Pedagogia di genere
Vocabolario
Genere sessuale: sesso, matrice biologica ≠ genere identitario.
Sessismo: anni ‘80 -> discriminazione sulla base del sesso.
Genere e sessismo sono concetti binari.
Pregiudizio: come si crea? I pregiudizi sono frutto di categorizzazioni sociali: hanno obiettivo di risparmio cognitivo. Siccome il mondo è complesso, in maniera istintiva (cognitiva) le persone suddividono le altre in gruppi, basati su etichette, categorie definite per differenziare ogni diversità sociale.
Secondo questo si cerca conferma nel pregiudizio e lo si alimenta. Il modus operandi, il pregiudizio ha componente emotiva, viscerale ed è diverso dallo stereotipo il quale è invece la razionalizzazione del pregiudizio, credenza, effetto di generalizzazioni.
(Esempio: categoria uomo e donna › gli atteggiamenti opposti al proprio gruppo sono considerati “pericolosi” e devianti conseguenza: pena sociale.
Vi è rapporto vicendevole tra pregiudizio e stereotipo, è circolare; da qui si può arrivare al 3° step, ovvero la discriminazione vera e propria, che corrisponde all’azione effettiva e dannosa (es. femminicidio).
Omicidio VS femminicidio sono diversi in quanto il femminicidio è la morte di una donna in quanto donna. Le giustificazioni comuni rimandano al naturale, al non prevedibile, all’estemporaneo; questi non sono mai trattati come problemi strutturali, quali sono; sarebbe appropriato un discorso che affronta l’aspetto piramidale della violenza di genere, dove l’omicidio è solo la punta. Una conseguente politica educativa che agisca in profondità sui costrutti di genere e identitari, che lavori sulla categorizzazione.
Vi è però anche una riflessione sull’altro lato della medaglia: perché gli uomini arrivano a compiere gesti così esasperati? Cosa minaccia un uomo a livello di identità personale, così profondamente, da agire in modo drastico e violento? (Stereotipo di genere: mantenere la famiglia, avere una relazione salda, un hobby, determinate caratteristiche caratteriali…)
Il discorso può essere diviso in 3 aree tematiche
- Segregazione formativa di genere: equivalente pedagogico della segregazione occupazionale;
- Femminilizzazione dell’insegnamento piramide femminile nella scuola;
- Saperi trasmessi a scuola, contenuti reiterati e stereotipi sessisti istituzionalizzati nei libri.
Parte prima - donne e istruzione
Capitolo 1: ragazze a scuola, tra successo scolastico e segregazione formativa
1.1 – La conquista del bene - istruzione
Nel 1995 è stata prodotta e adottata una Piattaforma che contiene gli obiettivi strategici e le azioni da intraprendere per favorire l’empowerment delle donne. L’istruzione e la formazione delle donne è stata posta come seconda priorità, dopo la lotta alla povertà, come uno dei migliori investimenti che un paese in via di sviluppo possa compiere per la propria crescita. Quali obiettivi si sono già raggiunti e quali ci si propone per il futuro?
L’accesso all’istruzione di base (elementare) è garantito alla stragrande maggioranza dei bambini e delle bambine del mondo, anche se le differenze tra i vari paesi possono essere molto ampie.
→ L’ultimo Rapporto di monitoraggio globale dell’EFA dell’UNESCO sono 771 milioni di adulti ad essere analfabeti nel mondo di cui il 64% sono donne; la percentuale di analfabetismo femminile è più elevata. L’esclusione delle bambine e delle ragazze dal sistema educativo è la negazione di un diritto umano e una grave ipoteca sul futuro di una società.
→ L’istruzione femminile reca infatti innumerevoli benefici tende ad evitare gravidanze precoci e comportamenti a rischio di salute; essa è ritenuta il mezzo migliore per promuovere uguaglianza tra sessi.
Nel caso italiano nello specifico, vi è stato un ritardo nel recepire la questione sulla parità di genere, in quanto la scuola era vista come luogo d’agio, in cui non vi erano problemi di discriminazione.
Quindi, nel corso del tempo, le discriminazioni e gli svantaggi non sono stati sottolineati e affrontati: essi però vanno compresi e affrontati, ricostruendo il complesso percorso di accesso all’istruzione innanzitutto.
