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Pedagogia generale e sociale

Primo semestre 2022

Istruttore: Maurizio Fabbri

28 settembre 2022

  • Pedagogia → termine che si riferisce al bambino, il pedagogo è colui che ne gestisce le sue fasi di crescita e di sviluppo, figura che nella Grecia antica denominava un educatore colto, seppur uno schiavo, che sostituiva spesso la figura del padre. Questa concezione di filosofia dell’educazione è andata modificandosi negli anni, è una disciplina scientifica che si occupa anche dell’adolescenza e in generale dei problemi di formazione di tutte le età. Di rilievo la figura di Antonio Banfi, filosofo milanese, fondatore dell’anti-dogmatismo, mise in discussione il pensiero metafisico dell’essere.
  • Filosofia dell’educazione ≠ pedagogia.

La prima è fenomenologia dell’esperienza educativa vista nel momento della sua universalità → la fenomenologia fa riferimento al fenomeno come per Kant, la fenomenologia diventa tale perché espressione della nostra mente, una mente attiva e con specifiche modalità di funzionamento.

La realtà esiste ma noi non possiamo arrivare a conoscerla in modo oggettivo e impersonale, ed è importante esserne consapevoli, il Noumeno, la nostra realtà, è il fondamento della libertà, consente all’essere umano di non esaurirsi.

Riflessione sul gioco, è educativo?

1 Riflessione sul gioco, è educativo?

Il gioco, come la PlayStation, può essere educativo, ma è importante che i giovani vivano delle relazioni sociali, facciano esperienze, allontanandosi dai videogiochi, costruendo così fiducia e autostima che aiutano ad essere individui sociali.

La realtà del virtuale è una realtà ambivalente, positiva-negativa, dove l’ambivalenza è il principio base dell’anti-dogmatismo. È importante essere consapevoli dell’ambivalenza della realtà altrimenti perdiamo il senso critico, non riusciamo a metterci in discussione.

Dove devono dormire i bambini?

Dove devono dormire i bambini?

La risposta è senza dubbio il loro letto, ed è un obiettivo da raggiungere, ma spesso preferiscono dormire nel letto dei genitori, in particolare affianco alla madre, figura di attaccamento primario nella relazione con il bimbo, poiché hanno sperimentato il trauma della nascita e non riescono a dare un senso alla realtà immensa che sembra loro pericolosa, e iniziano così un processo di sintonizzazione con la madre. Nella notte infatti il bambino si tende a lasciarlo da solo ma è proprio in quel momento che lui ha l’esigenza di avere una figura genitoriale al suo fianco, non essendo consapevole della realtà, questa può fare paura. È giusto quindi porsi l’obiettivo finale ma non forzarlo, il bambino deve costruirsi il suo percorso, senza abbandonarlo e lasciandolo solo nel momento in cui ne ha le capacità. Necessaria la distinzione quindi tra gesti necessari, funzionali cioè al processo di crescita del bambino, e gesti disfunzionali, che corrispondono ai bisogni dell’adulto.

Bruno Bettelheim

Bruno Bettelheim → Al sesto mese l’allattamento al seno nei bambini veniva interrotto e venivano inseriti in comunità, come nei Kidbot Israeliani, e questo portava inevitabilmente all’allontanamento affettivo nei confronti della madre, ed essendo il momento della notte molto importante per loro, trovavano in qualche modo una soluzione rapportandosi con il bimbo al quale dormivano vicino.

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Quindi

Quindi:

La filosofia dell’educazione è la fenomenologia dell’esperienza educativa che studia la realtà che cambia a seconda dei contesti, quelle conoscenze possono risultare infondate cambiando contesto. Il filosofo deve essere in grado di astrarsi dal proprio territorio di riferimento, per confrontarsi con situazioni radicalmente differenti, essere disponibile ad aumentare il proprio campo d’indagine.

La pedagogia è la fenomenologia dell’esperienza educativa vista nei singoli contesti della formazione, è storicamente situata, è una realtà più circoscritta. Il pedagogista deve tenere conto del contesto culturale in cui insegna, non limitarsi ad imporre il proprio contesto culturale ma dialogare, unirli, avendo conto di conoscere esattamente la realtà in cui vivono i bambini, anche se non d’accordo.

