Capitolo 1
La Mediazione interlinguistica interculturale (MII) include forme di traduzione orale osservabili nei contesti socio sanitari, giuridici e pubblici come servizio offerto alla popolazione straniera.
Ciò che accomuna il lavoro dell’interprete a quello del mediatore è la difficoltà nel tradurre: secondo Pury Toumi questa difficoltà deriva dalla peculiarità che caratterizza ogni sistema linguistico, nel senso che le modalità in cui percepiamo il mondo sono molto diverse; le idee non sempre vengono comprese o non vengono espresse nel modo adeguato nella cultura della lingua d’arrivo. La traduzione diventa quindi il regno del malinteso: soltanto a posteriori, quando riascoltiamo la conversazione registrata ci accorgiamo degli errori e percepiamo diverse sfumature di significato. Il contatto linguistico porta a situazioni di incomprensione, più appunto per la diversa visione del mondo che ciascuno di noi ha, ma ancora di più per la difficoltà che si ha nel trasportare il contenuto della realtà da una lingua all’altra.
Il mediatore, grazie alla sua competenza culturale intesa come condivisione della stessa cultura, riuscirà a leggere tra le pieghe della lingua e a cogliere non solo l’essenza del messaggio, ma anche le cosiddette sfumature.
Tradurre e non tradurre: i meccanismi dell’interpretazione in ambito sanitario
All’interno delle interazioni con il mediatore le forme di traduzione proposte generano un’interazione diadica o triadica, promuovendo l’inclusione o l’esclusione dei partecipanti; un esempio di questo processo avviene in ambito medico.
Tentativo di definire la MII
Ogni nomenclatura che tenta di definire la complessità della mediazione prende in considerazione solo un aspetto fondamentale, andando a tralasciare tutto il resto; mediazione culturale sembra mettere in luce l’elemento culturale, dando connotazione chiusa e autoreferenziale, inadeguata, perché la natura della mediazione è quella di far aprire le culture e far dialogare lingue diverse. Mediazione linguistica fa riferimento invece ai compiti del mediatore e al suo lavoro, senza prendere in considerazione quello che è l’aspetto delle abilità traduttivo-linguistiche.
Si preferisce parlare quindi di MII, che non è una procedura di conciliazione il cui scopo è mettere d’accordo le parti o riconciliare le persone; la mediazione raggiunge risultati: è azione e non osservazione di un processo. Tale definizione suggerisce dinamicità, trasformazione, ma anche imprevedibilità: i risultati a cui si giunge sono difficili da prevedere.
Il mediatore fa nascere nuovi discorsi, destrutturando il testo di partenza e fungendo da motore e responsabile dell’intero processo traduttivo; la sua presenza potrebbe aiutare a superare la barriera ma non eliminarla completamente, favorendo il compromesso tra aspettative ed interessi, spesso in contrasto.
Il significato della traduzione varia in base al contesto e dalla struttura della sequenza di turni che la include; dunque è insieme fondamentale e particolarmente delicata.
Cultura e disordine clinico
Ogni traduttore e interprete sa quanto sia importante conoscere la cultura delle lingue da e verso cui si lavora; tanto più saremo immersi in una cultura tanto più efficace sarà la resa traduttiva. Cosa si intende per cultura?
Un sistema culturale è formato da una lingua, un sistema di parentela, un corpo di tecniche e di modi di fare, gli ornamenti, la cucina, le arti, la cura, tutti elementi culturali che sparsi trovano una struttura coerente nelle rappresentazioni culturali. Permette di anticipare il senso di quello che può accadere e dunque permette di gestire la violenza dell’imprevisto e del connesso non senso. La cultura mette a disposizione del soggetto una griglia di lettura del mondo.
Se è vero che non esiste uomo senza cultura, allora è vero anche che ogni cultura sviluppa una peculiare visione del mondo e un modo di dare senso agli avvenimenti particolari. Per comunicare, cioè essere sulla stessa lunghezza d’onda, è necessario condividere la stessa lingua ma soprattutto la stessa percezione del mondo.
Il mediatore è co-costruttore di significati, perciò partecipante attivo e visibile. Ponte che rende possibile l’incontro di mondi distanti. È impossibile che un operatore sanitario conosca tutte le sfumature e i riferimenti culturali di tutti i pazienti, ma qui entra in gioco il ruolo della mediazione, componente essenziale del riconoscimento del diritto alla salute e alle pari opportunità nell’accesso alla sanità.
