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Metodologia della ricerca archeologica

Introduzione e contesto storico

Fino agli anni Sessanta, le iniziative di studio sull’archeologia dei paesaggi erano prese singolarmente, poi si sviluppa una vera metodologia della ricerca. Il paesaggio con rovine ha dato contributi sperimentali (monumenti romani riprodotti dal Ghirlandaio, disegni di Vasari e Michelangelo). Il viaggio era il principale strumento metodologico dell’archeologo del paesaggio in età rinascimentale. Già al tempo esistevano problemi di visibilità, dovuti in larga misura alla viabilità (intere regioni tagliate fuori dalle vecchie strade romane).

Comunque lo stato di conservazione dei monumenti era migliore di quello di ora. Con la Roma barocca meta di pellegrinaggi, aumenta il contatto e gli scambi tra artisti italiani e stranieri (pittura di paesaggio). Questi artisti o ravvivavano il personaggio urbano o ne rappresentano le emozioni più profonde suscitate dalla natura. La tradizione del paesaggio con rovine giunge alla perfezione formale infatti in età barocca. Poi la visione estetica ebbe il sopravvento sull’interpretazione storica.

Il Grand Tour e i viaggi di scoperta

Si diffonde poi l’uso di Grand Tour, viaggi di istruzione dei giovani aristocratici europei in Italia. Tra questi cacciatori di luoghi, Berkeley viaggia in sud Italia e osserva l’urbanistica e l’architettura (al centro dell’attenzione anche di viaggiatori francesi), cerca di ricostruire o di immaginare il paesaggio antico, la popolazione, le forme architettoniche e artistiche. Dal XVIII secolo vi sono personaggi più interessati alle evidenze archeologiche.

Nel Settecento, da Saint Non in poi, si osservano le campagne, il fenomeno di crescita differenziale della vegetazione (meno rigogliosa in corrispondenza di resti sepolti). I viaggi di studiosi di letterature antiche come il francese Misson portano alla scoperta nel XVIII di Ercolano e Pompei, contributi poi dell’antichistica al pensiero illuminista. Gibbon viaggia in Italia per vedere gli oggetti antichi che uscivano dagli scavi: da qui si fonda la scienza antiquaria, più rigorosa a metà Ottocento.

Scienza antiquaria e cartografia storica

Già nel Seicento, il re Sole inviava spedizioni archeologiche in Italia, Grecia e Oriente. Con la scoperta delle città vesuviane nei viaggiatori illuministi matura un intreccio tra scienza antiquaria ed etnoantropologia (nascente, testi di Rousseau). Il XVII è il secolo di cartografia storica: Toscana e Lazio sono le regioni meglio e più spesso rappresentate. La cartografia è funzionale al rafforzamento delle monarchie assolute: re e imperatori danno impulso a rappresentazione dell’antico e alle raffigurazioni degli imperi tramontati.

Nel Settecento, in molti stati è introdotto il nuovo catasto geometrico particellare (Piemonte, Lombardia, Toscana) sulla base di cui vennero impostate le cartografie nuove (Carta geografica della Toscana in 1:200000). A Roma, gli studiosi che posero le basi per le prime carte archeologiche facevano capo alle istituzioni pontificie o all’Istituto di Corrispondenza archeologica.

Topografia e archeologia nell'Ottocento

Non erano viaggiatori eruditi più, ma archeologi militanti, primi topografi che ricostruirono uno schematico paesaggio antico (raffigurazioni di monumenti, strutture idrauliche, strade, confini). A inizio Ottocento nascono le prime opere topografiche impostate enciclopedicamente che ricostruiscono la storia degli abitati completa di bibliografia e ricerche d’archivio. L’interesse prevalente va al periodo medievale.

Fiorelli, scavatore al servizio dell’aristocrazia borbonica, scava Pompei divisa in quartieri e isolati. Nel 1881 nasce la Carta archeologica d’Italia, una restituzione cartografica di tutte le presenze archeologiche registrate nel territorio nazionale in 1:50000, dall’Etruria alla Sabina. Negli anni '20 l’archeologia italiana progredisce nella ricognizione.

L'evoluzione tecnologica e la cartografia moderna

Nel '26 la Forma Italiae è un catasto archeologico del territorio nazionale sulla base delle tavolette dell’Istituto geografico militare. Rodolfo Lanciani e Thomas Ashby sono i wanderer della campagna romana che compiono ricognizioni, vagabondaggi (quando Roma era poco espansa al di fuori delle mura aureliane). In quegli anni '30 si diffonde l’agricoltura meccanizzata, le campagne sono solcate dagli aratri, le colline aggredite dalle cave, i territori dalle periferie delle città.

