Definizione di metodologia di Ricolfi
Definizione di metodologia di Ricolfi: “complesso di discipline che insegnano come si può condurre una buona ricerca empirica nel campo delle scienze sociali”.
Ha dunque un doppio volto:
- Carattere operativo: disciplina che guida il processo di ricerca.
- Carattere normativo: disciplina che riflette sulla pratica della ricerca e astrae da essa per individuare e discutere le regole concretamente impiegate.
Il primo si rivolge alla pratica della ricerca e l’altro si sofferma sulla riflessione della pratica di stessa, si tratta infatti di un legame circolare.
Sono due aspetti essenziali e non sufficienti singolarmente per accingersi allo studio di tal disciplina.
Il sociologo Durkheim è stato il primo a trattare della riflessione del metodo delle scienze sociali, in particolar modo nel suo libro “Le regole del metodo sociologico”. Egli propone di mutuare, di prendere in prestito il metodo delle scienze sociali, da quello impiegato nelle scienze naturali. A questa visione si contrappone quella del sociologo Weber, che sosteneva che le scienze naturali non avessero lo stesso oggetto di ricerca delle scienze naturali e di conseguenza neanche il medesimo obiettivo conoscitivo e che quindi il metodo non potesse essere mutuato. L’obiettivo conoscitivo della prima è secondo lui risalire ad una spiegazione causale dei fatti, la ricerca delle cause di ciò che viene osservato e che quello della sociologia che non fosse tanto la spiegazione delle cause che determinano i fatti sociali quanto la comprensione del loro significato, come eventi unici.
Durkheim si sofferma sulle regolarità osservate e sulla necessità di spiegarne le cause e invece Weber credeva che gli eventi sociali non sono mai uguali gli uni con gli altri e che ciascuno dovesse essere compreso per ciò che è e non nei termini di regolarità.
Competenze della metodologia
Avventurarsi in questa disciplina, la metodologia, apre la via all'acquisizione di due competenze diverse, ma strettamente collegate:
- “Saper fare”: sapere costruire degli strumenti di rilevazione di dati, che colui che raccoglie deve saper analizzare, presentare e collegare alle ipotesi che hanno mosso e avviato la ricerca.
- “Saper valutare”: valutare se una ricerca empirica svolta da terzi è attendibile, corretta o presenta errori, se è giustificabile. È possibile appropriarsi di una simile competenza nel momento in cui in primis personalmente abbiamo mosso questi passi e quindi sappiamo in che direzione andare.
Saper fare rimanda a competenze di natura empirica, di analisi dei dati, mentre saper valutare rimanda all’acquisizione di competenze di natura valutativa legate alla presa di decisioni o alla definizione di politiche pubbliche.
In altri termini, la metodologia serve ad individuare possibili punti critici, a riflettere, trovare possibili soluzioni, a scegliere le più adatte ad una situazione concreta, a porsi le giuste domande.
I termini sono le “etichette linguistiche” con cui vengono espressi i concetti. Quest’ultimi non necessitano dei primi per esistere o per essere comunicati.
“Verificare un’ ipotesi” → sostituita dall’espressione metodologica “controllare un’ ipotesi”.
- Metodologia.
- Metodo: è il processo mentale che, a partire dalle scelte interpretative del ricercatore, governa il percorso di ricerca, consentendo di scegliere tra le alternative disponibili o di proporne di nuove. Per scelte interpretative, si intende il suo personale modo di risolvere le principali controversie metodologiche ed epistemologiche.
- Tecnica: le “tecniche” sono le specifiche procedure operative di cui ci si serve per acquisire e controllare i risultati di ricerca empirica.
Non possono essere usati come tre sinonimi.
Ricerca empirica e senso comune
Uno dei comportamenti della metodologia è quello di riflettere sul modo di operare della ricerca empirica. Su quest’ultima la scienza ha basato il mezzo attraverso cui produrre conoscenza.
La conoscenza non è prodotta unicamente dalla scienza e questo lo possiamo dedurre tutti in base alla nostra esperienza quotidiana. Esistono infatti, regole implicite ed esplicite che prendiamo per vere senza chiederci da dove derivino o il perché di esse, vengono semplicemente messe in pratica, perché funziona così. Si tratta di conoscenze prodotte socialmente e condivise che aiutano ciascuno di noi membri della società a vivere la vita di tutti i giorni. Tale insieme di conoscenze è il “senso comune”, ovvero << ciò che sappiamo in relazione alle faccende che sbrighiamo e ai ruoli che ricopriamo quotidianamente>>.
