L’attenzione
Introduzione
Che cos’è l’attenzione Il termine attenzione non esprime un concetto unitario, ma si riferisce a una molteplicità di fenomeni psicologici di varia natura. Le funzioni dell’attenzione sono, dunque, molteplici e anche le ricerche più recenti hanno dimostrato la loro correlazione con diverse aree cerebrali, in particolare con tre sistemi attentivi:
- Il sistema attentivo anteriore, che riguarda l’elaborazione focale conscia e il monitoraggio del comportamento.
- Il sistema attentivo posteriore, che riguarda l’orientamento in risposta agli stimoli sensoriali, l’elaborazione dettagliata degli oggetti e la focalizzazione della nostra attenzione su specifici punti dello spazio ambientale.
- Il sistema attentivo responsabile del mantenimento di uno stato di allerta e di vigilanza, il quale permette anche un’aumentata velocità di selezione delle informazioni, che si trova nell’emisfero destro.
Danni selettivi a uno o più di questi sistemi determinano lo sviluppo di deficit neuropsicologici specifici.
I vincoli dell’attenzione
La prestazione attentiva è influenzata da diversi fattori, come l’organizzazione stessa del cervello, le caratteristiche dell’attività neurale e le caratteristiche dei processi di memoria. È stato riscontrato, ad esempio, che più il materiale su cui bisogna conservare l’attenzione è significativo, tanto più è facile mantenere viva l’attenzione e l’interesse su di esso.
Un altro vincolo che caratterizza l’attenzione è costituito dall’imprevedibilità e velocità dei cambiamenti ambientali; risulta cruciale essere in grado di rispondere anche ad eventi ambientali non previsti o non direttamente rilevanti per gli scopi che bisogna perseguire. Inoltre, molto spesso perseguiamo più obiettivi contemporaneamente, rendendo necessario gestire le proprietà, le quali devono essere costantemente adattate alle condizioni interne ed esterne.
Va infine ricordato che la nostra mente è costituita da sistemi multifunzionali e, dunque, la presenza di varie componenti cognitive richiede la loro coordinazione.
Lo studio dell’attenzione: passato, presente, futuro
Tra il 1880 e il 1920, l’attenzione è uno dei temi fondamentali di ricerca. In particolare, in questo periodo, due sono le scuole psicologiche principali: lo strutturalismo, fenomeni di cui siamo consapevoli, ossia i prodotti dell’attenzione, e il funzionalismo, caratteristiche dell’attenzione come processi di selezione attiva.
Durante i primi decenni del Novecento, dunque, l’attenzione rappresentava un plausibile oggetto d’indagine della ricerca psicologica. Tuttavia, con l’avvento del Comportamentismo, psicologia deve essere scienza del comportamento e non della mente, si iniziò a pensare che i processi mentali non potessero essere oggetto d’indagine scientifica, pensiero che successivamente venne seguito anche dalla psicologia della Gestalt.
Dunque, soprattutto a causa dell’influenza del comportamentismo, la ricerca sull’attenzione rimase bloccata per almeno quarant’anni.
Solo successivamente i ricercatori iniziarono a rendersi conto del fatto che per spiegare il comportamento, non era più sufficiente basare le analisi esclusivamente in termini di stimolo e risposta, ma che fosse invece necessario fare riferimento anche all’attenzione e ai processi mentali. Con lo sviluppo della tecnologia, si iniziarono a individuare delle analogie tra il computer e la mente umana, considerando l’uomo come un elaboratore di informazioni, permettendo anche di sviluppare strumenti di misurazione più affidabili.
Lo studio dell’attenzione iniziò, dunque, a essere di cruciale importanza.
La ricerca moderna sull’attenzione può essere suddivisa in tre fasi storiche:
- Anni ’50 e ’60 = centrati sullo studio delle abilità e delle prestazioni umane e sul concetto che l’uomo è un processore a capacità limitata.
- Anni ’70 e ’80 = caratterizzati dall’analisi degli aspetti cognitivi, in particolare sulla scoperta dei processi e dei meccanismi che determinano la prestazione umana. Oggetto privilegiato di studio sono le rappresentazioni mentali, i processi automatici e volontari e le strategie per focalizzare e dividere l’attenzione.
- Anni ’80-oggi = approfondire la relazione tra processi attentivi e substrato neurale, ossia tra mente e cervello.
A questo punto si iniziò a parlare di neuroscienze cognitive. In questi anni migliorano anche le tecniche di neuroimmagine funzionale, come la risonanza magnetica funzionale e la tomografia a emissione di positroni (PET).
Si inizia, dunque, a sviluppare una vera e propria anatomia dell’attenzione.