La categorizzazione medica di salute e malattia differisce da cultura a cultura e la “cultura della malattia” diventa fondamentale per capire la natura della relazione che intercorre tra medico e paziente; l’incontro tra questi due mondi presuppone il riconoscimento e il rispetto della cultura di appartenenza. Quando il paziente non appartiene alla cultura occidentale, il termine malattia va utilizzato con cautela: la cultura di appartenenza determina come il paziente percepisce informazioni sulla cura, quindi cosa è considerato un problema e come questo può essere risolto. Ci sono malattie come ad esempio la tubercolosi che implicano l’essere affetto da una malattia da poveri, aggiungendo vergogna e senso di colpa per il solo essere malati.
Altrettanto importante è che il paziente possa esprimersi tranquillamente nella propria lingua madre e non in inglese, lingua veicolare; ciò genera infatti incomprensioni anche gravi, che a loro volta portano il paziente a sentirsi insicuro e spaventato.
Vedi esempi su pazienti indiane.
Cultura, alterità e comunicazione medico paziente
Già nella prima metà del XX secolo, il filosofo e psichiatra Viktor Emil von Gebsattel si interrogava sulla natura della relazione medico paziente, esprimendo un punto di vista che ancora oggi è largamente condiviso tra i professionisti della cura; secondo il filosofo questa relazione è molto complessa, organizzata su tre dimensioni differenti, in un rapporto dialettico le une con le altre.
La prima dimensione è quella dell’empatia che il medico prova per il paziente, la seconda è quella della relazione che il medico instaura con il paziente in cura; è in questo momento che viene elaborata la diagnosi e lo sguardo razionale del medico vede il paziente come la rappresentazione della patologia stessa. La terza dimensione è rappresentata dal momento in cui il medico “svela” le informazioni in suo possesso e le comunica al paziente (momento chiave per il mediatore).
La formazione del mediatore
Il valore fondamentale della formazione sta nel promuovere il ruolo interculturale e interlinguistico del mediatore, riconoscendo come qualità tratti come: empatia, concretezza, assenza di preconcetti, flessibilità e soprattutto la capacità di ascoltare con la mente e con il cuore.
Competenze del mediatore
Fondamentale risulta la capacità di decentramento, il quale presuppone che si accetti di moltiplicare i riferimenti di lettura di un fatto e che si cerchi di co-costruire con l’altro questa lettura possibile.
Risulta evidente che avvalersi di mediatori non formati sia un rischio per l’istituzione e per il cittadino straniero, dove per mediatori non formati si intendono parlanti bilingui non competenti nelle tecniche di traduzione e mediazione. Ai mediatori viene richiesto di:
- Svolgere interpretariato linguistico-culturale
- Favorire la conoscenza e l’uso appropriato di servizi
- Rendere consapevoli gli operatori sanitari dei codici culturali del paziente straniero
- Accompagnare l’utente straniero nella mediazione
Tutte queste competenze tecniche devono anche essere abbinate a capacità empatiche particolarmente spiccate.
Le funzioni del mediatore
Dall’analisi condotta sul campo proviamo ad elaborare un codice deontologico da cui partire per un programma di formazione:
- Interpretare in termini culturali il disagio clinico ed esplicitarlo
- Mettere il paziente in condizione di esprimere il proprio disagio
- Distendere la comunicazione ed estendere informazioni ad entrambe le parti
- Agire da terzo neutrale
- Facilitare una relazione di fiducia
- Stare al di sopra delle parti
- Reperire e comunicazioni inerenti il SSN
- Cogliere le diversità del vissuto della malattia
Capitolo 2
I primissimi riferimenti risalgono alle iscrizioni presenti sulle tombe dei principi di Elefantina della VI dinastia dell’antico Regno egizio; i faraoni utilizzavano i dragomanni, figure amministrative che fungevano da interpreti. Nell’Antica Roma il latino era utilizzato nella diplomazia, nell'amministrazione pubblica ed era la lingua di prestigio in cui tutte le conversazioni venivano tradotte. In ambito bellico vi erano gli interpreti militari, che svolgevano un ruolo importante anche per l’espansione del commercio: Alessandro Magno ad esempio utilizzò messi diplomatici bilingui per i contatti con gli indigeni e i popoli sottomessi durante le campagne. Cristoforo Colombo prese a bordo delle caravelle Luis De Torres, che conosceva l’arabo e le lingue degli ebrei, mentre per il viaggio nel Nuovo Mondo si affidò agli indiani.
Malinalli
Malinalli gioca un ruolo chiave nell’operazione di conquista del Messico da parte degli spagnoli di Cortés: la schiava è considerata la prima traduttrice-traditrice del Nuovo Mondo; Malinche parlava nahuatl, il maya e anche lo spagnolo che divenne per lei la lingua dell’amore con Cortés, a cui garantì un accesso privilegiato al mondo mentale azteco. Quando fu offerta in dono agli spagnoli aveva solo 15 anni e ben presto venne accusata di aver venduto il suo popolo dell'usurpatore nemico; in realtà lei svolse il suo lavoro al meglio delle sue competenze, senza mai tradire le proprie origini ma anzi restando convinta del suo ruolo nel grande disegno divino. Nel suo ruolo di interprete, trova finalmente la possibilità di esprimersi in presenza di figure molto importanti, un privilegio per qualsiasi donna del suo tempo.