Serve per poter dare per scontate la maggior parte delle cose che facciamo.
È difficile definire le regole, i tratti, i confini, i contenuti di esso, proprio perché è costituito da ciò che “si sa”. Le credenze sono ciò che vero, ma che non siamo in grado di provare e dimostrare.
Fanno parte del senso comune anche gli stereotipi che ci consentono di raccogliere i tratti salienti senza soffermarci sul dettaglio e senza considerare la complessità di cose, eventi, persone per poterle inserire ed organizzare in insiemi omogenei.
Attraverso essi evitiamo di procedere ad un accurato esame che potrebbe cambiare il nostro personale giudizio, ma che d’altra parte evita quella che può presentarsi come perdita di tempo se si tratta di persone con cui non avremo più a che fare.
Sia stereotipi che credenze sono fondamentali ed è fondamentale che agiscano senza che noi ce ne accorgiamo. Sono categorie del pensiero che ci servono per organizzare ciò che percepiamo ed assimiliamo del mondo che altrimenti ci apparirebbe un flusso vago, indefinito, indistinto di percezioni, prive di significato, ci consente di adattarci al nostro ambiente. La sola percezione nel momento esatto in cui osserviamo qualcosa è una estrapolazione dei tratti salienti che prendiamo in considerazione da un disordine potenziale dei puri dati dei sensi.
Quale legame dunque intercorre tra scienza e senso comune?
In un primo momento ciò che ci verrebbe da pensare è che non vi alcun legame. Ma in seconda istanza è possibile definire tale legame “antagonistico”. La scienza tenta di ridurre il campo di azione di tutto ciò che è credenza e stereotipo, ciò che inconsapevole, ciò che non deriva da un pensiero razionale e accetta come scientifico solo ciò che può essere dimostrato e provato.
Il “senso comune” sarebbe dunque l’opinione non scientifica e approssimativa, non confrontata alla realtà.
La sociologia, la filosofia e l’epistemologia hanno introdotto una nuova visione circa questo interrogativo. Esse hanno la stessa radice in quanto entrambe hanno la funzione di organizzare e di controllare le nostre rappresentazioni nel rapporto con l’ambiente, cercano dunque di aumentare il grado di adattamento all’ambiente rispondendo alle stesse domande sulla realtà, ma in modi diversi.
Sono entrambe il prodotto di pratiche di socializzazione. Non si nasce col senso comune già formato ma viene assimilato praticamente nel corso di tutta la vita. Il senso comune è il prodotto della cultura di cui facciamo parte.
La scienza è un lungo percorso di apprendimento da parte di aspiranti scienziati che devono essere socializzati alle pratiche scientifiche allo stesso modo in cui lo sono stati con quelle che riguardano il senso comune. La realtà su cui si basa la scienza è una realtà “che si sa”, definita così dalla propria. La scienza stessa è un prodotto culturale, non è oggettiva, non è assoluta. Basti pensare che la scienza è stata resa possibile nel momento in cui la società ha deciso che fosse plausibile come concetto. La comunità stabilisce dei criteri in base ai quali è possibile affermare che qualcosa è scientifico, ma tali criteri dipendono dalla visione dominante che prende piede di volta in volta all’interno della comunità stessa.
Nonostante abbiano la stessa radice, scienza e senso comune presentano molte differenze sintetizzabili in pochi punti:
- Tipo di ragionamento: il senso comune procede per euristiche, ovvero ipotesi che orientano e guidano una ricerca, spiegazioni ad hoc, adatte ad una particolare situazione, la scienza invece procede secondo procedure formalizzate e condivise dalla comunità scientifica, seguendo criteri precisi.
- Rapporto con interessi e valori: nel senso comune, gli interessi personali sono fortemente e legittimamente presenti. Nella scienza invece gli scienziati devono avere un comportamento avalutativo, devono tenere fuori la loro personale opinione e non deve essere influenzato da interessi personali.
