradurre le proposizioni di un linguaggio in quelle di un altro linguaggio. In base alla tesi del riduzionismo psiconeuronale, la teoria della mente è riducibile, tramite opportune regole di corrispondenza, a teorie neuroscientifiche. Si tratta di una formulazione epistemologica del problema mente-corpo.
Secondo la sociobiologia, così come espressa nelle tesi di Dawkins, la trasmissione della cultura è riducibile attraverso la memetica, ossia dei replicatori culturali che svolgerebbero nella propagazione delle idee lo stesso ruolo che i geni svolgono nella propagazione dei tratti biologici. Dunque come i geni sono unità minime di informazione biologica e si veicolano da individuo a individuo, così i memi sono unità minima di selezione della cultura, si propagano dalla mente di un individuo alla mente di un altro individuo tramite processi di imitazione. I memi e la loro trasmissione sarebbero ciò che distingue, secondo Dawkins, la specie umana dalle altre specie animali.
Obiezioni alla memetica
- L'etologia cognitiva ha riscontrato forme di trasmissione culturale interspecifica. Consideriamo il caso di alcuni passeri migratori che apprendono il linguaggio degli uccelli delle aree in cui emigrano. In casi come questi, la trasmissione culturale non avviene esclusivamente attraverso la trasmissione del patrimonio genetico ma anche attraverso l'apprendimento. La trasmissione di memi avverrebbe dunque anche tra specie animali.
- È necessario reintrodurre il piano del mentale per spiegare la trasmissione di un meme da un individuo a un altro individuo, altrimenti i memi sarebbero pure astrazioni inefficaci causalmente.
Confronto tra sociobiologia e psicologia evoluzionistica
Sia la sociobiologia che la psicologia evoluzionistica aspirano a spiegare il comportamento umano all'interno delle cornice teorica della biologia e della teoria dell'evoluzione per selezione naturale. Tuttavia, mentre per la sociobiologia il comportamento sociale è il prodotto della selezione naturale (input—>output comportamentale), per la psicologia evoluzionistica è il prodotto dell'interazione di meccanismi psicologici e di vincoli biologici (input—>meccanismi psicologici—>output comportamentale).
Il contributo di Barkow, Cosmides e Tooby
Nel 1992 Barkow, Cosmides e Tooby curano una raccolta di saggi intitolata "The Adapted Mind", il quale dà inizio al programma di ricerca della psicologia evoluzionistica nel senso stretto del termine. Il nucleo centrale della disciplina è costituito dalle idee darwiniane alle quali si affiancano i contributi dell'antropologia, l'etologia, la genetica, l'intelligenza artificiale. L'obiettivo degli psicologi evoluzionisti è creare una cartografia universale della mente umana.
Il contesto teorico della psicologia evoluzionistica
Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire il contesto teorico all'interno del quale si inserisce il tipo di mente a cui è interessata la psicologia evoluzionistica. Tra gli anni Cinquanta e Ottanta del Novecento il paradigma predominante in psicologia è dato dalla scienza cognitiva classica. Dall'insieme dei contributi teorici di quegli anni è possibile individuare tre importanti linee guida che caratterizzano lo studio dei processi cognitivi: la teoria rappresentazionale-computazionale, l'indipendenza dal sostrato materiale e la presenza di vincoli strutturali all'interno della mente (moduli mentali). I processi mentali sono, dunque, elaborazioni di informazioni, cioè algoritmi, paragonabili ai programmi di esecuzione di un computer e possono essere studianti in modo autonomo rispetto al cervello. Questa posizione è nota come funzionalismo computazionale.
Gli algoritmi (o computazioni) sono procedimenti effettivi (ossia che producono un risultato, un output) non ambigui ed espliciti nella risoluzione di un determinato problema e devono far uso di un insieme finito di operazioni elementari.
La modularità della mente
Nel 1983 il filosofo Jerry Fodor pubblica "The Modularity of Mind" nel quale descrive la mente come un insieme di moduli, ossia di meccanismi computazionali specializzati nell'elaborare una specifica classe di input sensoriali e trasformarli in rappresentazioni mentali. Sono esempi di moduli quelli specializzati nella percezione, nella processazione delle forme spaziali, nel calcolo. I moduli sono computazionalmente indipendenti, geneticamente determinati e ciascuno associato ad una specifica struttura neurale. Cosmides e Tooby interpretano la modularità della mente in chiave evoluzionista: i moduli si sono evoluti per selezione naturale in quanto, specializzandosi in determinati compiti cognitivi, si sono rivelati favorevoli per la sopravvivenza della specie. Per la psicologia evoluzionista, i comportamenti sociali e culturali dell'uomo sono spiegabili nei termini dell'architettura modulare della mente evolutasi per selezione naturale di specifici moduli.