In Italia le ragazze hanno pieno accesso al bene-istruzione, al pari dei maschi: requisito necessario ma non sufficiente per la realizzazione di un’effettiva parità tra uomo e donna nella vita politica, civile e lavorativa. Ma come siamo arrivati all’attuale scolarizzazione femminile?
La storica esclusione formativa femminile
1. La prima area tematica, ovvero la segregazione formativa, è una vera e propria spaccatura tra i generi e le scelte formative nei percorsi scolastici e negli ambiti lavorativi.
Ci si può confondere valutando i traguardi raggiunti e pensando la segregazione come lontana nel tempo; non ne è passato abbastanza per poter smettere di parlarne.
Si tratta infatti di una storica esclusione delle bambine nella storia dell’educazione.
L’assenza quasi totale delle donne in ambito scolastico e culturale può rimandare ad una prima motivazione: quella dell’addestramento pratico a svolgere le faccende del quotidiano per rappresentare il proprio ruolo di moglie e madre. L’educazione delle donne era quindi di serie B.
L’espressione “pedagogia dell’ignoranza” evidenzia la ristrettezza di questo tipo di prassi, guidata dalla necessità di educare la donna al ruolo di “femmina dell’uomo”. Quella femminile si delinea come una cultura del privato e di un saper-fare (di cui tra l’altro gli uomini sono i beneficiari), tramandato da una generazione di donne all’altra, di madri in figlie.
Successivamente si sviluppa la pedagogia del “sapere come ornamento”: l’educazione femminile subisce un’evoluzione fondata sull’apparenza, sul far fare bella figura al marito, soprattutto nelle classi sociali più agiate (saper suonare, avere modi aggraziati e gentili, saper parlare francese…). Tutto in funzione del ruolo di madre e moglie di corte.
Per modificare una pratica così radicata, occorreva un abbattimento degli stereotipi e dei pregiudizi contro il “sesso debole”. Uno dei più forti è quello della fragilità femminile che si ripercuote sull’apprendimento.
Alla fine dell’800 c’è chi sostiene “l’inferiorità mentale” delle donne, condizione necessaria per espletare al meglio la funzione materna. Gradualmente si avvia un processo di conquista dell’istruzione vera e propria, fino al fascismo (vedi slides). Nell’arco di un ventennio c’è stata una completa rivoluzione nella formazione femminile in Italia (’68 rivoluzione studentesca e femminismo).
2. Nel 1950 avviene un cambiamento radicale nella concezione dell’educazione delle ragazze: si raggiunge la scolarizzazione di massa e quindi una maggiore presenza femminile nelle scuole, che esploderà negli anni ’60 e ‘70. Nella scuola elementare, si raggiunge piena scolarizzazione dal primo dopoguerra in Italia.
Ragazze presenti nelle scuole medie: ragazze iscritte alle scuole 2arie superiori erano: → → erano il 37,3% 1948-1949 1948-1949 erano il 39,9% → → 1972-1973 erano il 42,4% 1972-1973 erano il 47% →→ 1983-1984 erano il 49,5% erano il 47,7% 1983-1984.
Questo può essere, in parte, una conseguenza della Riforma della scuola media nel 1962, che riordina il ciclo inferiore di studi e lo rende obbligatorio per tutti, facendo lievitare il numero di studenti.
Nel settore post-obbligo si avvia un fenomeno di scolarizzazione femminile che andrà avanti senza interruzione: sempre più donne perseguono gli studi oltre l’obbligo, ancor di più all’università.
→ → → le ragazze tra i 14 e i 18 anni scolarizzate nella 2a superiore 39 su 100 - 67 su 100 1972 1989.
All’università la crescita di partecipazione femminile dal dopoguerra ai nostri giorni fu ancora più sorprendente che nella scuola superiore. Per quanto riguarda l’università, l'aumento massimo di iscrizioni accademiche femminili è avvenuto durante tutti gli anni ’60 e la prima metà degli anni ‘70.
Con la crescita economica e l’emergere di nuovi bisogni l’istruzione si trasformò da “servizio di lusso” a “servizio di largo consumo”, in Italia così come in Europa. Lo sviluppo crescente non è però provocato solo dall'aspetto riformatorio, ma è anche legato al clima culturale più inclusivo di quegli anni: con la spinta del neo femminismo, le donne ricercavano nuova identità nell’ascesa sociale, proprio grazie all’istruzione.
