Donne e lavoro
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Di Francesca De Vietro 2022/2023
Introduzione
La questione di genere è un problema ancora oggi molto sentito e sensibile sia dal punto di vista pedagogico sia sociologico. L’emancipazione femminile ha lo scopo di abbattere la negazione dei diritti della donna ed avanzare pari diritti e pari dignità nel contesto in cui siamo inseriti.
L’inserimento della donna in contesti lavorativi presenta ancora delle difficoltà derivate da fenomeni come stalking, avances, molestie ecc. In ambito psico-pedagogico e sociale si comincia a parlare di work-life balance, ovvero il bilanciamento della vita lavorativa/privata della donna negli Stati Uniti.
Nelle varie epoche, nonostante le donne abbiano partecipato al lavoro produttivo, nei vari anni hanno sempre trovato difficoltà nell’inclusione sociale sia scontrandosi con i “muri culturali” dove ha potere il patriarcato sia nei “muri personali” dove l’educazione già etichettava la psiche della donna con funzioni e ruoli sociali prestabilite.
In America nasceranno grandi aziende che vedono il lavoro come grande gratificazione psicologica personale che può migliorare anche la vita privata. La riflessione primaria dovrebbe essere quella di eliminare la differenza fra “uomo/donna” entrando in una situazione di “in-differenza”, quando non si parlerà più di differenza o uguaglianza si giungerà all’equilibrio sociale, dove conta solo la “dignità dell’individuo”.
Leadership al femminile
In America sono stati condotti studi sulle differenze di leadership di uomini e donne nei panni di manager. I risultati sono uguali in entrambi i campi ma l’unica differenza è l’approccio utilizzato da entrambi. Dato che lo studio “no difference” e “gender stereotipic difference” sono troppo estremi si è ricorso ad un cambiamento.
Nella ricerca “no difference” (piccole differenze) i test psicologici si sono basati su “motivazione al successo” di uomo e donna molto simile fra loro, ma il successo femminile ha la caratteristica di ricercare la realizzazione personale di sé e non una ricerca di potere come nell’uomo.
Un test della personalità ha messo in risalto la differenza di processi di pensiero: l’uomo risulta come “pensiero e sensazione”, la donna invece come “intuizione ed emozione” e sembra che la donna abbia più creatività nella risoluzione di problemi. Le donne sono contraddistinte da meno autostima e sicurezza sul prendere rischi.
Gli studi neuroscientifici non hanno riscontrato diversità nel cervello maschile e femminile, non esiste una base biologica che certifichi l’inferiorità della donna nel contesto creativo, intelligenza... Abbiamo quasi lo stesso numero neuroni, un sistema nervoso simile, il cervello in proporzione è uguale o addirittura quello dell’uomo è leggermente più grande.
Le differenze neurobiologiche sono:
- Donna: il corpo calloso che unisce gli emisferi risulta più fitto e quindi più duttile, ovvero la capacità di svolgere più compiti in un periodo. La duttilità aiuta a sviluppare la creatività più efficientemente. Il sistema limbico è più voluminoso e sviluppato, nell’ippocampo si processano emozioni e ricordi quindi la donna ha una emotività, empatia ed espressività maggiore, per questo ha la capacità di ricordare più dettagli.
- Uomo: è più sviluppata l’area occipitale e quella visuo spaziale, di conseguenza ha le pulsioni sessuali e l’aggressività più sviluppata. Più immediato nel processare decisioni senza considerare le conseguenze.
A conclusione il potenziale intellettivo rimane invariato. Nel 2001 una ricerca ha sottolineato che le donne hanno una leadership relazionale e democratica quindi “predominanza communale” (solidale, gentile, generosa, sentimentale, empatica, nutritiva) mentre gli uomini più autocratici ed orientati ai compiti “predominanza agentiche” (sicurezza, controllo, assertività, ambizione, dominante, energico, indipendente, competitivo).
La leadership femminile e maschile presenta similitudini ma caratteristiche differenti che comportano delle discriminazioni di genere, nel momento in cui è stato creato questo stereotipo di leadership, se una donna assume caratteristiche “agentiche” tipiche dell’uomo è valutata negativamente e viceversa.
Inoltre esistono due tipi di leadership:
- Trasformazionale: stimolante, creativo, collaborativo. Orientato al benessere dei collaboratori tipico della donna.
- Transazionale: responsabilità, obiettivi e laissez-faire (non prendere responsabilità) tipico dell’uomo.
Esiste poi un modello comunicativo di “assertività” composto da: aggressività, manipolazione, fuga ed assertività. In entrambi i generi questi livelli caratteriali sono più o meno alterati, solitamente sulla bilancia sono pendenti in positivo per l’uomo ed in negativo per la donna, dimostrando che l’autostima di una donna può influenzare la sua aggressività nell’essere assertivi cambiando lo stereotipo.
Vi sono due fattori che in base al loro bilanciamento influenzano il tutto: l’interesse verso gli altri e franchezza nelle relazioni.
Judi Rosener nel 1990 definisce la leadership femminile “interattiva” ovvero un incoraggiamento nei collaboratori che portano ad un “empowerment generativo”.
Nel 1988 Grant propone un profilo psicologico della donna leadership, un femminismo psicoanalitico che delinea come la donna dopo aver rivestito il ruolo tipicamente di ucciditrice ha sviluppato grandi valori unici e ricchezza emotiva, che possono diventare risorse nel mondo del lavoro:
- Comunicazione e cooperazione: la conciliazione con l’altro.
- Affiliazione e attaccamento: legami con gli altri.
- Potere: alleanza con l’altro.
- Fisicità: il reale impegno.
- Emotività, vulnerabilità, mancanza di fiducia in sé: un comportamento umano verso se stessi e gli altri.
- Intimità e cura: empatia come risorsa.
Spesso, utilizzando un linguaggio di status, gli uomini e le donne creano delle incomprensioni fra loro originando alla rabbia e risentimento. Già i bambini nei giochi, il maschietto tende a creare gerarchie e leader, mentre la femminuccia gruppetti e amicizie.
Il comportamento in base al genere cambia anche nel comunicare, nell’ascoltare e affrontare problemi. Infine la teoria “queer theory” si basa su una identità performativa dove in base all’ambito in cui si lavora bisogna alternarsi fra la pratica maschile e quella femminile, quindi diventare “transgender”. Nel 1986 il Wall Street Journal utilizz
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