L’approccio dell’elaborazione delle informazioni
La maggior parte della ricerca moderna sull’attenzione si è sviluppata nell’ambito della psicologia sperimentale e l’approccio dell’elaborazione delle informazioni rappresenta la base teorica maggiormente adottata. L’assunto di base è quello per cui è possibile descrivere che cosa accade nella mente dell’uomo tra la presentazione di uno stimolo e la sua risposta; ciò che avviene tra questi è visto come una sequenza di stadi che subiscono trasformazioni in seguito a processi di elaborazione delle informazioni.
Lo scopo finale è quello di individuare come la mente elabora l’informazione, e per fare ciò si utilizzarono teorie basate su osservazioni empiriche e, quindi, su esperimenti e osservazioni in laboratorio.
Metodologie e strumenti per lo studio dell’attenzione
La metodologia dei tempi di reazione: il tempo di reazione rappresenta la quantità di tempo che intercorre tra la presentazione dello stimolo e l’emissione di una risposta; maggiore è il tempo che intercorre tra essi, maggiore sarà l’elaborazione richiesta.
I primi studi incentrati sui tempi di reazione utilizzarono il metodo sottrattivo di Donders, secondo il quale:
- Il tempo che intercorre tra stimolo e risposta è occupato da stadi di elaborazione, i quali iniziano solo quando lo stadio precedente ha terminato le sue operazioni, assunto di elaborazione seriale.
- Il numero di stadi necessari per giungere alla risposta varia in base alla difficoltà del compito, assunto di additività.
Donders prese dunque in considerazione tre condizioni:
Nella Condizione A, ossia il tempo di reazione semplice, viene presentato un solo stimolo e quindi la risposta possibile è solo una.
Nella Condizione B, ossia il tempo di reazione di scelta, lo stimolo è scelto da un insieme più ampio e la risposta deve essere differente secondo il tipo di stimolo.
Nella Condizione C, ossia il metodo go/no-go, lo stimolo è scelto da un insieme più ampio ma si deve rispondere a uno solo di questi stimoli.
Dunque, la Condizione A richiede la a) registrazione dello stimolo e b) l’esecuzione della risposta, la Condizione B, oltre ad a) e b), richiede anche c) l’identificazione dello stimolo e d) la scelta della risposta. Infine, la Condizione C non richiede la d) scelta della risposta, ma c) l’identificazione dello stimolo e b) l’esecuzione della risposta. Per sottrazione, la differenza tra A e C potrebbe identificare la lunghezza del processo mentale necessario per discriminare gli stimoli, mentre la differenza tra C e B potrebbe indicare la lunghezza del processo mentale necessario per discriminare le risposte. Questo metodo venne, tuttavia, presto abbandonato.
Sternberg elaborò successivamente il metodo dei fattori additivi per analizzare e interpretare i tempi di reazione, il quale si basa anch’esso sull’assunto d’elaborazione seriale; si possono quindi individuare i diversi stadi di elaborazione considerando se le variabili del compito producono effetti additivi o d’interazione sui tempi di reazione.
Bisogna, inoltre, ricordarsi che per trarre informazioni utili è necessario utilizzare materiale e compiti molto semplici variando diversi aspetti, altrimenti il tempo di reazione diventa una misura difficilmente interpretabile.
I protocolli verbali: sono stati sviluppati due principali metodi basati sui protocolli verbali, ossia il thinking aloud, pensare ad alta voce, e il talking aloud, parlare ad alta voce. Il primo consiste nel far svolgere una determinata attività e nel chiedere di esporre contemporaneamente i processi mentali su cui si basano le nostre scelte e azioni e sostiene che la verbalizzazione può costituire un indice dei processi effettivamente posti in essere, mentre il secondo consiste nella descrizione dei processi mentali dopo l’esecuzione di un particolare compito o attività e sostiene che il compito di descrivere ad alta voce i propri processi mentali non altera i processi stessi. Dato il notevole utilizzo della memoria in quest’ultimo metodo, è necessario ridurre l’eventualità che il ricordo di quanto avvenuto si deteriori o subisca distorsioni.
La verbalizzazione, dunque, può essere considerata un meccanismo di mantenimento che focalizza l’attenzione sulle caratteristiche critiche del compito.
I questionari: permettono l’analisi degli aspetti consapevoli dell’elaborazione mentale e sono utilizzati soprattutto in ambito clinico, in quanto permettono una rapida rilevazione dei deficit e della loro consapevolezza.
I test: sono uno strumento utile per la rilevazione dei deficit cognitivi, ma devono possedere alcuni requisiti fondamentali quali la standardizzazione, condizioni in cui i soggetti eseguono un compito devono essere identiche per tutti, l’attendibilità, capacità di ottenere misure costanti ed esatte anche se eseguite in tempi diversi e da parte di persone diverse, e la validità, quando misura esattamente la variabile che intende indagare.