Solo con gli anni ‘90, anche all’università si assiste al sorpasso del tasso di scolarità femminile.
Lo sviluppo crescente e costante non è però dovuto solo dall'aspetto riformatorio, ma è anche legato al clima culturale più inclusivo di quegli anni: con la spinta del neo femminismo, le donne ricercavano una nuova identità e una riaffermazione di sé stesse nell’ascesa sociale, proprio grazie all’istruzione.
3. Guardando ai nostri anni si riscontra poi un successo tutto al femminile, numerico, ma anche qualitativo: le donne riescono meglio negli studi, con meno percentuale di abbandono scolastico e bocciature rispetto ai coetanei. Nello specifico, i dati parlano di uomini che primeggiano in settori più “femminilizzati” e le donne in quelli a più elevata incidenza maschile. Questo sottolinea come uomini e donne, riescano meglio all’Università, proprio perché intraprendono percorsi che rispecchiano i propri interessi e predisposizioni.
1.2 – I successi scolastici delle studentesse
Nell’ultima indagine del Ministero della Pubblica Istruzione sulla scuola italiana possiamo facilmente constatare che le ragazze riescono meglio negli studi rispetto ai ragazzi; il miglior rendimento femminile è evidenziato dal confronto tra i tassi di ripetenza dei due sessi.
Le donne dimostrano di riuscire meglio degli uomini anche nel tempo impiegato per concludere gli studi.
→ Più regolari nei percorsi, abbandonano e ripetono meno e sono anche “più brave” nelle valutazioni.
Non avendo uno studio accurato e dati sufficienti a chiarire perché le “donne riescano meglio a scuola”, è complicato trarre conclusioni generalizzabili sul tema. Si può però sintetizzare la varietà di ipotesi per spiegare il successo femminile negli studi attraverso la teoria della Mobilitazione o Sottomissione.
1. Le spiegazioni legate alla teoria della mobilitazione sottolineano l’aspetto della consapevolezza nell’investimento attivo sull’istruzione: le studentesse si mobilitano per sentimento di diritto, per impossessarsi della cultura come strumento di ascesa sociale e progettualità futura. Questa prospettiva si colloca all’interno dello scenario dell’emancipazione femminile alla fine degli anni ’70, in cui si affaccia il neo-femminismo: spiega la determinazione negli studi e un conseguente sentimento di rivalsa sociale.
2. La seconda tesi è invece legata a motivi apparentemente opposti: i successi femminili sarebbero ricollegabili all’educazione culturale delle bambine. La tesi della sottomissione non accredita i meriti scolastici alle ragazze, ma a tutti quei valori e atteggiamenti appresi socialmente e quindi premiati a scuola.
La maggior ubbidienza, la compostezza e la volontà di approvazione sono tutte componenti che favoriscono le donne nel percorso di studi. Tutti atteggiamenti tradizionalmente disciplinati, che non sono frutto di una predisposizione naturale, ma di violenti condizionamenti.
Le ragazze, compierebbero scelte da “dominate/sottomesse”, aderendo passivamente agli stereotipi sessuali. I ragazzi invece avrebbero atteggiamenti meno positivi sul piano educativo e non sentono il condizionamento del proprio futuro associato all’istruzione. La linearità con cui le ragazze si sono adattate al ruolo di “studentesse modello” portano a pensare che nel nostro paese siamo giunti ad un punto d’arrivo rispetto alla questione delle pari opportunità nella scuola.
In realtà siamo ben lontano dal raggiungere questo traguardo perché ci sono ancora tutta una serie di aspetti problematici che devono ancora essere affrontati.
1.3 – Il fenomeno della segregazione formativa
Il problema più evidente rispetto alle ragazze e al loro legame con la formazione sembra essere quel fenomeno secondo cui vi è una suddivisione sessista in ambito formativo, che conduce gli alunni dei due sessi a scegliere indirizzi considerati socialmente più maschili o femminili.
Sebbene non esistano barriere formali all’ingresso femminile nei vari campi del sapere, le ragazze risultano sovra-rappresentate nell’area umanistica e sotto-rappresentate nell’area tecnologico-scientifica; analogamente, i ragazzi risultano concentrati in limitati indirizzi di studio.
Si parla di segregazione e la si identifica in una problematica femminile poiché sono proprio i settori scientifico-tecnologici a garantire maggiore retribuzione e prestigio sociale: da sempre sono stati gli uomini gli unici detentori del potere culturale.