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05 ottobre 2022

  • Maria Grazia Contini, ultima e stretta collaboratrice di Bertin a livello universitario, ha ampliato l’identità del problematicismo pedagogico, si è occupata di comunicazione interpersonale, ha anticipato studi sulla resilienza, e sul filone di ricerca sulla pedagogia delle emozioni. Ha iniziato poi un secondo percorso come autrice e regista di documentari, ad esempio sul tema dell’adolescenza e della maternità.
  • Watzlawick, Beavin, Jackson psicologi che hanno una formazione scientifica eterogenea, approdano un ambito di intervento alla psichiatria e psicopatologia.

Ci parlano del modello della ridondanza, qualcosa che si ripete, che viene espressa in modo ripetitivo, più dello stretto necessario per poterla comprendere, un’informazione data in continuazione. Secondo questo modello è possibile comprendere quello che accade in un contesto anche senza avere comunicazioni verbali, senza avere qualcuno che ce lo dice, senza che qualcuno ce lo spieghi attraverso le parole. Esempio di una partita a scacchi, qualcuno che non conosce il gioco e osserva, capisce il gioco senza avere una spiegazione a parole, ci sono alcuni comportamenti ripetuti più volte in una situazione di certo tipo che ne facilitano la comprensione. A parole si può anche mentire, ma in un’osservazione dei comportamenti, delle comunicazioni e delle relazioni che avvengono in un contesto riusciamo ad individuare la verità, a parole invece possiamo avere risposte diverse che ci impediscono di arrivare alla realtà della situazione. Dobbiamo osservare come vengono modulate le relazioni, al di là delle cose che tentano di dirci, dobbiamo vedere il numero di quei comportamenti o eventi che avvengono in un contesto. Esempio di Lawrence, degli anatroccoli che lo seguono come se fosse la loro madre e i turisti che sono stupiti perché non vedono gli anatroccoli per via dell’erba alta. Per osservare il contesto bisogna tagliare l’erba, bisogna vedere gli anatroccoli, bisogna vedere i comportamenti che non sono immediatamente visibili ma che hanno bisogno di una particolare attenzione per i dettagli, uno sguardo più attento, come ad esempio nel caso del bullismo. Non bisogna avere un atteggiamento spontaneistico in questo caso, non si può dare maggiore attenzione a ciò che solamente interessa la nostra persona, ma avere un occhio più generale sulla situazione che ci circonda, entrandoci nel merito. Non è chiaramente possibile vedere tutto attraverso il metodo della ridondanza, non ci consente ad esempio di recuperare gli eventi passati che hanno portato determinate persone a comportarsi in determinati modi in determinate situazioni. Questo metodo ci aiuta sì, ma deve essere integrato con altre modalità di osservazione come con il dialogo, la comunicazione. Finché si giudica non si capisce nulla, se si osserva comprendiamo più cose, il giudizio infatti ci mette in posizione superiore rispetto a qualcuno ma diventiamo parte in causa del problema di quella persona e facciamo fatica a mettere in discussione i nostri comportamenti.

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Competenza comunicativa, importanza ad osservare la realtà, quando osserviamo rischiamo di essere spontaneistici, rimaniamo colpiti da alcuni eventi, alcuni comportamenti, molto più di tanti altri che in quei contesti ci sono. Esempio di una persona aggressiva, ci colpisce il suo comportamento che ci infastidisce.

Quando parliamo di comunicazioni e relazioni, ci sono alcuni elementi che comprendiamo facilmente, che possono avere valore assiomatico, ma su altre bisogna entrare nel merito. Secondo questi psicologi i nostri comportamenti comunicativi sono regolati da assiomi, enunciati inconfutabili che non hanno bisogno di essere dimostrati:

  1. È impossibile non comunicare, è tendenzialmente impossibile perché anche il silenzio è comunicazione, veicola un messaggio, che può avere varie interpretazioni. Dobbiamo prestare quindi attenzione a tutti i nostri comportamenti comunicativi poiché tutto ha un significato, sia il nostro comunicare a parole che non, anche quando non ce ne rendiamo conto, siamo sistemi aperti.
  2. Esiste la comunicazione non verbale, la comunicazione umana avviene attraverso comunicazione verbale e non verbale, la prima invia un messaggio di contenuto, la seconda un messaggio di relazione. La comunicazione non verbale si esprime attraverso i gesti, le espressioni facciali, la postura, lo sguardo, la prossemica, distanze come fatto comunicativo, il tono di voce, l’abbigliamento, il contatto fisico, il contesto, sia verbale che non verbale, perché non viene esplicitato o dichiarato, ma viene vissuto e sperimentato. Il problema è che un messaggio di relazione del genere non è facilmente comprensibile, è ambigua, è più difficile perché i gesti, gli sguardi etc. sono differenti e possono avere un significato diverso in base a chi li percepisce, non provoca in tutti le stesse reazioni.