Le metodologie delle neuroscienze: rappresentano la metodologia maggiormente utilizzata per studiare le basi neurali dei processi mentali. Per localizzare i processi mentali utilizza le tecniche di neuroimmagine, le quali hanno rivoluzionato lo studio della relazione mente-cervello.
Quando l’attività neurale aumenta in relazione a un particolare processo mentale, c’è un corrispondente aumento nel metabolismo neurale, nel flusso e nel volume sanguigno, i quali vengono misurati dalle tecniche di neuroimmagine al fine di individuare i circuiti neurali sottostanti i processi cognitivi interessati.
L’attenzione selettiva
L’attenzione selettiva rappresenta la capacità di selezionare una o più fonti della stimolazione esterna e/o interna nel momento in cui sono presenti informazioni in competizione tra loro; essa, dunque, è la capacità di concentrarsi sull’oggetto che ci interessa. La selettività è presente in una molteplicità di situazione e influenza il comportamento. Essa può riguardare, ad esempio, l’informazione presente in una certa zona, un particolare oggetto, specifiche caratteristiche e così via.
Anche per l’attenzione selettiva sono state individuate diverse caratteristiche funzionali e anatomiche e, in particolare, gli studi si sono incentrati sull’importanza delle caratteristiche fisiche degli stimoli, i quali sono più efficaci nel guidare l’attenzione.
Le funzioni dell’attenzione selettiva
Sono presenti due fondamentali approcci:
- I processi di selezione sono la conseguenza di limiti del sistema cognitivo umano, ossia della presenza di un’insufficienza nella capacità di elaborazione. La funzione dell’attenzione selettiva è, dunque, quella di proteggere questo sistema a capacità limitata dal sovraccarico di informazione.
- L’attenzione selettiva è motivata dalla necessità di manifestare comportamenti coerenti, flessibili e sensibili ai cambiamenti.
L’attenzione selettiva e i limiti del sistema cognitivo
Sicuramente l’attenzione è limitata o selettiva, ma non è chiaro quali siano le basi per cui si assume la presenza di una capacità di elaborazione limitata. Molto probabilmente il motivo va attribuito alla credenza che non ci possano essere spiegazioni alternative per la selettività dell’attenzione; in realtà le ricerche non sono riuscite a produrre risultati chiari a sostegno dell’esistenza di tale limite.
L’attenzione selettiva come selezione per l’azione
La necessità di eseguire azioni coerenti impone di operare una selezione. Un meccanismo di fondamentale importanza quindi, è la selezione di parte dell’informazione disponibile e la sua separazione dalle altre informazioni presenti.
L’idea che l’attenzione svolga una funzione di selezione per l’azione è sostenuta anche da dati neurofisiologici, difatti molti sistemi cerebrali hanno legami sensomotori selettivi.
La selezione è precoce o tardiva?
Negli anni cinquanta e sessanta sono state proposte due importanti teorie, ossia la teoria della selezione precoce e la teoria della selezione tardiva.
I primi studi sperimentali si sono focalizzati sull’attenzione acustica, utilizzando soprattutto il paradigma di ascolto dicotico; al soggetto vengono presentati tramite una cuffia due messaggi simultanei e il suo compito è quello di prestare attenzione ai messaggi presentati a un orecchio e ignorare gli altri. Vari studi hanno dimostrato che la selezione dei messaggi è particolarmente efficace se ci si può basare sulle caratteristiche fisiche delle voci, inoltre è facile anche selezionare l’informazione acustica che proviene da una particolare zona. Dunque, è quasi impossibile ricordare il contenuto semantico dei messaggi ignorati, mentre è facile riportare alcune semplici caratteristiche vocali.
Broadbent ha interpretato questi risultati come dimostrazione del fatto che gli stimoli ignorati non sono pienamente elaborati e che esiste un filtro selettivo che opera sulla base delle caratteristiche fisiche degli stimoli. La selezione quindi avviene prima della codifica semantica, selezione precoce. L’informazione non rilevante non è ulteriormente elaborata e decade progressivamente, dunque quando prestiamo attenzione a più stimoli non siamo in grado di identificarli in modo simultaneo.
Secondo la teoria della selezione tardiva, invece, tutti i messaggi - rilevanti e non rilevanti - sono elaborati fino alla codifica semantica; il filtro selettivo, dunque, opera solo nel momento in cui deve essere scelta una risposta.
Eriksen e Eriksen, in particolare, introdussero l’effetto di interferenza, la cui origine sembra la competizione tra le risposte; se i distrattori non fossero stati analizzati almeno fino all’attivazione dell
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