- Orientamento generale: il senso comune, agendo per adattarci all’ambiente ha un orientamento prettamente pratico. Le scienze invece ha finalità teoriche, anche se non può eludere il carattere pratico che è necessario per confermare o disconfermare le teorie. La scienza mira alla verità. Il senso comune al verosimile in quanto possiede un orientamento concreto e pragmatico, prevalgono gli atteggiamenti pratici su quelli teorici.
Scuole di pensiero nella sociologia
Nella sociologia confluiscono più scuole di pensiero che si differenziano sia per il modo attraverso cui giungere ad una risposta, sia per l’oggetto di ricerca stesso.
Nonostante si siano costruite molte scuole di pensiero, per il carattere autonomo di tale disciplina, è sufficiente sviscerare le due correnti principali.
Durkheim sosteneva che i fatti sociali dovessero essere studiati come cose. Weber contrariamente sosteneva che i fatti sociali dovessero essere considerati per la loro individualità, unicità e che per essere studiati si dovesse ricorrere allo strumento dei tipi ideali, ovvero attraverso modelli astratti. In entrambi i casi vengono sottoposti ad una particolare attenzioni i macro fenomeni, burocrazia, suicidi, capitalismo.
Occorre precisare che nonostante i due grandi sociologi presentino molte differenze, condividono molti tratti in comune. Perrone infatti riteneva che entrambi seguissero il metodo “delle differenze” di Mill, che consisteva in una regola per individuare la causa di un fenomeno. Durkheim ricorre a questo metodo approssimandolo.
Consiste nell’analizzare casi simili in cui il fenomeno non si verifica e rispetta il Secondo canone: se un caso in cui il fenomeno investigato si verifica, e un caso in cui non si verifica, hanno tutte le circostanze in comune salvo una, e quell’una si verifica solo nel primo caso, la circostanza in cui solamente differiscono i due casi è l’effetto, o la causa, o una parte indispensabile della causa del fenomeno.
Prima di scendere nel dettaglio è necessario chiarire cosa si intende per “metodo delle scienze naturali”.
Nascita del metodo scientifico
Nasce tra il Cinquecento e Seicento come reazione e risposta alla visione filosofica basata principalmente sulle considerazioni aristoteliche, secondo cui ad ogni fenomeno corrisponde una causa che può essere di 4 tipi: efficiente, formale, materiale e finale.
Secondo lui la scienza non ha bisogno di confrontarsi con la realtà oggetto di studio per arrivare alla conoscenza, è sufficiente la ragione. L’esperienza concreta serviva unicamente a manipolare il mondo stesso, “sapere cosa fare la prossima volta” come asseriva Drake.
Tra Cinquecento e Seicento entra in scena Galileo Galilei, il fondatore della scienza moderna che comincia ad introdurre l’idea secondo cui è bene far riferimento alla filosofia come guida, ma che sia altrettanto necessario osservare coi propri occhi la realtà circostante. Egli intende “misurare” ciò che si osserva, ovvero tradurre matematicamente. La natura secondo lui è espressa in un linguaggio matematico e lo scienziato deve saperlo leggere e tradurlo.
Egli sostiene che tali operazioni di osservazione e misurazione debbano essere inserite in modo sistematico all’interno di un esperimento, che è il momento in cui si verificano le ipotesi e le teorie di ricerca.
Un esperimento si può suddividere in tre principali momenti:
- Osservazione della variazione di una o più effetti e una e più cause.
- Si controlla la direzione di tale variazione per capire se corrisponde a quella ipotizzata.
- Si tengono sotto controllo le possibili fonti di disturbo della variazione, ciò che potrebbe influenzare la variazione.
È proprio grazie a Galileo se il metodo sperimentale è fortemente collegato ad alla misurazione matematica delle quantità implicate in esso. Ed è anche per questo che di conseguenza nasce la proposta di limitare l’attenzione della scienza solo a ciò che può essere calcolato e misurato, inserendo l’esperimento all’interno di un metodo di lavoro scientifico.
Metodo galileano
Il metodo introdotto da Galilei contrariamente all’epoca aristotelica medievale in cui prevaleva un ragionamento deduttivo che procedeva a partire da premesse generali per poi giungere a conclusioni particolari, ai tempi si sosteneva che Aristotele avesse esaurito le conoscenze scientifiche e che si potesse che fare delle deduzioni a partire dalle sue affermazioni tutte le possibili implicazioni, si basava su un tipo di ragionamento deduttivo, che partiva da premesse generali per poi giungere a quelle particolari.