Fino ad oggi la scuola ha dato agli studenti l’illusione di apparente parità, ma la riuscita scolastica non sembrerebbe abbastanza per garantire alle donne le opportunità di progettare il futuro. Questo è dovuto in parte ad un processo di auto-segregazione per cui le donne continuano a scegliere percorsi formativi considerati socialmente “femminili”, come le discipline umanistiche. Condizionamenti che vengono dall’interno, anche in modo non consapevole. Sessismo e classismo vanno quindi a braccetto.
Ci si chiede perché le ragazze si auto-limitano nelle scelte.
I motivi per spiegare tale flusso, sono ricollegabili allo stereotipo di genere calato sulle ragazze:
1. Una prima spiegazione di questo fenomeno è attribuibile al condizionamento nelle scelte; queste non sarebbe infatti naturali e spontanee, ma sembrano derivare da stereotipi sessisti impressi in primo luogo dalla famiglia stessa o comunque dal nucleo di appartenenza, fin dalla tenera età. Il curricolo personale (silente) incide quindi in modo forte sul curricolo pubblico, e incorpora una prospettiva e una visione precise delle professioni convenienti e socialmente accettate.
2. Un'altra spiegazione possibile è quella della propria segregazione personale: quegli stereotipi che agiscono sotterraneamente: le ragazze si ritengono incapaci ad approcciarsi verso materie scientifiche, poiché tutto nel sistema in cui sono cresciute gli suggerisce così. Questo provoca dunque un allontanamento da tali settori per motivi di omologazione al modello femminile sociale.
Proprio nel momento dello sviluppo e dunque della propria formazione identitaria, la scelta di virare verso le STEM è scartata a priori. Questo può provocare, secondo Gianini Belotti, un conflitto interiore tra la volontà di affermarsi professionalmente e intellettualmente, e quella di conformarsi ai canoni sociali e scegliere professioni “da donna”, quale si è.
3. Altro fattore importante, che è l’approccio degli insegnanti che operano nelle scuole, spesso basato proprio su quei pregiudizi sessisti, più o meno espliciti che vengono quotidianamente assorbiti dai ragazzi (es. una studentessa carente in matematica viene rincuorata anziché spronata o incoraggiata). A tutto ciò si aggiungono i classici programmi scolastici, prettamente sessisti e connotati al maschile; basta pensare ai contenuti storici, filosofici, scientifici… tutti a protagonismo maschile. Il passaggio a scuola non riesce a modificare gli stereotipi già appresi fin dall’infanzia sulla propria creazione identitaria, ma anzi effettua una discriminazione invisibile che condiziona il futuro di studenti e studentesse.
1.3.1 – Un problema di genere: donne e saperi tecnico-scientifici
→ Tra gli stereotipi più insiti che agiscono a danno delle ragazze incapacità femminile a rapportarsi con le discipline tecnico-scientifiche → allontanamento delle ragazze dai percorsi formativi. Il problema della formazione scientifica delle ragazze non riguarda soltanto l’Italia ma la maggioranza dei paesi.
La critica femminista all’epistemologia della scienza ha messo in luce la rappresentazione della conoscenza scientifica come un processo che richiede la cancellazione della soggettività, dell’affettività, della relazionalità e l’interpretazione della scienza e della tecnica come strumenti di potere/dominio.
L’oggettività è legata alla mascolinità, così come l’emotività e l’irrazionalità, sono tratti stereotipati.
“Alle ragazze che scelgono percorsi scientifici si ricorda costantemente che sono fuori posto.”
- → Da un lato devono far fronte alla solitudine di un contesto costituito esclusivamente da uomini;
- Dall’altro → i docenti, con comportamenti spesso inconsapevoli, agiscono per stereotipi di genere.
1.3.2 – Gli “effetti collaterali” della coeducazione
Dalla metà degli anni ‘80 è maturato un dibattito a livello europeo tra i sostenitori della coeducazione di maschi e femminile in classi miste e coloro che sottolineano invece l’importanza di alternare periodi in classi miste a periodi in classi separate, per rafforzare l’autostima femminile nelle scienze. La pratica di coeducazione se non guidata da consapevolezza rischia di diventare ghettizzante e dannosa.
“Il problema sta quindi nel dar vita ad un’educazione progressiva degli atteggiamenti, in virt&ug
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