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La comunicazione verbale invece è la parola, tutti i codici numerici, le note musicali… Dà un messaggio chiaro, è sufficiente conoscere il significato delle parole che vengono comunicate.

3 possibili messaggi che possiamo inviare attraverso la comunicazione non verbale:

  1. Conferma, abbiamo bisogno di conferme per sentirci a nostro agio nel mondo, con noi stessi e con gli altri, per aumentare la nostra autostima, ma non basta per educare.
  2. Rifiuto, non possiamo educare senza esprimere messaggi di negazione, il rifiuto non è generalizzato, non rimette in discussione il sentimento di apprezzamento verso l’altro, ma abbiamo un comportamento critico per cui invitiamo l’altro a mettersi in discussione, a crescere, a maturare. È una variazione della conferma, dobbiamo distinguere tra i rifiuti necessari e elettivi: i primi, in una situazione in cui si verificano una serie di conferme c’è bisogno di mettere un limite e inviare un messaggio di rifiuto, sono accettabili se vengono compresi e a volte risulta difficile, infatti acquisire il senso del pericolo non significa essere in grado di comportarsi adeguatamente, ci sono situazioni pericolose percepite come attraenti che spingono il bambino ad attivare comportamenti sbagliati. Spesso gli adulti esprimono un ampio margine di tolleranza che porta a sottovalutare comportamenti pericolosi che non vengono rifiutati, può succedere per conquistare la fiducia del bambino, può essere causa di imbarazzo per esperienze personali, perché temono una rottura nel rapporto umano. I secondi, sono rifiuti non necessari, corrispondono a precise scelte, comportamenti, priorità, esperienze dell’adulto, che non sono però strettamente necessari. Come la maestra che sceglie di correggere gli errori del bambino nella scrittura per evitare che gli stessi errori si ripropongano in futuro, o i genitori che impediscono ai propri figli di frequentare qualcuno che non appartiene alla propria classe sociale. Il problema è che i genitori o gli educatori sono preoccupati di educare secondo il proprio modo di vivere, i propri stili comportamentali e relazionali, tanto che i rifiuti elettivi vengono veicolati come rifiuti necessari, e questo quindi porta il messaggio che il rifiuto corrisponde ad un atto di arbitrarietà. La Montessori ci aiuta a capire che il bambino deve prima autocorreggersi in modo autonomo, l’intervento dell’adulto deve essere uno stimolo perché è lui che è in grado di capire quali sono gli errori, quali sono i problemi. Il bambino non sperimenta l’imbarazzo e la sconfitta ma la gratificazione dell’errore, di averlo riconosciuto. Abbiamo bisogno di sbagliare per apprendere, abbiamo bisogno dell’esperienza dell’errore, l’apprendimento intelligente è quello attivo, che fa esperienza dell’errore, metto in atto un processo di elaborazione cognitiva che è una comprensione vera e profonda delle cose.
  3. La disconferma, messaggio negativo, disturbato, pericoloso perché il messaggio lanciato è tu non esisti, ci sei ma non meriti di esserci, tutto ciò che fai è problematico, sei una presenza disturbante. Nella disconferma c’è il disconoscimento della personalità dell’altro, il rifiuto è circoscritto, ma in questo caso non c’è nulla che susciti stima o simpatia. Tutte le volte che una situazione ci crea disagio, che non sappiamo cosa fare, disconfermiamo, non ci sentiamo capaci di vivere quella situazione, cioè quando siamo lontano dalle nostre competenze e dalla nostra zona comfort. Bisogna ammetterlo, non significa essere un cattivo insegnante ma confrontarsi con una situazione nuova, e cercare aiuto con qualcuno che ha avuto esperienza con tale esperienza, creando un processo di costruzione e valorizzazione della propria professionalità.