La British School at Rome si impegnava nelle ricerche sugli aspetti ambientali. Lanciani invece più sui monumenti e sull’urbanistica antica. La topografia inizia a interessarsi esclusivamente a questo studio in Italia, tralasciando i paesaggi. La Carta archeologica d’Italia è assai poco usata. L’archeologia ambientale va diffondendosi in UK e Francia.

Per quanto riguarda l’aerofotointerpretazione, negli anni Venti in UK e Francia ci sono i primi voli aerofotografici, prima pioneristici, poi mirati alla ripresa di immagini utili alla ricerca archeologica. In Italia il campo rinasce dopo la guerra. Negli anni successivi alla riforma fondiaria del 1950 l’Italia era superficialmente dissodata, quindi contesto ideale per le ricerche aerofotografiche.

La cartografia come strumento di conoscenza e tutela

La scuola romana aveva intanto continuato a occuparsi di urbanistica, analisi dei monumenti, infrastrutture nelle campagne. La Carta archeologica d’Italia a fine Sessanta riprese il programma di edizione in 1:25000: questa carta delle presenze archeologiche del territorio nazionale ha come scopo primario la tutela. I rilievi architettonici sono registrati nella serie Forma Italiae.

Fraccaro e la scuola pavese orientano le ricerche sul versante storico della topografia antica, mentre Sereni sullo studio del paesaggio agrario: insieme danno un contributo alla comprensione delle strutture agrarie e al rapporto fra queste e la storia istituzionale. Gli studi topografici britannici si interessano dell’Italia e del Mediterraneo. Un esempio e modello di rigore metodologico è la ricerca di Ward Perkins (South Etruria Survey), con cui nasce l’archeologia dei paesaggi come disciplina nel senso moderno.

In Italia, con lo sviluppo dell’agricoltura meccanizzata (messa a coltura di enormi estensioni prima a pascolo o bosco) per la riforma fondiaria del 1950, si sviluppa il filone di indagine paleocologico (studi palinologici e geomorfologici). La cartografia è un supporto per la ricerca e uno strumento di conoscenza. È un documento che rappresenta attraverso simboli, lettere e numeri convenzionali la geografia e la topografia. È un contenitore di dati fisici, geografici e politici.

Dettagli tecnici della cartografia archeologica

La carta topografica documenta il paesaggio archeologico attuale con info come: stato della viabilità (tracciato di una strada storica o relitti), toponimi antichi e relitti toponomastici, livello di urbanizzazione (ricavato dall’analisi comparata di più carte da cui emerge la velocità di sviluppo di un centro), le alterazioni subite da un comprensorio (memorie fossili di antichi laghi…).

Le carte topografiche dell’IGM (ufficiali dello stato) sono 277 fogli in 1:100000 numerati progressivamente dal Brennero alla Sicilia, ciascuno riproducente la superficie compresa fra due paralleli con differenza di latitudine pari a 20 primi e fra due mediani di longitudine pari a 30 primi, con l’indicazione anche della località di maggiore rilievo vicino al numero. Ogni foglio è diviso in 4 quadranti denominati con numeri romani in 1:50000 (652 quadranti in tutto).

Ogni quadrante è diviso in 4 tavolette (carte topografiche in 1:25000) denominate dal toponimo della località più importante (3556 in tutto), ciascuna di 100 kmq. La planimetria è stampata in nero, l’orografia (curve di livello e sfumo) color seppia, l’idrografia in azzurro, i limiti amministrativi in viola. Una tavoletta si denomina: numero del foglio, del quadrante (I, II, III, IV), posizione geografica della tavoletta all’interno del quadrante (nord-est…), nome della tavoletta.

Ogni tavoletta è divisa in quattro sezioni (A, B, C e D) in 1:10000. Oltre le tavolette ci sono 12 fogli in 1:250000 e la Carta regionale in 1:1000000, utili per un quadro di insieme. Le carte IGM riproducono le condizioni reali del terreno (planimetria, altimetria): l’IGM deve aggiornare e preservare la rete ufficiale dei punti trigonometrici (punti di riferimento ufficiali rispetto a cui sono collocati laghi, monti, case e città).

Applicazioni moderne e tecniche avanzate

Nell’impostazione della ricerca, la prima carta necessaria è il foglio IGM in 1:100000 per una visione d’insieme dell’area da indagare e individuare i macrosistemi di un comprensorio. La tavoletta offre una visione dettagliata per apprezzare la viabilità secondaria, per analizzare il contesto geografico; sono utili per orientarsi in campagna. Gli svantaggi delle tavolette sono la scala troppo elevata per un’adeguata esattezza nel collocare i punti relativi a un sito. Inoltre, necessitano di essere aggiornate.