Il modello standard delle scienze sociali
Cosmides e Tooby chiamano il modello teorico delle scienze sociali e comportamentali che precede la nascita della psicologia evoluzionistica. Il modello standard delle scienze sociali considera il comportamento umano unicamente come il frutto dell'interazione tra cultura e relazioni sociali, disegna i contorni di una mente astratta che non ha nulla a che vedere con la reale architettura cognitiva che caratterizza i processi psicologici concreti. L'architettura della mente non è dunque l'esito di una storia evolutiva ed è caratterizzata da un numero ristretto di processi che hanno finalità generali, quali l'apprendimento, il ragionamento, l'imitazione. Al contrario, la psicologia evoluzionistica concepisce la mente come un insieme di moduli cognitivi separati l'uno dall'altro, ciascuno specializzato in una specifica classe di compiti cognitivi e deputato alla risoluzione di uno specifico problema adattativo. Sono esempi di problemi adattativi per i quali si è sviluppato uno specifico modulo: la ricerca del cibo, del partner, di un territorio su cui stabilirsi.
La psicologia evoluzionistica offre una spiegazione dei processi cognitivi che parte dall'identificazione di un problema adattativo, ipotizza quale processo cognitivo si sia selezionato per la risoluzione di tale problema, e individua le basi neurofisiologiche atte alla realizzazione del processo in esame. L'identificazione dei meccanismi cognitivi che realizzano determinate funzioni o sotto-funzioni adattative avviene a partire dallo studio del comportamento manifesto. La psicologia evoluzionistica non è dunque solo interessata allo studio dei moduli che costituiscono l'architettura della mente, ma anche ai processi logenetici che li hanno costituiti.
Manifestazioni culturali e moduli mentali
La multiformità delle manifestazioni culturali umane indica che i moduli mentali non impongono schemi rigidi e processi unicamente logenetici, ma entrano in gioco anche fattori ontogenetici, relativi cioè allo sviluppo del singolo individuo. Ciascun modulo mentale è, dunque, un adattamento all'ambiente, generato come risposta agli input presenti nel suo Ambiente di Adattamento Evoluzionistico (AAE). L'AAE è stato individuato nell'epoca geologica del Pleistocene, che va dal milione e ottocentomila anni fa a undicimila anni fa.
Durante il Pleistocene gli ominidi vivevano in piccoli gruppi, erano dediti alla caccia e alla raccolta. Secondo gli psicologi evoluzionistici, il Pleistocene pose ai nostri antenati quei problemi adattativi che hanno modellato la nostra architettura cognitiva attuale. Esempi di problemi adattativi posti ai nostri antenati sono la cooperazione all'interno del gruppo, il riconoscimento dei membri del proprio gruppo, la capacità di ingannare e scovare l'inganno. L'evoluzione ha fornito la nostra mente di un insieme di moduli ciascuno atto alla risoluzione di un particolare problema adattativo. Per questo, l'architettura modulare della mente è stata paragonata ad una cassetta degli attrezzi (da cui estrarre lo strumento giusto) o a un coltellino svizzero (contiene tanti utensili utili per svariati compiti, così la mente è ricca di adattamenti psicologici per attività diverse). Tuttavia, gli "attrezzi" di cui dispone la nostra mente sono quelli selezionatisi per risolvere problemi adattativi del Pleistocene e possono non essere sempre adatti a risolvere problemi adattativi posti dal nostro ambiente.
Il ruolo delle euristiche nella mente umana
La mente di Homo sapiens è in grado di scegliere automaticamente le euristiche più opportune alle circostanze. L'input processato da un meccanismo cognitivo si trasforma nell'output giusto attraverso le regole di decisione che indirizzano l'organismo a imboccare una delle possibili vie seguendo la procedura decisionale "Se, allora".
Gli input sono di tipo sensoriale o sono output di altri meccanismi; gli output possono essere di tipo comportamentale (la fuga), di tipo fisiologico (attivazione della sudorazione) o possono costituire input per altri meccanismi.
Evoluzione biologica ed evoluzione culturale
La storia evolutiva del genere umano può considerarsi come il frutto di evoluzione biologica ed evoluzione culturale. Biologia e cultura non sono tuttavia da intendersi come fenomeni opposti. La psicologia evoluzionistica nel focalizzare la sua attenzione sulle molteplici relazioni causali tra moduli cognitivi e pressioni selettive vanifica le dicotomie natura/cultura, innato/appreso. L'inutilità di simili opposizioni risiede nelle caratteristiche dei meccanismi psicologici.
Un comportamento non si può classificare esclusivamente come innato o appreso, ma è piuttosto il frutto di una storia evolutiva nella quale aspetti logenetici e input ambientali hanno contribuito in egual misura (lo dice esplicitamente David M. Buss). La psicologia evoluzionistica ricongiunge natura e cultura considerando la cultura come un adattamento biologico che si è coevoluto con le strutture cerebrali.
Comportamenti non adattivi
Spesso facciamo cose che mettono a repentaglio la nostra capacità riproduttiva e di sopravvivenza; perché assistiamo a comportamenti che non sono adattivi? Il comportamento manifesto è il frutto dell'applicazione di meccanismi adattivi selezionatisi in un ambiente (AAE) che era profondamente diverso da quello in cui viviamo attualmente.
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