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Neghiamo la disconferma a noi e spesso agli altri, ai diretti interessati, comunichiamo attraverso pseudo-conferme, veicoliamo un messaggio positivo per rassicurare l’altro anche quando non è fondato, non c’è conferma autentica che non sia accompagnata da un rifiuto, è una reazione di comodo, e pseudo-rifiuti, è una reazione squalificante che si trasforma in un comportamento di accanimento perché rimane un problema irrisolto, c’è rabbia e rancore, per avere ragione, non ammettere di essere in difficoltà e fingerci competenti facciamo finta di confermare e facciamo finta di rifiutare.

  • Ogni prassi educativa ha una teoria di riferimento, dove teoria e pratica vanno di pari passo. Quando si entra nel contesto scolastico c’è bisogno di un iniziale disponibilità all’adattamento, non possiamo pretendere di cambiare le cose secondo le nostre idee, dobbiamo seguire delle direttive. I nostri colleghi più anziani hanno atteggiamenti autoconservativi, prende il sopravvento il bisogno di tutelare la propria capacità innovativa.
  • I teorici della comunicazione sostengono che quando non c’è allineamento tra comunicazione verbale e non verbale si genera una comunicazione ambigua e contraddittoria, una comunicazione in cui con le parole diciamo una cosa e con gli sguardi, la postura o il comportamento diciamo una cosa che contraddice quella espressa con le parole. Le parole sono di un certo tipo, possono parlare di amore, pace, affetto, mentre la comunicazione non verbale dice qualcosa di diverso. Diventiamo quindi consapevoli secondo Jackson, Watzlawick e Beavin che dobbiamo tenere sotto controllo la comunicazione non verbale, poiché può contraddire radicalmente ciò che diciamo a parole. Con una comunicazione paritaria diventa possibile comprendere cosa stia accadendo davvero in una situazione perché è il messaggio non verbale che dà senso a quello verbale e non viceversa, se invece la comunicazione paritaria non c’è, tutto diventa più complesso, la comunicazione ambigua è difficile da analizzare.

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Esistono 3 tipi di comunicazioni:

  1. Positiva e congruente tra comunicazione verbale e non verbale, il verbale e non verbale dicono la stessa cosa, non si contraddicono tra di loro.
  2. Negativa e congruente, non c’è disallineamento tra comunicazione verbale e non verbale.
  3. Ambigue, si pronunciano parole che l’altro spera di sentire che sono accompagnate però da una comunicazione non verbale del tutto disallineata, dove tutto il non verbale esprime noia, indisponibilità ad entrare nel metodo perché ci aiuta a non assumerci le nostre responsabilità. La comunicazione ambigua mantiene in piedi l’omeostasi del sistema, comunico in modo tale che l’altro si accontenti e non chieda nient’altro oltre a quelle parole. Ciò è paradossale, ci sono due tesi che si negano reciprocamente ma sono entrambe valide, non è vero che la comunicazione verbale e non verbale hanno la stessa validità e lo stesso fondamento, non sono entrambe vere. È paradossale quando entrambi i messaggi veicolati da entrambi canali di comunicazioni diventano veri ma sono in contrasto l’uno con l’altro, quando non si riesce a capire quale sia la situazione, percepiti entrambi come veri ma dicono due cose diverse in contrasto con loro, non è una comunicazione è un’ingiunzione, cosa che deve essere fatta, una prescrizione, un ordine.

La comunicazione deve avere valore di ingiunzione per diventare paradossale, non tutte le ingiunzioni sono però paradossali, ci fa capire cosa ci viene ordinato e ci mette nella posizione di decidere se obbedire o non obbedire. Ma se questa non è chiara, perché do ordini contrari con le due comunicazioni verbali e non verbali, io non so come agire.

Per il bambino un messaggio ambiguo è pericoloso, infatti in una relazione dislivellata tra madre e figlio, con differenze a livello di sapere, evoluzione, tra un soggetto radicalmente indifeso che non ha acquisito gli strumenti per governare la complessità di quella situazione e quella di un adulto che può tutto nei suoi confronti, l’ingiunzione paradossale è qui quindi pericolosa.

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Se l’ingiunzione paradossale è stato il dispositivo comunicativo usato più frequentemente nelle relazioni familiari di un bambino, lui non può fare esperienza delle altre modalità comunicative, che invece sono essenziali per capire quali sono quelle sane e lo aiuta a respingere le altre.

La teoria del doppio legame riguarda una situazione in cui la comunicazione tra due individui, uniti da una relazione emotivamente rilevante, in cu

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Chiarapollastri di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia generale e sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Fabbri Maurizio.
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