Il procedimento trigonometrico è stato con il tempo sostituito dall’aerofotogrammetrico, più rapido ed economico. Le aerofotorestituzioni ottenute tramite GIS sono poi ancorate al suolo e ad alcuni riferimenti fissi con l’ausilio dei satelliti che orbitano intorno alla terra (GPS). Gli strumenti integrativi più aggiornati sono le Carte tecniche regionali, confrontate con documenti cartografici più recenti.

Per la cartografia che riproduce le variabili ambientali: la Carta Geologica d’Italia è redatta sulla base dei fogli IGM in 1:100000 a cui è allegata una Nota illustrativa in cui sono descritte le formazioni geologiche dell’area. Gli svantaggi sono la scala alta e la classificazione delle formazioni geologiche per grandi gruppi. Vi sono poi carte altimetriche, clivometriche (per valutare le incidenze dei fenomeni erosivi), idrografiche e del drenaggio (per lo studio della pedogenesi), geomorfologiche, dell’esposizione dei versanti, geolitologiche.

Le Carte di Utilizzazione del suolo danno un quadro preciso sull’economia agraria di un comprensorio, delle variabili colturali, consentono di valutare le aree più ermetiche dal punto di vista vegetativo e quali con maggiore visibilità potenziale. La cartografia storica è uno strumento di conoscenza. Documentano un numero d’insediamenti maggiore di quello rilevabile con l’indagine in superficie. Le carte d’archivio sono utili a costruire ipotesi, poi sono sottoposte al vaglio dell’aerofotointerpretazione, della ricognizione e della ricerca paleoambientale.

Le cartografie del passato conservano vecchi confini, rovine antiche, ruderi: percorrendo al contrario il cammino del cartografo si può rintracciare sul terreno quanto resta delle strutture antiche. Importante poi lo studio preliminare della toponomastica utile per spunti di indagini particolari su fenomeni geomorfologici e ambientali, sulle risorse primarie, su aspetti dell’economia e della produzione.

Nei Settanta, con la crescita del potere delle regioni, sono state redatte le CTR fra l’1:10000 e 1:2000, permettendo di inquadrare i dettagli del paesaggio (distanze meglio calcolate, forme meglio illustrate, variazioni altimetriche più specifiche). Il vantaggio è la giovane età, lo svantaggio la loro spesso scarsa precisione.

Le ortofotocarte in 1:5000 o 1:10000 sono stampe da fotogrammi tratti da coppie di fotografie aeree raddrizzate con indicazione delle isoipse: sono insomma ingrandimenti di fotografie aeree zenitali inserite in un’impalcatura cartografica.

La carta catastale è prodotta dal catasto geometrico particellare, basato sulle dimensioni e sul valore dei terreni (registrando così anche le modifiche nel tempo). Il catasto urbano e delle aree di espansione è redatto in 1:1000 con particolari in 1:500; il catasto rurale e delle proprietà agricole in 1:2000-1:4000. Le vecchie carte catastali sono indispensabili ai fini della tutela.

Con coppie di fotografie aeree recenti e un normale stereoscopio si registrano le anomalie nell’aerofotointerpretazione. Dalla lettura si ricava poi la carta di dettaglio, in cui si riportano anche le emergenze archeologiche (tracce di sepolture sepolte, aree di frammenti fittili in superficie). Gli inconvenienti sono la scala intermedia (numeri non tondi) e le distorsioni nella precisione, pertanto è meglio usarle come supporto alla ricognizione diretta. L’aerofotointerpretazione può essere usata per ricostruire la viabilità antica.

Carte più precise si hanno con le restituzioni aerofotogrammetriche da un restitutore meccanico. La fotorestituzione analitica: un pc collegato al fotorestitutore determina le coordinate plano-altimetriche dei punti prescelti che, elaborati, vengono restituiti in forma di cartografia disegnata (intreccio tra dato geotopografico, aerofotointerpretazione e documentazione a terra).

Un Sistema informativo geografico o territoriale (Sit) è un insieme composito ma integrato di più componenti (supporti grafici e geografici, banche dati, software gestionali), informativo (mirato ad una conoscenza ragionata e intelligente), territoriale (circoscrivibile ad un contesto geografico asservito ad una determinata entità gestionale): i dati cartografici servono per dar luogo alla mappa tradizionale. È un insieme di documenti quindi che riportano planimetrie e altimetrie in 1:2000-1:4000 sulla base delle vecchie tavolette IGM.