Passaggi:
- Osservazione generale della realtà per acquisire informazioni in un ambito in cui poter applicare un esperimento.
- Estendere i risultati del caso particolare a quello generale, attraverso un procedimento induttivo.
- Formulare ipotesi basate su tali generalizzazioni.
- Dedurre da esse le logiche conseguenze e controllarle in modo empirico.
Positivismo
Il positivismo è una corrente di carattere filosofico che nasce nella prima metà dell’Ottocento in Francia e Inghilterra a partire da radici illuministe e al contempo come tentativo di superamento di esso.
L’illuminismo aveva scardinato l’ancien regime e sosteneva che la ragione avrebbe potuto garantire una miglior condizione di vita, in assenza di superstizioni, credenze religiose e dell’astrattezza della metafisica. Se questo filo di pensiero si basa essenzialmente sulla razionalità, il positivismo introduce come principale ingranaggio la scienza, la scienza come collante sociale.
I positivisti credevano che l’illuminismo avesse portato a termine il proprio compito, quello di garantire il progresso rispetto all’epoca precedente, ma che rimanesse comunque “negativo”. Sarebbe stato necessario fondare una nuova corrente “positiva” che non separasse progresso ed ordine, che permettesse a queste due componenti di coesistere. Tiene uniti gli aspetti razionali e irrazionali, scienza come sapere totalizzante, assoluto, unico edificio in cui coabitano le varie discipline.
Principali caratteristiche del positivismo:
- Monismo metodologico: il metodo scientifico è unico indipendentemente dall’oggetto di ricerca.
- La fisica e le scienze naturali esatte erano considerate come termine di paragone per misurare il grado di sviluppo e di perfezione delle altre scienze, incluse quelle dell’uomo, che fornissero dunque un ideale modello metodologico.
- L’importanza attribuita alla spiegazione dei fenomeni osservati tramite il ricorso a leggi naturali.
La sociologia nasce nella prima metà dell’Ottocento. A coniare tale termine fu il positivista francese Comte per indicare una disciplina che si occupa di osservare l’evoluzione e il mutamento delle forme di convivenza sociale.
Nonostante riconoscesse la complessità della realtà sociale, la sociologia iniziale fortemente legata al positivismo, riconosceva il monismo metodologico, che rimarca l’unicità del metodo scientifico, indipendentemente dalla diversità degli oggetti di studio a cui viene applicato. Viene ipotizzata l’esistenza di una realtà oggettiva e che sia proprio l’indagine scientifica a condurre verso la conoscenza oggettiva di tale realtà. La realtà percepita e osservata dallo scienziato sociale, la sua rappresentazione, l’immagine di essa che il sociologo si forma, corrisponde alla realtà stessa, la sua si limita ad essere un’opera di disvelamento.
Viene accolto anche il modello progressista ed evoluzionista secondo cui la scienza e la società di pari passo si muove verso una meta finale che è migliore del presente ed è per tal motivo desiderabile.
Il metodo di Durkheim
Durkheim è il primo sociologo e primo studioso pieno di tale disciplina. Egli cerca di svincolare la neonata sociologia da altre scienze sociali, tra cui l’economia e la psicologia per poter dimostrare che anch’essa indipendentemente da queste avesse una ragione d’essere. E per dimostrare ciò si concentra su due concetti fondamentali, ovvero l’oggetto di studio della sociologia e metodo attraverso cui studiare tale oggetto di indagine.
L’oggetto
L’oggetto di studio della sociologia per Durkheim sono i fatti sociali. I fatti sociali sono “quei modi di agire, pensare e sentire che presentano la proprietà di esistere al di fuori delle coscienze individuali”. Per lui la realtà sociale esiste oggettivamente al di fuori dell’individuo. È precostituita alla nascita e non può essere cambiata facilmente.
Un tema essenziale di cui Durkheim deciderà di trattare sarà il suicidio. La conclusione a cui arriva è che esso in quanto fatto sociale dipenda da altri eventi e cause sociali, per quanto possa sembrare un evento privato e personale. Il fattore che influenza fortemente il numero di suicidi è l’integrazione dell’individuo all’interno della società. Più alta è l’integrazione e meno l'individuo si sente libero da vincoli sociali che evitano il suicidio. Questo ad esempio accade nelle società a religione ca
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