Già dal VII e VIII secolo d.c. il commercio tra Africa Occidentale e il mondo islamico rendeva necessaria la figura dell’interprete ma questo lavoro era raramente considerato tale, ma solamente visto come un’abilità richiesta dalle classi sociali più elevate. Il primo documento ufficiale è la Recopilacion de Leyes de las Indias del 1680, il quale specifica le ore di lavoro, il salario ed il codice di condotta dell’interprete, una specie di codice deontologico ante litteram.
Cenni storici
L’interpretazione comincia ad emergere come professione intorno ai primi del Novecento, soprattutto dopo la prima guerra mondiale e con la Conferenza di Parigi. Dapprima si sviluppò l’Interpretazione Consecutiva (IC) e successivamente l’Interpretazione Simultanea (IS), inaugurata con il Processo di Norimberga.
Fino a questi eventi, interpretare significava svolgere i compiti della trasposizione interlinguistica con le modalità oggi conosciute come interpretazione dialogica (liason), consecutiva e chuchotage.
I delegati della sessione plenaria della Conferenza di Parigi provenivano da Francia, UK, Italia, Giappone e USA, oltre che a 32 delegazioni minori e la lingua ufficiale era il francese; questo causò una serie di problemi di comunicazione, che per essere risolti avevano bisogno della convocazione di interpreti. Il sistema che questi utilizzarono viene definito “differita”, ovvero la consecutiva; gli interpreti erano ufficiali militari senza precedente esperienza ma guidati da Jean Herbert.
Nel 1952 viene pubblicato il Manuel de l'interprèt. Comment on devient interprèt de Conférence e nel 1956 la Pris de notes en interpretation consecutive di Jean François Rozan.
La consecutiva e i suoi tempi
Nella consecutiva si traduce da una lingua di partenza (LP) ad una lingua d’arrivo (LA) e i turni prevedono la presenza di uno/due interpreti a seconda della durata, ma tende ad aumentare anche in base al numero di lingue presenti e all’impegno richiesto. Alcuni esempi sono le conferenze stampa, le presentazioni letterarie, riunioni strette o presentazioni di breve durata. I tempi di parola invece variano e i turni di parola non sono mai stabiliti a priori: l’interprete ascolta una porzione di discorso in LP e quando l’oratore si ferma, deve tradurre in LA; per poter svolgere questo esercizio, l’interprete deve svolgere esercizi di analisi logica e memorizzazione. Come si manifesta però l’intenzione comunicativa dell’oratore?
Il compito dell’interprete è conoscere l’argomento di cui si parla ed essere in grado di passare al pubblico la volontà dell’oratore di informare, convincere e spiegare; è utile trovare i concetti e le parole chiave in un discorso, in modo da esercitarsi ad associare e dissociare le proprie idee (ibidem) nella loro sequenza logica ed evitare il cosiddetto “psittacismo”.
La consecutiva di Rozan
L’essenza della consecutiva risiede nello spazio mentale dell’interprete: prima ancora di annotare i concetti essenziali dovrà scomporre il significato attraverso l’analisi logica. La fissazione di idee e concetti avviene sulla base di 7 principi:
- Trasposizione delle idee = liberarsi dalla prigionia delle parole e concentrarsi sull’idea che l’oratore vuole passare
- Abbreviazione
- Concatenazione logico semantica
- Negazione
- Accentuazione
- Verticalismo
- Décalage
Per trasporre le idee Rozan suggerisce di liberarsi dalla prigionia della parola e di concentrarsi sull'idea che l'oratore vuole esprimere, eseguendo l'analisi logica della frase; per quanto riguarda l'abbreviazione delle parole, se si ha tempo, è auspicabile scrivere la parola per intero, ma dovendo abbreviare è consigliabile scrivere le prime e le ultime lette
-
Riassunto esame Teoria e Prassi della traduzione dell'interpretariato di conferenza, prof Pignataro, libro consigli…
-
Riassunto esame Teoria e prassi della traduzione e dell'interpretariato di conferenza, prof. Pignataro, libro consi…
-
Riassunto esame teoria e prassi dell'interpretariato, prof. Pignataro
-
Riassunto esame Principi di Linguistica modulo 3, prof. Rocca, libro consigliato Prima lezione di sociolinguistica,…