Per migliorare la precisione c’è la necessità di aggiungere nuovi punti alla maglia geodetica ufficiale IGM. Il GPS permette di localizzare un punto con l’ausilio di un gruppo di satelliti. La rete dei punti presi con il GPS viene ancorata alla rete trigonometrica IGM, per ottenere una maglia di punti che rappresenta una nuova cartografia.

Fasi della ricerca e produzione cartografica

Dalle diverse fasi della ricerca emergono varie carte. Nella fase di impostazione si localizzano e si registrano su carta i documenti archeologici già noti. Si indicheranno sulle tavolette i punti di rinvenimento dei siti (prima raccolta dei dati). Questo primo elaborato cartografico viene fatto con le tavolette IGM e non le CTR. Poi si fa la ricognizione preliminare ad ampio raggio per verificare il corredo cartografico e controllare la localizzazione dei documenti archeologici noti.

Sulla carta si riportano ora i segni e le anomalie registrati dalla lettura aerofotografica tradizionale. La carta preliminare del progetto è l’archivio del conosciuto, in cui si indicano le aree di diretta competenza e responsabilità dei ricercatori. I mutamenti radicali nelle condizioni agricole (abbandono superfici arative, diffondersi delle superfici tenute al pascolo) sono trasformazioni che influenzano la visibilità differenziale e quindi vanno registrate (sul diario e sulla carta preliminare).

Per le aree a rischio, la ricognizione e la carta preliminare servono a documentare i siti destinati a scomparire per le costruzioni stradali o gli sbancamenti. Va stilato un elenco delle priorità per documentare i siti più minacciati. Vengono usate le CTR su cui sono state riportate le aree da coprire nella ricognizione; ora vengono arricchite dai primi numeri di Unità topografica. Si dà il via alla redazione del catasto dei siti archeologici rinvenuti, quindi delle unità topografiche: queste sono aree di frammenti fittili sparsi sulla superficie dei campi (nelle incursioni periurbane invece sono strutture murarie, pavimenti, tombe monumentali…).

A causa del probabile cattivo stato di conservazione che compromette la leggibilità e la comprensione del manufatto, si consiglia di integrare il punto sulla carte in 1:10000 e le planimetrie dei resti in 1:20 o 1:50 con un rilievo sulla mappa catastale perché la Soprintendenza archeologica possa identificare la particella catastale interessata dai resti. Questa tutela puntiforme o preventiva è indirizzata al singolo monumento. Il lavoro sulle mappe catastali continuerà anche contestualmente alla ricognizione archeologica vera e propria. La cartografia catastale è uno strumento essenzialmente di tutela.

Poi si fanno gli aggiornamenti cartografici: riportare sulle carte in 1:10000 le UT rinvenute, le aree coperte (con indicazioni della vegetazione e della visibilità); si aggiornano poi le tavolette IGM. Ora si passa da una fase di orientamento a quella della cartografia archeologica vera e propria. Con le carte in 1:5000, 10000 e 25000 si approda alla tutela conoscitiva, complementare alla prima puntiforme. Qui si stabilisce quali insediamenti archeologici di un comprensorio salvare e proteggere e quali no: si procede al censimento e alla documentazione dei siti importanti (usando i GIS o i SIT).

Per i paesaggi agrari, meglio è una cartografia mista (da ricognizione intensiva che garantisce la tutela conoscitiva dei comprensori, identificando i tipi di insediamento, le cronologie, i rapporti con gli abitanti… per salvare il tessuto insediativo nelle sue proprietà storiche; operazioni di tutela preventiva, con GIS o SIT e altri strumenti di dettaglio fino ad arrivare allo scavo degli insediamenti più minacciati o appetibili).

La carta di distribuzione degli insediamenti è un supporto cartografico in cui sono rappresentate le UT individuate divise per periodi stabiliti con vari criteri. La Carta archeologica d’Italia ottocentesca fu la base per la Forma Italiae e per la Carta archeologica d’Italia. La carta riassuntiva è quella in cui sono posti tutti i siti scoperti in un contesto indipendentemente dalla interpretazione e dalla cronologia. Sugli originali delle tavolette IGM si disegnano simboli uguali che rappresentano l’UT con accanto il numero di catalogo.

Le carte diacroniche si riferiscono a una determinata fase o periodo, sottese fra l’impostazione del progetto, l’elaborazione dei dati e le conclusioni storiche sulla stratificazione dei paesaggi. La cartografia diacronica consente un ragionamento sulla geomorfologia antica dei paesaggi, sulle scelte preferenziali dell’insediamento, sulle correlazioni tra popolamento e ambiente, fra tipi insediativi e politica, infrastrutture.

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mottafrancesco2000 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologia della ricerca archeologica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Augenti Andrea.
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